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Luigi Negro Barquez, personale, Spazio Temporaneo, Milano, fino al 18/10/2019

Inaugurazione Mercoledì 18 Settembre h.18

SEGNI SOGNATI di Lorella Giudici

Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni”.
Paulo Coelho, Le Valchirie, 2010

Luigi Negro Barquezha il mondo in mano. Sì, perché Gigi, così lo chiamano gli amici, è tra i pochi ad aver scelto di dare voce ai segni che gli arrivano dai sogni, ovvero a quella dimensione profonda e fantastica che sa trasformare un pezzo di legno in un totem e un telaio da artista in una mappa di ricordi o in una pagina di poesia. E quelle mani che nei disegni si tingono dei colori dell’arcobaleno, maculandosi in zone di intensità differenti, non sono impronte, ma bioelettrofotografie delle pulsioni, dell’energia e del calore dei sentimenti.
Pensatore solitario e idealista indefesso, Barquez ha fatto scelte di vita e di ricerca ben precise: si è allontanato dal frastuono della metropoli e del mondo dell’arte per vivere e lavorare nel raccoglimento dei boschi del Friuli, dove ha trovato la dimensione perfetta per potersi concentrare nell’ascolto della natura e delle anime che la percorrono. Lì Barquez ha raccolto i materiali che quel magico ambiente gli offriva (legni, foglie, noci, cera…) per poi unirli ad altri frammenti, a prelievi domestici, sempre molto attento a quelle materie, sulle cui superfici, hanno impressa la traccia di una storia, i segni del tempo, il fascino della vita. A questi imprevedibili incontri e ai loro conseguenti intarsi, Gigi ha aggiunto tocchi di colore, prevalentemente bianco e nero, che è come dire la luce e l’ombra, l’evanescenza siderale e il mistero della notte.
I segni e i sogni per Luigi Negro Barquez sono le tracce di un vocabolario formale e linguistico ricco di suggestioni evocative, di un racconto che va alle origini del mondo, ma anche di un noumeno intelligibile che è proprio della metafisica, intesa non solo come riferimento dechirichiano di attesa ed eternità, ma anche come qualcosa che ha a che fare con una spiritualità animistica, ancestrale.
Come uno sciamano, l’artista capta le energie del creato e le convoglia in composizioni che richiedono poi ordine, silenzio, proporzione e persino rigore matematico. Il risultato è in questi cicli che, al di là delle loro evidenti differenze, hanno in comune il desiderio di guidare dentro ai misteri dell’universo per mapparne l’armonia, per appuntarne le leggi fondamentali, per fare del creato una fantastica sequenza di stupefatte topografie artigianali.
Un gruppo l'ha chiamato Bianchi pieni: diagrammi costruiti con fili tesi, costellazioni di fori e chiodi, dove la geometria non è la regola, ma una delle possibilità di essere, un appunto per la soluzione di un nodo gordiano.
Un altro nucleo l'ha raggruppato sotto il titolo di Bianchi vuoti, dove il vuoto nasce tra le trame di spaghi colorati, tra grafici tracciati nello spazio del telaio e i cui reticoli si intrecciano e si aggrappano al legno come le corde di uno strumento musicale e disegnano i punti nevralgici di una rotta che più che geografica è mentale (Direzione dei venti;Orientamento zero). In alcuni casi sul telaio sono persino stampate le lettere e i numeri di cabalistiche latitudini (Bussola; Torre; Triplo zero). Anche nei Quadrati bianchi vuotiil cuore è costruito con fili tesi e annodati, ma questa volta sono delle vere e proprie reti che tentano di tenere insieme cornici assemblate con rettangoli di legno, setacci di sogni nelle cui maglie ordinate è facile rimanere impigliati. Come è successo a una vecchia chiave, la cui emblematica impronta è ora impressa per sempre in una colata di morbida cera.
Il legno è il grande protagonista del lavoro di Barquez, sia quando è ritagliato in funzionali geometrie sia quando diventa scultura totemica e apotropaica, sulla quale linee tracciate con il colore o con fili e punti incisi con le capocchie dei chiodini o con gocce di cera rossa disegnano figure e coordinate di chissà quali magici luoghi spaziali. Una precisa e razionale logica geometrica si sovrappone alla grezza bellezza del legno, la cui superficie in alcune porzioni è stata coperta con sagome nere – tanto scuro da sembrare combusto - o da una forma bianca come a purificarne l’essenza. Non è difficile trovare, inserita in qualche cavità, una pallina di filo colorato, strumento che potenzialmente potrebbe misurare qualche distanza, ma anche ricucire quelle parti che il tempo inevitabilmente dissalderà.
Infine la meravigliosa Protobiblioteca dei tarli: una sequenza di moderni “rotoli” dal sapore orientale, realizzati con ciocchi di legno sulle cui superfici oltre ai soliti elementi geometrici, partoriti dalla mente dell’uomo, ci sono incisi i segni lasciati dai percorsi dei tarli che vanno a disegnare eleganti e leggere orditure di piume, che poi Luigi a volte ripercorre con il colore e a volte lascia in purezza. Nelle cavità dei nodi, a completare il kit di questa immaginaria protobiblioteca, come occhi impertinenti, fanno ancora una volta capolino colorate palline di filo.
Sono appunti di un visionario navigatore, improbabili bussole di un moderno Salgari. Così come per lo scrittore di Verona, per il quale il viaggio non aveva bisogno di aerei, ma si consumava semplicemente chiudendo gli occhi tra le pagine della biblioteca della sua città, per Barquez i segreti del cosmo si codificano interpretando i segni che di tanto in tanto gli spiriti affidano al sogno.

Lorella Giudici


EPIFANIE DEL SEGNO  di Eleonora Fiorani 

Opere mentali e del silenzio, volte a cogliere e a far apparire e sondare le forze e le energie invisibili presenti nella natura di cui è portatore tutto ciò che esiste e su cui non si sofferma la nostra attenzione: è così che mi appaiono le diverse serie di opere di Luigi Negro Barquez a cui ha dato il titolo Segni sognati. Segni dunque che si originano nell’immaginazione da cui vengono i sogni, dato che non è solo la facoltà del possibile, ma il luogo in cui si installa la stessa conoscenza che per essere fa perno sull’immaginario.
È in esso infatti che vivono le tendenze latenti e quelle che sono nascoste e per questo, come diceva Benjamin, è una figura del risveglio, in grado di donarci una nuova consapevolezza e un nuovo sguardo. E sempre per questo è nei sogni ad occhi aperti che Freud ha connesso l’opera artistica, pensando le opere come situazioni sognate, fantasie che la psicanalisi chiama fantasmi di cui l’artista è il creatore. Sognare è allora risvegliare i desideri dell’invisibile, per rianimare dei ricordi e proiettare nell’avvenire una situazione sognata e, così facendo, ritrovare se stessi e resuscitare le cose morte o quelle dimenticate.
È quello che fa Luigi Negro Barquez con opere che esibiscono la loro artigianalità cercando, con rigore e severità mentale, nell’imperfezione e nell’irregolarità una verità che fuoriesce dagli schemi della rappresentazione. Vi è in esse un doppio movimento: un andare ai materiali naturali e alle forme prime, essenziali: linee, punti, intrecci a ritrovarle e a reinventarle nelle geometrie primarie di quadrati, triangoli, cerchi, lettere dell’alfabeto, numeri, rintracciati nelle forme della natura per un ricominciare che rompe le norme e trasgredisce le convenzioni degli schemi e degli ordini costituiti o consegnati a una trasmissione prevista, andando oltre la pittura e la scultura  a ritrovare l’idea stessa di fare arte.
Di qui i Bianchi vuoti, in cui il vuoto non è il nulla, è esso stesso forma, il luogo in cui tutto accade. ? in questo senso che il significato più profondo della forma è quello di guidare verso un grande istante di un improvviso silenzio per volgersi verso la vita che rotola senza meta né fine. E nei Bianchi pieni gli spazi pieni si alternano a spazi vuoti. In essi i segni orizzontali e verticali generano un linguaggio fatto di linee che sembrano seguire una propria ragion d’essere e di trasformazione interiore. Il risultato è una serie di reticoli, che hanno un loro ritmo, una loro profondità e una loro disarmonica armonia, che non è posta secondo stabiliti ordini regolari o geometrici, ma liberamente. Sono segni attraversati da linee di forza e da aggregazioni.
Sono, a me pare, mappe o costellazioni insieme della natura e della mente che in disarmonie e le asimmetrie creano e rintracciano un ordine. Opere che, attraverso entità elementari, linee, lettere e numeri indefinitamente ripetuti, che si dispongono nello spazio vuoto o su una superficie monocroma, sono espressione della nostra stessa esistenza e per le quali occorre tenere conto di alcuni aspetti della sua tecnica di lavoro.
Vedendo le sue opere, siamo infatti indotti a supporre la sua mano: come se la mano, mossa da una sua mente interiore, pensasse e a considerare che c’è un nesso stretto tra la mano, la tecnica e il linguaggio e il cervello: l’uomo pensa con le dita: così dice con un’immagine bellissima l’antropologo Leroi-Gouhran. E la mano dell’artista è il deposito fondamentale della sua intelligenza e sensibilità e anche della sua tradizione formale. Così, guardandoli, infatti, siamo indotti a seguire il progetto della mano che li ha disposti, intrecciati, avvolti in reticoli che sono posti in uno spazio e in un tempo sospeso, in giochi di luci e ombre. Strutturati in serie che possono anche essere di minime variazioni costituiscono alfabeti di una mutazione che non ha né inizio né fine. L’accento è posto sui valori dinamici e musicali di un fare artistico che è anche conoscenza in un andare oltre. 
A sua volta la serie di opere Punti di energia è costituita da forme totemiche, che appaiono come monoliti che rammemorano le pareti, le rocce, le superfici, su cui si iscrivevano e non hanno mai cessato di iscriversi segni e figure, a cogliere le energie invisibili di una natura tutta vivente. I Tarlisono tronchi, monoliti, sulla cui superficie le strutturazioni dei segni in fitte forme triangolari ci riportano all’albero e alla foresta cui appartengono, mentre nei tarli di questi monoliti, trovati o da lui creati, l’artista ha inserito piccoli oggetti che mi appaiono come una sorta di segreto e prezioso dono.  
E per quanto riguarda il legno, materiale privilegiato delle sue opere, non possiamo dimenticare che il legame tra uomo e albero risale alla notte dei tempi e si intreccia con aspetti magici, con il mito e con aspetti più razionali, giungendo ai nostri tempi. Quando parliamo del legno, non stiamo parlando di un semplice materiale, ma di un vero e proprio organismo, stiamo parlando dell'albero vivo. Gli alberi sono gli archetipi dell'umanità come sta scritto nelle Upanishadper le quali l'uomo è uguale all'albero. Il mito esprime questa verità raccontandoci della grande madre paragonata all'albero, che fornisce nutrimento alle anime. La figura dell'albero, ben radicata nella terra che lo alimenta e che si innalza verso il cielo, verso la luce, da sempre incanta l'umanità. E l’arte di Luigi Negro Barquez ce lo ricorda in tutte le sue opere. Così l’arte è anche il luogo in cui accade una verità che ci riconsegna al rapporto con la natura che ci costituisce. E l’impronta della mano che riluce in splendidi colori, presente nei suoi disegni, mi appare come il suo autoritratto e la sua firma.

Eleonora Fiorani


Mostra personale di Luigi Negro Barquez
Inaugurazione Mercoledì 18 Settembre h.18
Fino al 18 Ottobre 2019

Testo filosofico di Eleonora Fiorani
Testo storico critico di Lorella Giudici

Spaziotemporaneo, Via Solferino 56
Milano

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