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Archivi categoria : Mostre Istituzionali Italia

Padiglione Tibet alla Padiglione Tibet 54ª Biennale di Venezia – Padiglione Italia -Torino

Padiglione Tibet alla 54ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia - Padiglione Italia -Torino Il progetto Padiglione Tibet è incentrato sull’esposizione di opere realizzate da artisti contemporanei direttamente sulle Khata, le tipiche sciarpe che in Tibet i monaci offrono in segno di saluto ed amicizia. Un evento in cui sarà evidenziato il connubio tra Arte…
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54° Festival dei 2 Mondi di Spoleto, 24/6/2011

Lunedì 20 giugno si è tenuta la conferenza stampa della Sezione Mostre d'Arte del Festival dei 2 Mondi di Spoleto, direzione artistica di Vittorio Sgarbi, alle ore 16:30, presso lo Spazio Umbria di Palazzo Collicola. Sono intervenuti: Vittorio Sgarbi, curatore artistico delle Mostre d'Arte, Giorgio Ferrara, Presidente e Direttore Artistico del Festival, Salvo Nugnes, Amministratore Delegato di Promoter Arte.

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Padiglione Tibet magicamente appare a Ca’ Zanardi, Venezia, dal 4/06 al 30/08/2011

Padiglione Tibet Palazzo Cà Zanardi, Spazio Art&fortE LAB, Cannaregio 4132 - Venezia foto ©Gianni Marussi Intervista a Ruggero Maggi e Tamding Chopel     Dario Ballantini intervistato da Gianni Marussi Artisti partecipanti: Dario Ballantini, Piergiorgio Baroldi, Donatella Baruzzi, Luisa Bergamini, Rosaspina B. Canosburi, Nirvana Bussadori, Capiluppi Silvia, Angela Maria Capozzi , Tamding Choephel , F.…
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Federico Barocci (1535-1612). L’incanto del colore. Una lezione per due secoli, Complesso Museale Santa Maria della Scala, Siena

Federico Barocci (1535-1612). L'incanto del colore. Una lezione per due secoli. La mostra che Siena, dal 11 ottobre, dedica al genio di uno dei maestri la cui fama in Italia, Spagna, Boemia, Baviera e nelle Fiandre fu pari, nel corso del Cinquecento, a quella di Raffaello e Michelangelo, di Tiziano e Correggio di cui Barocci sembra l'unico a coglierne l'eredità. In tal senso ci sembra che della spledida mostra di Parma del Correggio sia l'ideale proseguio.

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Leonor Fini. L’Italienne de Paris, Museo Revoltella, Trieste, dal 4/07 al 4/10/2009

"Oh cara Leonor
mio bel gufo incantato
dove ti posi
l'aria diventa oro"

Elsa Morante

A volte dico che dipingo quadri che vorrei vedere e che non esistono. Ma è forse una boutade, perché il percorso della mia pittura è in realtà sconosciuto a me come per chi guarda. Sapendo che si tratta di me, di me stessa, ingegnosamente posso far finta di aver rilevato un segno visibile che potrebbe essere questo o quello; la mia intuizione o deduzione potrebbe essere giusta, ma a volte potrei sospettare anche il contrario. Fondamentalmente non mi riguarda. Ciò che è sicuro, è che desidero che le immagini che io faccio appaiano il più vicino a loro stesse. Io le voglio dipinte nel miglior modo possibile […] l’atto del dipingere mi piace, mi dona piacere, concentrazione, intensità: una carica simile alla felicità, come agli altri la dà la danza, il canto… [l’arte] credo che sia un’attività legata alle fonti antiche.”
Leonor Fini

Pensata per il centenario della nascita, in realtà per una serie di motivi tra cui la difficile reperibilità delle opere, Trieste rende oggi all'Italienne de Paris (1907-1986) il giusto omaggio, con una splendida mostra su tre piani al Museo Revoltella di Trieste, per iniziativa dello stesso Museo e dell'Assessorato alla Cultura del Comune, dal 4 luglio al 18 ottobre, ben 150 opere di Leonor Fini, molte provenienti da musei e collezioni internazionali. La mostra è curata da Maria Masau Dan, Direttore del Revoltella, con la collaborazione di studiosi ed esperti italiani e francesi.
Mancava una mostra italiana da quella del 1983 al Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Ora questo vuoto viene colmato. Da allora era sceso un'inspiegabile silenzio, nonostante soprattutto in America e in Francia e in altri paesi europei (Svizzera, Lussemburgo), le quotazioni continuassero a salire. In Italia poche opere nei musei e i collezionisti privati le sue le conservano gelosamente.
La chiamavano "splendida diavolessa", per Marx Ernst era "la Furia italiana di Parigi", per Picasso la donna preferita, turbò anche Salvador Dalí, Man Ray, Alberto Giacometti, Renè Magritte, Paul Eluard, George Bataille, Henri Cartier-Bresson e André Pieyre de Mandiargues. Alla "sacerdotessa nera" Gabriel Poumerand dedicò un film: "Leggenda crudele".
In occasione della sua mostra personale del ’51 al Museo Correr di Venezia, Jean Cocteau scrive nella prefazione: “Lei riassume, nel suo realismo irreale, tutto un periodo recente di cui il simbolo sarà la parte più vera del vero”.

Leonoe Fini con i genitori, Argentine, 1907

Leonor Fini, con i genitori (a sinistra) e la famiglia di suo padre, Buenos Aires, 1907

Leonor Fini nasce a Buenos Aires il 30 agosto del 1907.
A Trieste Leonor era arrivata piccolissima da Buenos Aires, partatavi dalla madre, borghese mitteleuropea, separata e in fuga dal marito. Un padre misterioso per Leonor che tenterà di rapirla più volte. Peter Webb riporta nella sua monumentale biografia una foto del 1908 che mostra uno yacht chiamato Leonor con la dedica: "La tua lancia. Vieni a me. Tuo padre ti adora."

Leonor Fini, 1913


"A casa si parlava italiano, tedesco e francese".
La madre Malvina Braun Dubich, era triestina con origini tedesche, slave e veneziane.  Nella casa di via Tor Bianca al 26 cresce con una governante tedesca e con i nonni e lo zio Ernesto. Spesso affacciata ad attendere ansiosa il ritorno della madre. Da qui vedeva le barche del Canal Grande il cui tratto della chiesa di Sant' Antonio non era ancora coperto.
” … Casa della mia infanzia, vasi di Gallé, biblioteche piene di libri, odore di cannella nei corridoi. Sulle pareti del salone ho visto questa stampa di Franz von Stuck. Appena ho imparato a leggere, ho chiesto cosa significava “Sinnlichkeit”, che era scritto di sotto. Mi risposero: ‘la Sensualità’. E cosa vuol dire: la Sensualità? Invariabilmente la risposta è stata “die Sinnlichkeit”
Però la animava giù una melanconia profonda. Un "teatro tragico" lo definì Jean Genet.

Leonor Fini ritratta da Wanda Wulz, 1928

Dodicenne era affascinata dai morti "sontuosamente vestiti. Poi smisi di osservare i morti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri".
Ama passeggiare per Città vecia, affascinata dai quartieri popolari e un poò decadenti.
Scopre sul molo di Miramare la sfinge, che amava cavalcare. Sfinge che diventerò simbolo di se stessa e immagine ricorrente nella sua pittura.
Il 1917 crea una storia illustrata "Tempo di guerra" e nel '20 i suoi primi due quadri: "Ma dove?", frase con cui chiamava il gatto della nonna ("Ma dove s'è Cioci") e "Pittore in erba", autoritratto.

Leonor Fini, 1928,Trieste

Trieste era allora una città cosmopolita, che vede abitare personaggi chiave della cultura europea, vivissima, animata da James Joyce, Umberto Saba e Italo Svevo, che ritrasse; ma le sue furono anche frequentazioni con gli artisti locali Arturo Nathan e Carlo Sbisà, Giorgio Carmelich.
Passò poi a Milano dove fu allieva di Achille Funi e amica/rivale di Felicita Frai.
Nel gennaio del 1929 presso la “Galleria Milano” di Vittorio Barbaroux, fa la sua prima vera esposizione.
Dopo una memorabile lite con Margherita Sarfatti, i primi anni '30 la vedono arrivare a Parigi che conquistò, poi NewYork dove, grazie a Peggy Guggenheim, ebbe un'incredibile mostra al MOMA.
Durante la guerra visse a Roma frequentando Alberto Moravia, Federico Fellini, Mario Praz, Fabrizio Clerici, Elsa Morante; sono di questo periodo i celebri ritratti di Alida Valli e di Anna Magnani.

Nel 1963 Leonor Fini disegna per l’amico regista Federico Fellini i costumi di una scena di “Otto e mezzo” senza però comparire nei crediti del film.

Poi ancora Parigi dove scrive ed illustra i libri dei suoi amici scrittori e poeti; realizza le scenografie per George Balanchine, Albert Camus, Jean Genet e Giorgio Strehler.
Una donna dalle frequentazioni più illuminanti del secolo, nella sua vita ha attraversato la metafisica dechirichiana, il Novecento funiano, il Surrealismo (molto apprezzato negli Stati Uniti), la ritrattistica (i suoi ritratti erano estremamente contesi), l'illustrazione preziosa e tanto amata. Nell'ultimo periodo parigino, dopo aver lavorato anche per il teatro come scenografa e costumista, approda libera alle sue visioni fantastiche ed erotiche, ma comunque velate da melanconia.

Leonor Fini, La serrure, 1966, olio su tela

Artista sempre di grandissimo talento, dotata di una finissima tecnica, sempre comunque libera dai vincoli dei movimenti pur attraversati.
Sicuramente la sua vita di donna fatale, contornata dai suoi diciassette amatissimi gatti, per lei che amava ritrarre la figura maschile quasi asessuata, con le donne-gatto dominanti o sfingi o doppie, non è stata facile. Ella stessa si vedeva come opera d'arte. Amava la teatralità che nella sua casa parigina rivela la stessa precisione e cura che troviamo nei suoi quadri.
Ives Bonnefoy diceva che la sua era una "pittura ai limiti del nostro tempo - un poco alchemica, per la frequentazione di figure misteriose che però purificano lo sguardo" o per dirla con Jean Cocteau di un "soprannaturale che era per lei reale". Quadri "fatti di vertigine, ... vuoto all'inverso popolato di esseri favolosi, chimerici, ma depurati da ogni cosa pericolosa" per Max Ernst.
Affascinata dalla sua stessa bellezza, nonostante una vitalità illimitata, nonostante le straordinarie frequentazioni maschili da lei affascinate, il suo io era sempre in bilico tra eros e thanatos. Un doppio che l'ha sempre accompagnata assieme al misterioso e contrastante legame con il padre.

Il ricordo che ho di lei, quando nel 1969, venuta per il San Giusto d'Oro, è stata ospite nella nostra villa sul Carso a Gabrovizza (TS) con Marcello Mascherini, è di una donna estremamente affascinante quanto Greta Garbo e intellettualmente vivacissima.
La sua vita si conclude a Parigi, nel gennaio del 1996, nella sua casa di rue de la Vrillière.

Da segnalare che il pittore Giuseppe Zigaina per i suoi ottant'anni ha donato due importanti opere, appartenute alla collezione di Livio e Alba Fontana, al Museo Revoltella e alla Galleria d'arte moderna di Udine.

Gianni E. A. Marussi

Le sezioni della Mostra

Prima sezione
LA GIOVINEZZA A TRIESTE: L'AMBIENTE FAMILIARE E INTELLETTUALE, LA FORMAZIONE, LE AMICIZIE
In questa sezione è documentato, attraverso documenti e immagini, l'ambiente familiare in cui cresce Leonor Fini, a contatto con la borghesia intellettuale degli anni che precedono e seguono la prima guerra mondiale e vedono il passaggio di Trieste dall'Impero asburgico al Regno d'Italia.
Leonor Fini stringe amicizie profonde con gli artisti Arturo Nathan e Carlo Sbisà, frequenta le case di letterati come Italo Svevo e di Umberto Saba. Soprattutto da Nathan attinge un particolare interesse per la metafisica dechirichiana e la rappresentazione del proprio io attraverso visioni fantastiche. Espone accanto a questi artisti nelle prime mostre organizzate a Trieste dal "Sindacato fascista di belle arti", dal 1928 al 1930. E con loro sarà presente alla mostra organizzata a Milano dalla Galleria Barbaroux nel 1929.
In mostra questa fase è documentata da opere della Fini degli anni 1925-1929, soprattutto ritratti, e opere di Nathan e Sbisà, tra cui il ritratto che questi le dedicò nel 1929. Uno spazio sarà dedicato anche ai rapporti con la pittrice Felicita Frai, amica e rivale. Tra i documenti ci saranno cataloghi di mostre, recensioni e anche alcune lettere di Giorgio Carmelich, geniale artista triestino morto nel '29 a soli 22 anni.

Leonor Fini, Ritratto di Italo Svevo, 1928

Seconda sezione
LEONOR FINI A MILANO NEGLI ANNI DI "NOVECENTO". LA COLLABORAZIONE CON ACHILLE FUNI.
Il contatto con Milano è molto importante per l'affermazione della ventenne pittrice e per la messa a punto dei suoi strumenti linguistici. Con grande determinazione, piuttosto sorprendente in relazione all'età e all'epoca, si trasferisce nel capoluogo lombardo, allora vivace centro di sperimentazione artistica e teatro dell'attività del gruppo dei novecentisti. Stringe amicizia con Achille Funi e inizia a lavorare al suo fianco anche nella realizzazione di importanti pitture murali per la IV Triennale.

Leonor Fini, nello studio di Achille Funi, c.1928

Assieme a Achille Funi compie alcuni viaggi, a Roma, a Ferrara, a Parigi, dove si stabilisce nei primi anni trenta.
In mostra si intende ricostruire l'ambiente milanese in cui si inserisce la Fini in quell'ultimo scorcio del terzo decennio sia attraverso i suoi lavori (cartoni per affreschi, bozzetti, ecc.) sia con alcune opere dei protagonisti di quella stagione, Funi in primo luogo.

Leonor Fini, La signora Hasellter, 1942, olio su tela, cm. 56x46, Collection of Rowland Weinstein, Weinstein Gallery, San Francisco

Terza sezione
"LEONOR ET LES ITALIENS DE PARIS". I CONTATTI COL SURREALISMO.
Questa parte dell'esposizione cerca di rappresentare la rete di rapporti che la Fini intreccia con gli intellettuali parigini degli anni trenta e in particolare con l'ambiente dei surrealisti. Si cercherà di reperire ogni documento utile per documentare l'influenza esercitata nella sua cultura e nella sua pittura dalla conoscenza di personalità straordinarie come Max Ernst, Paul Eluard, Georges Bataille, Henri Cartier-Bresson, Salvador Dalí e André Pieyre de Mandiargues, al quale sarà dedicata una sezione speciale, giacchè il Museo Revoltella possiede il ritratto che nel 1935 gli fece Leonor Fini, opera che è il fulcro di questa parte della mostra.

La pittura moderna è un effetto collettivo e l’opera singola non esiste più: si considera meno un’opera che un artista e meno ancora un artista che una scuola”.

Leonor FiniRitratto di André Pieyre de Mandiargues, olio su tela, cm. 33 x 22, 1942

Quarta sezione
A ROMA DURANTE LA GUERRA (1944-1947)
Nella vita di Leonor Fini c'è una parentesi romana, che va dal 1944 al 1947.
Un periodo breve ma intenso durante il quale stringe amicizie che dureranno tutta la vita: tra queste vanno citati artisti come Fabrizio Clerici ma anche i protagonisti della vita letteraria (Elsa Morante, Alberto Moravia), della mondanità e del cinema (Anna Magnani, Alida Valli) ai quali dedica raffinati e ammiratissimi ritratti.

Leonor Fini, Ritratto di Alida Valli, 1948

Quinta sezione
LEONOR FINI A PARIGI DAGLI ANNI CINQUANTA IN POI
Dopo la fine della guerra Leonor Fini ritorna a Parigi e vi rimarrà per sempre.
Ritrova vecchie amicizie e stringe nuovi legami, lavora intensamente su più fronti, pittura, teatro, illustrazione, incontrando un consenso sempre più ampio da parte della critica ma anche da parte dei collezionisti. La sua pittura, ambigua e misteriosa, si nutre di una straordinaria capacità di vedere oltre le apparenze, di sondare nelle paure umane, di dare forma ai sogni.
Circondata da amici fedeli e frotte di ammiratori Leonor Fini si muove con leggerezza anche nella sfera della mondanità e della moda, portando sempre un tocco di originalità e di follia.
Attraverso una cinquantina di opere eseguite tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta, la sezione dedicata agli anni parigini della Fini vuole seguire i passaggi più interessanti del suo intenso e proficuo lavoro di pittrice e fare capire, nel contempo, la rete di relazioni che intreccia nella capitale francese.
In questa sezione sono inoltre inserite le opere di artisti che le furono vicini: Stanislao Lepri, Enrico Colombotto Rosso, Leonardo Cremonini.
In occasione della mostra personale di Leonor nel 1951 al Museo Correr di Venezia, Jean Cocteau scrive nella prefazione: “Lei riassume, nel suo realismo irreale, tutto un periodo recente di cui il simbolo sarà la parte più vera del vero”.

Leonor Fini, Paris, 1936, fotografia di Dora Maar

Sesta sezione
LEONOR FINI ILLUSTRATRICE
La sezione dedicata a Leonor Fini illustratrice - prediligendo filoni iconografici e pregevolezza bibliofila - introduce in una sorta di gioco di scatole cinesi: ogni approccio letterario svela un artista, ogni amicizia artistica prorompe in prose e versi. La poesia illumina già gli esordi della vita parigina di Leonor, cui Paul Eluard dedica versi in profonda amicizia (Tableau noir, 1936). Ed è dall’inizio degli anni Quaranta che il disegno di Leonor Fini si appaia alla scrittura, illustrando libri di poeti e letterati che l’artista frequenta: gli amici parigini André Pierre de Mandiargues, Jacques Audiberti, Jean-Paul Guibbert, Jean Cocteau, Marcel Béalu, Lise Deharme, Yves Bonnefoy, Gilbert Lely - per citarne alcuni - assieme a grandi scrittori del secolo passato che hanno ispirato Leonor disegnatrice e pittrice (Verlaine, Baudelaire, Allan Poe, Balzac). 
La sezione documenterà inoltre la produzione degli anni ’70 con alcune tra le raccolte forse più spettacolari dell’opera grafica di Leonor Fini, declinata nelle tecniche amate (matita, acquaforte, gouache, acquarello, china) accanto alle litografie di mano di Cécile Reims Deux, graveur amica di Leonor con cui instaura un ventennale sodalizio artistico.

Frammenti di spazio, di sequenze gestuali, movimenti fluidi, leggeri, delicati: in sospensione”.

Leonor Fini et son décor pour Le Rêve de Leonor, Paris, 1949, fotografia d'André Ostier

Settima sezione
LEONOR FINI SCENOGRAFA E COSTUMISTA
L’attività della Fini come creatrice di scenografie e di costumi si situa tra gli anni cinquanta e sessanta e si svolge tra Milano - dove lavora con il triestino Giorgio Strehler - e Parigi. Pur rappresentando una parte meno consistente della sua attività, l’ impegno per il teatro appare come un capitolo di fondamentale importanza, poiché si è alimentato di un’attitudine innata per il mascheramento, la finzione facendo emergere un talento straordinario anche in questo campo.
In mostra sono esposti bozzetti e fotografie relativi alle sue principali collaborazioni con i teatri.

Il mio immaginario fantastico, quest’altra faccia della realtà, è implicito, non esplicito”.

Leonor Finifotografia di Veno Pilon

Ottava sezione
LEONOR FINI E LA FOTOGRAFIA
In una sezione separata si vorrebbero documentare i tanti e proficui rapporti che Leonor Fini ebbe con i fotografi dagli anni Trenta in avanti. Da Cartier Bresson a Richard Overstreet, da Veno Pilon ad Arturo Ghergo, da Erwin Blumenfeld ad André Ostier e a Eddy Brofferio, la sezione raccoglie le più belle fotografie di Leonor Fini mettendo in risalto sia il suo eccezionale talento di modella sia la qualità artistica delle immagini, molte delle quali sono degli autentici capolavori.

“Trovo giusto che le donne siano indipendenti e non sottomesse. Ma prevedo per il futuro una grande confusione. Io detesto la parola “uguaglianza”. L’uguaglianza non esiste. Le donne non sono uguali. Spesso volendo essere uguali agli uomini risultano molto modeste… infatti non fanno che omaggiare l’uomo. Le donne dovrebbero avere il coraggio di inventare altre glorie, altri onori e di restare differenti”.

 

 

Leonor Fini, Paris, 1932, fotografia di Henri Cartier-Bresson

Trovo giusto che le donne siano indipendenti e non sottomesse. Ma prevedo per il futuro una grande confusione. Io detesto la parola “uguaglianza”. L’uguaglianza non esiste. Le donne non sono uguali. Spesso volendo essere uguali agli uomini risultano molto modeste… infatti non fanno che omaggiare l’uomo. Le donne dovrebbero avere il coraggio di inventare altre glorie, altri onori e di restare differenti”.

Leonor Fini, Trieste, 1933, fotografia di  Henri Cartier-Bresson

LEONOR FINI. L'Italienne de Paris
A cura di
: Maria Masau Dan

Dal 4 luglio al 4/10/2009
Orari: tutti i giorni 10 - 18; chiusura tutti i martedì
Biglietti: intero € 7 ridotto € 5
Informazioni: T. 040 675 4350 / 4158 - www.museorevoltella.it - revoltella@comune.trieste.it

Museo Revoltella
Via Diaz 27
Trieste 

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