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Renato Barilli: Visti da vicino, Museo della Permanente, Milano, dal 7/11/2018

Inaugurazione: mercoledì 7 novembre, ore 18.00


Al Museo della Permanente la bella personale “RENATO BARILLI. Visti da vicino”, con 70 tempere su carta Fabriano, che ritraggono protagonisti del mondo dell’arte, autoritratti e gruppi di famiglia.
Emerge la personalità di ogni personaggio con pennellate fresche ed immediate, ritratti che prendono spunto da fotografie da lui stesso scattate con il cellulare o inviategli dagli amici. La fotografia per lui è una traccia, senza quella "consistenza o sapore", mentre la tempera gli consente di restituirne i volumi e la vitalità, "ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti... "
Un combattimento per l'immagine, la sua rivincita della pittura.

Renato Barilli (1935), andato in pensione dopo una vita spesa quasi tutta come docente di storia e critica d’arte al corso DAMS dell’Università di Bologna, ha ripreso in mano i pennelli che aveva dismesso circa mezzo secolo fa, ritenendo che la fotografia avesse vinto definitivamente la partita e che i pennelli fossero ormai inutili. Ma in seguito ha ritenuto che fosse il caso di rilanciare quello che, da Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio, in una mostra famosa del 1973, era stato definito “Combattimento per un’immagine”.

Non si tratta di negare la prevalenza della foto, ora resa così familiare dai selfie e dagli scatti ripresi col cellulare, ma forse è il caso di ridare a quelle immagini un po’ di spessore, carne ai volti, sostanza ai tessuti, all’arredo delle stanze, e così via. Ne è uscita pertanto questa galleria che ora, con animo trepidante, il pittore anziano e novellino nello stesso tempo propone al pubblico milanese, avvertendo i raffigurati che lo specchio è volutamente infedele, ma mosso dalla speranza di aver afferrato in ciascun caso un po’ di sostanza, di tangibilità e personalità, di cui invece sono avare le riproduzioni fotografiche. C’è qualche magno esempio che lo sorregge su questa via, anche se vi fa riferimento con esitazione, temendo di cadere nel classico reato di paragonare il piccolo al grande, certo è che un premiato artista internazionale quale David Hockney si è esibito pure lui di recente in una serie di magistrali ritratti. Speriamo che qualche traccia di quella abilità si trovi anche in questa sfilata di tempere.

 

"Sono molto grato agli organi direttivi della Permanente di Milano per avermi concesso uno spazio nella loro prestigiosa sede in cui esporre una buona campionatura della mia attuale attività pittorica, consistente in una settantina di opere, per la gran parte dedicate a ritratti di personaggi del mondo dell’arte nel nostro Paese, con l’aggiunta di qualche autoritratto e di qualche gruppo di famiglia. In tal modo riesco a proporre questo mio ritorno in campo al di fuori del territorio ristretto della mia città, Bologna e dintorni, sottoponendolo al giudizio di un pubblico esperto, il che ovviamente produce in me un’attesa incuriosita e allarmata nello stesso tempo. Preciso subito in partenza che non sono affatto un “dilettante” dell’ultima ora, anzi, nelle mie ormai ben lontane adolescenza e gioventù ho praticato l’arte in modi continui e con ampio corredo di nozioni tecniche, dato che ho frequentato, sempre nella mia città, dapprima la Scuola d’arte, poi l’Accademia di belle arti, in cui, nel 1959, sono pure giunto a diplomarmi, con un solo anno di ritardo rispetto a una laurea in lettere moderne frattanto acquisita frequentando l’Università felsinea, già del tutto consegnato al mio curioso procedere in parallelo sulle due direttrici, quella dell’arte come impegno diretto, e invece e la presa di distanza che si addice al critico, o addirittura allo storico dell’arte. Questo doppio binario si è protratto fino al 1962, quando, sia per ragioni pratiche, sia per una decisione non più procrastinabile, ho interrotto del tutto l’esercizio diretto della pittura, salvo a riprenderlo circa mezzo secolo dopo, nel 2010, quando per pensionamento era cessata la mia attività di docente, sempre all’Università di Bologna, e sempre in discipline artistiche, anche se esercitate sotto l’ampia etichetta della Fenomenologia degli stili, una delle discipline innovative di cui si vantava il corso di laurea DAMS (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo). Non mi è stato difficile rientrare in esercizio, si dice infatti che il nostro corpo non dimentica abitudini già acquisite, e dunque riesce di nuovo ad andare in bicicletta o a nuotare, anche dopo lunghi anni di astensione, basta appena riscaldare i muscoli. E dunque, un’abilità assunta in profondità nel dipingere a tempera su carta è stata da me subito ritrovata. Assai più difficile motivare un simile ritorno in campo. Diciamo pure che alla base di tutto ci sta la certezza che ormai il mio futuro si sta riducendo, e dunque devo chiamare a raccolta ogni mia possibile capacità, prima di lasciare questo mondo. Ma come, da dove ripartire? In quella mia diligente attività precedente avevo seguito un percorso parallelo ai passi che in simultanea compivo anche come critico militante, e dunque, riconoscimento che all’alba dei ’50 l’innovazione stilistica si presentava nella forma del cosiddetto postcubismo, con fame di realtà, ma sottoposta a una specie di quadrettata, sbozzata a schegge di diamante, Poi, era intervenuta l’ondata dell’Informale cui avevo aderito, iniziando nel suo none la mia qualifica di critico d’arte ufficiale nella rivista “il verri”, fondata da Luciano Anceschi. Già nel primo numero, autunno 1956, avevo iniziato un dialogo con la Biennale di Venezia che non sarebbe più cessato ad ogni suo appuntamento. Ma c’era una discrasia, tra quella convinta accettazione dell’Informale, un movimento tipico di coloro che erano nati all’aprirsi del Novecento, o nel corso del suoi primi decenni, e invece io stesso, e i miei coetanei, nati negli anni ’30, destinati quindi a entrare in sintonia col ripresentarsi, con gli anni ’60, di una calamitazione sull’oggetto, frattanto ricomparso, e addirittura invadente. Infatti, tra la fine dei ’50 e i primissimi ’60 io scavalcavo appunto esiti da dirsi puramente informali, mentre mi affascinavano le soluzioni proposte da Jean Fautrier, in cui l’oggetto compariva, anche se solo come grumo informe, come embrione non ancora ben maturato. Una crescita, una maturazione che sarebbero avvenute con Claes Oldenburg, campione di una Pop Art ricca ancora di fremiti e sussulti materici. Insomma, detto in formula, navigavo lungo una rotta che appunto tentava di incrociare Fautrier con i primi oggetti abbozzati, ancora flosci, incerti proprio come feti alla loro prima apparizione, da Oldenburg, di cui a dire il vero non avevo ancora una precisa conoscenza. Questa la traiettoria attestata dall’unica mostra monografica che feci, come atto conclusivo di quella mia breve stagione, nel ’62, naturalmente procedendo a presentarmi da me, data la mia riconosciuta capacità di critico. Poi, come detto, l’interruzione, il black out. E ora, invece, la ripresa, che come usa succedere in casi del genere riparte dagli inizi. I maestri di ginnastica, quando sono scontenti di come gli allievi stanno conducendo i loro esercizi, li bacchettano intimando loro di tornare “al tempo”, e così pure io sono ripartito da quando, ragazzino, facevo disegni e bozzetti del reale con grande zelo e precisione. Ma mi occorreva un alibi, per non apparire troppo contradditorio con quel critico che ero stato in qualità di fiancheggiatore di tutte le mosse delle avanguardie, vecchie e nuove. Non potevo dimenticare che proprio il clima incendiario del ’68 aveva proclamato la “morte dell’arte”, predicando che semmai un rapporto con la realtà era da affidarsi allo strumento, lucido e freddo, della fotografia. Io in effetti mi sono attaccato a questo referto, in apparenza incontrovertibile. Infatti anche nella fase attuale parto sempre da una foto, presa da me stesso col cellulare, o inviata da amici compiacenti che me la trasmettono per email. Però, ritengo che sia lecito, e forse anche doveroso, nutrire poi quel referto di qualche buona sostanza materica, ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti, e così via. Aggiungendo che in questa ripresa c’è posto per i vari generi tradizionali, e così, accanto alle foto di volti, ci stanno pure quelle di vedute esterne, o di interni, con tutto il relativo mobilio, e le cianfrusaglie che si alzano da tavoli, tavolini, ripostigli. Se la vogliamo mettere in termini storici, diciamo che rinasce un Combattimento per un’immagine, secondo il titolo ingegnoso che Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio diedero a una mostra da loro curata a Torino nel 1972. O addirittura ritorniamo allo Studio del fotografo Nadar, dove nel 1874 si compì il celeberrimo confronto, o meglio dire affronto, tra la nuova creatura del progresso tecnologico, la fotografia, e il tentativo di resisterle messo in atto, e in quel momento ancora vincente, da parte della pittura, pronta a far nascere l’impressionismo come vittoria postrema, prima di cedere e lasciare il campo alla rivale. Ora forse si può ripetere quel drammatico rapporto all’incontrario, ma certo non in termini di radicale contrapposizione, in quanto la Vecchia Signora che osa ripresentarsi si vale opportunamente della rivale fortunata. Per questi ritratti, i vari invitati non hanno dovuto certo sottostare a lunghi tempi di posa, è bastato che mi mandassero uno scatto, un selfie preso all’istante. E se avessi messo in mostra anche vedute e paesaggi, posso assicurare che per ottenerli mi guardo bene dal ricalcare il rito demodé di andare “sul motivo” col tradizionale cavalletto, anche in questo caso rubo le immagini del reale con lo strumento prensile e rapido di una foto immediata, da cui poi nasce il mio tentativo di nutrirla di buone sensazioni di erbe, di muri, e anche di lamiere di auto. Con quale esito? Naturalmente, per questo aspetto, la sentenza spetta ai visitatori della mostra. Le reazioni fornite dai loro anticipatori in mie esposizioni precedenti sono state incerte e perplesse, non riuscendo a giungere a un verdetto abbastanza unitario, il fatto è che io sembro echeggiare tanti esiti storici di un simile rapporto tra la pittura e il reale. Tardo fenomeno di impressionismo, rilancio di un espressionismo vecchio o nuovo? In fondo, si potrebbe anche dire che i vari stili del passato ora vengono richiamati in scena come per una passerella finale, Del resto, dato che in me non è certo estinta la natura del teorico, ho già messo le mani avanti, quando nel 1974, proprio qui a Milano, all’allora chiamato Studio Marconi, ho proposto la collettiva La ripetizione differente, dopo aver teorizzato, poco prima, un atteggiamento opposto, il Comportamento, portandone una selezione di protagonisti alla Biennale di Venezia del 1972. A questo proposito approfitto per invitare gli eventuali visitatori della presente mostra a ritornare il 15 novembre per una conferenza in cui ricorderò proprio quell’evento, che però allora non riguardava me stesso. Ora invece de mea re agitur, ovvero propongo una sorta di ripetizione sistematica di tanti stili del passato, nella speranza che scatti un quid risolutivo capace di “fare la differenza”. Ai visitatori l’ardua sentenza."

Renato Barilli


In occasione della mostra “Renato Barilli. Visti da vicino”, giovedì 15 novembre 2018, ore 18, Renato Barilli tiene la conferenza dal titolo La“Ripetizione differente” e il postmoderno. Introduce Franco Marrocco.
Conferenza illustrata con proiezione di immagini

"Di recente mi sono trovato a presentare due “remake” ( o “re-enactments”, come si preferisce dire ora) di due mostre da me curate, del tutto rispondenti alla impostazione bipolare del mio insegnamento, quasi corrispondenti a quelle che Hegel avrebbe definito come “tesi”, subito seguita da una “antitesi”. Nel 1972 ero stato chiamato da Francesco Arcangeli a fiancheggiarlo nella cura della mostra “Opera o comportamento”, intesa come partecipazione italiana alla Biennale di Venezia di quell’anno, dove mi era stato possibile dare una breve dimostrazione di quanto allora poteva passare sotto l’etichetta generica di “comportamento”, attraverso le sale riservate a cinque artisti italiani, tra i migliori protagonisti dello “spirito del ‘68”, con relativa dichiarazione di “morte dell’arte”, a favore di installazioni, interventi ambientali, concettuali, comportamentali. Ma pochi anni dopo si riaffacciava la controparte, ovvero un fare macchina indietro, fino a recuperare taluni aspetti del museo. Era il ricorso alla “citazione”, uno dei cardini del clima che veniva anche riportato al cosiddetto postmoderno. Lo Studio Marconi, qui a Milano, mi permise di esemplificare questa tendenza attraverso, anche in questo caso, alcuni personaggi, tra cui spiccava la presenza di Giulio Paolini, quasi nelle vesti di un rinnovato Canova, o di un De Chirico anche lui intento a ripassare le tappe di altre stagioni. E già facevano capolino alcuni dei nomi nuovi che avrebbero riempito di sé quegli stessi anni ’70 e oltre, rappresentati soprattutto da Luigi Ontani e Salvo. Giorgio Marconi, poi alla testa di una Fondazione, mi ha consentito di ripresentare pochi anni fa questo secondo corno del dilemma, mentre Fabio Cavallucci, fino all’anno scorso direttore del Centro Pecci di Prato, a sua volta mi ha consentito di ricordare l’evento precedente. Siccome la mostra ora in atto proprio in questi spazi attesta un mio ritorno alla pittura, è giusto che la rievocazione qui condotta sia rivolta a questa sorta di “contraccolpo”, o di movimento al rientro nel pendolo dell’arte."

Renato Barilli


Renato Barilli: Visti da vicino
Dal
 8 al 28 novembre 2018

Orari: da lunedì alla domenica, 9.30-20.00
Ingresso: libero
Informazioni:  T. +39 02 6551445 - info@lapermanente.it -www.lapermanente.it

Ufficio Stampa Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente:  Cristina Moretti - cristina.moretti@lapermanente.it - Anna Miotto - anna.miotto@lapermanente.it - T. 02 6551445

Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
Via Filippo Turati 34
20121 Milano

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