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Il Museo della Follia di Sgarbi a Mantova

Il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni e l'Ambasciatore della Cultura per EXPO 2015, Vittorio Sgarbi hanno inaugurato il Museo della Follia al Palazzo della Ragione in Piazza Erbe a Mantova, per il programma "Expo Belle Arti 2015".

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Un progetto di ampio respiro concepito allo scopo di promuovere le testimonianze culturali, artistiche, architettoniche e paesaggistiche della Lombardia, attraverso la collaborazione tra enti pubblici e istituti culturali attivi sul territorio regionale. L’esposizione si avvale infatti della collaborazione del Comune di Mantova, oltre che del patrocinio di: Senato della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri, MIBACT, Provincia di Mantova, Mantova Expo 2015. L’organizzazione è curata da Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma, presieduto da Augusto Agosta Tota.

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Il Museo, nato da una idea di Vittorio Sgarbi, è realizzato da Giovanni Lettini, Sara Pallavicini, Stefano Morelli e Cesare Inzerillo, e rimarrà aperto al pubblico fino al 22 novembre 2015, negli spazi espositivi di Palazzo della Ragione, in Piazza Erbe a Mantova.
Si articola nelle seguenti sezioni:
- Tutti i Santi - Le sculture di Cesare Inzerillo
Pazienti, dottori e infermieri, distinguibili solo dai dettagli dell’abbigliamento, ridotti a mummie, uniti dalla improba lotta contro la sofferenza e la morte
- La griglia - Fotografie, dipinti e neon
Novanta ritratti di pazienti ritrovati nelle diverse cartelle cliniche negli ex-manicomi d’Italia compongono una griglia di oltre 12 metri dove un neon luminoso, seguendo il contorno di ciascun ritratto, dona luce e rumore ai pensieri di ciascun volto
- Sala dei Ricordi - Oggetti abbandonati
Decine e decine di teche contengono libri di letteratura in lingua originale che hanno trattato il tema della follia nel corso dei secoli, farmaci ritrovati nei manicomi, effetti personali dei pazienti, giocattoli e disegni dal passato inquietante
- Franco Basaglia
Su gentile concessione di Rai Teche, la proiezione dei video: «Linea Diretta - Discussione su “Legge 180” » e «X Day - I grandi della Scienza “Franco Basaglia”»
- O.P.G.
Grazie al contributo del Senatore Francesco Marino, sarà proiettato un altro video-denuncia sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari realizzato dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sull’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale – Senato della Repubblica.
- Antonio Ligabue – Pietro Ghizzardi
Una sezione espositiva del “Museo della Follia” è costituita da una grande mostra antologica dedicata ai due artisti. L’iniziativa presenta 190 opere di Antonio Ligabue, di cui 12 dipinti e 2 disegni inediti provenienti da collezioni private. Di Pietro Ghizzardi sono presenti 37 opere mai esposte e pubblicate prima.

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La mostra è organizzata da Augusto Agosta Tota, presidente del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma.
Preziosa occasione per incontrare lo storicizzato e conoscere l’inedito, lasciandosi irretire dall’arte di due rappresentanti del Novecento mediopadano, che con aria allucinata, senso della natura, adesione ad una umanità al limite della sopravvivenza materiale e spirituale, sono stati capaci di una strenua lotta, anche quando appariva perduta nelle nebbie della follia.

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Antonio_Ligabue, Testa di Tigre, olio, faesite, 66,4x57,4

Ecco dunque per la prima volta 12 oli di Antonio Ligabue: Cavallo datato 1939-1942; un Ritratto risalente al 1941; eseguito fra il 1948 e il 1950 Cavalli all’aratro; fra il 1952 e il 1962 Ritratto di Donna; Scorpione, in due versioni differenti; Paesaggio agreste; Vedova nera con preda; Gatto con la talpa; datato fra il 1953 e 1954 Testa di tigre mentre Paesaggio con cani risale agli anni 1953-1955. Fra il 1957 e il 1958 è identificata la data di Lepre. Due disegni inediti senza datazione sono Alce e Cavallo.
Fra i 37 lavori inediti di Pietro Ghizzardi troviamo le tecniche miste Claudia Cardinale del 1960, Marilin del 1968 e Mina del 1970.

Pietro Ghizzardi, Inedito, Marilin

Pietro Ghizzardi, Inedito, Marilin

Il Museo a Mantova comprende inoltre una sezione dedicata alle mostre temporanee sul tema della Follia. In mostra le opere di: il Piccio, Antonio Mancini, Filippo Antonio Cifariello, Gaetano Esposito, Michele Cammarano, Vincenzo Gemito, Vito Timmel, Massimo Mariano, Gino Sandri, Carlo Zinelli, Bertozzi & Casoni, Giovanni Macciotta, Lorenzo Alessandri, Raimondo Lorenzetti, Mario Molinari, Umberto Gervasi, Giacinto Bosco, Fabrizio Sclocchini, Luigi Serafini, Agostino Arrivabene, Giordano Morganti, Gaetano Giuffrè, Ottavio Mazzonis, Nicola Sferruzza, Marilena Manzella, Sandro Bettin, Gaspare Palazzolo.


 Testo dal catalogo di VITTORIO SGARBI

Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi

Il Museo della Follia che arriva ora a Mantova è una sfida. Una sfida dei giovani contro i vecchi. Del bene contro il male. Era stato concepito a Salemi dopo il Museo della Mafia oggi rimasto ostaggio della mafia. Avrebbe dovuto arricchire quella città, con le iniziative nate in occasione del 150° della Unità d’Italia di cui Salemi fù la prima capitale. Capitale di un sogno. Ma non è stato possibile realizzare quel sogno. Le forze del male hanno prevalso. E la mafia, uscita dal museo, ha vinto. Ancora una volta la sua impresa è riuscita. Questa volta in modo beffardo. Non sostituendosi allo Stato. Ma sostituita dallo Stato. Dopo quella impresa, i giovani che con Cesare Inzerillo avevano lavorato al Museo della Mafia, hanno trovato ospitalità a Matera realizzando il Museo della Follia negli spazi meravigliosi del Convicinio Sant'Antonio. Erano particolarmente motivati avendo potuto misurare, nell'esperienza di Salemi, la follia degli uomini, la prepotenza dello Stato, il rovesciamento di ogni regola, l'ansia di giustizia, il desiderio di ogni giovane di migliorare il mondo. Si erano scontrati con una realtà brutale mascherata con la retorica della legalità e con l'unico obiettivo di mortificare, umiliare, punire la libertà e la fantasia. Erano dunque predisposti a cercare liberazione e comprensione nella follia degli artisti in un luogo di miseria che con il tempo si è trasformato nella capitale europea della cultura. La fuga a Matera è stata la prima risposta alla violenza subita. Volevano occupare anche la follia. Ma la follia non si lascia occupare, non accetta regole e commissariamenti.
L'esperienza fu singolare e formativa dando sostanza a quello che per molti è soltanto conoscenza letteraria. Essi hanno vissuto ciò che fa dire Alessandro Manzoni ad Adelchi:

"…loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà...".

Con questo stesso metodo, in fondo, nacquero i manicomi, non per isolare i pazzi dai sani, e tantomeno per curare i malati, ma per piegare gli irriducibili, per impedire ai diversi di essere diversi, per non consentire che qualcuno si muovesse fuori dalle regole stabilite dall’ordine costituito. “Una feroce forza il mondo possiede...”. È per questo, per quanto di anomalo, di originale, di creativo, d’individuale l’arte rappresenta, che si è sempre evidenziato e analizzato il nesso tra arte e follia.
Da Pontormo a Van Gogh, gli artisti più grandi hanno avuto rapporti difficili con la società, accentuando il loro individualismo. In questi percorsi sarebbe stato impensabile immaginare un rapporto tra mafia e follia, se il potere non avesse manifestato il suo volto attraverso la diabolica invenzione della mafia, non quella reale ma quella immaginata, sospettata, inventata, per consolidare le sue forme attraverso l’affermazione di uomini meschini e vili.
I primi a non crederci e a subire una ingiustizia e a patire una violenza, misurata per la prima volta negli anni dello studio e delle illusioni, sono stati i giovani che hanno lavorato con me, pieni di vita e di entusiasmo, a Salemi. Non hanno mai né visto né temuto la mafia; hanno visto e temuto il volto dello Stato in una burocrazia locale e stupida che si è riprodotta in quella istituzionale che finge di difendere i cittadini da una criminalità organizzata che non c’è più o che non è più lì. Un comodo alibi per limitare l’affermazione di tutto quello che non rientri negli schemi dei modesti e dei meschini che hanno, senza intelligenza e fantasia, costruito la loro piccola fortuna, non vergognandosi di approfittare delle vittime e dei morti. Io non avrei potuto e non potrei vivere di quella rendita e ho iniziato a cercare persone vive, e soprattutto giovani con ideali e desideri e poco inclini a facili retoriche.
A poca distanza da Salemi ho incrociato Cesare Inzerillo. Che ritengo, non meno di Leonardo Sciascia e di Gesualdo Bufalino, un dono della Sicilia all’Italia e il cui solo impegno basta a spingere nell’angolo la mafia e lo Stato che la garantisce dandole certificati di esistenza. Ma perché non si pensi che io magnifico un vero artista per una illusione ottica o per una deformazione, voglio che gli italiani ritrovino qui le parole di un osservatore laico, severo e non condizionato nella sua interpretazione dei fatti ne da pregiudizi ne da concezioni: Gian Antonio Stella. Stella venne in una Salemi, secondo l’indecoroso Prefetto di Trapani, condizionata dalla mafia (non si capisce quale e con quali rappresentanti), nell’imminenza della vista del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per celebrare il 150° della Unità di Italia. Venne, vide, scrisse. Non aveva ragione di fare sconti, né di essere indulgente con me, da giornalista riconosciuto per l’impegno e la verità delle sue inchieste. Ecco le osservazioni di Stella, in loco (con le integrazioni, per cartas, di Sergio Rizzo): [...] Su tutto, però, svetta un museo che la Sicilia e l’Italia intera non hanno mai avuto e che non piacerà non solo ai mammasantissima ma neppure, viste le ultime battute su "Gomorra", a Silvio Berlusconi: il Museo della mafia. L’hanno voluto Sgarbi e Toscani, l’hanno costruito i ragazzi del "gruppo terremoto", l’ha ideato nella struttura Cesare Inzerillo, un giovane artista palermitano. Niente coppole, lupare, oggetti simbolici che poi ammuffiscono sotto la polvere. Ma un percorso multimediale. Nere le pareti, neri i pavimenti, nera l’atmosfera. Dentro, dieci cabine elettorali ognuna delle quali "arredata" per un tema: la violenza, la Chiesa, la famiglia, il potere, il carcere, l’informazione, la sanità... Pochi mezzi, pochi soldi (63.000 euro in totale, tutto compreso: un terzo di quello che costerà la "La Regata dei Mille" della vicina Marsala, che ha tappezzato i muri di manifesti accorgendosi troppo tardi che il lungomare era quello di Trapani!) ma in compenso tante idee. Sviluppate soprattutto attraverso i video. Intriganti. Affascinanti. Agghiaccianti. Da non perdere la strepitosa ricostruzione della storia della mafia attraverso le prime pagine dell’ultimo secolo, dall’uccisione di Petrosino all’arrivo del prefetto Mori, dal delitto Notarbartolo al sacco di Palermo, dalla morte di Salvatore Giuliano alla strage di Capaci. Undici sale complessive ricche di storia, dolore, orrore. Come quella dedicata a "Palermo felicissima" dove, dopo un amaro raffronto tra quella che era la bella città d’un tempo e la devastazione palazzinara, Inzerillo ha riprodotto un vero e proprio abuso edilizio, che culmina nella mummia di un morto ammazzato dalla mafia e cementata in un pilone. Non farà buona pubblicità all’Italia? Può darsi. Ma la mafia, al di là delle chiacchiere, si sfida anche così [...] Non ce n’è una, nella selva di immense pale eoliche stagliate nel cielo della stupenda valle di Mazara, che accenni a muoversi sotto un refolo di vento. Non una. "Mai: non si muovono mai", maledice Vittorio Sgarbi, che il bidone dell’eolico in Sicilia lo ha denunciato da un pezzo, "Peggio: se anche si muovessero e producessero energia, quelli di Terna, che gestiscono la rete, hanno detto che non sarebbero in grado di prenderla e redistribuirla". Eppure, per tirar su questi bestioni giganteschi, hanno sventrato i fianchi delle colline, devastato i crinali, annientato ettari ed ettari di vigne in tutta la valle, tutto il Belice, tutta la Sicilia. Anche quando si tratta di terre incantate, punteggiate qua e là da antichi bagli di pietra tra vigne dal fascino struggente, come la Val di Mazara. Che il grande storico dell’arte Cesare Brandi definì «"la più bella strada del mondo". (Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella. La grande truffa siciliana dell’eolico senza vento in “Corriere della Sera”, 8 maggio 2010.)
In questo documentato resoconto, il lettore avrà avvertito l’entusiasmo spontaneo e genuino di Stella per Cesare Inzerillo. Non lo conosceva prima e ne ammirò incondizionatamente la complessa e documentatissima elaborazione del Museo della Mafia. In quelle stanze non c’era e non c’è sociologia, documentazione del “fenomeno” mafioso, atti parlamentari. Ma vivo racconto attraverso le cronache e le immagini in un percorso avvincente, suggestivo, che culmina nella sala dedicata al grande affare della mafia, non locale ma internazionale, che è quello della falsa energia pulita con la sistematica devastazione del paesaggio. Contro l’Articolo 9 della Costituzione. Il racconto di Inzerillo è tragico, prima che drammatico, ma è potentemente poetico. Una poesia del male, della malattia, della morte, proprio come quella del Caravaggio, del Caravaggio siciliano del Seppellimento di Santa Lucia e della Resurrezione di Lazzaro. Inzerillo parte da lì, passa attraverso le catacombe dei Cappuccini, tra le mummie di Burgio, i morti viventi di Bufalino e la Classe Morta di Tadeusz Kantor. Ne deriva una umanità che è sempre umanità di fantasmi e che, nella sua visione, stabilisce, al di là della vergogna dello Stato, con il canto libero e notturno della sua creatività, una continuità tra il Museo della Mafia e il Museo della Follia.
Con quello che si è visto a Milano negli anni di preparazione dell'Expo, sarebbe stato forse opportuno riprodurre anche il Museo della Mafia. Invece si è pensato di trasferire a Mantova il Museo della Follia nel Palazzo della Ragione.
Immagini, documenti, oggetti raccontano, a latere della umanità evocata da Inzerillo, nel linguaggio della Classe morta di Kantor, le condizioni umilianti e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. Ed è un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze, isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott.Knapp, un pacchetto di Alfa, una chiave. Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al museo.
Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella Stanza della Griglia. E si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui. Inzerillo e Marilena Manzella te li mettono davanti, questi carcerati, con la divisa della loro malattia, che è la malattia della condizione umana e della psiche, con i segni di ciò che le è accaduto, degli incontri e delle occasioni.
Inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente Sigmund Freud e Michel Foucault, a cui fisicamente assomiglia, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli. Determinati, liberi, folli. Prima a Matera, ora a Mantova. Ed ecco il loro museo nella proposta di alcune mostre temporanee e nella costruzione di questo libro. Così, stanze, muri, pareti dell’ospedale psichiatrico abbandonato di Teramo entrano nell’obiettivo di Fabrizio Sclocchini che rianima quegli spazi desolati con omaggi floreali di delicata poesia come a ricordare quelli che vi furono, confinati, rimossi, cancellati. Poi appare un ospite solitario. Pingue fratello delle mummie di Inzerillo, come tutti presente-assente in un pigiama a righe, tranquillo e sfigurato. È uno di tanti, immaginato da Gaetano Giuffrè. Poi c’è Grazia Cucco, indiavolata, con le sue allegorie e i suoi paesaggi, ossessioni di una ragazza che ha frequentato chiese e conventi dove stanno, prigioniere dell’anima, folli di Dio, suore vigilate da prelati, che erano una volta felici nel loro giardino delle delizie, fra animali fantastici. Ma subito si ritorna nella fabbrica del male con i volti scuri e gli sguardi senza speranza degli umiliati pazienti di Vincenzo Baldini. Nessuna città, nessuno spazio li accoglie. Stanno nei “non luoghi“ della loro mente.
Poi arriva un collega visionario di Cesare Inzerillo: Lorenzo Alessandri con la serie di Camere con sogni e visioni di un mondo parallelo. Tra le più straordinarie esperienze narrative della pittura italiana negli anni sterili nei quali la figurazione era bandita, l’estro di Alessandri non è soltanto una delle rare testimonianze del surrealismo italiano ma esprime l’euforia dell’alienazione, il protocollo della follia come manifestazione di libertà e contro le regole dell’habitat artistico torinese. E con rispetto della fantasia che declinava in arte povera.
Omaggio al genius loci, con una virtuosistica testimonianza di arte a tema, è la presenza di Mimmo Centonze, più savio che folle, folletto cresciuto nella Matera dei Sassi. Un classico della follia è Gino Sandri, che per una intera epoca, disegnerà i suoi fratelli nell’universo chiuso del manicomio con dolente partecipazione, con rassegnazione e una urgenza di non far mancare all’appello della vita uomini che sono vissuti fuori dalla storia, non rilevati. Il manicomio, più del carcere, è il luogo dei rifiuti dove vengono chiusi quelli che non si adeguano, che non sono disposti ad accettare l’ordine del mondo, quelli che urlano la loro indisponibilità. Sandri, uno di loro, li osserva. Su quei volti non c’è mai un sorriso, sono individui che hanno perso la loro identità, e la matita di Sandri li carezza, li rianima e ne riconosce l’esistenza.
Diverso il caso di Carlo Zinelli, che non guarda la realtà che vede, che non illustra, che non documenta ma trasferisce sulla carta i pensieri di un’anima turbata, le ossessioni, le ripetizioni, le processioni. È un puro visionario, dal quale escono archetipi invariati da circa diecimila anni. Prima urgenza che pittura ma, alla fine, un universo che sembra direttamente uscito dalle grotte di Altamira o dall’altopiano dell’Akakus. Il malato folle, che ha la ventura di esprimersi, si pone davanti a forme sempre nuove e insieme ripetitive attraverso le quali si documenta e si riconosce il rapporto tra follia e arte. Ma non si può ignorare anche il rapporto “alto” tra arte e follia, e cioè l’esaltazione del puro pittore (Van Gogh, Antonio Ligabue, Massimo Mariano), come si manifesta qui in Raimondo Lorenzetti, che convive con i suoi paradossali personaggi con i quali sostituisce l’umanità che preferisce evitare.
Dai manicomi era difficile uscire, ma nei manicomi era ancora più difficile entrare. Per questo è così straordinaria la serie di ritratti fotografici di Giordano Morganti che, mentre impudicamente svela la condizione dei malati, li innalza a nuova e inedita dignità formale, con folgoranti primi piani o taglia a figura intera contro un fondale neutro. Questi non sono più anonimi ma personalità distinte; e, davanti ai loro corpi smagriti, offesi, costretti a pagare per non avere fatto nulla, è stata concepita la Legge Basaglia, una pagina di storia per l’umanità e i diritti dell’uomo. Oggi, uscendo dalla indifferenza, dobbiamo portare a termine l’impresa di Basaglia con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, un capitolo scandaloso della violenza contro l’uomo.
Sulle ceneri di questo mondo di emarginati, di abbandonati, di umiliati si pone infine Roberta Fossati che, entrata nell’ospedale psichiatrico di Volterra, ha ritrovato la voce soffocata di un’anima sepolta: ed un lungo lamento che resta documento e non diventa poesia se non nell’emozione che lo vivifica in chi ne ritrova la traccia sul muro. Così, chi non ha avuto la forza di far sentire il proprio urlo disperato oggi, troppo tardi, lo fa arrivare alle orecchie di una donna sensibile che lo trasferisce in immagini silenziose. Ancora una volta le parole non saranno lette, ma la loro eco rimane dentro di noi. Il Museo della Follia non è una storia della follia. È una serie di suggestioni, di paure, di prepotenze che dovranno riguardare anche noi, protetti e attratti dai matti. D’altra parte, non potendone fare a meno, li abbiamo fatti diventare artisti. Se la follia vive nei sogni non ci possiamo liberare di lei. A Mantova, il museo si arricchisce di opere storiche, cercando di riconoscere documenti luminosi dal nesso fra arte e follia, testimonianze di visioni, di allucinazioni, di turbamenti, di nevrosi che rendono le loro opere viaggi notturni, deliri. Nati sotto Saturno furono chiamati, e noi ne vediamo i loro occhi sofferenti, allucinati, e ne sentiamo la febbre nelle opere.
Dall'idillio georgico di Iacopo Bassano, spento nella cecità, ai tramonti e alla notte tormentata di suo figlio Francesco morto suicida. Un'altra allucinazione attraverso la pittura tutta interiore e visionaria è nelle opere di Andrea Donducci detto il Mastelletta. Per Mastelletta la luce del giorno si è spenta per sempre, e gli uomini vivono in una perpetua notte simile all'inferno. Il Malvasia ci racconta degli squilibri della sua mente che lo portano lontano, negli ultimi anni di vita di cui non abbiamo documenti. E le notti dei suoi quadri sono diventate il buio della sua mente. Nella storia dell'arte, anche prima dei casi clamorosi di Van Gogh e di Ligabue, molti sono gli artisti la cui mente è attraversata dal turbamento, che si esprimono in una lingua visionaria e allucinata. Primo, tra questi, William Blake, che in alcuni versi sembra prefigurare, più che le proprie, le immagini di Ligabue: "Tigre! Tigre! divampante fulgore / nelle foreste della / notte / quale fu l'immortale / mano, o l'occhio / che ebbe la forza di formare la tua / agghiacciante / simmetria". Per Blake, "L'immaginazione / non è uno stato mentale; è l'esistenza umana stessa". Per Blake il peccato è lo strumento per incatenare i desideri degli uomini, e i codici morali sono limitazioni dello spirito nella vita. Da qui deriva una immaginazione febbricitante attraverso illustrazioni visionarie soprattutto nell'opera di Dante.
William Wordsworth scrisse: "non c'è dubbio che quest'uomo fosse pazzo, ma c'è qualcosa nella sua pazzia che attira il mio interesse più dell'equilibrio di Lord Byron e Walter Scott".
Una diversa sofferenza, lontana dai conflitti con la storia e con le religioni, mostra Giovanni Carnovali detto il Piccio, che dipinge sempre e soltanto paesaggi interiori e ritratti di anime fervide e fragili. Siano pure vergini o maddalene, ciò che importa al Piccio è sottrarsi alla storia e alla sua rappresentazione in pitture ufficiali e formali. "La poeticaromantica della sua pittura non è un atteggiamento letterario, ma piuttosto la sensibilità per le risonanze del sentimento" scriverà Marco Valsecchi. E questa visione "corrisponde a una inclinazione della sua stessa esistenza, giudicata un po' bizzarra, in quanto amava la solitudine, i viaggi improvvisi a piedi, la contemplazione schiva dei paesaggi". A darci una conferma della sua alterata situazione psicologica sono i momenti della sua morte, quando tutto appare finito: immerso nel fiume, Piccio perde la vita per destino o per scelta confermando il suo disagio nei rapporti con il mondo.
Anche Silvestro Lega, lontanissimo dalla pittura storica, riesce a cogliere momenti fragili di una umanità sradicata, irrisolta, dolente, come si vede nell'Adolescente. D'altra parte, l'attenzione al vero, l'indisponibilità alla retorica, l'interiorizzazione della realtà domestica e del mondo rurale in cui l'artista era protetto, s'incrina con le costanti tragiche della vita, a partire dalla morte del fratello Dante, e pure dei casi di tisi che investono le donne di casa Batelli, con numerose morti, anche quella della amata Virginia. In alcuni momenti Lega incrocia la tragedia e la racconta con disarmata semplicità. Più retorico e più estremo, Vincenzo Gemito, ci si mostra sconvolto con l'aspetto di un vecchio sulla strada già nell'autoritratto del 1887, a soli 35 anni. Condivide vita, esperienza e allucinazione con Antonio Mancini. Lo studio dei classici da responsabilità verso il reale, minuziosamente rappresentato, e caratterizzano la sua opera, oltre l'accademia, attraverso l'approfondimento di un grande mestiere. Nel 1887 appronta l'immagine di Carlo V in una scultura in marmo all'esterno del Palazzo Reale di Napoli. Il risultato, anche per il disagio di lavorare il marmo, è insoddisfacente per lo stesso Gemito, che è ormai diventato quello del disegno dove appare precocemente invecchiato. Gemito ebbe un crollo, entrò nell'ombra, si chiuse nella stanza di un appartamento, fu spesso ricoverato in ospedale psichiatrico. Per più di vent'anni produsse disegni, e soltanto nel 1909 riprese a scolpire. I suoi disegni sono solo apparentemente realistici: rivelano in realtà un'allucinazione, un'alterazione che segnala un rapporto difficile con la realtà, un turbamento, una inquietudine. Quanto più egli tenta di definire la realtà, tanto più essa rivela uno stato psicologico. Andrebbe forse considerato fuori dal Naturalismo, dalla illustrazione, riconoscendone il tormento anche negli esercizi accademici.
Altrettanto singolare e anche drammatica è l'esperienza di un altro scultore, Filippo Cifariello, che si ispira, oltre che alla tradizione, anche ai modelli di Gemito, elaborando una visione tardo neoclassica. L'alterazione in lui si manifesta con l'omicidio: il 9 febbraio 1905 uccise la moglie Maria De Browne con alcuni colpi di pistola. Popolare come artista, e ben difeso, fu assolto perchè incapace di intendere e di volere, per vizio totale di mente. Le sventure non finirono perchè, dopo il secondo matrimonio con Evelina Fabi, la moglie gli morì nel 1914, a soli 22 anni, per le gravi ustioni riportate nel maneggiare il fornello a gas. Dopo il terzo matrimonio e la nascita di due figli, l'artista, colto dalla depressione, si suicidò a 72 anni nel suo studio di Napoli. Compostezza e classicità in molte sue opere sembrano contraddire le vicende drammatiche e tempestose della vita. Ma Cifariello aveva cercato di respingere il male attraverso l'aspirazione a una bellezza ideale, che non mostra corruzione né deformazione. L'opera contraddice la vita. Ancora, tra le personalità più eminenti della pittura italiana dalla prima metà del secolo scorso, Gino Rossi, operoso tra Venezia e Treviso, tra Burano e Asolo, condivide l'esperienza artistica con il grande scultore Arturo Martini, e insieme a lui, negli anni giusti (1907) è a Parigi, dove studia Gauguin, Van Gogh, i Favues, Picasso. Emulo di Gauguin, fa un viaggio a Tahiti. È ancora a Parigi, nel 1912, dove espone al Salon d'Automne con Amedeo Modigliani. In questi primi anni è luminoso, vivace, brillante nella forma e nel colore, ma la guerra è per lui un trauma insopportabile, che soltanto l'arte può contenere. Nei brividi della mente dipinge i suoi capolavori, dal 1918 al 1924. Ma già nel 1925, il male lo aggredisce e lo trascina nell'ombra con il ricovero nel manicomio Sant'Artemio di Treviso, da cui uscirà soltanto, morto, nel 1947. Arte e follia convivono in lui fino alla distruzione.
Dopo questa esperienza si registrano i casi straordinari di Antonio Ligabue e di Pietro Ghizzardi, che costituiscono i due cardini essenziali e terminali del Museo della Follia. Nel primo una visionarietà lussureggiante che determina la creazione di un mondo originale, popolato solo dagli animali, domestici e selvaggi, oscillando fra l'idillio campestre e una foresta insidiosa, minacciosa. Nessun pittore del Novecento, se non forse Gino Rossi, ha la stessa esuberanza. Gli animali della foresta sono proiezioni di una rabbia, di un conflitto con il mondo, risolto soltanto nella pittura. Ghizzardi, per converso, rispecchia la fragile condizione umana, e dipinge uomini e donne, prevalentemente solitari. Una sequenza apparentemente senza fine, con le varianti determinate dalle diverse psicologie, ma con una pietas così profonda da autorizzare l'idea di un nuovo Umanesimo, dolente, accorato, contadino. Lo stato di alterazione psichica di Ghizzardi non determina un'accensione o un'esaltazione, ma una lucidità e una umanissima interpretazione di anime e volti in una galleria di personaggi senza precedenti. Nella sua condizione di disagio, Ghizzardi appare lucidissimo, e ci mette davanti a una umanità disarmata. Ligabue e Ghizzardi lavorano a poca distanza e appaiono perfettamente complementari. E sono parimenti del tutto estranei alla tradizione figurativa del Novecento italiano. Sono due fertili anomalie.
Altri casi di schietto individualismo creativo, fuori di gruppi, scuole, tendenze, avanguardie, sono episodicamente registrabili, ma sempre nella direzione di una libertà garantita dalla Follia. Penso a Tullio Garbari, a Tarcisio Merati a Orneore Metelli, a Raimondo Lorenzetti, a Luigi Serafini. Ognuno di loro ha una storia, una dimensione che non si misura con la realtà, ma con il sogno. E quel sogno, con piena soddisfazione, oltre ogni tormento, rappresenta.

Vittorio Sgarbi


Palazzo della Ragione Mantova
Piazza Erbe
19 maggio – 22 novembre 2015

Orari: lunedì 14-19.00; da martedì a venerdì: 10-19.00; sabato: 10-22; domenica e festivi: 10-19.
Biglietti: intero 10 €; ridotto 8,50 € - ridotto speciale 6 € - ridotto bambini 4,50 € - visite guidate gruppo 70 € (la cassa chiude un’ora prima).
L’iniziativa è sostenuta dal main sponsor e da PRENOTAZIONI ON LINE: www.vivaticket.it
Call Center: 199199111 (prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole)
Informazioni: Palazzo della Ragione T: 0376 1505892 – 0376 223810 Infopoint T: 0376 288208
Centro Studi e Archivio Ligabue T: 0521 245016 - centro.ligabue@csaligabue.it - www.csaligabue.it
Press Office Comune di Mantova: Fiorenzo Cariola - M: 335 7774420 - fiorenzo.cariola@comune.mantova.gov.it
Press Office iniziativa: Clarart - Tel: 039 2721 502
Cell. 335 6855705 - claudiaratti@clarart.com - www.clarart.com

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