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Eugenio Carmi, Appunti sul nostro tempo. Opere storiche 1957-1963, Museo del ‘900, Milano

Da dicembre al Museo del ‘900 la sua mostra: Eugenio Carmi, Appunti sul nostro tempo. Opere storiche 1957-1963, a cura di Davide Colombo. Per quell’occasione aveva deciso di donare alla città di Milano un’opera importante, Appunti (1963), proprio per sancire lo stretto rapporto che lo legava alla città. L’opera donata fa parte dell’importante ciclo Appunti sul nostro tempo che l’artista ha realizzato tra 1961 e 1963, quando Carmi lavora come direttore artistico della Italsider, curandone le campagne di comunicazione, la pubblicità e la rivista aziendale.
Quella mostra, è visitabile fino al 13/03/2016 al Museo del Novecento.
In mostra sono esposte una serie di collage, disegni e opere su carta, per lo più inediti, che permettono di comprendere in modo esauriente la produzione artistica di Carmi tra fine anni ’50 e primi anni ’60.


Eugenio Carmi (Genova, 17/02/1920 – Lugano, 16/02/2016), esule in Svizzera a causa delle persecuzioni razziali, completa gli studi a Zurigo.
Si diploma al liceo classico parificato italiano a Zugo e poi si laurea in chimica al Politecnico di Zurigo. Tornato in Italia dopo la fine della Guerra riprende gli studi artistici (iniziati durante l’adolescenza) a Genova sotto la guida dello scultore Guido Galletti (1946) e a Torino come allievo di Felice Casorati.
Segue la lezione casoratiana fino all’inizio degli anni ’50, quando la sua pittura passa dal figurativo all’informale.
Nel 1952 sposa Kiky Vices Vinci, giovane artista che conosce a Genova nel 1945 e con la quale, fin dall’inizio aveva condiviso le stesse passioni non solo per l’arte ma anche per la letteratura, il cinema, il teatro. Sono di questo periodo piccole tele e carte che raffigurano scorci di Genova colpita dalla guerra, realizzate sia da Eugenio che da Kiky.
Kiky Vices Vinci in seguito continuerà il suo percorso artistico creando quadri tridimensionali in cartone rigorosamente bianco, gioielli e sculture, preferendo però rimanere nell’ombra e fare pochissime mostre.
Nel 1956 dal centro di Genova si trasferiscono a Boccadasse, borgo di pescatori nella periferia della città: qui nascono Antonia, Stefano e Valentina, che si aggiungono alla prima figlia Francesca, nata nel 1952. È a Boccadasse che Carmi apre il suo primo studio di pittura, mentre contemporaneamente lavora come grafico pubblicitario e diventa membro dell’Alliance Graphique Internationale (1954).
Sono questi per Carmi anni estremamente fertili nei quali alla costante attività di pittore nel suo studio affianca iniziative artistiche tra le più importanti degli anni sessanta in Italia.
Dal 1956 al 1965 è responsabile dell’immagine per l’impianto siderurgico di Cornigliano (Italsider). Insieme a Gian Lupo Osti, direttore generale dell’Italsider e uomo colto e illuminato, e insieme a Carlo Fedeli, capo ufficio stampa, Carmi persegue l’idea che l’industria deve fare cultura ed è in quest’ottica che progetta e realizza operazioni visive e culturali d’avanguardia. Inoltre è responsabile di tutta l’immagine coordinata dell’azienda, per la quale realizza progetti rivoluzionari come la serie di cartelli antinfortunistici su cui scrisse anche Umberto Eco come esempio geniale di semiotica industriale. Dal 1957 al 1965 ricoprirà il ruolo di direttore artistico della rivista aziendale Cornigliano.

Cartello infortunistico: La testa!, Eugenio Carmi, Italsider, 1965. (Fondazione Ansaldo)

In questo periodo il ferro e l’acciaio sono materiali che Carmi incontra tutti i giorni e che diventano per lui un forte stimolo creativo. Nella sua prima mostra personale, presentata da Gillo Dorfles nel 1958 alla Galleria Numero di Firenze, protagonisti sono proprio gli smalti su acciaio e dal 1960 realizza diverse opere in ferro e acciaio saldati e le latte litografate.
In ferro e acciaio è l’opera che nel 1962 presenta a Spoleto alla mostra Sculture nella città, organizzata da Giovanni Carandente nell’ambito del V Festival dei Due Mondi. Una recente mostra alla Fondazione Pomodoro ne ricordava quegli anni.

In questo periodo coinvolge nelle sue iniziative amici artisti e intellettuali (Victor Vasarely, Umberto Eco, Max Bill, Konrad Wachsmann, Furio Colombo, Ugo Mulas, Kurt Blum, Emanuele Luzzati, Flavio Costantini) non soltanto all’interno della politica culturale dell’Italsider, ma anche nell’attività culturale della Galleria del Deposito, che Carmi fonda proprio a Boccadasse nel 1963.La Galleria del Deposito, da sinistra: Kiky Vices Vinci (i attesa di Valentina), Eugenio Carmi, Popi Fedeli

Qui con i multipli intende proporre un’arte seriale accessibile a un pubblico più vasto e si pone all’interno delle discussioni internazionali sull’Arte Moltiplicata, rappresentandone uno degli esempi più importanti.
L’amicizia e la stima reciproca che lo lega a Umberto Eco ha in questo periodo due frutti molto importanti: Le favole per bambini e Stripsody. Nel 1966 per la Casa Editrice Bompiani escono tre favole di Eco illustrate da Carmi e poi rieditate nel 1988 con nuove illustrazioni di Carmi e una favola in più.

The Bomb and the general

Stripsody è un progetto musicale sulle sonorità del fumetto, ideato e poi interpretato dalla geniale cantante Cathy Berberian, con testi di Eco e illustrazioni di Carmi.

Eugenio Carmi, STRIPSODY, interpretazione vocale di Cathy Berberian, testo introduttivo di Umberto Eco

Eugenio Carmi sempre affascinato dalle nuove possibilità tecnologiche, tra gli anni ’60 e ’70, è autore di opere sperimentali di arte cinetica e audiovisiva e realizza anche quelli che chiamerà segnali immaginari elettrici che saranno anche al centro di un’installazione provocatoria nelle strade della città di Caorle.
È in questa fase che nel 1966 è alla XXXIII Biennale di Venezia con l’opera elettronica SPCE (struttura policiclica a controllo elettronico), che gli vale anche l’invito da parte di Pierre Restany a partecipare con opere elettroniche alla mostra SuperLund in Svezia.

XXXIII Biennale di Venezia di fronte a SPCE con la moglie Kiky Vices Vinci

Nel 1971 si trasferisce con la famiglia a Milano, dove stabilisce il suo studio.
A questo punto, pur con incursioni in altri campi paralleli come la realizzazione di specchi e vetrate, la pittura, e sporadicamente la scultura, cui si era avvicinato nel periodo dell’Italsider, è al centro della sua attività. È proprio all’inizio degli anni ’70 che approfondisce il linguaggio geometrico, già aperto con alcune esperienze precedenti (i cartelli antinfortunistici per l’Italsider, alcuni multipli per il Deposito e i segnali immaginari elettrici), sostituendolo a quello informale.
Nel 1979 realizza una rivista, che rimarrà numero unico, dal nome Res Publica, per la quale ottiene i contributi di intellettuali e artisti, tra i quali Umberto Eco, Antonio Porta, Gillo Dorfles, Richard Paul Lohse, Arnaldo Pomodoro, intorno al tema della civiltà dell’immagine.
Dagli anni ’80 tra le sue tele compare la juta che anticipa il successivo ritorno alla dimensione materica. L’evoluzione della sua arte, definitivamente approdata al linguaggio della geometria è in continua e graduale evoluzione. Sempre attraverso l’astrattismo geometrico, le sue forme si avvicinano sempre più al rapporto con la spiritualità.
Nel 2001 viene nominato Accademico di San Luca.
Nel 2011 è presente, per la seconda volta, alla Biennale di Venezia.
Da sue opere originali sono state realizzate acquetinte e serigrafie, spesso commissionate da istituzioni pubbliche e private.
Muore il 16 febbraio 2016, in una clinica di Lugano, un giorno prima del suo novantaseiesimo compleanno.

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