SiteLock

L’ombra del Moloch di Annarita Rossi, Palazzo Zenobio, Venezia

Dal 13 maggio al 6 agosto 2017 presso Palazzo Zenobio in Venezia la mostra “L'OMBRA DEL MOLOCH” esposizione pensata e realizzata da un idea di Annarita Rossi in collaborazione con Robert C. Phillips. L'inaugurazione è avvenuta il 13/05/2017 presso la sede di Ca Zenobio degli Armeni, Fondamenta del Soccorso, Dorsoduro, 2596, 30123 Venezia. L'esposizione si articola in una sorta di “collettiva” con gli artisti partecipanti raggruppati a due a due, in un continuo e ideale dialogo artistico, per periodi di quindici giorni per ogni coppia e terminerà con un esposizione corale.
La mostra propone un tragitto significativo con le opere dei vari artisti poste quali simboli, o totem, di un idea di base originale: “... Ogni giorno la gente d’Occidente svende un pezzo della propria anima per innalzare Moloch al cielo. Storpia la propria Natura per deificare questa cattedrale di luci corrotte. Sacrifica e spegne la propria luce per tenere acceso il Moloch. Ne abbiamo fatto un Dio e i suoi angeli ci sussurrano bisogni artificiali di cui ormai non possiamo fare a meno. Angeli dai nomi già mitici: Visa, Amazon, Sony, Samsung. “Mors tua vita mea” esclamano i monitor, i neon, gli slogan. Un fantasma si aggira sotto i grattacieli di New York, ma potrebbe essere Milano, Madrid, Parigi. O qualsiasi città globalizzata Asiatica o Medio-Orientale che s’illude che l’idea di moderno Occidentale sia in qualche misura salvifica. Il nemico non è più al fronte, ma nella tasca della giacca e ogni tanto squilla...
Simone Di Via

Gli artisti partecipanti: dal 13 maggio al 26 maggio Simon Gaon e Claudia Corò, dal 27 maggio al 9 giugno Maurizio Corradin “Mavry”, dal 10 giugno al 23 giugno Giancarlo Petrini e Graziano Rey, dal 24 giugno al 7 luglio Carlo Andreoli e Silvio Pasqualini, dal 8 luglio al 21 luglio Nicola Perfetto e Pietro Anceschi. Chiuderà l'esposizione una collettiva degli artisti presenti che si terrà dal 22 giugno al 6 agosto.


Time Square: all’ombra di Moloch
Moloch! Moloch! Moloch la cui anima sono elettricità e banche! Il cui sangue è denaro che corre!
Si sono rotti la schiena per innalzare Moloch al cielo!
Howl, Allen Ginsberg, 1958


Time Square è il totem del Capitalismo, il suo ghigno più frizzante, la sua moina più luccicante. Schiere di divise senza luce camminano prostrate ai suoi piedi come banderuole scure piegate dall’impeto dei simboli moderni, matericamente succubi degli slogan, delle strobo che quelle stesse ombre hanno con sudore edificato. Ogni giorno la gente d’Occidente svende un pezzo della propria anima per innalzare Moloch al cielo. Storpia la propria Natura per deificare questa cattedrale di luci corrotte. Sacrifica e spegne la propria luce per tenere acceso il Moloch. Ne abbiamo fatto un Dio e i suoi angeli ci sussurrano bisogni artificiali di cui ormai non possiamo fare a meno. Angeli dai nomi già mitici: Visa, Amazon, Sony, Samsung. “Mors tua vita mea” esclamano i monitor, i neon, gli slogan.
Un fantasma si aggira sotto i grattacieli di New York,  ma potrebbe essere Milano, Madrid, Parigi. O qualsiasi città globalizzata Asiatica o Medio-Orientale che s’illude che l’idea di moderno Occidentale e i suoi edonismi sterili siano in qualche misura salvifici. Il nemico non è più al fronte, ma nella tasca della giacca e ogni tanto squilla.
Incombe una luce malata all’ombra di Moloch. I simboli torchiano, schiacciano. L’uomo è una piccola ombra, appena abbozzata, sbilenca, una nota a piè tela. Con uno schizzo frettoloso Simon Gaon coglie appieno l’indole di noi moderni perennemente tesi verso qualcosa e in fuga da altro. I segni primitivi, l’intensità dei colori, la materia che trasborda dalla tela sono pura rabbia. Gaon si fa medium di ciò che nel profondo la gente all’ombra di Moloch cova: un rancore arcaico. Iroso ed erosivo.
Siamo i figli di mezzo della storia. Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star... ma non è così e lentamente lo stiamo imparando.
Edwar Norton, Fight Club, 1999

"L'Ombra del Moloch"

All’ombra di Moloch, all’ombra di Visa, Amazon e Mastercard si coltiva il suo rifiuto. I passanti-ombra che Gaon illumina nei suoi ritratti sono i marginali, gli anti–businessman, gli inutili al PIL.  Gente non marchiata dalla allucinazioni del soldo, dalla fretta, dalla spasmodica tensione del Totem Time Square.
Ma Gaon non bara. I suoi soggetti, ritratti nei caffè o a caso per strada, non sono lieti. Non li anima un fuoco di rivalsa. Né tantomeno sono pervasi da una grazia d’esistere. Sono crudelmente vivi, disperatamente vivi. Vibrano per l’atroce consapevolezza di essere già orfani di un futuro che non vedranno sorgere: un Uomo nuovo. Sanno invece che ciò vedranno l’indomani sarà l’imperdibile promozione per possedere un'altra macchina-elettrodomestico  che possiederà di fatto la sua esistenza.
Il colore è livido nel senso dell’ecchimosi. Sono segni di lotta le pennellate di Gaon. Di febbrile combattimento contro qualcosa che corrode e corrompe lo spirito. Ma è una guerra sorda contro un nemico invisibile, troppo dentro all’uomo per figurarselo fuori.  All’ombra di Moloch vaga l’umanità di domani, mesta,  inconsapevole che semina un futuro che non sa predire. Un umanità stuprata dagli squali col dollaro negli occhi. Un umanità che lentamente però sta rosicando il tavolo su cui poggia il Monopoli. Sembrano alieni, ma sono uomini veri. Tutto il resto è ingranaggio di Moloch.
Non poggiano a terra i soggetti di Gaon. Non hanno un luogo saldo in cui mettere radici. La loro Genesi li ha resi sospesi. Gli occhi guardano a lato, puntano altrove e se ti guardano sembrano chiederti: “Caxxo guardi?”. E’ una vita che vengono soppesati dalle bilance dei perbenisti. Non ne possono più. Sono stanchi e si appoggiano ai tavolini dei fast-food come a zattere alla deriva. Sono un po’ strabici, molto veri, imperfetti. Non sono allineati a una strada imposta, non hanno una direzione precisa anche perché quella precisa è una costrizione non una scelta e porta a Time Square, al Dio denaro. Appartengono a quella parte di noi esistenziale, animale. Sopita dal soporifero flusso di valuta.
Il cittadino Gaon appartiene a Moloch. Come tutti noi del resto. Ma Gaon in azione con cavalletto e pennelli all’ombra di Moloch è un ombra contro tutti. E in questa lotta diventa Artista, ma soprattutto uomo. Dipingendo Gaon diventa l’uomo che cerca e non trova nelle sue opere. Un uomo vivo, talentuosamente umano. Si evince nei suoi quadri l’esigenza di un uomo nuovo. Si respira questo desiderio profondo. Un anelito disperato che nell’Espressionismo trova il suo proprio sollievo. La tela è la sua trincea, ma anche una finestra sul domani. E qui che Gaon si fa artigiano delle visioni e ribelle consapevole. Gaon si fa medium dello sgomento civile dell’uomo e lo schiaffa sulla tela senza spiegazioni. E’ finito il tempo delle spiegazioni, delle soluzioni e della diplomazia. Gaon è un maleducato nel senso più nobile del termine, ti sprona, ti sollecita. Ogni pennellata è una sberla alla coscienza dell’uomo contemporaneo. Gaon dice a noi che guardiamo le sue tele. ”Uomo combatti contro te stesso, uomo combatti contro la società che hai creato che non ti rappresenta più, uomo sii uomo, sii bestia, sii intensità, sii ciò che vibra nel tuo essere, uomo esprimiti!
Espressionismo
Simon Gaon - Simone Di Via


L'ombra del Moloch
Evento collaterale alla 57. Biennale d'arte 2017
Curatori
: Annarita Rossi e Phillips C. R
Grafica
: Robert Carlo Phillips
dal
13 maggio al 6 agosto 2017
Orari: dallle ore 10 alle 18 
Informazioni e visit
e: dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 18:00
Ingresso: libero

Ca Zenobio degli Armeni
Fondamenta del Soccorso
Dorsoduro, 2596
30123 Venezia

Print Friendly, PDF & Email
(Visited 144 times, 1 visits today)
Condividi su: