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Archivi categoria : Mostre Milano

Tino Stefanoni: Per grazia ripetuta, Galleria Il Milione, Milano, fino al 21/12/2018

"Immaginiamo di trovarci un una stanza tutta dipinta; o, per meglio dire, in una stanza
che una volta era tutta dipinta ma che oggi, consumata dal tempo, è cambiata, è una nuova stanza, fatta di tanti piccoli frammenti di pittura sparsi qua e là sui muri, quelli che appunto il tempo ha deciso di risparmiare dalla distruzione. Naturalmente i contenuti e le peculiarità della stanza di un tempo, tutta dipinta, sono anch’essi svaniti nel nulla, ma questi brani di pittura, rimasti nel vuoto dei muri, hanno acquisito nuovi significati, “trasformati” non da una creatività, ma dal tempo trascorso. Così oggi ci si può appropriare del frammento non come residuo di un evento trascorso, ma come fenomeno di autorigenerazione che il linguaggio stesso della pittura ci propone.
L’Arte si trasforma, dunque, come il punto di vista dell’artista e dell’osservatore, oggi non solo partecipe di ogni possibile esperienza e sperimentazione, ma consapevole del cambiamento delle radici stesse di una pittura che cambia i suoi orizzonti e che può essere considerata, più che un fine, un mezzo peculiare per le necessità della mente."

Tino Stefanoni, dicembre 1994, per la sua personale alla Galleria Il Milione, in rife-
rito soprattutto ai Frammenti.


Alla Galleria Il Milione la bella mostra Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione, a cura di Roberto Borghi, aperta sino al 21 dicembre 2018.

A partire dal 1990 Tino Stefanoni ha tenuto negli spazi de Il Milione quattro personali (1990, 1994, 2000, 2007) e numerose collettive.
Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre dello scorso anno, il pittore d’origine lecchese ha mantenuto ininterrotta la sua amicizia con Chicca e Francesca Ghiringhelli, alle quali tra l’altro ha segnalato artisti giovani, o comunque esordienti, che non di rado hanno esposto le loro opere in galleria.
La mostra raccoglie per lo più dipinti realizzati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Attraverso questi lavori, dedicati a paesaggi e nature morte, Stefanoni ha creato un suo peculiare e inconfondibile universo pittorico, nel quale confluiscono rimandi a numerosi maestri del passato - da Beato Angelico a Carlo Carrà - rielaborati però in una prospettiva straniante, ironica e allo stesso tempo algidamente lirica.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su tele di piccole dimensioni e dai formati insoliti - per esempio triangolare o rotondo - dettagli di edifici, vasi da fiori, bandierine svolazzanti: il colore monocromo dello sfondo, irrorato di una luminosità di cui è arduo cogliere la provenienza, fa stagliare questi oggetti “qualsiasi” e li rende assoluti.

Refettorio delle Stelline - Gruppo Credito Valtellinese - mostra antologica 2013

La pittura di Stefanoni va in cerca della Metafisica dell’ovvio, come s’intitolava la retrospettiva allestita al Refettorio delle Stelline, Gruppo Credito Valtellinese, nel 2013; ma, nella sua voluta serialità, tende anche a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro che “eccezionale”, un singolare tono elegiaco che appartiene alla vita reiterata di tutti i giorni, alla quotidianità più banale, più replicabile, e paradossalmente più preziosa.
Il lavoro di Tino Stefanoni, pur non appartenendo in senso stretto a quello dell’arte concettuale, di fatto si è sempre sviluppato nella stessa area di ricerca. Ha sempre guardato al mondo delle cose e degli oggetti del quotidiano, proponendoli nella loro più disarmante ovvietà, come tavole di un abbecedario visivo o pagine di un libretto d’istruzioni dove le immagini sostituiscono le parole. A differenza del mondo animale e del mondo vegetale che non sono di pertinenza dell’uomo, il mondo delle cose è invece l’unico segno tangibile della sua esistenza, e quindi di sua proprietà, traccia del suo pensiero e della sua storia dove si possono creare arte e bellezza che non sono l’arte e la bellezza della natura. È evidente, nella ricerca, l’interesse a voler presentare le cose più che a volerle rappresentare e, al tempo stesso, a rivestirle di sottile ironia e magia tratte da un’operazione asettica come in un sogno lucido, per intenderci, che può far convivere elementarità e mistero, due elementi che per loro natura non sono affatto prossimi ma vicini per contrappunto. Anche nei dipinti più recenti, dove i canoni della pittura classica (nel senso stretto del termine) sono volutamente esasperati a favore di una didattica del pittorico (luce chiaroscuro, disegno colore), si rivela sempre il mondo delle cose che, pur restando il momento risolvente del suo lavoro, si carica naturalmente di significati metafisici, gli stessi significati dei dipinti dal tratto nero e sfumato definibili come sinopie dei precedenti.
L’incantato disincanto - La pittura come oggetto - Lo stato dei fatti - L’ironia oggettiva - L’illusione svelata - Amori platonici - Emoticon - Metafisica del quotidiano - Ironia poesia e così sia - Magica concettualità - L'enigma dell'ovvio - Pittura della mente, sono alcuni significativi titoli di testi scritti sulla sua opera. Il finto incantamento, dunque, della sua pittura apparentemente classica, traveste il momento lirico-concettuale del suo lavoro tutto rigorosamente razionale e, per assurdo "sentimentalmente razionale", al punto da voler sottolineare che la pittura è null’altro che un oggetto per la mente come la sedia, il tavolo o il letto, sono oggetti per il corpo.

Tino Stefanoni (Lecco 1937-2017), dopo gli studi al Liceo Artistico Beato Angelico e alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ha esordito attorno alla metà degli anni Sessanta con dipinti dal sapore concettuale. Nel 1967 ha tenuto nella Galleria Il Canale di Venezia la sua prima rilevante personale e ha vinto il 1° Premio San Fedele, indetto dall’omonimo Centro Culturale milanese, un importante riconoscimento per giovani artisti assegnato da una giuria allora presieduta da Giuseppe Panza di Biumo e Palma Bucarelli. Nel 1970 ha partecipato alla Biennale di Venezia. Presso Il Milione, oltre a parecchie collettive, ha tenuto personali nel 1990, 1994, 2000 e 2007. Da allora i suoi dipinti sono state esposti in diverse città europee, negli Stati Uniti, in America Latina e in Corea del Sud. Nel marzo di quest’anno, a pochi mesi dalla sua scomparsa, in occasione della mostra La realtà e la magia a cura di Elena Pontiggia alla Galleria Robilant+Voena, è stato presentato il catalogo ragionato delle sue opere edito da Allemandi.

Ex voto per grazia ripetuta

Nel 1990, l’anno in cui tiene la sua prima personale al Milione, Tino Stefanoni è
un artista cinquantenne con un vasto curriculum espositivo, ma un ancor più ampio
itinerario espressivo. Nell’arco di poco più di due decenni di attività pittorica, Stefanoni
ha portato a termine sei cicli di opere - e ne ha iniziato dal 1985 un settimo - che si
passano l’un l’altro il testimone seguendo una logica ferrea. Dai microscopici scenari,
effigiati su rilievi simili a bottoni, che costellano i Riflessi (1967-1968), alle visioni appena
accennate di utensili domestici o casolari che affiorano dalle Apparizioni (1983-84), gli
ambiti di riferimento sono, alternativamente, l’oggetto e il paesaggio. Più l’oggetto che
il paesaggio, dovremmo aggiungere se posassimo uno sguardo quantitativo sulla sua
fluviale produzione. In realtà l’aspetto più peculiare dell’arte di Stefanoni sta nel creare
un’inedita reciprocità - a volte persino una straniante intercambiabilità - fra questi due
ambiti. L’oggetto è raffigurato come se fosse un paesaggio: come se si stagliasse all’orizzonte (nelle tele grezze squadrate o quadrettate dei primi anni Settanta, ma anche negli Elenchi di cose della seconda metà del decennio), come se fosse qualcosa di analogo a un luogo (nei Segnali dei primi anni Settanta), come se, misurandosi con lo spazio pittorico, rivelasse l’esaustività vitale propria del paesaggio. Il paesaggio è rappresentato in termini oggettuali: come se possedesse l’inerzia, l’assertività, la voluminosità di un oggetto. Focalizzandosi esclusivamente su oggetto e paesaggio, Stefanoni intende simultaneamente azzerare e riepilogare la tradizione figurativa del moderno: egli stesso, in
più occasioni, ha sottolineato la basilarità intenzionale, il carattere divulgativo e persino
didattico dei suoi dipinti. Affermazioni di questo tipo rientrano nel profilo di artista
senza troppi fronzoli - saldamente razionale, interessato all’«uso concreto dell’opera»,
convinto addirittura che la pittura sia un «utensile per la mente» così come una sedia
lo è per il corpo - che si è ritagliato fin dal suo esordio espositivo, avvenuto nell’anno
di pubblicazione dei Paragrafi sull’arte concettuale di Sol LeWitt. Il concettualismo di
Stefanoni però è più dichiarato che praticato: l’attitudine analitica cede il passo alla
suggestività, alla resa poetica dell’immagine, soprattutto nel ciclo di dipinti che ha inizio
attorno al 1985, e che prosegue ininterrotto sino alla scomparsa dell’artista.
Nella serie dei Senza titolo, alla quale appartengono anche i lavori pubblicati nelle
pagine seguenti, per la prima volta oggetto e paesaggio compaiono nei medesimi dipinti,
e il loro essere strettamente affini, e talvolta finanche commutabili, diviene palese.
Così come è evidente il tono riepilogativo di queste opere che si inseriscono in una
linea metafisica dell’arte italiana dalla quale sono attraversati sia il Beato Angelico, sia Carlo Carrà, per non citare che due tra i pittori più omaggiati da Stefanoni. Nel caso dei
Senza titolo però si tratta una metafisica priva di mitologia fondativa, di attrazione per l’ignoto, di immersione nell’inconscio, come ha fatto notare il loro più acuto interprete, Valerio Dehò. La pittura di Stefanoni contempla l’ovvio - nel senso etimologico di «ciò che s’incontra per la via» (il latino ob significa «incontro a»), ciò in cui chiunque s’imbatte nel percorso della propria esistenza - con un atteggiamento di «lucido stupore»: di fronte a sé ha un mistero a cui si possono soltanto dedicare degli ex voto profani , quali appaiono molti Senza titolo.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su
supporti dai formati talvolta anomali vasi da fiori, banderuole svolazzanti, dettagli
di edifici, alberi che sembrano usciti da un fumetto. La campitura monocroma dello
sfondo, irrorata da una luce di cui è arduo cogliere la provenienza (nonostante le ombre
marcate che proietta), fa risaltare oggetti e paesaggi conferendo loro un accento ironico e,
allo stesso tempo, algidamente lirico. Questa procedura creativa potrebbe essere reiterata
all’infinito, senza che si esaurisse la formula da cui è scaturita. Nella sua voluta serialità,
l’arte di Stefanoni tende a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro
che eccezionale, un tono elegiaco che appartiene alla quotidianità più consueta, più
replicabile, e paradossalmente più preziosa.

Roberto Borghi


Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione
Dal 25/10 al  21/12/2018
A cura di: Roberto Borghi
Coordinamento mostra: Federica Zaffaroni

Catalogo: Bollettino della Galleria del Milione n. 199
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.00, sabato su appuntamento
Ingresso: libero

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
T. e fax 02 29063272 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

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Aldo Spoldi: La storia del mondo, Fondazione Marconi, Milano, finissaggi 10/11/2018

Finissage: giovedì 10/11/2018
Per il finissage della mostra Aldo Spoldi e Fondazione Marconi sono lieti di presentare la raccolta edita da PostmediabooksI Giornalini dell’Accademia dello Scivolo. Interverranno i critici Loredana Parmesani e Gianni Romano.


La nuova stagione espositiva della Fondazione Marconi inaugura, dopo la pausa estiva, con una mostra interamente dedicata al lavoro di Aldo Spoldi.
Il progetto, a cura di Patrizia Gillo, personaggio virtuale nato dalla fantasia dell’artista, è stato commissionato dall’Accademia dello Scivolo, associazione fondata da Spoldi nel 2007 e “volta alla ricerca del bello sensibile”.
Ma partiamo dall’inizio: lo spunto per la realizzazione di questa mostra viene da una lettera che Aldo Spoldi indirizza a Giorgio Marconi e nella quale dice che, guardando indietro nel suo passato, gli è scattata la molla di fare un quadro nuovo che chiamerà Antologica, poiché in essoconvivono passato e presente e da esso derivano altri quadri, altre storie, altre mostre.

Signor Marconi
l’Accademia dello Scivolo mi ha commissionato
la ricerca per un’antologica.
Così l’anno scorso ho cercato di guardare indietro.
Sarò anche un po’ folle, ma nel cercare nel mio passato
ho trovato il divenire della storia del mondo.
Sa, ho visto tre, quattro mondi nascere e perire e lei,
Signor Marconi, almeno uno in più…
Da una lettera di Aldo Spoldi a Giorgio Marconi, 2013

Di fatto questo nuovo lavoro corrisponde al racconto surreale e mirabolante dell’intera vicenda artistica di Aldo Spoldi dal 1968 ai giorni nostri: unasorta di gigantesco teatrino in cui l’artista-burattinaio muove i fili dall’alto, facendo oscillare le figurine, alla ricerca di molteplici combinazioni.
L’avventura, contrassegnata da 12 marchi posti all’ingresso della sede espositiva allo scopo di segnarne le tappe, ha inizio nel sotterraneo per poi svilupparsi, senza soluzione di continuità, fino al secondo piano della Fondazione, seguendo il filo giocoso delle immagini. Lungo il percorso si alternano periodi creativi, galleristi, collaboratori, personaggi che lo hanno ispirato e accompagnato.
Accostatosi all’arte concettuale e alle esperienze teatrali negli anni Settanta, Aldo Spoldi fa parte di una generazione di artisti che cerca di superare il rigore e la rigidità concettuale attraverso il ritorno a un linguaggio capace di una nuova narrazione, attingendo i propri strumenti indifferentemente dalla storia dell’arte, dalle immagini del quotidiano e della cultura contemporanea.
Il suo carattere distintivo sta nel non volersi rinchiudere nella dimensione del ‟quadro”, nel realizzare installazioni ad ampio raggio, e nel rifarsi a un universo di immagini ricavate dalla dimensione dell’infanzia, dei cartoons, dei fumetti, per dar vita a icone fantasiose e delicatamente stilizzate.
La sua collaborazione con Giorgio Marconi inizia negli anni Ottanta per proseguire fino ai giorni nostri.
Tra le mostre più recenti che presenta alla Fondazione Marconi figurano “La tromba delle scale” (2006) e “Il mondo nuovo” (2011). La prima incentrata su un grande quadro a sviluppo verticale che è “impossibile vedere per intero”; la secondaispirata dalla situazione immaginaria che alcuni personaggi di sua invenzione - il critico d’arte Angelo Spettacoli, il filosofo Andrea Bortolon, il fotografo Met Levi e l’artista Cristina Karanovic (alias Cristina Show) - spaventati dalla recente crisi finanziaria del 2008 avessero trovato rifugio presso il suo atelier fondandovi una nuova scuola d’arte, L’accademia dello Scivolo e che da lì non volessero più andarsene.
Evidentemente, anche questa volta, èilgioco la costante che guida la lettura della mostra, a partire dalla figura fittizia della curatrice Patrizia Gillo.
Il racconto si svolge tutto in verticale, concepito come un e-book “costruito a mano” e una “banca dati” dipinta a tempera, consente innumerevoli rimandi e connessioni che sono la chiave di accesso per ulteriori ricerche e approfondimenti e che - come dice lo stesso artista - “permettono di accedere non solo al mio passato, al ‘gran rifiuto’ di Marcuse, alla ‘dialettica negativa’ di Adorno e all’arte povera, ma anche a quello della storia del mondo”.
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione del Quaderno n. 20 della Fondazione Marconi con un testo a firma di Patrizia Gillo e illustrazioni a colori delle opere.
Dal 9 ottobre al 17 novembre, infine, alcuni lavori inediti di Aldo Spoldi verranno presentati alla Galleria Battaglia, in via Ciovasso 5 (www.galleriaantoniobattaglia.com), occasione ideale per celebrare il cinquantenario di un’epoca rivoluzionaria come il ’68 e della stessa attività artistica di Spoldi che in quegli anni muoveva i primi passi.


Aldo Spoldi
è nato a Crema nel 1950, dove vive e lavora. Studia al liceo artistico Beato Angelico e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Artista ironico, ludico, teatrale è pittore, scultore, musicista, scrittore, docente all’Accademia di Brera, membro del Collegio di Patafisica dal 1983 e firmatario del Manifesto Topista (2014).
Lo sviluppo della sua attività coincide con la trasformazione dell’arte e della società, ognuna delle quali si rispecchia nelle varie fasi del suo lavoro. Nel 1968, l’anno della contestazione giovanile e del marxismo dilagante, raggruppa una banda composta da compagni del liceo che realizzano burlesche performance nelle pubbliche vie di alcune città, poi raccolte nel catalogo Ben venga maggio, edito dalla Galleria Diagramma/Luciano Inga Pin nel 1972.
Nel 1977, anno della caduta del marxismo e della nascita del postmoderno, costituisce il Teatro di Oklahomache espone alla Galleria Diagramma/Luciano Inga Pin di Milano. È l’occasione per rivolgere un’ironica critica alla Body Art, presentandola come fosse una natura morta, rivestita con abiti di Elio Fiorucci nei grandi pannelli fotografici in bianco e nero realizzati da Giorgio Colombo a partire dai bozzetti dell’artista.
Subito dopo, in contemporanea con la Transavanguardia, inizia la sua attività pittorica, caratterizzata da immagini teatrali che si contrappongono al rigorismo concettuale. A tale proposito Achille Bonito Oliva scrive: “Ci troviamo di fronte ad un teatro del segno, in cui il foglio di carta diventa contemporaneamente proscenio e sipario, bocca del suggeritore e fila di quinte”. È invitato a partecipare al movimento artistico dei “Nuovi Nuovi” da Renato Barilli e al “Magico-Primario” da Flavio Caroli. Espone a Milano nel 1978 da Luciano Inga Pin e da Enzo Cannaviello a Roma e Milano; nel 1981 allo Studio Marconi, alla Hayward Gallery di Londra, alla Biennale di Parigi e alla Galerie Daniel Templon (dove ritorna nel 1985); nel 1982 è alla Biennale di Venezia; nel 1983 da Holly Solomon a New York.
Nel 1985 e negli anni dell’immaterialità finanziaria Spoldi trasforma l’umanistico Teatro di Oklahoma in Banca di Oklahoma, poi in Srl ed, infine, in BdO Ltd, una società di capitale con sede a Lugano di cui l’artista è presidente e amministratore delegato. Scopo della società è trasformare il lavoro  e l’attività della ditta in opera d’arte.
Spoldi presenta la BdO dapprima allo Stedelijk Museum di Amsterdam e poi alla mostra “Business Art-Art Business”, curata da Frans Haks e Loredana Parmesani, al Groninger Museum nel 1993.
Compone due opere liriche in forma di “sculture cantanti”: Enrico il Verde(1987), rappresentata alla Rotonda della Besana a Milano, al Celle Art Space di Giuliano Gori, con musiche appositamente composte da Elio e le storie tese, al “Franco Agostino Teatro Festival” di Crema e Capitan Fracassa(1989) eseguita su invito del Museo L. Pecci di Prato.
Nel 1994 realizza per Marconi una delle sue opere più importanti: Il museo degli umoristi: progetto di un nuovo museo e tentativo di “ribaltare Duchamp”. Nel 1996, negli anni della costituzione dell’Europa Unita e della diffusione di internet, produce come progetto didattico, per mezzo della BdO Spa, alcuni personaggi virtuali (l’artista Cristina Show, il fotografo Met Levi, il filosofo Andrea Bortolon e il critico Angelo Spettacoli) protagonisti di mostre tenutesi a Milano, al Care Off (2000) e alla Fondazione Ambrosetti (2003), e alla Biennale di Parigi (2006).
Pubblica i libri Lezioni di educazione estetica, Cristina Show, frammenti di vitae Lezioni di filosofia morale, poi presentati alla Fondazione Ambrosetti e alla Cittadella dell’arte di Biella.
Nel 2007, l’anno della grande crisi finanziaria e della ricerca della concretezza, progetta la costituenda Accademia dello Scivolo che presenta a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2011 alla Fondazione Marconi e nel 2012 alla Fattoria di Celle di Giuliano Gori. Pubblica il libro del filosofo Andrea Bortolon Un Dio non può farsi male.
Nel contempo continua la produzione pittorica in collaborazione con la Fondazione Marconi, organizzando la mostra, a cura di Sandro Parmiggiani, “Operette morali” (2002) e successivamente “La tromba delle scale” (2006), “Il mondo nuovo” (2011) e progetta il quadro-camper commissionato dall’Accademia dello Scivolo.
Tra le principali collettive ricordiamo la “Scultura italiana del XXI secolo”, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro (2005); “L'Orlando Furioso: incantamenti, passioni e follie. L'arte contemporanea legge l'Ariosto”, a Palazzo Magnani, Reggio Emilia (2014); “Alfabeta 1979-1988”, alla Galleria Civica di Modena (2017).
Tra le più recenti personali figura la“Banca di Oklahoma di Aldo Spoldi 1988-1994”, al Museo Civico di Crema e del Cremasco (2016).


Aldo Spoldi  La storia del mondo
Dal
21 settembre al 10 novembre 2018
A cura del “critico progettato”: Patrizia Gillo

Inaugurazione:20 settembre dalle ore 18.00
Orario: dal martedì al sabato 10-13 / 15-19 (chiuso il 1° novembre)
Ingresso: gratuito
Ufficio stampa: Cristina Pariset - Tel. + 39 02 4812584 - Fax + 39 02 4812486  - M. 3485109589 cristina.pariset@libero.it

Fondazione Marconi
Via Tadino 15

20124 Milano
Tel. + 39 02 29 41 92 32 - Fax + 39 02 29 41 72 78 - info@fondazionemarconi.org - www.fondazionemarconi.org

 

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CASINO PALERMO, Viasaterna, Milano, dal 22/10/2018

La mostra presenta le opere di Oli Bonzanigo, Alessandro Calabrese,
Martina Corà, Barbara De Ponti, Theo Drebbel, Ramak Fazel, Teresa Giannico, Guido Guidi, Takashi Homma e Alessandro Sambini.
La mostra è il risultato di un progetto speciale di residenze, ideato e curato dalla galleria che, nei mesi di giugno e luglio 2018, si è trasferita a Palermo all’interno di un antico e affascinante palazzo, nel cuore dello storico quartiere della Kalsa, trasformandolo in un atelier sempre vivo, che ha visto coniugare momenti espositivi, incontri e presentazioni.
Durante la residenza palermitana gli artisti hanno raccolto tracce e suggestioni dalla città, come nuovi elementi di approfondimento per la realizzazione di opere inedite esposte ora negli spazi di Viasaterna a Milano.
Alcuni artisti presentano opere fotografiche: Takashi Homma conferma l’interesse per il rapporto tra uomo, architettura e natura, soffermandosi su un elemento ricorrente come la finestra, dispositivo di visione e strumento utilizzato per il rituale della camera oscura. Ramak Fazel sofferma il suo speciale sguardo sui tratti distintivi della città, includendo le periferie e i ritratti delle persone incontrate; Guido Guidi inscrive i concetti di temporalità e divenire, ponendo attenzione alla caducità di alcuni luoghi e paesaggi siciliani e ancora; Teresa Giannico fotografa un diorama di carta ricostruito a sua volta da altre immagini, innescando un cortocircuito percettivo della realtà. Ci sono poi opere centrate su elementi vernacolari, presentati da Theo Drebbel come archetipi in
miniatura, silenziosi come reliquie, che rimangono sospesi in una dimensione misteriosa e di attesa.
Altri artisti ibridano e ridefiniscono i confini della propria ricerca: Alessandro Calabrese manipola le parole coerentemente al suo modo di lavorare con le immagini, de-­costruendole e ricostruendole con troncamenti e sillabazioni su grandi fogli di carta;; Martina Corà crea un dialogo tra performance, video-­arte e installazione, in un’ascensione celebrativa ed Oli Bonzanigo alimenta trasposizioni e traduzioni, attraversando epoche lontane, fondendo i linguaggi, tra composizione musicale e pittura.
Completano la mostra i progetti speciali di Alessandro Sambini, che assembla, in una visione corale, rappresentazioni del paesaggio cittadino, risultato di un happening pittorico e partecipativo; e Barbara De Ponti, che presenta uno studio sull’appartenenza e lo straniamento degli uomini rispetto al loro periodo storico, interrogandosi sulle qualità del mondo vegetale. Casino Palermo - La mostra identifica nell’eterogeneità delle ricerche degli artisti una vitale frammentazione di visioni. Le opere in mostra sono il risultato del flusso generativo palermitano e rispecchiano gli elementi emissari dello sguardo dell’artista sull’orizzonte contemporaneo.
Così come spesso accadeanche questo progetto è nato, oltre che da una splendida occasione, da una duplice esigenza: da una parte il desiderio di uscire dai confini della galleria con una nuova e stimolante sfida, dall’altra l’urgenza di offrire - non solo agli artisti, al pubblico e alla città, ma anche a noi stessi - la possibilità di dar vita a un dialogo ancora più personale e ravvicinato tra persone e realtà apparentemente diverse e lontane tra loro.
Sfuggevole a qualunque tentativo di definizione, CASINO PALERMO si presenta come un progetto in divenire, uno spazio fisico da attraversare, un luogo in cui potersi fermare. Un’opportunità di scambio e di sperimentazione, fucina di nuove energie da prendere e da dare, da assorbire e poi restituire.


Oli Bonzanigo
Milano, 1989. Vive e lavora tra Milano e Palermo.
Dopo la laurea in Belle Arti alla Byam Shaw School of Art di Londra, studia scultura insieme a Peter Kelley presso la London Academy, e poi disegno e pittura alla Slade School of Art. Nel 2012 torna a Milano dove inizia a lavorare presso la storica Fonderia Artistica Battaglia dove sperimenta tecniche e materiali, occupandosi parallelamente di progetti di ricerca e dando inizio ad un programma di residenze per artisti. Dopo una serie di viaggi tra Tunisia e Marocco, nel 2017 trasferisce il suo studio a Palermo, dove inizia a studiare Lingua e Cultura Araba presso l’Istituto Bourguiba. La sua ricerca artistica esplora un’ampia pluralità di linguaggi tra cui la pittura, l’installazione e la scultura; focalizzandosi sull’origine e i movimenti delle materie prime, e su come esse abbiano influenzato le dinamiche tra civiltà. Nel 2014 partecipa alla Biennale di Marrakech
con The 13th hour e poi di nuovo nel 2016 con il progetto Marble-sugar. Tra le mostre personali si ricordano Pioggia Secca presso Viasaterna (Milano, 2017), Marble-sugar project presso Bank el - Maghreb (Marrakech, 2016), il progetto speciale Blackground presso Spazio aereo (Venezia, 2015) e Viscera presso Halle Der Vollständingen Warheit (Colonia, 2012). Tra le collettive, Talpe (Palermo, 2018) durante Manifesta12, Through (Aghmat, Morocco, 2018), Caput! Memento Mori presso Crypt Gallery (Londra, 2017), For them presso Voice Gallery (Marrakech, 2015), Impromptu ii-hydra presso Istituto Romeno in occasione di Arte Laguna Prize (Venezia, 2014), Le Torri presso Fonderia Artistica Battaglia (Milano, 2013), Dungeness A Minor presso la Byam Shaw School of Art (Londra, 2010) e Seasons presso Concourse Gallery (Londra 2008).
Alessandro Calabrese 
Trento, 1983. Vive e lavora a Milano.
Dopo la laurea in Architettura allo IUAV di Venezia, nel 2012 ottiene a Milano un Master in Photography and Visual Design presso NABA (Nuova Accademia delle Belle Arti) e si trasferisce ad Amsterdam dove assiste il fotografo Hans Van Der Meer e lavora presso Paradox, maturando il proprio interesse per l’editoria fotografica. Dal 2015 è docente presso l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo. Nel 2013 è finalista alla prima edizione del Premio Francesco Fabbri e nel 2014 cura insieme a Milo Montelli il libro A Drop In The Ocean, vincitore del Premio Prina ed esposto in occasione del Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia e presso la Triennale di Fotografia di
Amburgo. Nel 2015 con lo stesso progetto è selezionato per il Premio Francesco Fabbri e viene invitato a presentare il proprio lavoro presso Winterthur Fotomuseum in occasione di Pla(t)form. Finalista al Prix Levallois 2015 (Parigi), pubblica insieme alla casa editrice Skinnerboox Die Deutsche Punkinvasion poi esposto durante il Festival Fotopub di Novo Mesto (Slovenia). Selezionato da Foam nel 2015 tra i 21 talenti emergenti della fotografia internazionale, è in mostra presso l’Atelier Neerlandais (Parigi), De Markten (Bruxelles) e Beaconsfield Gallery (Londra) con il progetto A Failed Entertainment. Con lo stesso progetto partecipa alla collettiva 2016 - Sulla Nuova Fotografia Italiana presso Viasaterna (Milano) e vince il Premio Graziadei presso il Museo MACRO (Roma). Nel 2017 viene invitato ad esporre A Failed Entertainment durante Fotografia Europea (Reggio Emilia) all’interno della collettiva Archivi del Futuro curata da Walter Guadagnini, Elio Grazioli e Diane Dufour. Nella stessa occasione viene presentato l’omonimo libro, pubblicato
da Skinnerboox. Il suo ultimo progetto The Long Thing viene presentato per la prima volta presso Viasaterna, in occasione della mostra personale Impasse (Milano, 2017), in seguito presso la galleria Pascal Goossens (Bruxelles, 2018) e presso la fiera Unseen di Amsterdam (2018).
Martina Corà 
Como, 1987. Vive e lavora a Milano.
Diplomata nel 2009 presso l’Istituto Europeo di Design di Milano con una tesi sul reportage, a partire dal 2010 inizia a maturare sempre più interesse per la fotografia di paesaggio legata alla tradizione italiana, e per le arti visive con una speciale attenzione verso i nuovi media e la net art. Fotografa free lance, si specializza su progetti corporate e lifestyle lavorando con clienti nazionali ed internazionali tra cui EXPO 2015, Kellogg’s, Louis Vuitton, Brooks Brothers, Coca Cola, Lavazza, Monte dei Paschi di Siena, e collaborando con diverse agenzie fotografiche e testate giornalistiche quali Corriere Della Sera, La Repubblica, Il Giorno, Il Fotografo. Tra le mostre collettive si ricordano Parlami di me presso Studio Morinn (Milano 2008), Sound in a Frame presso Spazio Aurora (Milano, 2009), Untitled 1 presso Galleria Castelli (Milano, 2009), Untitled 2 (Milano,
2010), Self Publish, Be Naughty presso MiCamera (Milano, 2011), Viaggio in Italia? (Savignano, 2014), Sulla Nuova Fotografia Italiana presso Viasaterna (2016), Sig Num presso Nowhere Gallery (Milano, 2017) e Retina presso Gluqbar (Milano, 2018).
Barbara De Ponti
Milano, 1975. Vive e lavora a Milano.Milano), le indagini sull’edilizia pubblica dell’Ina-Casa (1999) e quelle per Atlante Italiano (a cura della Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanea). Alla professione di fotografo affianca da anni attività di didattica e promozione della fotografia: nel 1989 avvia a Rubiera, con Paolo Costantini e William Guerrieri, Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea. Dallo stesso anno è docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e dal 2001 insegna presso lo IUAV di Venezia. Tra le altre mostre ha esposto in prestigiose Istituzioni museali italiane e internazionali quali Fotomuseum Winthertur, Biennale d’Arte e di Architettura di Venezia,
Canadian Centre for Architecture di Montreal, Guggenheim Museum di New York e Centre
Georges Pompidou di Parigi.
Takashi Homma
Tokyo, 1962. Vive e lavora a Tokyo.
È un fotografo giapponese tra i più noti e celebrati. Dopo aver lavorato a Londra
come fotografo commerciale per alcune importanti riviste internazionali, a partire dagli Novanta si concentra sempre più sull’analisi territoriale, eseguita prima in Giappone e poi in tutti il mondo, e sull'analisi dello stesso linguaggio fotografico che utilizza. Protagonista di una grande mostra retrospettiva presso il 21st Century Museum di Kanazawa e la Tokyo City Opera Art Gallery. Nel 2014 inizia il progetto The Narcissistic City, pubblicato nell'aprile 2016 dall'editore inglese Mack Books e focalizzato sull'analisi degli edifici più rappresentativi e iconici di numerose città. La mostra presso Viasaterna La città narcisista. Milano e altre storie (Milano, 2017) è stata la sua prima personale in Italia.
Alessandro Sambini
Rovigo, 1982, vive e lavora a Milano
Dopo aver conseguito una laurea in Design e arti presso la Libera Università di Bolzano e un MA in Research Architecture presso il Goldsmiths’ College a Londra, si trasferisce a Milano dove inizia a lavorare con la fotografia, il video e altri supporti multimediali e a interrogarsi sulle necessità e sulle modalità che regolano la produzione di nuove immagini, la loro circolazione e diffusione, anche in al suo pubblico. Nel 2017 ha partecipato alla collettiva Fuocoapaesaggio curata da Dolomiti Contemporanee ed è stato selezionato per partecipare a Plat(t)form 2017 al Fotomuseum di Winterthur; nel 2016 il Fondo Privato Acquisizioni per l’arte contemporanea di ArtVerona ha selezionato l’operaPeople at an exhibition per l'acquisizione e il deposito presso MA*GA, Gallarate. La stessa opera è stata presentata in occasione dell’omonima mostra personale curata daDenis Isaia a Luglio 2016 presso Galleria Michela Rizzo. Nello stesso anno partecipa alla mostra collettiva Stories From the Edge, a cura di Francesca Lazzarini, presso la Kunsthaus di Graz (Austria) e alla mostra On New Italian Photography presso Viasaterna (Milano 2016). I progetti dell’artista sono stati inoltre presentati in occasione di: Foto/Industria, 2a Biennale di Fotografia Industriale a cura di François Hébel, presso il MAST (Bologna, 2015); Flags, presso la Serra dei Giardini (Venezia, 2014); Lo Spettatore Emancipato presso la Galleria Giovanni Bonelli (Milano, 2014). Ha collaborato con diverse
istituzioni, tra cui MUSEION, FORMA, MUFOCO, MAST, MA*GA e Triennale di Milano; nel 2009 ha vinto il XXIII Premio Gallarate Per Le Arti Visive, Terzo Paesaggio. Fotografia Italiana Oggi. È co-fondatore del collettivo POIUYT, collabora con le gallerie Michela Rizzo e MLZ Art Dep e le sue opere sono nelle collezioni del MAGA, MUFOCO e MAST.


Casino Palermo - La mostra
Dal
23/10 al 21/12/2018
Orari: dal lunedì al venerdì, dalle 12 alle 19. Mattine e sabato su appuntamento; Chiusa nelle sole giornate del 25 e 30 Aprile, e 1 Maggio
Ingresso: libero
Contatti per la Stampa: PCM STUDIO - press@paolamanfredi.com - T.: +39 02 36769480

VIASATERNA Arte Contemporanea
Via Leopardi, 32 
20123 Milano 
T. +39 02 36725378 -  www.viasaterna.com - info@viasaterna.com

 

T. 02.36725378 - www.viasaterna.com

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