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Editoriale

La nostra fragilità si rende manifesta quando accade ciò che non è prevedibile e ci distrugge senza risparmio alcuno. Contiamo i morti, la cancellazione totale. Solo allora il sussulto, il cordoglio e si rivelano donne e uomini che scavano con le mani, appesi ad una speranza di salvezza, àncora di vita. La nostra impotenza è palpabile e terrifica solo allora. Viviamo in una nazione sismica, ma ai politici di ogni genere a grado, che nulla hanno fatto e che continuano a nulla fare, non sappiamo chiedere il conto o meglio il fare. Vengono a celebrare ogni volta, con la loro ingombrante presenza.
A Ventotene, un'altra preziosa occasione perduta. Ci raccontano faremo! Intanto sul Titanic ci siamo tutti e loro ascoltano, se non dirigono, la musica dell'orchestra. Faremo.... sembra che nessuno voglia comprendere che il ballo in maschera è finito. Che un'epoca e un'economia sono finite per sempre. Serve una visione, che non hanno, ad ogni latitudine, mentre oggi è da attuare, pena la cancellazione della specie. Ribadisco cultura e solo cultura ci può salvare. In modo particolare l'Italia ne deve essere motore. La cultura comincia non solo semanticamente dal territorio, dal rispetto e dalla sua conservazione, dai prodotti coltivati nel rispetto della natura, nella valorizzazione di quanto quei prodotti le cucine regionali e tipiche producono, nel lavoro artigianale (unico al mondo!) che in quei luoghi si concretizzano, che vanno preservati, protetti e incentivati allo spasimo e non affidati a delocalizzazioni insensate, motivate da abbattimenti di costi di produzione, (i produttori di moda devono capire che i nostri prodotti sono unici al mondo e possono essere proposti ad un prezzo, il più alto dal mercato, in virtù proprio delle nostre capacità creative e artigianali (irriproducibili), di realizzarli. Il nostro patrimonio artistico è unico al mondo è va preservato e valorizzato in ogni angolo è presente; la nostra scuola deve esserne motore e considerata come spina dorsale del paese, con una valorizzazione di un compito che spesso, se non sempre, è costretta a supplire l'assenza genitoriale. Va difesa la nostra identità culturale, le nostre origini, dai dialetti alle tradizioni locali. Ai gestori delle municipalità va imposta la conservazione e la difesa del patrimonio storico/architettonico delle città, nella piena attuazione delle norme antisismiche, con una progettazione e rivisitazione delle periferie che sono gangli essenziali della trasformazione che stiamo vivendo e che sono i punti più deboli e terreno fertile di malessere e bacini di terrorismo. Ci vuole una basilare condivisione dei valori e dei principi soprattutto alla luce dei nuovi ingressi etnici; il rispetto della dignità dei cittadini soprattutto di quelli più deboli ed indifesi. Ci vuole una gestione museale aperta, con orari sempre più estesi, con ingressi con un costo il più basso possibile, aperti al contributo del privato, ma con una progettazione che rifugga la proposizione di mostre pacchetto e tanto altro ci sarebbe da elencare...
Ma, nello stringersi a quanti oggi piangono, con il nostro abbraccio, oltre a mettere mano alla solidarietà concreta, sia finanziaria che di chi può praticamente essere sul campo, deve essere una richiesta continua e costante che si deve, senza alcun alibi, cambiare da subito registro. Solo così possiamo essere partecipi e fratelli di quanti oggi non hanno più nulla.

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