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Palazzo Maffei – Casa Museo, Fondazione Luigi Carlon, Verona, dal 14/02/2020

A Verona nel cuore della città apre una nuova eccellenza culturale. Un evento importante sotto tanti profili. Un’affascinante casa-museo, un nuovo punto di riferimento per gli amanti dell’arte, un percorso eclettico tra capolavori e curiosità che attraversano più di cinque secoli, accomunati da una caleidoscopica passione collezionistica. 
Da un lato il restauro completo di uno dei più scenografici e noti palazzi seicenteschi della città, Palazzo Maffei, quinta suggestiva di Piazza delle Erbe, con la sua facciata barocca ora risplendente, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e le pitture murali del piano nobile; dall’altro una raccolta d’arte di grande interesse che spazia dalla fine del Trecento fino ad oggi, frutto di oltre cinquant’anni di passione collezionistica dell’imprenditore Luigi Carlon.

Un percorso espositivo dalla “doppia anima”, tra antico e moderno, che attraversa oltre cinque secoli, con oltre 350 opere in dialogo tra le arti: pittura, scultura, arti applicate e architettura.

Un importante focus sulla pittura veronese e la passione per il Futurismo italiano e la Metafisica. Autentici capolavori dell’arte moderna e contemporanea e i grandi Maestri del XX secolo: da Picasso a de Chirico, da Mirò a Kandinsky, da Magritte a Fontana, Burri e Manzoni.
Palazzo Maffei - Casa Museo”, un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico e allestitivo dello studio Baldessari e Baldessari e da un’idea museografica di Gabriella Belli, con contributi scientifici di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.
La proposta e il percorso sono sorprendenti, con oltre 350 opere, tra cui quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e un’importante selezione di oggetti d’arte applicata (mobili d’epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d’arte orientale, rari volumi) e con una scelta espositiva dalla “doppia anima”.

La prima parte, connotata dagli affacci sulla piazza, si privilegia il dialogo con gli ambienti del piano nobile del palazzo a ricreare l’atmosfera di una dimora privata, ma anche il senso di una wunderkammer e di una sintesi tra le arti, con nuclei tematici d’arte antica in cui irrompe all’improvviso il dialogo con la modernità; nella seconda parte, dedicata al Novecento e all’arte contemporanea, si è invece voluta creare una vera e propria galleria museale, ove spiccano molti capolavori, si scorge la passione per il Futurismo e la Metafisica e s’incontrano alcuni dei massimi artisti del XX secolo: Boccioni, Balla, Severini, ma anche Picasso e Braque; de Chirico, Casorati e Morandi accanto a Magritte, Max Ernst, Duchamp.
E ancora Afro, Vedova, Fontana, Burri, Tancredi, De Dominicis, Manzoni e molti altri.

Per Luigi Carlon, Cavaliere del Lavoro, le opere raccolte negli anni sono racconti di vita, gesti d’amore, testimonianze di quella sensibilità unica e singolare che egli ha colto negli artisti fin da giovane e dalla quale è stato affascinato e colpito.
La collezione contiene molti nuclei significativi, che testimoniano l’organicità delle acquisizioni, mentre l’interesse per la storia artistica veronese rappresenta un elemento di forte valore identitario della raccolta d’arte antica che vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero, con opere tra gli altri di Altichiero e Liberale da Verona, Nicolò Giolfino, Zenone Veronese, Bonifacio de’ Pitati, Antonio e Giovanni Badile, Felice Brusasorci, Jacopo Ligozzi, Alessandro Turchi, Marc’Antonio Bassetti, Antonio Balestra, Giambettino Cignaroli.
Dalla visione privata, dall’intimo della residenza quotidiana, questo patrimonio d’arte diventa ora ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico come è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), e di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.
Il percorso si sviluppa quindi cronologicamente e per temi, lungo 18 sale, dove si susseguono quei corto circuiti emotivi che ben rispondono alla sensibilità e al gusto collezionistico di Luigi Carlon: è il caso dei tagli rossi di Fontana - uno tra i notevoli Concetti spaziali esposti - accostati a tavole a fondo oro d’arte sacra del tre-quattrocento; della monumentale Maternità di Arturo Martini, a tu per tu con antiche e importanti rappresentazioni iconografiche della Madonna con Bambino; o ancora dei potenti affondi sul tema della guerra e del conflitto con Lencillo, Marino Marini e Alberto Burri - una magnifica combustione, Tutto nero, del 1957 - in dialogo con le eroiche battaglie di Matteo Stom e Antonio Calza. 
Un crescendo di emozioni, passando tra le protagoniste femminili della storia e del mito e le vedute di Verona, per poi percorrere tutto d’un fiato le principali avanguardie del Novecento costellate di imperdibili capolavori, fino alle istanze più attuali con Pistoletto, Cattelan, De Dominicis, Erlich, Nannucci ecc.

Palazzo Maffei non vuole essere solo uno spazio espositivo ma un’opportunità, un vivace e propulsivo luogo di cultura in dialogo stretto con la città e le grandi Istituzioni culturali di Verona e non solo. Eventi, incontri, laboratori didattici e iniziative diverse animeranno in breve tempo le giornate a Palazzo Maffei, che offre anche una biblioteca specialistica su prenotazione e - dalla balconata che sormonta il palazzo, a dominare con le sue statue Piazza delle Erbe - un’impagabile, emozionante vista sulla città e le colline circostanti, di struggente bellezza.
Dalla visione privata, dall'intimo della residenza quotidiana, questo patrimonio d'arte diventa ora ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico come è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.
Oltre il portone di Palazzo Maffei, inizia ora una nuova avventura dell'arte: si apre uno scrigno, si racconta una passione.

PERCORSO ESPOSITIVO

Viste dalla piazza in un ardito scorcio sotto in su, le sei statue che poggiano sulla balaustra estrema della facciata di Palazzo Maffei - Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva - danno un senso di vertigine per il loro particolare affaccio. Sono tutte in pietra locale coeve al rifacimento seicentesco del Palazzo tranne l’Ercolea sinistra, realizzato in marmo pario, probabilmente di epoca romana, come le fondamenta. È un palinsesto di storia questo edificio, il cui corpo più antico risale al tardo medioevo. Tuttavia è la sua anima barocca ad emergere con forza non solo nell’elegantissima facciata, che alterna motivi architettonici tardo rinascimentali a bizzarrie barocche, ma anche nella scala elicoidale che sfida le regole strutturali - “tutta in aria” scrisse ilf amoso erudito Scipione Maffei, ramo collaterale della famiglia proprietaria - e pure negli ambienti interni, a partire da quella “Sala degli Stucchi” che accoglie il visitatoreal suo ingresso, con decori di cariatidi e talemoni. Qui, ancor prima di iniziare il percorso vero e proprio, ci dà il benvenuto, accantoall’installazione in vetro e acciaio di Arcangelo Sassolino Qualcosa è cambiato (2019), l’opera site specific in neon di Maurizio Nannucci New horizons for other visions /New visons for other horizons: che invita il pubblico a leggere l’arte secondo nuove einusuali prospettive. Entriamo nel vivo.Il percorso, lungo le18 sale espositive, prende il via dal grande ambiente affacciato suPiazza delle Erbe, l’antico Foro romano di Verona.

Arditi dialoghi e confronti tematici
Siamo nella sala più importante del piano nobile del palazzo come ricordano gli affreschi policromi del XVIII- XIX secolo. Alle pareti, capolavori della pittura veronese tra la fine del Trecento e l’inizio del Seicento, come la grande tela attribuita da Federico Zeri a Zenone Veronese, Il Ratto di Elena, acquistata nel 1912 dal Metropolitan Museum di New York e conservata nelle collezioni del museo statunitense per circa novantanni; o come la magnifica Apoteosi di Ercole dipinto di Battista Zelotti; o ancora la trecentesca tavoletta - forse di Altichiero da Verona- con Cristo davanti a Caifa, una delle sei preziose tavole di un polittico smembrato, apparse sul mercato bergamasco nel 1996 e definite “la scoperta più importante avvenuta negli ultimi settant’anni nel campo dellapittura dell’Italia Settentrionale”. Quindi mobili di pregevole fattura, sculture ligneedi autori del Centro Italia e del Sud Tirolo, disegni antichi e incisioni (splendida quella del Baccanale con Sileno di Andrea Mantegna), avori della bottega veneziana degli Embriachi, preziosi manufatti. Nella stessa ala dell’edificio anche lo “scrigno” di Palazzo Maffei o “Mirabilia” - che conserva alle pareti squarci di affresco con suggestive architetture di paesaggio - e la sala dedicata alla “Mater amorevolissima”.
L’andamento cronologico si apre ora a focus tematici e soprattutto ai corto circuiti emotivi del dialogo improvviso e potente tra antico e moderno, segno distintivo del sentire di Luigi Carlon. Così, in quella che appare come un’antica sala delle meraviglie, tra fondi oro tre-quattrocenteschi e fogli miniati del XIII e XIV secolo, ecco i tagli di Lucio Fontana su fondo rosso, colore simbolo dell’energia vitale (Concetto Spaziale) confrontarsi, nella ricerca di un terza dimensione spaziale oltre la tela, con l’ “oltre mistico” della Crocefissione e della Resurrezione di Cristo. Mentre nella III sala la monumentale Maternità, 1932 – 1933, di Arturo Martini, unamirabile sintesi arcaica di valori plastici, riafferma a secoli di distanza il valore delsoggetto mariano, interpretato variamente nelle opere quattro-cinquecentescheesposte, dove spiccano tra gli altri importanti dipinti attribuiti ad Antonio Badile, Liberale da Verona e Fra Girolamo Bonsignori.
Di “Santi ed Eroi” narrano le opere della V sala, vero excursus della pittura veronese, che dal XVI secolo giunge fino al Settecento grazie alla spettacolare interpretazione de La strage degli innocenti di Simone Brentana, considerata il capolavoro dell’artista veneziano trasferitosi a Verona nel 1686. Incontriamo qui autori come Jacopo Ligozzi e Paolo Farinati, il cui Cristo al Limbo è forse una delle copie un tempo documentate nel monastero dei Santi Nazaro e Celso a Verona, o come Alessandro Turchi con un bellissimo Sansone e Dalila dall’impianto fortemente teatrale. Vera singolarità della collezione Carlon è poi un nucleo di dipinti su lavagna e pietra di paragone: una produzione dai singolari effetti luministici e cromatici, diffusa nel primo Seicento soprattutto in area veronese e bresciana grazie alla ricchezza di cave locali.
Non può lasciare indifferente il contrappunto contemporaneo all’arte antica nelle sale intitolate “l’Ira funesta” e “Venere e le Altre”. Alle pregevoli tele di Matteo Stom e di Antonio Calza - raffigurazioni di battaglie come esaltazione di gesta gloriose tra grovigli di soldati, torsioni di cavalli e spade lumeggianti - la sensibilità moderna, scossa dal dramma della seconda guerra mondiale, reagisce con visioni tragiche ed empatiche: la tensione poetica informale di Leoncillo (Racconto rosso, 1963), le lacerazioni della serie Combustioni di Alberto Burri (Tutto nero, 1957), il cavaliere disarcionato di Marino Marini nel bellissimo bronzo Piccolo Miracolo, parte di una serie di sette esemplari eseguiti nel 1951. Nella sala successiva, alle iconografie classiche di dee, eroine e donne mortali come Lot ed Estero Amore e Cleopatra (potente il dipinto di Giambettino Cignaroli del 1770, di cui si conosce il disegno preparatorio alla Biblioteca Ambrosiana di Milano) fanno da contraltare le figure distorte e inquietanti della Medusa di Lucio Fontana, opera ceramica del ‘38-‘39, e della straordinaria Tete di femme di Pablo Picasso, con cui l’artista spagnolo raffigura con spigolose e drammatiche pennellate nere e grigie la sua compagna Dora Maar, proprio nell’anno - il 1943 - in cui sarebbe cessata la loro relazione.

I volti di Verona, le stanze del collezionista e la rivoluzione futurista.
È dedicata a Verona e ai paesaggi veneti la sala intitolata “Cannocchiale sulla città” con bei dipinti di varie epoche tra i quali spicca un assoluto capolavoro di Gaspar van Wittel Veduta dell’Adige nei pressi di San Giorgio in Braida, vera perla della collezione Carlon: un’iconografia senza precedenti nelle vedute di Verona, eseguita dall’artista olandese sulla scorta di un disegno realizzato durante il secondo viaggio in Italia nel 1695.
Qui, tra le altre opere, anche vedute di fantasia di Andrea Porta, una laboriosa e vivace Piazza delle Erbe immortalata da Giovanni Boldini, una solare veduta di Ponte Navi dal Lungadige di Porta Vittoria, opera di Giuseppe Canella e un’antologia di ricordi e cromatismi nella Cortina d’Ampezzo di Mario Sironi.
Il “Salotto blu”, la “Sala degli stucchi” e “La monachella” sono gli ambienti che più rievocano l’abitazione del collezionista, i luoghi intimi della casa vissuta di contrasti e di affastellamenti pieni di gusto per il bello, di curiosità eclettica e di passione per la forza creativa e dirompente dell’arte. Nel cosiddetto “Salotto blu”, opere d’arte antica come un capolavoro di Gregorio Lazzarinio un aristocratico ritratto femminile di Giovanni Boldini, Donna Franca Florio, si mescolano a lavori di Giuseppe Capogrossi o alle pennellate policrome del Tondo di Antonio Sanfilippo (1958), così come antichi mobili in lacca cinese dialogano con arredi europei del XVIII secolo: mobili, oggetti - come il clamoroso porta caviale in cristallo di rocca appartenuto allo Zar - che si trovavano nella casa di Carlon, parte della sua quotidianità, e che sono stati inseriti a Palazzo Maffei, testimoni dell’avventura di una vita. A connotare la “Sala degli stucchi” - dove si notano, tra le varie presenze importanti, le antiche maioliche da farmacia sono gli splendidi decori delle pareti e i dipinti iscritti in medaglioni, tornati a splendere grazie all’attento restauro; mentre il minuscolo ambiente de “La monachella”, quasi una specie di cella, ospita un’interessante serie di antiche sculture lignee di soggetto sacro, di diversa epoca e fattura. Anche in questo contesto non mancano gli accostamenti azzardati quanto suggestivi, come una Madonna in trono, raffinatissima scultura del XV secolo, accanto a un magnifico Concetto spaziale di Lucio Fontana del 1954: cambiano radicalmente i linguaggi ma, a distanza di secoli, opere apparentemente inconciliabili possono partecipare per empatia e assonanze simboliche al medesimo spirito di devozione e spiritualità. Usciti dall’enfilade di sale dedicate alla collezione d’arte antica, si entra nel Novecento. Il passaggio è reso evidente anche nella scelta allestitiva di un percorso che si fa sempre più museale, per raccogliere vere icone dell’arte del XX secolo, punte di diamante di qualunque collezione. Se l’ingresso nella contemporaneità è annunciato dal grande quadro di Mario Schifano Futurismo rivisitato a colori (1979-1980) - omaggio alla celeberrima fotografia con Marinetti, Carrà, Russolo, Boccioni e Severini scattata a Parigi nel 1912 in occasione della prima mostra all’estero del gruppo - il tuffo nel Futurismo, vera passione di Luigi Carlon e uno dei nuclei più omogenei della sua raccolta, viene preparato attraversouna serie di opere e artisti che segnano gli esiti in Italia dei venti rivoluzionari europeidi fine Ottocento: il grande ritrattista della Belle Èpoque Giovanni Boldini ; Felice Casorati con un’opera del primo periodo veronese Vaso con papaveri e margherite (1913), in bilico tra echi secessionisti e atmosfere simboliste; il geniale Medardo Rosso e il giovane Umberto Boccioni, autore nel 1907 di uno straordinario capolavoro divisionista Il Canal Grande a Venezia. Una tela quest’ultima che comprova il debito, verso questa pittura spezzata e densadi colore, contratto dai Futuristi italiani, i cui primissimi esperimenti sono evocati inquesto contesto da due superbe opere di Carlo Carrà del 1911 tra cui La donna e l’assenzio (Donna al caffè), assoluto capolavoro.
La sala dedicata al Futurismo a Palazzo Maffei è un incalzare di opere chiave del movimento che volle fare piazza pulita del passatismo culturale borghese e delle accademie, a partire proprio da linee-forza del pugno di Boccioni, di Giacomo Balla (probabilmente il cartone preparatorio di un arazzo per L’Exposition des artes décoratifs di Parigi del 1925) che volle così ricordare, alla morte dell’amico, il pugno che Boccioni aveva simbolicamente sferrato al “ventre molle” della borghesia. Ma di Balla non si può non citare anche Compenetrazioni iridescenti n. 1, la prima importantissima opera delle serie che l’artista realizza tra ottobre e dicembre del 1912, in Germania, cercando di rendere visibile l’invisibile, ovvero il dinamismo e le rifrazioni luminose. Siamo di fronte a uno dei primi dipinti totalmente astratti del Novecento. Quindi Linea di velocità e vortice - composizione ideata intorno al 1914-15, ma realizzata negli anni trenta, un vortice in apparente movimento perenne, realizzato in ottone cromato - e Mercurio che passa davanti al sole, soggetto legato a un evento astronomico (il 7 novembre del 1914) che Balla lesse anche come percorso teosofico. E poi Ardengo Soffici, che smonta e ricostruisce in chiave futurista il tema della natura morta; Filippo De Pisis, con uno splendido acquarello della fase iniziale che risente delle composizioni astratto geometriche di Robert e Sonia Delaunay; Gino Severini, con una delle sue clamorose opere dedicate alle ballerine e soprattutto con un dipinto, fondamentale nel percorso dell’artista, come Jeanne dans l’atelier (1915 ) in cui liberandosi dalle regole futuriste nel ritrarre la moglie, cerca una sintesi tra le ricerche sulla compenetrazione dei corpi e la dinamicità dell’immagine e le formule elaborate da Braque e Picasso. C’è anche Kandinsky: Dunmpf-Klar (1928) è un’opera emblematica del suo periodo Bauhaus in cui si concentra sulla linee, più che sul colore, e sulle loro relazioni quasi metafisiche nello spazio.

Le avanguardie del Novecento, i grandi maestri e capolavori, lo sguardo al domani.
Difficile fare sintesi di un percorso che diventa sempre più denso di opere di grandissimo livello, a partire dall’ultimo arrivato nella collezione Carlon, uno straordinario Paesaggio Urbano di Mario Sironi del 1921, appartenuto alla collezione di Margherita Sarfatti, simbolico dei soggetti e delle atmosfere novecentesche della pittura sironiana dopo l’esperienza futurista. Nelle sale che seguono, i lavori degli artisti segnano l’incontro con le avanguardie del Novecento - Metafisica, Surrealismo, Realismo magico - e con la complessità di un rinnovamento radicale che porta a intraprendere tante e diverse strade. La via del sogno e dell’alterità è quella percorsa da de Chirico, Savinio, Magritte, Marx Ernst. Ecco dunque una Piazza d’Italia del 1912 con tutti gli elementi tipici della poetica metafisica del grande de Chirico, prima amato e poi considerato superato dai surrealisti; ecco uno spettacolare Magritte con la La fenêtre ouverte (1966) dipinta un anno prima della morte, in cui il pittore belga crea un ambiente onirico, misterioso e immobile, sovvertendo gli abituali rapporti di relazione, illuminazione e posizione e creando simbologie destabilizzanti quanto inquietanti; ed ecco La fidèle épouse opera capitale nel percorso di Alberto Savinio, che con un gioco ironico, colto e allusivo, è capace di coniugare livelli diversi di citazioni iconografiche e di simbolismi, echi della pittura barocca e della sintassi metafisica, testimoniando la piena adesione alla poetica surrealista. E se suggestivo è l’accostamento con le sculture contemporanee di Giuseppe Gallo - deformanti e paradossali quanto surreali e inquietanti nel loro richiamo a visioni e miti ancestrali - appare quanto mai interessante la possibilità del confronto, offerta dalla Collezione Carlon, con il personale linguaggio surrealista di Mirò, presente con Figure del 1936. Se De Pisis è ancora in bilico tra metafisica e arcamo, il Realismo Magico di Carrà e di Casorati, ma anche di Morandi, conduce a scoprire il senso della malinconia e della solitudine, il silenzio e la vita interiore delle cose nella pittura, attraverso tre suggestive nature morte, accostate a una interpretazione seicentesca del soggetto, forse opera della pittrice Fede Galizia, e all’arcaismo insito nella scultura della Pomona, di Marino Marini. L’arte nello stesso periodo indossa tuttavia anche il volto del Dadaismo e della disobbedienza di Duchamp e del suo ready-made, dissacrante espressione di una rivoluzione concettuale unica. Duchamp è il padre di tutto il Novecento. Divertente e ricchissima è la Boîte-en-valise (1935 -1941) che troneggia al centro della sala: una sorta di catalogo in miniatura di tutta la sua opera, che Duchamp si inventò e volle produrre in 300 copie. Una magica valigia - che sottende i concetti del viaggio, della transitorietà e della riproducibilità dell’opera d’arte - contenente fedeli riproduzioni a colori, vetri, oggetti, dipinti, disegni, ecc. per un totale di 69 pezzi: quasi la sua produzione completa dal 1910 al 1937. Infine, di grande impatto nella sala, anche la presenza di un superlativo Picasso cubista Femme assise (1954), che ritrae con equilibrio Françoise Gilot, la compagna che avevapreso il posto di Dora Maar. Accanto: la Pescatrice o Testa II di George Braque, che circa trent’anni prima si confrontava con le invenzioni picassiane di quel tempo, e One multicolored Marilyn di Andy Warhol, in cui l’artista, come nelle altre opere della serie“Reversal”, reinventa la sua icona pop in negativo. La sala XV ci porta nell’arte astratta del secondo dopoguerra e nell’affermazione dell’Informale, nella sua declinazione spaziale e materica. Afro, Santomaso, Novelli e Tancredi alla fine degli anni cinquanta cercano di ricollocare l’arte italiana nel panorama internazionale, confrontandosi con l’arte americana (Pollock e de Koonig). Fecondo anche il dialogo con Cy Twombly, per diversi anni presente a Roma, ove realizza anche l’opera qui esposta Claudius (1963), coraggioso intreccio quasi causale tra grafia e materia, segni riconoscibili e irriconoscibili. E non mancano neppure Colla e Dorazio. Il faccia a faccia tra due artisti di sicura fede antifascista, come Renato Guttuso con L’armadio realista ed Emilio Vedova con un’opera del Ciclo 60, rende esplicito il vivace dibattito nell’Italia del dopoguerra tra pittura figurativa e pittura astratta, in risposta alla funzione sociale e democratica dell’arte, espressione della libertà raggiunta. Polemiche che si dissolvono con le tre straordinarie personalità di Fontana, Burri e Manzoni, di cui la casa museo Palazzo Maffei propone un nucleo importante di lavori: dal superbo esemplare della serie dei Legni di Burri, datato 1960 (affiancato a White del 1952 e a Cellotex rosso e nero del 1981), alle Nature (sculture in bronzo) di Lucio Fontana e alle sue Attese - con i famosi tagli che raccontano la ricerca spaziale dell’artista e l’ansia di liberarsi dalla schiavitù della materia - fino alla pura materialità e al ruolo dissacrante degli Achrome (lavori composti da fibre naturali o sintetiche prive di colore) con cui Piero Manzoni, che scompare prematuramente a soli trent’anni, nega qualunque significato all’opera d’arte.

L’enigma della vita
Siamo alla conclusione di questo viaggio. Nell’ultima sala, ad alcuni lavori particolarmente amati resta il compito di lasciare al visitatore una suggestione, un interrogativo cui ripensare dopo questo affondo nel cuore di una raccolta fino a ieri non visibile al pubblico. Si succedono così Il saluto dell’amico lontano (1916), opera fondamentale del de Chirico metafisico, dipinta a Ferrara; uno dei cosiddetti Quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto - Arp su un mobile di Marchel Duchamp - che gioca sulla citazione multipla; la scintilla che Gino De Dominicis, in Senza titolo. Urvasi e Gilgamesh, fa scaturire dall’abbraccio mai narrato tra la dea induista della bellezza e della forza vitale e il mitico eroe del poema sumero, e - infine - Cloud (2016) installazione del giovane artista argentino Leandro Erlich appartenente alla poliforme galassia dell’Arte Concettuale, che in un gioco di specchi e di suggestioni ricrea all’interno di una teca il movimento continuo e la variabilità infinita delle nuvole.
L’enigma e l’incognita della vita che si fa arte.


Palazzo Maffei chiude con la sua magnifica facciata barocca il lato nord occidentaledi Piazza delle Erbe. Il corpo più antico dell’edificio fu edificato nel tardo medioevo nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina costruitoin epoca repubblicana, quando Verona divenne Municipio romano (49 a.C.) e le cui fondamenta perfettamente conservate sono tutt’oggi visibili. Alla sua destra si apre via S. Anastasia, alla sinistra corso Porta Borsari. L’edificio, così come oggi lo ammiriamo, è frutto di un imponente lavoro di ampliamentoeseguito nel corso del Seicento da Marcantonio e Rolandino Maffei, banchieri, la cui attività di cambio si era sviluppata proprio accanto a Piazza delle Erbe, all’epoca anche nota come piazza grande. Dai documenti si evince che i lavori dovettero iniziare all’incirca verso il 1626,  in cui zio e nipote inviano una supplica al Consiglio comunale per sollecitare l’approvazione di un intervento edilizio nella loro dimora, che evidentemente versa in cattive condizioni. Non si conosce il nome dell’architetto chiamato a riprogettare il palazzo, con ogni probabilità però vale l’affermazione di Scipione Maffei, il grande erudito e riformatore veronese, che pur appartenendo a un ramo collaterale conosce la storia della famiglia proprietaria e riporta che il disegno della dimora era “venuto da Roma”, cosa del tuttoprobabile dati i rapporti dei Maffei con l’Urbe. I lavori comunque devono in gran parte finire nel 1668, come ricorda una epigrafemurata nel cortile, e sono portati a termine da Rolandino, che fa avanzare la facciata, decorandola con statue, lesene e capitelli, e che abbellisce la sommità con una terrazza a tutta ampiezza destinata ad ospitare un giardino pensile, un agrumeto, descritto nel 1714 dal naturalista Johann Christoph Volkamer nelle tavole incise del suo album Continuation der Nurbergischen Hesperidum. Osservando il palazzo si comprende immediatamente che l’importanza della famiglia è magnificamente rappresentata dall’imponenza austera ed elegantissima della facciata, che alterna motivi architettonici tardo rinascimentali a bizzarrie barocche. L’edificio si sviluppa su tre piani che poggiano sui cinque archi di un falso portico. Il pianterreno ospita fin dal Medio Evo delle botteghe che nella modifica del Seicento si affacciano sulla piazza con un fronte di archi alternati a paraste doriche, a fasce di bugne. Più ricco è il disegno architettonico del primo e secondo piano, caratterizzati da una sequenza di porte/finestre sormontate da frontoni ricurvi e triangolari alternati, scandite da semi colonne ioniche con mascheroni e aperte con balconi balaustrati sulla piazza.
Il secondo piano è sormontato da una lunga balaustra su cui poggiano sei statue: Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo, Minerva a creare una vera quinta teatrale. Tutte di epoca coeva e in pietra locale, solo l’Ercole, prima a sinistra, risulta realizzatoin marmo pario: probabilmente un originale d’epoca romana come il Capitolium sottostante, riutilizzato nel rifacimento neoclassico.
Non meno scenografico è l’interno del palazzo. Oltrepassato il cannocchiale dell’arco d’ingresso, si scoprono due corpi di fabbrica raccordati da due corti quadrate comunicanti: attorno, l’intero edificio con grandi finestre al piano nobile, aperte su un balcone passante a ringhiera.
"Tutta in aria”, così descrive Scipione Maffei il prodigio strutturale della magnifica scala di forma elicoidale che dalle cantine giunge fino al tetto, coronata da una grande lanterna e da statue, una sfida alle leggi di gravità per quel suo essere stata eseguita “sostenendosi essa tutta in se stessa”.
Il piano nobile, dove oggi è esposta la Collezione Carlon, conserva nei saloni d’ingressoe in quello aperto su Piazza delle Erbe la testimonianza di un ciclo di affreschi eseguiticon ogni probabilità tra il XVIII e il XIX secolo, d’impronta classicheggiante.Dell’assetto originario del grande appartamento rimangono alcune belle stanzeinterne, affacciate sul secondo cortile, arricchite da elementi architettonici di pregio,come gli stucchi a motivi floreali, con specchiature ovali che racchiudono dipinti sutela di maniera, databili verso la fine del XVIII secolo, o la cornice in marmo neroproveniente da cave veronesi del grande camino della sala che prende luce dal vicolo.

Fondazione Luigi Carlon
Presidente: Luigi Carlon; Vicepresidente e Direttore: Vanessa Carlon
Da un’idea museografica di: Gabriella Belli, Direttore Fondazione Musei Civici di Venezia
Comitato Scientifico: Dott.ssa Gabriella Belli; Prof. Valerio Terraroli; Dott. Paolo Valerio
Progetto allestitivo e di restauro: Baldessari e Baldessari Architetti e Designers
Direzione lavori: Ing. Alessandro Mosconi
Restauri architettonici, beni mobilie tinteggiature a cura di: Massimo Tisato
Visual identity e graphic design: Sebastiano Girardi Studio
Editing dei testi di percorso: Language Consulting Congressi Srl; Domenico Pertocoli; Richard Sadleir
Orari: Dal lunedì al venerdì 10.00 – 18.00Sabato, domenica e festivi 11.00 – 19.00 (1 gennaio apertura dalle 13.00 alle 19.00) Chiuso il martedì, 25 dicembre
La Casa Museo rimarrà chiusa fino a domenica 15 marzo compresa.
Informazioni: palazzomaffeiverona.cominfo@palazzomaffeiverona.com - T +39 045 5118529 - T +39 045 2456959 (Amministrazione) - SocialFb @palazzomaffei - Inst @palazzomaffeiverona - info@palazzomaffeiverona.com
Biglietti: Intero: €. 10; Ridotto: €. 8; Tutte le convenzioni e riduzioni sono consultabili sul sito. Per gli abitanti di Verona l'ingrasso è gratuito.
Viste guidate su prenotazione: Visita guidata in Italiano €85 max 20 persone - durata: ore 1.15; Visita guidata in Inglese: €110 max 20 persone - durata: ore
Ufficio stampa e comunicazione: Villaggio Globale International - Antonella Lacchin - lacchin@villaggio-globale.it - T. 041 5904893 - M. +39 3357185874 - stampa@villaggio-globale.it

Palazzo Maffei
Piazza delle Erbe 38
37121 Verona

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