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Archivi categoria : Mostre Milano

Petali per Carla, performance di Davide Mosconi in ricordo di Carla Pellegrini, Galleria Milano, 14/03/2019

Per salutare insieme Carla Pellegrini, giovedì 14 marzo alle ore 18.30 si è tenuta una performance ideata dall’artista e grande suo amico Davide Mosconi (1941-2002), dal titolo Petali che cadono, realizzata per la prima volta nel 1996.  Una campana sospesa che una volta percossa ha lasciato cadere a terra, su un telo di lino, dei petali di rosa.

Carla Pellegrini ha ricoperto il ruolo di direttrice della Galleria Milano dal 1965 sino alla sua scomparsa nel febbraio di quest’anno.
Come ha detto Lea Vergine, Carla “non lascia un ricordo, ma Memoria”: punto di riferimento per l’arte contemporanea italiana e internazionale per oltre cinquant’anni, coraggiosa e sperimentatrice, è stata tra le prime a portare in Italia la Pop art inglese, a scommettere sulla West Coast quando Los Angeles era ancora una lontana frontiera, a riconoscere l’originalità del Gutai giapponese rispetto all’Espressionismo Astratto americano e a indagare gli aspetti meno noti della Nuova Oggettività tedesca.
La curiosità aperta di Carla, unita a una pungente ironia, le ha permesso di inaugurare senza timore mostre che hanno destato scandalo, come quando sul finire degli anni Sessanta ha proposto una personale su Allen Jones o una collettiva sulle “forme d’arte irritanti” (curata da Lea Vergine), coinvolgendo anche l’Azionismo Viennese. Non ha neanche esitato a impegnarsi politicamente in prima linea attraverso l’attività espositiva, con mostre come Croce Nera Anarchica o Falce e martello, nei primi anni Settanta. L’arte è stata la via, per Carla, di divenire anche esempio civico, come nel caso del Progetto Casina (di Luca Quartana e Antonella Ortelli, curato da Giorgio Zanchetti), che nel 2010 ha coinvolto le donne del carcere di San Vittore.
Guidata dal suo infallibile istinto e consigliata dai critici più attenti, ha anche fatto tanto per l’arte italiana credendo, spesso sin dagli esordi, in artisti come Gianfranco Baruchello, Vincenzo Ferrari, Antonio Calderara, Fabio Mauri, Vincenzo Agnetti, Davide Mosconi, Nanni Valentini, Luigi Veronesi e Franco Vimercati, tra gli altri. Si è anche dedicata alle artiste ingiustamente dimenticate, come Erma Bossi, alla quale ha dedicato una ricerca lunga trent’anni.

Ha continuato fino alla fine la sua attività con uno spirito sempre propositivo, alternando alle mostre storiche la promozione di artisti affermati delle nuove generazioni.
Performance, proiezioni di film, concerti e dibattiti si sono susseguiti negli anni. Ma andare a trovare Carla significava anche sedersi nel suo studio e chiacchierare davanti a un caffè o a un Gin tonic del più e del meno: attraverso l’arte, la vita.
La performance sarà eseguita dal musicista Elio Marchesini.
In mostra vi saranno alcune opere che gli artisti hanno voluto dedicare a Carla nel corso degli anni.
Carla era tante cose e continuerà ad esserle nella nostra memoria. Non si arrendeva mai. Amava l’arte, amava la vita. E amava i fiori.

Ci mancherà sempre. Arrivederci Carla.

Petali per Carla

Galleria Milano | via Turati 14
20121 Milano

giovedì 14 marzo 2019

ore 18.30

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Il 18 dicembre del 2018 era stato presentato in Galleria il libro
IO SONO CARLA PELLEGRINI
Storia della Galleria Milano e di tutto quello che mi è piaciuto fare
a cura di Elio Graziolied
edito da a+mbookstore 
di Milano

Alla presentazione erano intervenuti Carla Pellegrini, il curatore del volume Elio Grazioli, Marco Meneguzzo e Francesco Tedeschi.

Carla Pellegrini (1931 - 17/02/2019), titolare dal 1965 della storica Galleria Milano, che ha diretto fino al febbraio 2019, in questo ricco memoir raccontava la sua vita a Elio Grazioli. Una vita intensa, che si intreccia ben presto con l’arte, percorsa da incontri straordinari, da viaggi avventurosi e dalla volontà di stare nel presente e nella storia.

La storia di Carla ad un certo punto coincide con quella della sua Galleria Milano, che negli anni ha esposto, in anticipo sui tempi e con lungimiranza, i lavori di tanti degli artisti più importanti della nostra contemporaneità: dagli esponenti della Pop inglese nel 1966 alla Body Art più radicale in una mostra curata da una giovane Lea Vergine nel 1969, anno in cui presenta anche una personale di Allen Jones. E poi una programmazione che, fino ad oggi, ha spaziato in ogni direzione, dalla fotografia d’avanguardia al design, dalla cultura popolare alle ricerche antropologiche, dalla tanto amata arte tedesca al cinema sperimentale fino a mostre dettate da un chiaro impegno politico.

A legare ambiti così diversi è il gusto infallibile di Carla, e ancor più la sua persona, perché in fondo “la questione è quello che lei è, che continua ad essere ancora oggi”. Ciò che la rende infatti unica è la sua umana curiosità verso gli altri; la motivazione delle sue scelte, in fondo, è quella di “conoscere persone particolari”, e di questi incontri farne tesoro.
Se l’intervista in questo volume procede seguendo, quando inizia l’attività della galleria, la cronologia delle mostre, è perché Carla, con la sua capacità di inglobare in sé ciò che c’è di curioso nel mondo e nell’arte, “è l’elenco di tali persone”, restituendoci un racconto che, attraverso la lente del vissuto personale, narra di un momento indimenticabile della nostra storia dell’arte.

Il libro, nato da una lunga conversazione di Elio Grazioli con Carla Pellegrini, comprende un vasto apparato di fotografie che ritraggono Carla e tante persone – artisti, curatori, critici, amici e famigliari - incontrate nel corso della sua lunga vita e carriera.

Nel 1928 il critico d’Arte e editore Enrico Somarè aprì la Galleria Milano.
Nei dieci anni di vita della Galleria, chiusa poco prima della Seconda Guerra Mondiale, Somarè espose artisti cruciali come Casorati, Wildt, Eleonor Fini, Sironi, Tosi, Tozzi, Manzù, Carrà.
Nel 1964 i figli di Enrico Somaré, Guido e Sandro, entrambi pittori, riaprirono la Galleria Milano in via della Spiga, insieme a Aldo Bergolli, Mario Rossello e Gianni Dova.

Guido Somarè, Sandro Somarè, Gianni Dove, Alberto Bergolli e Mario Rossello, 1964

A partire dal 1965 è subentrata nella direzione Carla Pellegrini Rocca.
Nel 1973 l’attività viene trasferita da via della Spiga nell’attuale sede di via Turati.
Nel corso degli anni sono state allestite più di trecento mostre di artisti e movimenti dell’avanguardia storica e contemporanea internazionale. Dato il carattere specificamente propositivo della Galleria, un’attenzione particolare è rivolta agli aspetti dell’arte moderna e contemporanea meno noti al pubblico italiano.
Nella primavera del 1966 viene presentata London Under Forty (Allen Jones, Bridget Riley, Joe Tilson…), la prima collettiva in Italia sulla Pop Art inglese e Nuove ricerche visive in Italia. Nel 1969 due mostre che fecero scandalo: una personale di Allen Jones e Irritarte (Otto Muehl, Kudo ecc.) a cura di Lea Vergine, mostra rivoluzionaria e irriverente «per una analisi delle comunicazioni irritanti». Nel 1971 e nel 1972 due mostre su Il mondo della Non-Oggettivi, con riferimento ai vari aspetti dell’Astrazione dal 1924 al 1955. Nel 1974 Mitologie Individuali presentava un gruppo di giovani artisti tedeschi, come Baselitz, Polke, Palermo, Penk, Beuys, Darbhoven ecc. che divennero in seguito tra i protagonisti dell’arte contemporanea. Sempre nel 1974 una personale dell’allora poco noto Edward Ruscha, una collettiva di artisti della West Coast (Graham, Al Bengston, Price, Moses, Ruscha, Goode) e un allestimento di Fred Sandback. Nel 1976 il movimento Dada in collaborazione con Arturo Schwarz. Nel 1980 Fontana e l’Architettura. Nel 1984 Shiraga e il Gruppo Gutai. Nel 1995 Pino Pascali: L’arte e il gioco nella pubblicità e Il Realismo Sociale nella Germania degli Anni 20. Nel 1996 La fotografia fra le due Guerre, nel 1998 Ballet Russe e nel 2001 La geografia degli artisti. Nel 2002 la prima mostra in Italia di Alexander Brodsky. Nel 2009 Sette inglesi a Milano (Stephen Buckley, Bernard Cohen, Harold Cohen, Barry Flanagan, John Hoyland, Richard Smith, William Tucker). Nel 2014 la prima personale in Italia di Carl Grossberg, esponente della Nuova Oggettività. Nel 2015 vengono presentati per la prima volta in Italia i disegni del celebre musicista jazz Gerry Mulligan.
Non sono mancate mostre dettate da una chiaro impegno politico, come Croce Nera Anarchica nel 1972, i cui proventi furono destinati alla famiglia di Pino Pinelli e Falce e martello di Enzo Mari nel 1973, mentre Riflessioni sugli effetti della guerra (2003) era volta a suscitare domande sulle ripercussioni sociali dei conflitti bellici.
Il lavoro di ricerca è rivolto anche alle mostre a tema che invitano il visitatore ad una lettura più attenta sul modo di fare arte. Tra queste, realizzate nel corso degli anni, vanno citate Opera ricerca e documento, Il contesto Dannunziano, Decostruzione del Quotidiano e L’avanguardia in Ungheria, 1919-1924, Tuttolibri di Lea Vergine, Chi ha ancora paura del caso? sulla casualità nell’arte, a cura di Elio Grazioli.
Vengono trattate ed esposte regolarmente opere di artisti storicizzati, tra cui: Vincenzo Agnetti, Carlo Alfano, Arakawa, Gianfranco Baruchello, William Beckley, Antonio Calderara, Alik Cavaliere, Ketty La Rocca, Enzo Mari, Davide Mosconi, Magdalo Mussio, Gastone Novelli, Pino Pascali, Tancredi, Kazuo Shiraga, Nanni Valentini, Grazia Varisco, Luigi Veronesi, Franco Vimercati.
Inoltre la galleria si è occupata, nel corso degli anni, della promozione del lavoro di artisti affermati delle nuove generazioni, come i fotografi Pierluigi Fresia e Marco Vaglieri ed esponenti del Neoconcettuale italiano come Manuela Cirino, Luca Quartana e Luca Vitone.
La maggior parte delle mostre sono corredate da cataloghi editi dalla galleria e, negli anni Settanta, dalle Edizioni O, progetto editoriale di Baldo Pellegrini.
La Galleria Milano possiede un vasto archivio in costante aggiornamento, che documenta gli oltre cinquant’anni di attività di ricerca nel campo dell’arte contemporanea e moderna nazionale e internazionale. 

Alcuni critici con cui ha collaborato:
"In primis Lea Vergine e quindi Guido Ballo, Gillo Dorfles, Patrick Waldberg, Pierre Restany, un uomo geniale, con il quale ho passato molte ore seduta al tavolo del mio ufficio, uno di fronte all’altro. Con lui abbiamo fatto una mostra in Corea. Giulio Carlo Argan ha presentato la prima mostra di Calderara in galleria.
Ed ancora: Gigliola Foschi, Elio Grazioli, Angela Madesani, Henry Martin, Marco Meneguzzo, Jean-Luc Mercié, Antonello Negri, Daniela Palazzoli, Osvaldo Patani, Jasia Reichardt, Gabi Scardi, Aldo Tagliaferri, Francesco Tedeschi, Giorgio Zanchetti."

Lea Vergine e Carla Pellegrini

"Lucio Fontana è la persona più generosa che io abbia conosciuto nel mondo dell’arte. Quando ho fatto la mostra Nuove ricerche visive in Italia, nel 1966, Fontana mi ha mandato una grande opera, che era pubblicata sulla sopracoperta del libro di Guido Ballo. Era simpatico, spiritoso. Frequentava la galleria assiduamente."

Carla Pellegrini Rocca


Galleria Milano
via Turati 14
20121 Milano

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Corrado Levi: “Il titolo, a voi”, Fabbrica Eos Nuova sede, Milano, dal 7/03 al 6/04/2019

Giovedì 7 marzo 2019, alle ore 18.30, Fabbrica Eos inaugura la sua seconda sede a Milano con la mostra personale di Corrado Levi, IL TITOLO, A VOI, testo critico di Luca Beatrice.


Fabbrica Eos raddoppia. A pochi passi dalla sede storica, con il suo taglio underground e sperimentale, Giancarlo Pedrazzini apre un nuovo spazio su strada, in viale Pasubio (angolo via Maroncelli) di fronte alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, dove ha annunciato un programma di mostre personali con gli artisti della galleria e nuove scoperte che da decenni ne caratterizzano l’attività di talent scout.
Non si poteva che inaugurare questa nuova fase di Fabbrica Eos con Corrado Levi. Ognuno ci troverà le ragioni che meglio crede, così come il titolo della mostra “affidato a voi”, che il titolo imposto dall’artista in fondo è un limite, una convenzione che tarpa le ali della libertà dell’arte. Contro i limiti, le convenzioni, le definizioni, i linguaggi, gli stili Corrado Levi si batte da sempre e il suo essere inafferrabile resta la dote principale tra le tante.
Artista non lo si fa, lo si è, indipendentemente dal prodotto o dall’oggetto. È un atteggiamento, un modo di vivere, una condizione permanente dello spirito e un’attitudine fisica che va implementata e mantenuta con l’allenamento. Per questo Corrado Levi è un situazionista. Per questo non riconosce il primato di alcun linguaggio né sceglie la temporalità dell’opera.
In mostra dunque, lavori nuovi, realizzati ad hoc, oppure scelti dal magazzino (delle idee)? Nessuna importanza, ogni opera è nuova nel momento in cui la si vede, dunque davanti ai nostri occhi almeno per la prima volta sarà inedita. E di cosa si tratta? Come sarà allestita? Non lo sappiamo e forse non ha neppure troppa importanza. Ci saranno oggetti, disegni, fotografie, installazioni ma ciò che conta sarà la percezione finale di quella convenzione che chiamiamo mostra e che in fondo scegliamo per rivelare uno stato d’animo, momentaneo e accidentale.
Fuori dalle convenzioni Corrado Levi ci è sempre stato. Architetto, docente, artista, curatore: molto semplicemente una figura del suo (del nostro) tempo che ha attraversato i mutamenti della storia dell’arte contemporanea. Inutile ribadirne ancora una volta l’eclettismo e l’inafferrabilità, la freschezza e il coraggio, il rigore etico e la provocazione travestita da beffa. Corrado ha fatto tante cose e tante ne ha in mente ma, per prima cosa ha restituito centralità al pubblico, primo protagonista di questa vicenda.
A cominciare dal titolo, che non c’è. O forse sì, ma sarete voi a decidere quale.


Corrado Levi, come architetto è stato allievo di Carlo Mollino e di Franco Albini.
Come scrittore ha pubblicato:
- "New Kamasutra, didattica sadomasochistica" ed. La Salamandra, Milano 1979
- "Una Diversa Tradizione" ed. CLUP Milano 1981
- "Canti spezzini" ed.Chimera Magazine, Milano 1986
- "Diari di qua e di là'" ed. Politi, Milano 1988
- “Marrakech. Teoria” ed. Cadmo 2006
- “ Mes amis! Mes amis!” ed. Corraini 2007
Ha tenuto una rubrica periodica su Flash Art sulla nuova arte italiana ed ha pubblicato scritti sugli artisti contemporanei in varie riviste.
Nel suo studio di Milano ha organizzato mostre d'arte a partire dal 1985 ed ha curato la mostra "Il Cangiante" al PAC di Milano nel 1986.
Come artista dal 1983 espone regolarmente in Italia e a New York.
Nel 1991 gli è stato conferito il premio Francesca Alinovi.
Guanto d’Argento di Boxe Francese Savate.


CORRADO LEVI. IL TITOLO, A VOI
A cura di: Luca Beatrice

Dal 7/03 al 6/04/2019
Inaugurazione: giovedì 7 Marzo 2019, ore 18.30
Orari: martedì - sabato 10.30-13.00 / 15.30 - 18.30
Ingresso: libero

FABBRICA EOS Arte Contemporanea Nuova sede
viale Pasubio, ang. Via Maroncelli

20154 Milano
T.. +39 02 6596532 - www.fabbricaeos.it - info@fabbricaeos.it

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Monica De Mattei: L’Acquario al Contrario, Galleria Mario Giusti HQ-HEADQUARTER, Milano, fino al 2/03/2019

All'inaugurazione della personale il 13 febbraio è stato presentato il volume "L'Acquario al Contrario", Editoriale Giorgio Mondadori, con testi di Martina Degl'Innocenti e Mario Giusti, con una prefazione di Flavio Caroli.

Sono intervenuti con l'artista: Carlo Motta, responsabile libri Editoriale Giorgio Mondadori e Martina Degl'Innocenti, storico dell'arte.

Il mondo e la pittura di Monica De Mattei appartengono a quel qualcosa che è andato quasi perduto nella vita quotidiana delle città moderne: la leggerezza. Le sue vivaci policromie hanno i toni dominanti del mondo sott’acqua e sono in grado di ricordarti, di volta in volta, un passato mistico e misterioso ed un iconico presente.
Infatti il soggetto scelto, i pesci, è quanto di più antico, nobile e frequentato dall’arte, ci sia dato di vedere.
Sotteso a simbologie legate all'infinito e alla fragilità dell'esistenza, il lavoro di Monica ha la volontà di pensare solamente a “un qui e ora, senza preoccupazioni che riguardino il passato e il futuro, in una condivisione di un momento che deve poter essere sempre trasformato in accezione positiva: da qui l'energia dei colori e l'allegria di forme che desiderano solo condurre verso gioia e serenità.

Monica De Mattei (Milano, 3 ottobre 1973)
Una continua esigenza di creare è ciò che ha portato Monica De Mattei a esprimersi attraverso l'arte. Se il disegno è la colonna portante che accompagna da sempre la sua opera - a partire dagli studi scientifici e dalla laurea in architettura presso il Politecnico di Milano -, è la vigorosa energia conferita dal colore, che attrae inevitabilmente lo sguardo verso il suo lavoro.
Dopo essersi dedicata a una variegata sperimentazione di tecniche e forme, ha trovato nella pittura la sua espressione stilistica dedicandosi, in particolare, alla rappresentazione di pesci. Ha esposto i suoi dipinti in varie mostre a Milano, città dove è nata e lavora, in Italia e all'estero.
La ricerca di un'infinita riproduzione di uno stesso soggetto che, ogni volta, appare differente in forme e colori, ha dato vita ad alcune serie in cui l'artista ha approfondito tematiche diverse. Dai primi “Oblò” del 2006, in cui rappresenta squarci di mare visti dall'interno di una nave, alle sagome nere che nuotano nelle colorate acque geometriche di “Oceano 4.0”; dalle matrioske ittiche di “Maternità” alle forme astratte dettate dall'emozione in “Primordi”, Monica nuota attraverso il suo mondo fluttuante per creare “L'Acquario Infinito”, dove rompere il vetro della realtà e sconfinare verso la gioia della fantasia.
Monica De Mattei entrerà nel Catalogo dell’arte moderna e contemporanea (CAM), numero 54, in uscita a novembre 2018, come artista segnalata dalla critica.

Monica De Mattei: L'Acquario al Contrario
Dal
13/02 al  2/03/2019
Orari: lun-ven 10.30-13 /15-18.30; weekend su appuntamento
Ingresso: libero
Informazioni:  
T. +39 0272000073 - M. +39 335 6478444 Skype: Mr.Giusti - info@mariogiustihq.com - www.mariogiustihq.com - www.monicademattei.com/it/ info@monicademattei.com

Galleria Mario Giusti HQ-HEADQUARTER
Via Cesare Correnti, 14
20123 Milano

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OMAGGIO A MARIO SCHIFANO Al principio fu Vero amore, Fondazione Marconi, Milano, fino al 9/03/2019

… Un vulcano geniale, bugiardo, bello, asociale,
generoso, infedele, elegante, frenetico,
vorace, affabulatore, insaziabile, incosciente,
pazzo scatenato che voleva tutto…
Giorgio Marconi, 2004

Foto: Fabio Mantegna

Caro Mario lavora, stacca il telefono, e dimentica tutte le rogne di questo mondo. Un caro saluto.
La lettera, datata 29 settembre 1965, e indirizzata a Mario Schifano è firmata da Giorgio Marconi alla vigilia della mostra inaugurale del suo primo spazio espositivo.
Vero amore è il primo quadro che l’artista romano espone a Studio Marconi nel novembre dello stesso anno, accanto a opere di Valerio Adami, Lucio Del Pezzo ed Emilio Tadini.
Vero amore è anche il titolo della prima personale che egli tiene, sempre da Marconi, appena un mese dopo, nel dicembre 1965.

Giorgio Marconi e Mario Schifano nello studio dello Studio Marconi, Milano 1965,  fotografia di Ugo Mulas

Seguono nell’ordine, a brevissima distanza: Inventario con anima e senza anima, nel novembre 1966, Tuttestelle, nell’ottobre 1967, Compagni, compagni, nel dicembre 1968, e Paesaggi TV, nel dicembre 1970.
È su questo preciso momento della carriera di Mario Schifano che la Fondazione Marconi concentra l’attenzione dedicandogli un omaggio, a vent’anni dalla morte e ripercorrendo gli inizi della sua collaborazione con Studio Marconi.
La pittura dell’artista romano nasce nei primi anni Sessanta, dopo un apprendistato all’insegna di esperienze informali.
La sua prima mostra ha luogo alla galleria La Salita di Roma nel 1959, insieme a Festa, Angeli, Lo Savio, Uncini. Nel catalogo della mostra Cesare Vivaldi scrive: “Mario Schifano è forse il talento pittorico più genuino che sia apparso a Roma dopo Burri.
È il momento dei monocromi, originalissimi quadri verniciati con una sola tinta o due, quasi a voler evocare il grado zero della pittura, il raggiungimento di un punto di non ritorno.
Ma è solo un punto di partenza poiché già dal 1962, le sue opere si popolano di frammenti di immagini e segnali del paesaggio metropolitano, per aprirsi poco dopo a nuove espressioni pittoriche con le strade, gli incidenti, la natura “en plein air”, i “paesaggi anemici”, i “particolari” e gli “alberi”.
Giorgio Marconi entra in contatto con l’artista in questo periodo, dopo averne visto i lavori alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis e da Mara Coccia. Acquista le prime opere alla Galleria Odyssia di Federico Quadrani, dove ha l’occasione di conoscerlo di persona.
Nella seconda metà del 1963 stabilisce direttamente con lui i primi accordi di collaborazione, che nella primavera dell’anno seguente vengono formalizzati da un contratto di lavoro in esclusiva.

Mario Schifano, 11/10/1969, Studio Marconi

Marconi definisce Schifano “un vulcano geniale”; profondamente affascinato dai suoi quadri, lo considera uno dei più grandi talenti pittorici italiani del suo tempo.

Il sodalizio tra i due finisce nel 1970, ma non si estingue l’interesse per l’artista da parte di Marconi che continua a organizzare mostre di sue opere (nel 1974, 1990, 2002) fino alle più recenti del 2005 e 2006, rispettivamente intitolate Schifano 1960-1964. Dal monocromo alla strada e Schifano. Dal paesaggio alla TV, e corredate da due importanti volumi editi da Skira.

Il percorso espositivo mira oggi a ricostruire le mostre che ebbero luogo dal 1965 al 1970; al piano terra si parte da Vero amore (1965), dove l’immagine principale raffigura un albero frondoso, robusto e vitale ripetuto innumerevoli volte in versioni differenti; seguono Inventario con anima e senza anima (1966) – in cui Schifano presenta il ciclo Futurismo rivisitato, riprendendo la nota fotografia del gruppo futurista scattata a Parigi nel 1912 – e Tuttestelle (1967) in cui le stelle dipinte a spruzzo evocano ricordi infantili e l’artista comincia a utilizzare calotte di perspex trasparente o colorato per ottenere originali effetti di velatura. Un’intera sala è poi dedicata ai capolavori di grandi dimensioni, mentre al primo piano figurano i Compagni, compagni (1968) ispirati all’attualità politica, in cui la fotografia di alcuni operai o studenti cinesi, muniti di falce e martello, si trasforma in icona mediatica. Il percorso si conclude al secondo piano con i Paesaggi TV (1970) nei quali immagini riprese dallo schermo televisivo, isolate dal contesto e rielaborate con tocchi di colore alla nitro o all’anilina, vengono riportate su tela emulsionata, carta o pellicola.
Se, da un lato, l’obiettivo della mostra è rendere un dovuto omaggio all’artista, dall’altro, si vuol celebrare la sua collaborazione con la storica galleria milanese che aveva da poco iniziato la sua attività.

Il pubblico potrà così vedere (o ri-vedere) opere che furono presentate a Milano in quegli anni – spesso per la prima volta – e che ancor oggi fanno parte integrante della collezione Marconi.
Completa il percorso espositivo un’ampia e variegata selezione di materiali di repertorio, tra pubblicazioni, fotografie, scritti.

Mario Schifano, nato a Homs, in Libia, nel 1934, Mario Schifano si trasferisce a Roma nell’immediato dopoguerra. Abbandonati gli studi, lavora come assistente del padre, che è archeologo restauratore al Museo Etrusco di Villa Giulia.
Inizia a dipingere tele di matrice informale, che espone nella sua prima personale alla Galleria Appia Antica di Roma. Poi con Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini tiene la collettiva 5 pittori - Roma ’60, curata da Restany, e la critica inizia a interessarsi alla sua pittura. Abbandonati i modi informali, realizza opere monocrome con smalti industriali, dove la carta da imballaggio è incollata sulla tela e ricoperta da un solo colore.
Nel 1961 vince il Premio Lissone per la giovane pittura contemporanea e tiene una nuova personale alla Galleria La Salita di Roma. Dopo un viaggio negli Stati Uniti, dove ha partecipato alla mostra The New Realism alla Sidney Janis Gallery di New York, inizia a introdurre nelle sue tele frammenti dell’iconografia urbana.
Lavora per cicli tematici: dai Paesaggi anemici alle serie dedicate alla storia dell’arte (Futurismo rivisitato, 1966). Invitato alla Biennale di Venezia nel 1964, partecipa l’anno seguente alla mostra inaugurale dello Studio Marconi, di cui diventa uno degli artisti più rappresentativi. Insieme alle nuove serie Ossigeno Ossigeno, Oasi e Compagni compagni, realizza pellicole d’avanguardia come Anna Carini vista in agosto dalle farfalle, che presenta nel 1967 allo Studio Marconi.
Dal 1970, dopo l’impegno politico e civile negli anni della contestazione, sperimenta il riporto di immagini televisive sulla tela emulsionata, cui aggiunge interventi cromatici con smalti industriali.
Tiene numerose personali e nel 1972 espone alla X Quadriennale romana. L’anno seguente partecipa alla rassegna “Contemporanea”, curata da Achille Bonito Oliva nel parcheggio di Villa Borghese.
Nel 1974 ha luogo all’Università di Parma una vasta antologica che con un centinaio di opere ripercorre la sua carriera artistica.
In questi anni torna a rivisitare la storia dell’arte con opere ispirate ai capolavori delle avanguardie storiche e realizza nuovi cicli, tra cui Quadri equestri, Architettura, Naturale sconosciuto, Reperti.
Oltre a organizzare numerose personali in Italia e all’estero partecipa a diverse edizioni della Biennale di Venezia ed è inserito nelle principali rassegne dedicate all’arte contemporanea italiana, tra cui: Identité italienne, 1981, Centre Pompidou, Parigi; Italian Art of the XX century, 1989 Royal Academy, Londra; The Italian Metamorphosis 1943-1968, 1994, Solomon R. Guggenheim Museum, New York (poi trasferita alla Triennale di Milano e al Kunstmuseum di Wolfsburg).
L’artista muore a Roma nel 1998.
Tra le molte mostre a lui dedicate, si ricordano le ampie antologiche alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma (2001); alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (2008-2009), alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano e al Musée d’art moderne Saint-Etienne Métropole; al Castello Pasquini, Livorno (2013); alla galleria Luxembourg & Dayan, Londra e New York (2014); al Complesso Museale Palazzo Ducale, Mantova (2017); alla Mayor Gallery di Londra (2018). A queste si affiancano le due importanti mostre organizzate dalla Fondazione Marconi: Schifano 1960-1964. Dal monocromo alla strada (2005); Schifano 1964-1970. Dal paesaggio alla TV (2006) e l’ultima Grande angolo per uomini, manifesti e paesaggi (2013) in contemporanea con l’uscita dell’omonimo volume a cura dell’Archivio Mario Schifano. Tra le principali e più recenti collettive figurano invece: The World Goes Pop, Tate Gallery, Londra (2016); Arte ribelle, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano, a cura di M. Meneguzzo (2017); Nascita di una nazione, Palazzo Strozzi, Firenze, a cura di L. Massimo Barbero (2018).


OMAGGIO A MARIO SCHIFANO 
Al principio fu Vero amore
Inaugurazione: 29 novembre dalle ore 18.00 alle ore 20.30
Dal 30/11/2018 al 16/01/2019
Orario: dal martedì al sabato 10-13 / 15-19 (chiuso dal 25 dicembre 2018 al 7 gennaio 2019)
Ingresso: gratuito
Fotografie: Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati.
 Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano - Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Ufficio stampa: Cristina Pariset - Tel. + 39 02 4812584 - Fax + 39 02 4812486 - cell. + 39 348 5109589 - cristina.pariset@libero.it

Fondazione Marconi
Via Tadino 15
20124 Milano
Tel. + 39 02 29 41 92 32 - Fax + 39 02 29 41 72 78 - 
info@fondazionemarconi.org - www.fondazionemarconi.org

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Mavi Ferrando: Intemperanze e rigore, Spazio Temporaneo, Milano, dal 12/02 al 9/03/2019

Inaugurazione 12/02/2019, ore 18.30


Nell’ambito della Rassegna ‘Novecento Italiano’ promossa dal Comune di Milano -Casva e del progetto ‘I Fantasmi del ‘900’ a cura di Eleonora Fiorani l’artista presenta una serie di sculture in legno: da appoggio, installate a parete, a tutto tondo.

Le opere di Mavi Ferrando presenti nella mostra Intemperanze e rigore sono sculture totemiche e insieme liberty, lievi come le foglie di cui hanno la grazia e la poesia, e sculture-scritture, disegno e segno, che rammemorano quelle dei templi mediorientali, che vivono nell’estensibilità multidimensionale dello spazio mentre ci rimandano alla sacralità della scultura e insieme la decostruiscono.
In esse lei parla il linguaggio del legno, di cui cerca la levigata leggerezza e la flessibilità, l’equilibrio e il movimento come se esso stesso fosse una creatura viva da cui si generano opere quasi senza spessore, che si ancorano nella bidimensionalità della superficie, e che anche colora, di nero, di bianco o mantiene e tratta come colore le sue calde tonalità marroni.
E dunque è nel legno, nella sua pelle viva, calda e liscia, che ha intagliato morbide curve e aperture, disegnando nella scultura Senza titolo, lingue che si ergono in alto e si richiamano oppure in Eccedo, in legno sagomato e acrilico, e in Drus, Achet, Yor, frastagliati e inaspettati contorni mentre esse stesse ci appaiono come il diventare uno di due diverse sculture, che ne fanno stranianti creature, personaggi di un immaginario mondo in cui si incontrano poesia e dimensione ludica.
Il suo modo di operare intreccia infatti rigore di ricerca e sperimentazione che comprende anche il giocare con le forme, il contaminare i linguaggi, facendoli deragliare dai codici prestabiliti, così che rimanga incerta la loro natura di scultura o di quadro o di architettura o di design. Sono strutture autoriferite che vivono in un tempo anacronistico, in cui tutti i tempi sono presenti, così che esse rammemorano il passato e insieme un immaginifico futuro, o in un tempo bloccato in un istante che diventa eterno presente. Di qui totem che hanno perso la loro monumentalità e il loro essere sculture funerarie o monumenti astrali che diventano vessilli o aste E che possono vivere singolarmente o allineati insieme in più aste o sagome strutturate per variazione di motivi plastici. Eppure c’è in loro la memoria del menhir, del loro essere una trasformazione fisica dello spazio, “la pietra luce” o anche “la pietra danzante”, come le immaginavano gli antichi, astratta e vivente, il bordo d uno spazio, ritmato, definito, geometrico, che nelle opere di Mavi Ferrando dà vita a un nuovo linguaggio delle forme, a un diverso modo di essere e insieme non essere della scultura e della pittura.
E che si tratti di un nuovo linguaggio ne è un’ulteriore conferma il recente ciclo dello opere, ancora in corso, che si distendono in orizzontale, potenzialmente all’infinito, che, all’apparenza, ci appaiono come una scrittura, in un processo che da un lato possiamo leggere come un’ulteriore smaterializzazione materica della scultura e all’inverso, dall’altro, come un processo in cui la scrittura acquista materialità. Le due opere esposte, entrambe Senza titolo, sono infatti costituite per libero accostamento e composizione da aste sottili, che sono frammenti di forme, che potrebbero essere disposte diversamente quali elementi che rammemorano i modi in cui si strutturano gli ideogrammi. Sono segni calligrafici di un’immaginaria e misteriosa lingua che si annida nei meandri del tempo o che ancora deve venire, che si liberano dai supporti in cui sogliono essere scritti e vivono in piena libertà e autonomia nello spazio.

Eleonora Fiorani

Mavi Ferrando: Intemperanze e rigore
A cura di: Eleonora Fiorani
Inaugurazione: 12/02/2019, ore 18.30
Dal
13/02 al 9/03/2019

Orari: martedì - sabato 16.00/19.30
Ingresso: libero

Spaziotemporaneo
via Solferino 56
Milano

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