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Archivi categoria : Mostre Istituzionali Milano

Franco Cardinali: Inquietudine necessaria, Palazzo Giureconsulti, Milano dal 11/01/2018

Inaugurazione: giovedì 10 gennaio, ore 18


A trent’anni dalla mostra postuma all’Accademia di Brera, la città di Milano rende omaggio alla figura di Franco Cardinali, artista di grande spessore, nella storica cornice del Palazzo Giureconsulti con un’antologica dal titolo “Franco Cardinali. Inquietudine necessaria” dall’11 gennaio al 14 febbraio 2019, a cura di Raffaella Resch.
Gli oltre cinquanta lavori esposti offrono una panoramica sulla produzione dell’artista ligure, formatosi nell’ambiente parigino di Montparnasse nell’ambito dell’École de Paris, l’ampio gruppo di artisti e intellettuali che operarono a Parigi tra le due guerre. Cardinali risente inizialmente di influenze picassiane e modiglianesche, come rivela l’olio su tela Enfant au jardin (1955) dalle forme primitive, per evolvere verso l’informale e le correnti sperimentali degli anni Settanta, come sottolinea la curatrice Raffaella Resch, «in maniera autonoma e matura, con una sorta di nomadismo degli stili, con un’inquietudine che contraddistingue anche la sua intera esistenza». L’artista, in continua ricerca di nuove tecniche e forme espressive, vive e condivide intensamente i fermenti artistici con gli spiriti più originali della sua epoca, seguendo poi un percorso individuale con esiti assolutamente unici e peculiari. Fra le amicizie si ricorda il legame con Jean Cocteau, con il quale intrattiene scambi epistolari, e con Jacques Prévert, che dedica una poesia ad una sua opera pittorica; conosce anche Pablo Picasso, da cui è stimolato a lavorare con la ceramica.
Con le parole del celebre amico Cocteau, come nelle proprie opere un artista esprime sempre se stesso, in una sorta di involontario autoportraitisme, così nella produzione del pittore nato in terra ligure, il poeta francese ravvedeva la figura massiccia di Cardinali, «sa figure montagnarde de tailleur de pierre» (la sua figura montanara di ‘tagliatore di pietra’).
Artisticamente Cardinali procede quindi in un percorso che va dal figurativo, interpretato con toni e linee forti, ad un astratto materico ispirato al mondo naturale, composto da ambienti, animali ed elementi simbolici della realtà e della sua fantasia. L’arte di Franco Cardinali è permeata di questa “inquietudine necessaria”, come rivela il titolo della mostra: nelle sue opere si legge infatti un’insoddisfazione personale e artistica che si evince nel tratteggio profondo, nei paesaggi inquieti - come in Fragments de cathédral (1983) - e nell’increspamento delle superfici, come in Chant d’amour sur la falaise (1985), per esprimere «il suo bisogno di assoluta e libera autodeterminazione – afferma Resch - in qualunque tempo e rispetto a qualsiasi contesto; una libertà percepita come necessità furiosa di seguire l’ispirazione del momento, perché l’arte secondo Cardinali, per essere autentica e personale, non è altro che confronto interiore con i propri fantasmi».
L’arte per Franco Cardinali è una riflessione costante, un’evoluzione permanente, un’introspezione continua, un lavoro senza fine per perfezionare la propria tecnica pittorica e il proprio messaggio. Impasta colori tradizionali ad olio con materiali terrosi e argillosi per creare superfici spesse, composite, vissute, che rivelano anche un contatto con la natura intenso e profondo. Da qui nascono lavori su tela quali il Fossile lunaire (1967) ad olio con sabbia e caseina, o prima ancora l’olio Crustacés (1962), fino ad Ancienne écriture (1982) ad olio e sabbia, che ritraggono bestiari curiosi e inquietanti come fossero fossili impressi sulla trama. La materia pittorica scava oltre la dimensione esterna, va al di là della tela, e ci restituisce il mondo esplorato da Cardinali, in quel sottile ed effimero equilibrio tra arte e vita.
Organizzata dall’Associazione Culturale Franco Cardinali in collaborazione con la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, l’esposizione mette in luce la poetica di un artista le cui opere appartengono ad importanti istituzioni pubbliche e collezioni private in Italia, Europa e negli Stati Uniti, in prevalenza a New York e Los Angeles.
La rassegna gode del patrocinio del Club per l’UNESCO di Aquileia, dei Comuni di Chiusi della Verna e Città di Castello e dell’Unione Artigiani della Provincia di Milano e della Provincia di Monza e Brianza.
Arricchisce l’esposizione un esaustivo catalogo bilingue italiano e inglese edito da Scalpendi Editore, che presenta tutte le opere in mostra oltre ad una ricca selezione della produzione dell’artista, con testo critico di Raffaella Resch e una testimonianza dell’amico Benito Boschetto.


Franco Cardinali (1926-1985), nasce in Liguria, a Rapallo, nel 1926 e si trasferisce a Parigi nel 1950. Nel ’53 esordisce a Milano con una personale alla Galleria San Babila e due anni più tardi espone con gli artisti della Cité Vercingetorix, sotto il patrocinio di Jean Cocteau, con il quale instaura una solida amicizia, ed incontra Jacques Prévert: entrambi lo promuoveranno presso gli ambienti artistici parigini e della Costa Azzurra. Cardinali partecipa quindi nelle estati del 1955 e del 1956 all’esuberante attività artistica di Vallauris ed espone alla Galleria Charpentier nel gruppo École de Paris, con opere selezionate da Raymond Nacenta. Conosce poi il grande Pablo Picasso. Si divide tra Vallauris e Parigi fino al 1968, quando un profondo bisogno di solitudine lo conduce a ritirarsi in Toscana in un villaggio di montagna, La Rocca della Verna, dove costruisce la sua casa e il suo atelier, e prosegue per dodici anni le sue ricerche. Nel novembre del 1980, ancora lacerato dall’insoddisfazione, parte alla volta di un viaggio in Costa Azzurra per ritrovare l’amico Jean Haechler, il quale diventerà suo mentore e mecenate. Si stabilisce quindi a Saint Paul de Vence nel 1982 e a dicembre tiene una personale a Nizza, seguita nel febbraio del 1983 da Ginevra, in marzo da Parigi e in aprile da Sion, in Svizzera. La sua ultima esposizione lo vede a giugno con una personale a Saint Paul de Vence. Si suicida il 12 aprile 1985, a soli 59 anni.

 


Franco Cardinali. Inquietudine necessaria
A cura di: Raffaella Resch
Dal 11 gennaio al 14/02/2019
Inaugurazione: giovedì 10 gennaio, ore 18
Orari: lunedì - venerdì ore 10-18.30
Ingresso: libero
Catalogo: Scalpendi Editore
Informazioni: T. +39 02 8515.5920 - infogiureconsulti@mi.camcom.it - www.palazzogiureconsulti.it
Ufficio stampa: IBC Irma Bianchi Communication - T. +39 028940 4694 - M. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

Palazzo Giureconsulti
Piazza Mercanti 2
Milano

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Perugino: Adorazione dei Magi, Palazzo Marino, Milano, dal 1/12/2018 – 13/01/2019

Dal 1° dicembre, il tradizionale appuntamento natalizio con l’arte di Palazzo Marino, giunto alla sua undicesima edizione. Sala Alessi ospita quest’anno un capolavoro realizzato da Pietro Cristoforo Vannucci meglio noto come il Perugino (Città della Pieve, circa 1450 - Fontignano, 1523): l’ "Adorazione dei Magi".
 L’opera, concessa eccezionalmente in prestito dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, è datata intorno al 1475.
L’esposizione è curata da Marco Pierini, Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, che grazie a questa iniziativa ha potuto procedere al restauro dell’opera prima del suo trasporto a Milano.

Promossa da Comune di Milano e Intesa Sanpaolo - partner istituzionale - con il sostegno di Rinascente e patrocinata dal MIBAC - Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la mostra è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, con il supporto del Comune di Perugia e della Regione Umbria, in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala. L’organizzazione è affidata a Civita. Il catalogo della mostra, a cura di Marco Pierini, è pubblicato da Silvana Editoriale.


 
Giuseppe Sala, Sindaco di Milano: “Anche quest’anno a Palazzo Marino il Natale sarà pieno di bellezza e d’incanto. Esporremo in Sala Alessi l’Adorazione dei Magi del Perugino dataci in prestito dalla città di Perugia per il periodo natalizio. Siamo grati agli amici umbri per questo dono che condivideremo con tutti i visitatori, milanesi e turisti, che vorranno ammirarlo. Da ormai un decennio l’arte è di casa a Palazzo Marino con opere uniche che contribuiscono a rendere il tempo del Natale ancora più bello e festoso. Ringrazio quindi i partner pubblici e privati che hanno contribuito alla realizzazione di questo nuovo appuntamento e in modo particolare il Sindaco di Perugia, Andrea Romizi. Sono certo che le nostre due città, unite oggi da questa iniziativa, collaboreranno ancora in futuro".
Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura: “Per l’undicesimo anno consecutivo, il Comune di Milano propone ai milanesi e ai sempre più numerosi turisti in visita nella nostra città durante il periodo natalizio, un’opera importante legata al tema delle festività, che stringe una relazione forte tra il nostro territorio a quello umbro, ricchissimo di storia, arte e tradizione. Un legame che permetterà a Milano di scoprire un nuovo capolavoro per Natale e a Perugia di farsi più vicina alla nostra città, anche grazie ai collegamenti ferroviari sempre più efficienti”.
Andrea Romizi, Sindaco di Perugia: “Per Perugia, l’esposizione di un’opera tanto significativa e legata alla città, come l’Adorazione dei Magi del Perugino, è un’opportunità di visibilità importante, che arriva in un momento particolare come quello natalizio. Sono certo che essa rappresenterà per molti l’occasione per venire a visitare e soggiornare nella nostra bellissima città, scrigno d’arte e di tradizioni, approfittando anche della nuova tratta diretta Milano-Perugia del Freccia Rossa, che in poco più di tre ore permette di arrivare nel capoluogo umbro. Non posso che essere soddisfatto – conclude Romizi – di questo collegamento culturale che si viene ad istituire tra Milano e Perugia, di cui ringrazio sentitamente il Comune di Milano, il Sindaco Giuseppe Sala e l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno, la Galleria Nazionale dell’Umbria con il suo Direttore Marco Pierini, la Regione dell’Umbria e quanti lo hanno reso possibile.
Fernanda Cecchini, Assessore alla Cultura della Regione Umbria: “Una sede prestigiosa quale Palazzo Marino per un capolavoro come l’Adorazione dei Magi del Perugino, uno dei tesori della Galleria Nazionale dell’Umbria. Siamo grati al Comune di Milano per questo prezioso contributo alla conoscenza e valorizzazione di un bene culturale emblema del nostro patrimonio di arte, storia e cultura. Si rafforza così una collaborazione da cui l’Umbria può trarre nuova linfa per accrescere la sua attrazione su scala nazionale e non solo”.
Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo: “Contribuire a diffondere la conoscenza dei grandi maestri della storia dell’arte è una delle ragioni che animano il Progetto Cultura di Intesa Sanpaolo. Per questo continuiamo a garantire il nostro contributo alla mostra che si tiene durante il periodo natalizio nella Sala Alessi di Palazzo Marino, contiguo alle Gallerie di Piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo. Quest’anno viene proposto al pubblico un dipinto di Perugino, un’Adorazione dei Magi di splendida bellezza tardogotica che rimanda agli anni di formazione del pittore. Ancora una volta siamo lieti di favorire l’incontro con un’opera straordinaria, a conferma dell’impegno della nostra banca, al fianco delle istituzioni pubbliche, nella diffusione dell’arte e della cultura in Italia” .
Pierluigi Cocchini, Amministratore Delegato Rinascente: “La storia della Rinascente si intreccia in modo indissolubile con le città e i territori in cui è presente portando avanti, anno dopo anno, quel processo di evoluzione e di ricerca che la contraddistingue, per offrire un’esperienza a tutto tondo, non solo di shopping, unica e coinvolgente. Proprio per questo siamo lieti di rinnovare il nostro impegno nel sostenere il tradizionale appuntamento natalizio con l'arte a Palazzo Marino e di contribuire a puntare i riflettori su questa magnifica opera del Perugino”.
 

La grande pala d’altare (olio su tavola, 242 x 180 cm) è attribuita al periodo giovanile del Perugino e rappresenta il primo significativo impegno dell’artista a Perugia. Il dipinto fu realizzato per la chiesa perugina di Santa Maria dei Servi e costituisce una delle opere più emblematiche per comprendere gli sviluppi dell’arte italiana nell’ultimo quarto del XV secolo.
Ricordata per la prima volta nell’edizione giuntina delle Vite (1568) dal Vasari, la sua attribuzione è stata a lungo dibattuta tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, a causa della complessità dei riferimenti culturali presenti nella tavola.
 Cavalcaselle (1866) la ritenne infatti opera matura del perugino Fiorenzo di Lorenzo, proposta di grande fortuna accolta, fra le altre, dalle autorevoli voci di Giovanni Morelli (1886) e Bernard Berenson (1897). Sarà Jean Carlyle Graham (1903), autrice di una monografia su Fiorenzo di Lorenzo, a riportare in campo il nome del Vannucci, interpretando l’Adorazione come un lavoro iniziato da questi nei primi anni della carriera, lasciato incompiuto e completato solo diverso tempo dopo da Fiorenzo e dai suoi collaboratori.
 La definitiva risoluzione della questione attributiva si deve solo ad Adolfo Venturi (1911), il quale - sposando l’opinione del Vasari - assegna l’opera al Perugino giovane, riconoscendovi molti riferimenti eterogenei, tutti ugualmente importanti nella fase formativa del pittore: l’influsso di Verrocchio nei tipi fisionomici e nelle vesti quasi di lamina metallica, scandite in pieghe dai sottosquadri nettissimi; la conoscenza della pittura dei fratelli Pollaiolo nell’evidenza del rilievo e nella profusione di ornamenti rifulgenti; il ricordo di Piero della Francesca - suo probabile maestro - nell’albero collocato sullo sfondo in base ai canoni della sezione aurea, come nel Battesimo di Cristo già a Sansepolcro e ora alla National Gallery di Londra.
Il nome di Perugino, in seguito, non è stato messo in discussione e sono stati anzi individuati nessi sempre più stringenti con la produzione matura dell’artista: il paesaggio che si fa via via ceruleo verso l’orizzonte, secondo quanto teorizzato da Leonardo sulla prospettiva aerea; i volti giovanili e femminili cesellati, di diafana purezza; la capacità di dosare la luce e di scaldare con essa il colore.
Questi ultimi effetti si devono certamente ad una fondamentale innovazione di carattere tecnico che interessa la tavola, interamente a dipinta a olio.
Il riconoscimento nell’Adorazione dei Magi di un cripto-ritratto del Perugino si deve invece al Von Ruhmor (1827), che confronta l’effige del giovane in berretta rossa all’estrema sinistra della composizione con quella - invecchiata e appesantita, ma certamente corrispondente nei lineamenti - del certo autoritratto affrescato dal maestro ormai cinquantenne nel 1500 circa sulle pareti del Collegio del Cambio a Perugia. Un Perugino giovane ma già perfettamente consapevole del suo talento, che guarda l’osservatore con aria risoluta, quasi sfrontata.

Si tratta di un particolare importante, che ha agevolato sia l’attribuzione, che la datazione della tavola. L’età del pittore, stimata tra i 25 e i 30 anni, ha indotto infatti gli studiosi a collocare l’esecuzione dell’opera intorno al 1475.

Recentemente è stato proposto (Teza, 1997) di riconoscere nei Magi alcuni membri della famiglia Baglioni, sul modello di una consuetudine fiorentina di cui sono notissimi esempi gli affreschi eseguiti da Benozzo Gozzoli nella cappella di Palazzo Medici Riccardi, o la tavola di Sandro Botticelli per Gaspare del Lama oggi agli Uffizi, opere nelle quali i tre re giunti dall’Oriente assumono le fattezze di esponenti di casa Medici.
Nella tavola perugina, in particolare, il Mago più anziano Gaspare corrisponderebbe al capostipite Malatesta Baglioni; Baldassarre raffigurerebbe Braccio, guida della casata all’epoca in cui il dipinto fu realizzato; il giovane Melchiorre avrebbe infine il volto del figlio di Braccio, Grifone, destinato a succedergli al potere.
Del tutto probabile, in ogni modo, è il coinvolgimento dei cripto-signori di Perugia nella commissione del dipinto. La chiesa di Santa Maria dei Servi era infatti prossima alle residenze dei Baglioni sul Colle Landone, anch’esse abbattute per permettere l’erezione della Rocca Paolina, e ospitava nelle sue cappelle le sepolture di alcuni membri della famiglia.
 Nel 1471, tra l’altro, il citato Braccio aveva fatto erigere nell’edificio un sacello dedicato alla Vergine Maria, ultimato nel 1478.
 L’Adorazione dei Magi è in conclusione un’opera complessa e affascinante, che riassume tutte le suggestioni di cui Pietro poté nutrirsi durante gli anni di formazione trascorsi a Firenze nella bottega del Verrocchio, fianco a fianco con quelli che sarebbero stati, insieme a lui, fra i più grandi protagonisti dell’arte del Rinascimento, da Domenico Ghirlandaio a Sandro Botticelli, da Lorenzo di Credi a Leonardo da Vinci.
Nel quadro della collaborazione con la Regione Umbria, anche quest’anno il Comune di Milano ospita a Natale, come sempre nel cortile di Palazzo Marino, il presepe della tradizione umbra.
Si uniscono alle iniziative anche i municipi 7 e 8 con un altro dono alla collettività, un’ulteriore iniziativa per la più ampia conoscenza del patrimonio culturale cittadino.
Dal 3 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, prima presso Villa Scheibler e successivamente presso l’Emeroteca di via Cimarosa, sarà infatti possibile visitare, sempre con ingresso gratuito, l’esposizione di un importante dipinto, la “Madonna con Bambino” di Carlo Francesco Nuvolone, di proprietà della Pinacoteca del Castello Sforzesco.
L’opera è uno dei punti alti dell’apertura barocca di Carlo Francesco Nuvolone.
La dolcezza degli incarnati, la morbida resa dei contorni sfumati, il sapiente e calibrato accordo cromatico mostrano con quale felicità l’artista abbia saputo fondere nella tradizione lombarda le suggestioni delle culture adiacenti, genovese e veneta, con la lezione emiliana di Guido Reni e quelle antiche ma ben più vicine negli affetti del Correggio e del Parmigianino. In quest’opera è evidente come egli abbia guardato oltre l’orizzonte padano registrando quanto di moderno si andava svolgendo a Roma e nella Spagna che con Milano avevano un legame stretto e privilegiato. Sono opere come questa che hanno valso al Nuvolone la denominazione di “Murillo di Lombardia”, anche se si tratta di una pura affinità elettiva con il maestro di Siviglia.
Il dipinto è giunto alle Collezioni Civiche nel 1885 per dono di Giovanni Spech. Nel 2017 è stato restaurato nello Studio di Carlotta Beccaria grazie alla generosità di Enrico Rovelli che ha voluto dedicare l'intervento alla scomparsa moglie Biancamaria Patuzzo.
La mostra promossa da Comune di Milano - Municipio 7 e Municipio 8 è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla Pinacoteca del Castello Sforzesco con l’organizzazione di Civita.

3.000 persone che a Palazzo Marino hanno visto l'Adorazione dei Magi del Perugino,  la prima domenica di dicembre e in tutto il week end sono state 4.900. 


Perugino: L’Adorazione dei Magi
A cura di
: Marco Pierini
Dal
1/12/2018 al 13/01/2019

Ingresso: libero
Orari: tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30)
Giovedì dalle ore 9.30 alle ore 22.30 (ultimo ingresso alle ore 22.00)
Chiusure anticipate: 7 dicembre chiusura ore 12.00 (ultimo ingresso alle ore 11.30); 24 e 31 dicembre 2016 chiusura ore 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.30)
Festività: 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30)
Informazioni: T. 800.167.619 - www.comune.milano.it -mostre@civita.it (Dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 18.00, sabato dalle 9.00 alle 12.00)
Prenotazioni: possibili solo per le scuole
Ufficio Stampa: Ombretta Ambra Roverselli - T + 39 0243353527 - M +39 3495925715 - o.roverselli@operalaboratori.com - www.civita.it

Palazzo Marino
Sala Alessi
Piazza della Scala 2
Milano


Carlo Francesco Nuvolone: Madonna con Bambino
Dal 3/12/2018 al 16 dicembre 2018
Ingresso: libero
Orari: tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.30)
Informazioni: T. 800.167.619 - www.comune.milano.it -mostre@civita.it (Dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 18.00, sabato dalle 9.00 alle 12.00)
Ufficio Stampa: Ombretta Ambra Roverselli - T + 39 0243353527 - M +39 3495925715 - o.roverselli@operalaboratori.com - www.civita.it

Villa Scheibler
Via Felice Orsini 21
Milano
 
Dal 17/12/2018 al 6 gennaio 2019

Emeroteca
Via Cimarosa 10
Milano

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Renato Barilli: Visti da vicino, Museo della Permanente, Milano, dal 7/11/2018

Inaugurazione: mercoledì 7 novembre, ore 18.00


Al Museo della Permanente la bella personale “RENATO BARILLI. Visti da vicino”, con 70 tempere su carta Fabriano, che ritraggono protagonisti del mondo dell’arte, autoritratti e gruppi di famiglia.
Emerge la personalità di ogni personaggio con pennellate fresche ed immediate, ritratti che prendono spunto da fotografie da lui stesso scattate con il cellulare o inviategli dagli amici. La fotografia per lui è una traccia, senza quella "consistenza o sapore", mentre la tempera gli consente di restituirne i volumi e la vitalità, "ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti... "
Un combattimento per l'immagine, la sua rivincita della pittura.

Renato Barilli (1935), andato in pensione dopo una vita spesa quasi tutta come docente di storia e critica d’arte al corso DAMS dell’Università di Bologna, ha ripreso in mano i pennelli che aveva dismesso circa mezzo secolo fa, ritenendo che la fotografia avesse vinto definitivamente la partita e che i pennelli fossero ormai inutili. Ma in seguito ha ritenuto che fosse il caso di rilanciare quello che, da Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio, in una mostra famosa del 1973, era stato definito “Combattimento per un’immagine”.

Non si tratta di negare la prevalenza della foto, ora resa così familiare dai selfie e dagli scatti ripresi col cellulare, ma forse è il caso di ridare a quelle immagini un po’ di spessore, carne ai volti, sostanza ai tessuti, all’arredo delle stanze, e così via. Ne è uscita pertanto questa galleria che ora, con animo trepidante, il pittore anziano e novellino nello stesso tempo propone al pubblico milanese, avvertendo i raffigurati che lo specchio è volutamente infedele, ma mosso dalla speranza di aver afferrato in ciascun caso un po’ di sostanza, di tangibilità e personalità, di cui invece sono avare le riproduzioni fotografiche. C’è qualche magno esempio che lo sorregge su questa via, anche se vi fa riferimento con esitazione, temendo di cadere nel classico reato di paragonare il piccolo al grande, certo è che un premiato artista internazionale quale David Hockney si è esibito pure lui di recente in una serie di magistrali ritratti. Speriamo che qualche traccia di quella abilità si trovi anche in questa sfilata di tempere.

 

"Sono molto grato agli organi direttivi della Permanente di Milano per avermi concesso uno spazio nella loro prestigiosa sede in cui esporre una buona campionatura della mia attuale attività pittorica, consistente in una settantina di opere, per la gran parte dedicate a ritratti di personaggi del mondo dell’arte nel nostro Paese, con l’aggiunta di qualche autoritratto e di qualche gruppo di famiglia. In tal modo riesco a proporre questo mio ritorno in campo al di fuori del territorio ristretto della mia città, Bologna e dintorni, sottoponendolo al giudizio di un pubblico esperto, il che ovviamente produce in me un’attesa incuriosita e allarmata nello stesso tempo. Preciso subito in partenza che non sono affatto un “dilettante” dell’ultima ora, anzi, nelle mie ormai ben lontane adolescenza e gioventù ho praticato l’arte in modi continui e con ampio corredo di nozioni tecniche, dato che ho frequentato, sempre nella mia città, dapprima la Scuola d’arte, poi l’Accademia di belle arti, in cui, nel 1959, sono pure giunto a diplomarmi, con un solo anno di ritardo rispetto a una laurea in lettere moderne frattanto acquisita frequentando l’Università felsinea, già del tutto consegnato al mio curioso procedere in parallelo sulle due direttrici, quella dell’arte come impegno diretto, e invece e la presa di distanza che si addice al critico, o addirittura allo storico dell’arte. Questo doppio binario si è protratto fino al 1962, quando, sia per ragioni pratiche, sia per una decisione non più procrastinabile, ho interrotto del tutto l’esercizio diretto della pittura, salvo a riprenderlo circa mezzo secolo dopo, nel 2010, quando per pensionamento era cessata la mia attività di docente, sempre all’Università di Bologna, e sempre in discipline artistiche, anche se esercitate sotto l’ampia etichetta della Fenomenologia degli stili, una delle discipline innovative di cui si vantava il corso di laurea DAMS (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo). Non mi è stato difficile rientrare in esercizio, si dice infatti che il nostro corpo non dimentica abitudini già acquisite, e dunque riesce di nuovo ad andare in bicicletta o a nuotare, anche dopo lunghi anni di astensione, basta appena riscaldare i muscoli. E dunque, un’abilità assunta in profondità nel dipingere a tempera su carta è stata da me subito ritrovata. Assai più difficile motivare un simile ritorno in campo. Diciamo pure che alla base di tutto ci sta la certezza che ormai il mio futuro si sta riducendo, e dunque devo chiamare a raccolta ogni mia possibile capacità, prima di lasciare questo mondo. Ma come, da dove ripartire? In quella mia diligente attività precedente avevo seguito un percorso parallelo ai passi che in simultanea compivo anche come critico militante, e dunque, riconoscimento che all’alba dei ’50 l’innovazione stilistica si presentava nella forma del cosiddetto postcubismo, con fame di realtà, ma sottoposta a una specie di quadrettata, sbozzata a schegge di diamante, Poi, era intervenuta l’ondata dell’Informale cui avevo aderito, iniziando nel suo none la mia qualifica di critico d’arte ufficiale nella rivista “il verri”, fondata da Luciano Anceschi. Già nel primo numero, autunno 1956, avevo iniziato un dialogo con la Biennale di Venezia che non sarebbe più cessato ad ogni suo appuntamento. Ma c’era una discrasia, tra quella convinta accettazione dell’Informale, un movimento tipico di coloro che erano nati all’aprirsi del Novecento, o nel corso del suoi primi decenni, e invece io stesso, e i miei coetanei, nati negli anni ’30, destinati quindi a entrare in sintonia col ripresentarsi, con gli anni ’60, di una calamitazione sull’oggetto, frattanto ricomparso, e addirittura invadente. Infatti, tra la fine dei ’50 e i primissimi ’60 io scavalcavo appunto esiti da dirsi puramente informali, mentre mi affascinavano le soluzioni proposte da Jean Fautrier, in cui l’oggetto compariva, anche se solo come grumo informe, come embrione non ancora ben maturato. Una crescita, una maturazione che sarebbero avvenute con Claes Oldenburg, campione di una Pop Art ricca ancora di fremiti e sussulti materici. Insomma, detto in formula, navigavo lungo una rotta che appunto tentava di incrociare Fautrier con i primi oggetti abbozzati, ancora flosci, incerti proprio come feti alla loro prima apparizione, da Oldenburg, di cui a dire il vero non avevo ancora una precisa conoscenza. Questa la traiettoria attestata dall’unica mostra monografica che feci, come atto conclusivo di quella mia breve stagione, nel ’62, naturalmente procedendo a presentarmi da me, data la mia riconosciuta capacità di critico. Poi, come detto, l’interruzione, il black out. E ora, invece, la ripresa, che come usa succedere in casi del genere riparte dagli inizi. I maestri di ginnastica, quando sono scontenti di come gli allievi stanno conducendo i loro esercizi, li bacchettano intimando loro di tornare “al tempo”, e così pure io sono ripartito da quando, ragazzino, facevo disegni e bozzetti del reale con grande zelo e precisione. Ma mi occorreva un alibi, per non apparire troppo contradditorio con quel critico che ero stato in qualità di fiancheggiatore di tutte le mosse delle avanguardie, vecchie e nuove. Non potevo dimenticare che proprio il clima incendiario del ’68 aveva proclamato la “morte dell’arte”, predicando che semmai un rapporto con la realtà era da affidarsi allo strumento, lucido e freddo, della fotografia. Io in effetti mi sono attaccato a questo referto, in apparenza incontrovertibile. Infatti anche nella fase attuale parto sempre da una foto, presa da me stesso col cellulare, o inviata da amici compiacenti che me la trasmettono per email. Però, ritengo che sia lecito, e forse anche doveroso, nutrire poi quel referto di qualche buona sostanza materica, ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti, e così via. Aggiungendo che in questa ripresa c’è posto per i vari generi tradizionali, e così, accanto alle foto di volti, ci stanno pure quelle di vedute esterne, o di interni, con tutto il relativo mobilio, e le cianfrusaglie che si alzano da tavoli, tavolini, ripostigli. Se la vogliamo mettere in termini storici, diciamo che rinasce un Combattimento per un’immagine, secondo il titolo ingegnoso che Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio diedero a una mostra da loro curata a Torino nel 1972. O addirittura ritorniamo allo Studio del fotografo Nadar, dove nel 1874 si compì il celeberrimo confronto, o meglio dire affronto, tra la nuova creatura del progresso tecnologico, la fotografia, e il tentativo di resisterle messo in atto, e in quel momento ancora vincente, da parte della pittura, pronta a far nascere l’impressionismo come vittoria postrema, prima di cedere e lasciare il campo alla rivale. Ora forse si può ripetere quel drammatico rapporto all’incontrario, ma certo non in termini di radicale contrapposizione, in quanto la Vecchia Signora che osa ripresentarsi si vale opportunamente della rivale fortunata. Per questi ritratti, i vari invitati non hanno dovuto certo sottostare a lunghi tempi di posa, è bastato che mi mandassero uno scatto, un selfie preso all’istante. E se avessi messo in mostra anche vedute e paesaggi, posso assicurare che per ottenerli mi guardo bene dal ricalcare il rito demodé di andare “sul motivo” col tradizionale cavalletto, anche in questo caso rubo le immagini del reale con lo strumento prensile e rapido di una foto immediata, da cui poi nasce il mio tentativo di nutrirla di buone sensazioni di erbe, di muri, e anche di lamiere di auto. Con quale esito? Naturalmente, per questo aspetto, la sentenza spetta ai visitatori della mostra. Le reazioni fornite dai loro anticipatori in mie esposizioni precedenti sono state incerte e perplesse, non riuscendo a giungere a un verdetto abbastanza unitario, il fatto è che io sembro echeggiare tanti esiti storici di un simile rapporto tra la pittura e il reale. Tardo fenomeno di impressionismo, rilancio di un espressionismo vecchio o nuovo? In fondo, si potrebbe anche dire che i vari stili del passato ora vengono richiamati in scena come per una passerella finale, Del resto, dato che in me non è certo estinta la natura del teorico, ho già messo le mani avanti, quando nel 1974, proprio qui a Milano, all’allora chiamato Studio Marconi, ho proposto la collettiva La ripetizione differente, dopo aver teorizzato, poco prima, un atteggiamento opposto, il Comportamento, portandone una selezione di protagonisti alla Biennale di Venezia del 1972. A questo proposito approfitto per invitare gli eventuali visitatori della presente mostra a ritornare il 15 novembre per una conferenza in cui ricorderò proprio quell’evento, che però allora non riguardava me stesso. Ora invece de mea re agitur, ovvero propongo una sorta di ripetizione sistematica di tanti stili del passato, nella speranza che scatti un quid risolutivo capace di “fare la differenza”. Ai visitatori l’ardua sentenza."

Renato Barilli


In occasione della mostra “Renato Barilli. Visti da vicino”, giovedì 15 novembre 2018, ore 18, Renato Barilli tiene la conferenza dal titolo La“Ripetizione differente” e il postmoderno. Introduce Franco Marrocco.
Conferenza illustrata con proiezione di immagini

"Di recente mi sono trovato a presentare due “remake” ( o “re-enactments”, come si preferisce dire ora) di due mostre da me curate, del tutto rispondenti alla impostazione bipolare del mio insegnamento, quasi corrispondenti a quelle che Hegel avrebbe definito come “tesi”, subito seguita da una “antitesi”. Nel 1972 ero stato chiamato da Francesco Arcangeli a fiancheggiarlo nella cura della mostra “Opera o comportamento”, intesa come partecipazione italiana alla Biennale di Venezia di quell’anno, dove mi era stato possibile dare una breve dimostrazione di quanto allora poteva passare sotto l’etichetta generica di “comportamento”, attraverso le sale riservate a cinque artisti italiani, tra i migliori protagonisti dello “spirito del ‘68”, con relativa dichiarazione di “morte dell’arte”, a favore di installazioni, interventi ambientali, concettuali, comportamentali. Ma pochi anni dopo si riaffacciava la controparte, ovvero un fare macchina indietro, fino a recuperare taluni aspetti del museo. Era il ricorso alla “citazione”, uno dei cardini del clima che veniva anche riportato al cosiddetto postmoderno. Lo Studio Marconi, qui a Milano, mi permise di esemplificare questa tendenza attraverso, anche in questo caso, alcuni personaggi, tra cui spiccava la presenza di Giulio Paolini, quasi nelle vesti di un rinnovato Canova, o di un De Chirico anche lui intento a ripassare le tappe di altre stagioni. E già facevano capolino alcuni dei nomi nuovi che avrebbero riempito di sé quegli stessi anni ’70 e oltre, rappresentati soprattutto da Luigi Ontani e Salvo. Giorgio Marconi, poi alla testa di una Fondazione, mi ha consentito di ripresentare pochi anni fa questo secondo corno del dilemma, mentre Fabio Cavallucci, fino all’anno scorso direttore del Centro Pecci di Prato, a sua volta mi ha consentito di ricordare l’evento precedente. Siccome la mostra ora in atto proprio in questi spazi attesta un mio ritorno alla pittura, è giusto che la rievocazione qui condotta sia rivolta a questa sorta di “contraccolpo”, o di movimento al rientro nel pendolo dell’arte."

Renato Barilli


Renato Barilli: Visti da vicino
Dal
 8 al 28 novembre 2018

Orari: da lunedì alla domenica, 9.30-20.00
Ingresso: libero
Informazioni:  T. +39 02 6551445 - info@lapermanente.it -www.lapermanente.it

Ufficio Stampa Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente:  Cristina Moretti - cristina.moretti@lapermanente.it - Anna Miotto - anna.miotto@lapermanente.it - T. 02 6551445

Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
Via Filippo Turati 34
20121 Milano

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