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Tino Stefanoni: Per grazia ripetuta, Galleria Il Milione, Milano, fino al 21/12/2018

"Immaginiamo di trovarci un una stanza tutta dipinta; o, per meglio dire, in una stanza
che una volta era tutta dipinta ma che oggi, consumata dal tempo, è cambiata, è una nuova stanza, fatta di tanti piccoli frammenti di pittura sparsi qua e là sui muri, quelli che appunto il tempo ha deciso di risparmiare dalla distruzione. Naturalmente i contenuti e le peculiarità della stanza di un tempo, tutta dipinta, sono anch’essi svaniti nel nulla, ma questi brani di pittura, rimasti nel vuoto dei muri, hanno acquisito nuovi significati, “trasformati” non da una creatività, ma dal tempo trascorso. Così oggi ci si può appropriare del frammento non come residuo di un evento trascorso, ma come fenomeno di autorigenerazione che il linguaggio stesso della pittura ci propone.
L’Arte si trasforma, dunque, come il punto di vista dell’artista e dell’osservatore, oggi non solo partecipe di ogni possibile esperienza e sperimentazione, ma consapevole del cambiamento delle radici stesse di una pittura che cambia i suoi orizzonti e che può essere considerata, più che un fine, un mezzo peculiare per le necessità della mente."

Tino Stefanoni, dicembre 1994, per la sua personale alla Galleria Il Milione, in rife-
rito soprattutto ai Frammenti.


Alla Galleria Il Milione la bella mostra Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione, a cura di Roberto Borghi, aperta sino al 21 dicembre 2018.

A partire dal 1990 Tino Stefanoni ha tenuto negli spazi de Il Milione quattro personali (1990, 1994, 2000, 2007) e numerose collettive.
Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre dello scorso anno, il pittore d’origine lecchese ha mantenuto ininterrotta la sua amicizia con Chicca e Francesca Ghiringhelli, alle quali tra l’altro ha segnalato artisti giovani, o comunque esordienti, che non di rado hanno esposto le loro opere in galleria.
La mostra raccoglie per lo più dipinti realizzati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Attraverso questi lavori, dedicati a paesaggi e nature morte, Stefanoni ha creato un suo peculiare e inconfondibile universo pittorico, nel quale confluiscono rimandi a numerosi maestri del passato - da Beato Angelico a Carlo Carrà - rielaborati però in una prospettiva straniante, ironica e allo stesso tempo algidamente lirica.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su tele di piccole dimensioni e dai formati insoliti - per esempio triangolare o rotondo - dettagli di edifici, vasi da fiori, bandierine svolazzanti: il colore monocromo dello sfondo, irrorato di una luminosità di cui è arduo cogliere la provenienza, fa stagliare questi oggetti “qualsiasi” e li rende assoluti.

Refettorio delle Stelline - Gruppo Credito Valtellinese - mostra antologica 2013

La pittura di Stefanoni va in cerca della Metafisica dell’ovvio, come s’intitolava la retrospettiva allestita al Refettorio delle Stelline, Gruppo Credito Valtellinese, nel 2013; ma, nella sua voluta serialità, tende anche a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro che “eccezionale”, un singolare tono elegiaco che appartiene alla vita reiterata di tutti i giorni, alla quotidianità più banale, più replicabile, e paradossalmente più preziosa.
Il lavoro di Tino Stefanoni, pur non appartenendo in senso stretto a quello dell’arte concettuale, di fatto si è sempre sviluppato nella stessa area di ricerca. Ha sempre guardato al mondo delle cose e degli oggetti del quotidiano, proponendoli nella loro più disarmante ovvietà, come tavole di un abbecedario visivo o pagine di un libretto d’istruzioni dove le immagini sostituiscono le parole. A differenza del mondo animale e del mondo vegetale che non sono di pertinenza dell’uomo, il mondo delle cose è invece l’unico segno tangibile della sua esistenza, e quindi di sua proprietà, traccia del suo pensiero e della sua storia dove si possono creare arte e bellezza che non sono l’arte e la bellezza della natura. È evidente, nella ricerca, l’interesse a voler presentare le cose più che a volerle rappresentare e, al tempo stesso, a rivestirle di sottile ironia e magia tratte da un’operazione asettica come in un sogno lucido, per intenderci, che può far convivere elementarità e mistero, due elementi che per loro natura non sono affatto prossimi ma vicini per contrappunto. Anche nei dipinti più recenti, dove i canoni della pittura classica (nel senso stretto del termine) sono volutamente esasperati a favore di una didattica del pittorico (luce chiaroscuro, disegno colore), si rivela sempre il mondo delle cose che, pur restando il momento risolvente del suo lavoro, si carica naturalmente di significati metafisici, gli stessi significati dei dipinti dal tratto nero e sfumato definibili come sinopie dei precedenti.
L’incantato disincanto - La pittura come oggetto - Lo stato dei fatti - L’ironia oggettiva - L’illusione svelata - Amori platonici - Emoticon - Metafisica del quotidiano - Ironia poesia e così sia - Magica concettualità - L'enigma dell'ovvio - Pittura della mente, sono alcuni significativi titoli di testi scritti sulla sua opera. Il finto incantamento, dunque, della sua pittura apparentemente classica, traveste il momento lirico-concettuale del suo lavoro tutto rigorosamente razionale e, per assurdo "sentimentalmente razionale", al punto da voler sottolineare che la pittura è null’altro che un oggetto per la mente come la sedia, il tavolo o il letto, sono oggetti per il corpo.

Tino Stefanoni (Lecco 1937-2017), dopo gli studi al Liceo Artistico Beato Angelico e alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ha esordito attorno alla metà degli anni Sessanta con dipinti dal sapore concettuale. Nel 1967 ha tenuto nella Galleria Il Canale di Venezia la sua prima rilevante personale e ha vinto il 1° Premio San Fedele, indetto dall’omonimo Centro Culturale milanese, un importante riconoscimento per giovani artisti assegnato da una giuria allora presieduta da Giuseppe Panza di Biumo e Palma Bucarelli. Nel 1970 ha partecipato alla Biennale di Venezia. Presso Il Milione, oltre a parecchie collettive, ha tenuto personali nel 1990, 1994, 2000 e 2007. Da allora i suoi dipinti sono state esposti in diverse città europee, negli Stati Uniti, in America Latina e in Corea del Sud. Nel marzo di quest’anno, a pochi mesi dalla sua scomparsa, in occasione della mostra La realtà e la magia a cura di Elena Pontiggia alla Galleria Robilant+Voena, è stato presentato il catalogo ragionato delle sue opere edito da Allemandi.

Ex voto per grazia ripetuta

Nel 1990, l’anno in cui tiene la sua prima personale al Milione, Tino Stefanoni è
un artista cinquantenne con un vasto curriculum espositivo, ma un ancor più ampio
itinerario espressivo. Nell’arco di poco più di due decenni di attività pittorica, Stefanoni
ha portato a termine sei cicli di opere - e ne ha iniziato dal 1985 un settimo - che si
passano l’un l’altro il testimone seguendo una logica ferrea. Dai microscopici scenari,
effigiati su rilievi simili a bottoni, che costellano i Riflessi (1967-1968), alle visioni appena
accennate di utensili domestici o casolari che affiorano dalle Apparizioni (1983-84), gli
ambiti di riferimento sono, alternativamente, l’oggetto e il paesaggio. Più l’oggetto che
il paesaggio, dovremmo aggiungere se posassimo uno sguardo quantitativo sulla sua
fluviale produzione. In realtà l’aspetto più peculiare dell’arte di Stefanoni sta nel creare
un’inedita reciprocità - a volte persino una straniante intercambiabilità - fra questi due
ambiti. L’oggetto è raffigurato come se fosse un paesaggio: come se si stagliasse all’orizzonte (nelle tele grezze squadrate o quadrettate dei primi anni Settanta, ma anche negli Elenchi di cose della seconda metà del decennio), come se fosse qualcosa di analogo a un luogo (nei Segnali dei primi anni Settanta), come se, misurandosi con lo spazio pittorico, rivelasse l’esaustività vitale propria del paesaggio. Il paesaggio è rappresentato in termini oggettuali: come se possedesse l’inerzia, l’assertività, la voluminosità di un oggetto. Focalizzandosi esclusivamente su oggetto e paesaggio, Stefanoni intende simultaneamente azzerare e riepilogare la tradizione figurativa del moderno: egli stesso, in
più occasioni, ha sottolineato la basilarità intenzionale, il carattere divulgativo e persino
didattico dei suoi dipinti. Affermazioni di questo tipo rientrano nel profilo di artista
senza troppi fronzoli - saldamente razionale, interessato all’«uso concreto dell’opera»,
convinto addirittura che la pittura sia un «utensile per la mente» così come una sedia
lo è per il corpo - che si è ritagliato fin dal suo esordio espositivo, avvenuto nell’anno
di pubblicazione dei Paragrafi sull’arte concettuale di Sol LeWitt. Il concettualismo di
Stefanoni però è più dichiarato che praticato: l’attitudine analitica cede il passo alla
suggestività, alla resa poetica dell’immagine, soprattutto nel ciclo di dipinti che ha inizio
attorno al 1985, e che prosegue ininterrotto sino alla scomparsa dell’artista.
Nella serie dei Senza titolo, alla quale appartengono anche i lavori pubblicati nelle
pagine seguenti, per la prima volta oggetto e paesaggio compaiono nei medesimi dipinti,
e il loro essere strettamente affini, e talvolta finanche commutabili, diviene palese.
Così come è evidente il tono riepilogativo di queste opere che si inseriscono in una
linea metafisica dell’arte italiana dalla quale sono attraversati sia il Beato Angelico, sia Carlo Carrà, per non citare che due tra i pittori più omaggiati da Stefanoni. Nel caso dei
Senza titolo però si tratta una metafisica priva di mitologia fondativa, di attrazione per l’ignoto, di immersione nell’inconscio, come ha fatto notare il loro più acuto interprete, Valerio Dehò. La pittura di Stefanoni contempla l’ovvio - nel senso etimologico di «ciò che s’incontra per la via» (il latino ob significa «incontro a»), ciò in cui chiunque s’imbatte nel percorso della propria esistenza - con un atteggiamento di «lucido stupore»: di fronte a sé ha un mistero a cui si possono soltanto dedicare degli ex voto profani , quali appaiono molti Senza titolo.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su
supporti dai formati talvolta anomali vasi da fiori, banderuole svolazzanti, dettagli
di edifici, alberi che sembrano usciti da un fumetto. La campitura monocroma dello
sfondo, irrorata da una luce di cui è arduo cogliere la provenienza (nonostante le ombre
marcate che proietta), fa risaltare oggetti e paesaggi conferendo loro un accento ironico e,
allo stesso tempo, algidamente lirico. Questa procedura creativa potrebbe essere reiterata
all’infinito, senza che si esaurisse la formula da cui è scaturita. Nella sua voluta serialità,
l’arte di Stefanoni tende a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro
che eccezionale, un tono elegiaco che appartiene alla quotidianità più consueta, più
replicabile, e paradossalmente più preziosa.

Roberto Borghi


Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione
Dal 25/10 al  21/12/2018
A cura di: Roberto Borghi
Coordinamento mostra: Federica Zaffaroni

Catalogo: Bollettino della Galleria del Milione n. 199
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.00, sabato su appuntamento
Ingresso: libero

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
T. e fax 02 29063272 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

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