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Archivi categoria : Fotografia

NOVECENTO PRIVATO. Da de Chirico a Vedova, Galleria Bottegantica, Milano, fino al 29/02/2020

Alcuni dei Giganti del ‘900 italiano tornano nelle sale che, nel secondo dopoguerra, li avevano accolti quali giovani protagonisti dell’arte del loro tempo.
È, il loro, un ritorno emblematico, certo non nostalgico e nemmeno celebrativo.
Tuttavia importante, perché il mezzo secolo e oltre, che è trascorso da quando questi stessi ambienti di via Manzoni 45 erano occupati dalla Galleria del Naviglio, ha portato a sedimentare valori, smorzare tensioni. Ha fatto di cronaca, Storia.
Confermando la piena validità di quelle che, all’epoca, potevano apparire come personali proposte, intuizioni, visioni di un pur quotato gallerista.
Bottegantica, che oggi vivifica gli spazi che furono del Naviglio, vi propone “Novecento privato. Da de Chirico a Vedova”, dal 17 gennaio al 29 febbraio 2020.
La mostra, che è a cura di Stefano Bosi, Valerio Mazzetti Rossi e Enzo Savoia, si avvale della consulenza scientifica di Fabio Benzi.
Ad esservi proposto è un excursus attentissimo di opere. Che facendo fulcro sui decenni del Naviglio opportunamente si allarga alla prima metà del Secolo Breve, per ripercorrere i momenti più straordinari vissuti dall’arte e dalla cultura dal primo dopoguerra sino agli sviluppi del secondo: dal Futurismo alla Metafisica, dal Realismo Magico al Surrealismo, dal Ritorno all’Ordine all’Informale…
Il Novecento italiano, per metafora, è stato un oceano battuto da grandi onde. Battuto soprattutto dal perenne contrasto tra l’apologia della forma e il suo annullamento, specie a partire dagli anni Trenta. Protagonisti delle pagine più significative della storia dell’arte nazionale e internazionale, sono una serie di Maestri d’avanguardia che hanno contribuito alle rivoluzioni artistiche del XX secolo, partecipando alla creazione di nuove forme e immagini, attraverso sperimentazioni e ricerche”, ricorda Stefano Bosi.
Novecento Privato. Da De Chirico a Vedova rievoca autori e momenti fondamentali di quel secolo, scegliendo di attingere le trenta opere esposte, esclusivamente da due importati collezioni private.
Trenta opere che si legano fra loro in un dialogo appassionato, a formare idealmente una raccolta filologica dei principali fenomeni artistici italiani del secolo scorso. Una raccolta dal forte carattere meditativo e intimo, in cui è privilegiato il rapporto tra le opere e gli artisti che le hanno create”, per Enzo Savoia.

La sequenza è pensata come un viaggio cronologico e visivo, un racconto analitico e didattico che attraversa il nostro territorio culturale dal post-impressionismo alle avanguardie d’inizio secolo (il Futurismo di Marinetti, Boccioni, Balla, Severini), gli anni del primo conflitto mondiale, il dopoguerra e gli anni Venti (Savinio, Giorgio De Chirico, Filipo De Pisis, Sironi, Casorati, Alberto Martini, Marino Marini), l’affermazione del regime fascista e la seconda guerra mondiale (Carrà, Campigli, Arturo Martini, Prampolini, Pirandello, Guttuso, Manzù), il post-war tra le capitali europee e New York con l’affermazione dell’arte astratta (Fontana, Burri, Capogrossi, Vedova, Pomodoro).
Il percorso espositivo è pensato per essere fruito da un vasto pubblico, grazie anche a un apparato didattico sperimentale, capace di guidare il visitatore alla comprensione profonda di ogni singola opera.
Un omaggio dunque all’universalità dell’arte, ma anche un riconoscimento ai grandi artisti italiani del XX secolo. Questo - e non solo - è NOVECENTO PRIVATO. Da De Chirico a Vedova.


Novecento Privato. Da De Chirico a Vedova
Dal 17 gennaio al 29 febbraio 2020.
Orari: da martedì al sabato 10-13; 15-19.
Ingresso: libero 
Visite guidate: su prenotazione, € 5 cad. Gruppi compresi tra le 10 e le 20 persone. Catalogo: Bottegantica edizioni
Info: T. 02 62695107 - 02 62695489 - www.bottegantica.com
Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo - T. 049.663499 - Roberta Barbaro - gestione3@studioesseci.net

Galleria Bottegantica
via Manzoni 4
Milano

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Prima Visione. I fotografi e Milano, Galleria Bel Vedere, Spazio miFAC, Milano, 30/01/2020

Si rinnova l’incontro tra Milano e la fotografia con l’edizione numero quindici di “Prima Visione. I fotografi e Milano”, la mostra ideata dalla Galleria Bel Vedere in collaborazione con il G.R.I.N., l’associazione dei photoeditor italiani.
Le immagini esposte, mostrano una Milano all’apparenza sconosciuta e addirittura misteriosa e documentano l’evoluzione della città. Con sguardi delicati, attenti e talvolta insoliti, questi quarantotto autori raccontano, o meglio, testimoniano, la realtà di una metropoli sempre diversa, innovativa, più vivace e vivibile e ancor oggi in continua trasformazione.

Gli autoriFabrizio Annibali, Enzo Arnone, Riccardo Bagnoli, Isabella Balena, Liliana Barchiesi, Giuseppe Biancofiore, Silvia Bottino, Leonardo Brogioni, Riccardo Bucci, Lorenzo Ceva Valla, Marisa Chiodo, Matteo Cirenei, Gabriele Croppi, Isabella De Maddalena, Mario Ermoli, Alessandro Ferrario, Angelo Ferrillo, Luigi Fiano, Giorgio Galimberti, Federico Guida, Giovanni Hänninen, Dimitar Harizanov, Marco Introini, Grazia Ippolito, Cosmo Laera, Saverio Lombardi Vallauri, Marzia Malli, Consiglio Manni, Andrea Mariani, Marco Menghi, Tanino Musso, Gianni Nigro, Thomas Pagani, Stefano Parisi, Stuart Paton, Paolo Perego, Simona Pesarini, Barnaba Ponchielli, Francesco Rocco, Filippo Romano, Francesca Romano, Sara Rossatelli, Luca Rotondo, Alberto Roveri, Dario Scalco, Livia Sismondi, Gianni Trevisani, Federico Vespignani.

Bel Vedere Fotografia, fondata nel Gennaio del 2004 per promuovere e valorizzare la cultura fotografica, è oggi una realtà importante a Milano. Organizza mostre, presenta cataloghi, promuove dibattiti e offre così nuove occasioni di incontro e dialogo per chi ama la fotografia e in particolare il reportage in bianco e nero a cui dedica ampi spazi.
La Galleria si trova a Milano allo spazio miFAC in via Santa Marta 18, a pochi metri da via Torino ed è aperta da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30.


Prima Visione. I fotografi e Milano
Inaugurazione: giovedì 30 gennaio 2020, dalle 18.00 alle 21.00
Dal 31 gennaio al 29 febbraio 2020

Orari: da martedì a sabato, dalle 15.30 alle 19.30
Ingresso: libero
Informazioni: info@belvederefoto.it - www.belvederefoto.it

Bel Vedere Fotografia
Spazio miFAC
via Santa Marta 18
20123 Milano

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Cesare Colombo, Fotografie/Photographs 1952-2012, Sala Viscontea, Castello Sforzesco, Milano, dal 20/02/2020

Inaugurazione giovedì 20 febbraio 2020 ore 18

La Milano di Cesare Colombo in mostra per 4 mesi al Castello Sforzesco: più di 100 immagini selezionate dalla curatrice Silvia Paoli e dalle figlie Sabina e Silvia Colombo, allestite nella splendida Sala Viscontea da Italo Lupi, amico e compagno di strada.

Il Comune di Milano e il Civico Archivio Fotografico rendono omaggio con una grande mostra a Cesare Colombo, uno dei principali fotografi e studiosi della fotografia del Novecento. Curatore di importanti mostre e animatore di dibattiti, sin dal Dopoguerra ha contribuito a far crescere in modo significativo la cultura fotografica in Italia. La rassegna dal titolo Cesare Colombo. Fotografie/Photographs  1952-2012 è curata da Silvia Paoli, con Sabina e Silvia Colombo, oggi responsabili dell’Archivio di Colombo, allestimento e grafica di Italo Lupi, e si tiene dal 21 febbraio al 14 giugno 2020 alla Sala Viscontea del Castello Sforzesco.

"Quasi quarant’anni, una vita, dedicati da un fotografo a vedere Milano, grande città italiana e nello stesso tempo simbolo di una qualsiasi grande città del mondo."   Scriveva così Corrado Stajano nel 1990 sul catalogo Alinari che accompagnava la prima grande mostra milanese di Cesare Colombo, allestita all’Arengario. Dopo tre decenni una nuova rassegna riprende e completa l’eredità lasciata per restituire un nuovo affresco dell’attività fotografica dedicata da Colombo alla sua città, nella quale le foto più conosciute si uniscono a immagini inedite e a vere e proprie riscoperte d’archivio.
A partire dal corpus di fotografie recentemente entrate a far parte delle collezioni del Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco, la mostra restituisce la sua visione coinvolgente e appassionata della metropoli lombarda. Il percorso comprende oltre 100 fotografie esemplificative dell’intera carriera di Colombo, divise in sei sezioni,  dove la città viene descritta nei suoi molteplici aspetti culturali, politici e sociali e offre un vivido racconto biografico lungo sessant’anni (1952-2012) di sviluppo urbano, trasformazioni del lavoro e mutamenti del tessuto sociale. Il mondo delle fabbriche e le manifestazioni sindacali, le rivolte studentesche e le periferie, ma anche uno sguardo attento su una città in continuo cambiamento, che produce e crea: le fiere e i negozi,  la moda e il design, l’arte e lo spettacolo. Punti di vista di una città ‘abitata’ di uno dei suoi più attivi interpreti.
L’allestimento e la grafica di Italo Lupi,  aiuteranno il visitatore a ricostruire la figura di Cesare Colombo nella sua complessità. In mostra un tavolo biografico, lungo venticinque metri, ricostruirà la vita di Cesare Colombo dalla sua formazione giovanile, ai primi lavori, ai progetti di comunicazione pubblicitaria, alla sua vita familiare, alle sue molte collaborazioni con l’editoria, all’impegno politico e ai suoi impegni culturali.
Un affresco coloratissimo che fa da contraltare al rigore delle fotografie in bianco e nero, affiancato da un altro lungo tavolo più sobrio di colori e grafica, con brani di suoi scritti e citazioni di differenti testi critici e letterari.
Il catalogo a cura di Silvia Paoli, edito da Silvana (Italiano-Inglese) contiene il saggio critico del curatore (Oltre i bordi dell’inquadratura. Cesare Colombo 1935-2016, fotografo, storico, critico), una sezione dedicata all’allestimento con una nota di Italo Lupi e ricchi apparati bio-bibliografici a cura di Sofia Brugo. Tutte le fotografie sono riprodotte nel volume divise secondo le sezioni della mostra:  Album Metropolitano, Stagioni di lotta, Offerte di lavoro, Ingresso Libero, La città della moda e del design, Arte in scena.
L’esposizione e il catalogo sono l’esito di un lungo lavoro di ricerca il cui intento è di contribuire alla conoscenza di questo importante autore della fotografia italiana, aprendo anche nuovi orizzonti di studio.

Cesare Colombo (1935-2016) è stato protagonista per più di cinquant’anni nel mondo della fotografia, e in generale nella comunicazione visiva. Al lavoro di ripresa (architettura, reportage per l’industria, illustrazione editoriale) ha affiancato una lunga esperienza nel settore della ricerca, dell'analisi critica e dell'ordinamento di immagini storiche.
Nelle sue foto è prevalente l’interesse per l’uomo, protagonista dinamico dell’inquadratura, ma anche simbolo della condizione sociale odierna. Significativa è la sua antologia Milano Veduta Interna (Alinari, 1990, testi di Roberta Valtorta e Corrado Stajano). In seguito, un completo percorso attraverso le sue immagini viene raccolto nel fotolibro Life Size, Photos 1956-2006, Edizioni Imagna 2009. Nel 2012 è uscito un altro fotolibro sulla sua città Milano. Ingresso libero curato da Giovanna Calvenzi nella collana della Fiaf “Grandi Autori della Fotografia Contemporanea”. Del 2013 è infine il volume, scritto con Simona Guerra, La camera del tempo, Edizioni Contrasto, dedicato alla vita e all’opera dell’autore.
Come studioso dell’immagine, oltre a molti saggi critici, ha curato nel 2004 per le Edizioni Agorà l’antologia Lo sguardo critico. Cultura e fotografia in Italia 1943-1968. Come ricercatore ha prodotto, per editori ed enti pubblici, mostre e fotolibri, tra i quali L’occhio di Milano (1977), L’uomo a due ruote (1987), Tra sogno e bisogno e Occhio al cibo per Coop (1985 e 1990), Scritto con la luce, Electa (1987), La fabbrica di immagini, Alinari (1988), Un paese unico. Italia, fotografie 1900-2000, ancora per Alinari; Ferrania. Storie e figure di cinema e fotografia (De Agostini, 2004), la sezione Fotografia di AnniCinquanta (ArtificioSkira, 2005); Cento anni di imprese per l’Italia (Alinari / 24 Ore Cultura, 2010).

Cesare Colombo, Fotografie/Photographs 1952-2012
Una mostra: Comune di Milano, Civico Archivio Fotografico, Milano
In collaborazione con: Archivio Cesare Colombo, Milano
Dal 21 febbraio al 14 giugno 2020
A cura di: Silvia Paoli, con Sabina e Silvia Colombo
Allestimento e grafica: Italo Lupi
Informazioni: www.milanocastello.it - T. 02.88463700
Orari: Martedì-Domenica ore  9-17.30 (La biglietteria chiude alle ore 17); Chiuso lunedì
Ingresso: gratuito
Uffici stampa: Comune di Milano - Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it
Archivio Cesare Colombo: Alessandra Pozzi - press@alessandrapozzi.com - T. +393385965789
Catalogo: A cura di Silvia Paoli, 352 pag., 250 ill., edizione bilingue italiano/inglese, Euro 39,00
Silvana Editoriale www.silvanaeditoriale.it -  press@silvanaeditoriale.it

Castello Sforzesco
Sala Viscontea
Piazza Castello 1
Milano

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Riccardo Bononi, Stefano Barattini, Alberto Scibona, Casa Museo Spazio Tadini, Milano dal 24/01/2020

Fotogiornalismo a Spazio Tadini Casa Museo. Venerdì 24 gennaio 2020 ha inaugurato la mostra fotografica personale di Riccardo Bononi “Nonostante tutto, a cura di Federicapaola Capecchi, propone una selezione di 4 reportage frutto di 10 anni in Madagascar: Generation Graveyad, The Red Island and the Black Death, The Cities of Flies e Una belle vie, une belle mort.
Quarantatre fotografie di una forza tagliente e con un grande carattere che propongono un’attenta analisi antropologica, una sottile e impegnativa cronaca sociale, etica e un lieve quanto determinato invito ad un’umanità possibile. Perché nonostante tutto, si può e si deve vivere. Solo uno dei tanti insegnamenti di questi reportage.

Generation Graveyad racconta di una generazione di bambini e adolescenti divenuti orfani in seguito al colpo di Stato del 2009, che hanno trasformato il cimitero monumentale della capitale nella loro casa, dove vivono tutti insieme come una grande famiglia.
The Red Island and the Black Death analizza un fenomeno ciciclo in Madagascar, la peste bubbonica e polmonare. Da quasi un secolo affligge il Paese e Riccardo Bononi ne indaga le cause e le conseguenze sulla popolazione.
The Cities of Flies racconta della “Città delle mosche”, la più grande discarica a cielo aperto forse mai vista al mondo. Ne descrive la vita al suo interno: cimitero per gli indesiderati e Casa per chi è stato abbandonato dalla società.
Una belle vie, une belle mort  è il libro di Riccardo Bononi capace di contenere e veicolare tutte queste analisi, cronache e riflessioni e che pone un’arguta, acuta e penetrante - quanto affascinante - provocazione: “Potresti immaginare un mondo in cui l’idea stessa della morte non esiste? Dove gli uomini non sono spaventati dalla morte e dai tabù ossessivi riguardanti la mortalità umana? L’antropologo britannico Geoffrey Gorer ha scritto di come la morte sia diventata “pornografica” per noi occidentali, un contenuto osceno da cui proteggere i bambini. La paura associata alla morte è sempre stata considerata un universale culturale nel tempo e nello spazio: <Gli uomini temono la morte>, e questa convinzione non è mai stata messa in dubbio. Tuttavia questa verità viene meno in Madagascar, dove il Culto degli Antenati è la religione di stato: un mondo agli antipodi, dove i vivi e i morti intrattengono discussioni, condividono esperienze e spazi domestici, dove i bambini giocano tra i cadaveri e la morte non è mai considerata come antitetica alla vita”.
Come antropologo culturale, Riccardo Bononi ha vissuto per dieci anni a stretto contatto con il popolo malgascio, nelle loro case e nelle loro tombe, immergendosi completamente con le loro usanze, linguaggi e tradizioni peculiari, condividendone tanto la vita quotidiana, quanto la quotidianità della morte.

 

"Ci sono uomini, sogni e azioni più forti delle guerre, dei colpi di stato, delle difficoltà.
Ci sono uomini, indagini e reportage più forti della disillusione, lontani dal già risaputo e che creano nuova conoscenza. Ne avete dinanzi agli occhi un esempio.
Queste fotografie non illustrano un titolo d’effetto, ma sono conoscenza che muove coscienze proprio perché non ripetono un mondo di segni e di significati, ma ne creano di nuovi. Vestire a bambola una statua funeraria è creare senso, comunità, famiglia e sopravvivenza. Lo hanno fatto spontaneamente i bambini di “Generazione cimitero” e Riccardo Bononi lo ha colto, ha restituito vivo questo senso. Talmente “vicino” a loro e insieme a loro Riccardo Bononi muove il tempo congelato di un cimitero, fa danzare - quasi “ballandoci sopra”- il cronometro di mille e mille vite perse. I bambini di “Generazione cimitero” scrivono una Antologia di Spoon River danzando con i loro pianti, i loro giocattoli, i loro sorrisi. E Riccardo Bononi lo vive, lo conosce e permette alle nostre coscienze di comprendere il senso di una comunità specifica che ha costruito qualcosa di prezioso per tutti.  
Fotografie di una forza tagliente e con un grande carattere che propongono un’attenta analisi antropologica, una sottile e impegnativa cronaca sociale, etica e un lieve quanto determinato invito ad un’umanità possibile. Perché nonostante tutto, si può e si deve vivere. È solo uno dei tanti insegnamenti di questi reportage.
Fotografie dirette, un linguaggio secco, forte. In ognuna si avvicina con la macchina fotografica e coglie la tensione esplosiva – a volte spietata – del momento. Scatti sentiti e pensati. Fotografie non solo di denuncia, non solo di informazione, non solo di indagine ma con una incredibile bellezza anche formale, che nulla toglie alla loro forza informativa e alle implicazioni e analisi antropologiche e sociali. 
Reportage che fanno venire in mente fotogiornalisti come Jacob Riis, Lewis W. Hine, Walker Evans, Dorothea Lange, diversi tra loro e da Riccardo Bononi stesso ma accomunati dall’essere occhi sensibili capaci di cogliere istantanee di senso. Avvicinati dalla coscienza che la fotografia porta in sé una carica dirompente, capace di accendere sdegno quanto la volontà di mutamento.
Riccardo Bononi si muove con una forte capacità di penetrazione nel raccontare l’uomo negli ambienti in cui vive. È palese la sua abilità tecnica, la sua attenzione e sensibilità ad ogni questione formale – come la composizione e la luce – ma ciò che risulta assordante nelle sue fotografie è la profondità di nuovi significati, il suo raccontare, essendo realmente “vicino” al soggetto ritratto. E non è una questione di focale. Una su tutte, la foto di Faneva. Qui la luce rivela impietosa e con minuzia di dettagli il sordido luogo in cui lei vive e in cui è seduta a sfogliare il suo libro, ma al tempo stesso illumina quasi con tenerezza il suo viso e quel sorriso accennato di chi, nonostante tutto, ha trovato un suo spazio e una sua lievità. Tutti particolari che non sono colti e restituiti perché seduto accanto a lei, ma perché Riccardo Bononi conosce muovendo coscienza.
Fotografie che raccontano – sì uno studio antropologico e le conseguenze di avvenimenti geopolitici ed economici – ma che rivelano molto di più! Creano possibilità. Con un rigore e un senso di unicità e completezza raro. Riccardo Bononi riesce, come Eugene Smith, a sovrapporre una sua visione alla documentazione di aspetti crudi e dolorosi, ed eleva così la condizione umana ad una dimensione epica. È narratore e attore che riesce a distillare il caos e la bellezza che ci circonda. Dirige i nostri occhi e le nostre coscienze con precisione (da cecchino) e onestà.
Un fotogiornalista capace di dare corpo e voce, con intelligenza e in modo penetrante, a storie non solo di estremo interesse antropologico ma che sono anche dei veri e propri insegnamenti. Fotografie che narrano in modo veritiero, con acume di indagine e riflessione, ben oltre le vicende. Una sintesi, splendida e drammatica al tempo stesso, di vaste problematiche e distonie … la disperazione, il silenzio, la ferocia, l’indifferenza e le invincibili e ataviche – o moderne? – paure della nostra civiltà. Al tempo stesso, una vera e propria speranza ed elogio della bellezza. In ognuno di questi reportage, nonostante tutto, emerge in modo forte come solo accettando la crudeltà saremo capaci di perseguire la bellezza. Altrettanto, di fotografia in fotografia, taglia e fende colpi precisi e ben assestati, un senso di liberazione, a tratti, di resurrezione.
Un uomo, Riccardo Bononi, capace, attraverso il mezzo fotografico, di spalancare un orizzonte nuovo, un punto di vista al quale, forse, non giungeremmo da soli, ma che la fotografia cattura, quel punto di vista e capacità di porgerlo, che prende forma nella critica sociale, graffiante e incisiva, che sposta il “fuoco” (e le parole) del discorso, e la visione delle cose."

Federicapaola Capecchi


Riccardo Bononi, laureato in due distinte branche delle scienze sociali (psicologia e antropologia), dal 2010 è ricercatore e docente di Antropologia Visuale presso l’Istituto Ricerca e Formazione nelle Scienze Sociali (Irfoss) di Padova, dal 2015 entra a far parte dell’agenzia fotografica internazionale Prospekt Photographers. La scelta di associare la fotografia alla sua attività di ricerca sul campo lo ha portato a lavorare in Africa, Sud America, Sud Est asiatico, India, Europa e Stati Uniti. Dal 2006 ha cominciato ha lavorato come antropologo in Madagascar, dove sta ancora portando avanti un progetto a lungo termine su importanti tematiche sociali. Già curatore di numerosi percorsi di fotografia etnografia in collaborazione con le istituzioni accademiche, le sue immagini sono state pubblicate su numerose testate nazionali ed internazionali ed esposte a Londra, Parigi, Berlino, Pechino, Lishui, Bucarest. Il suo lavoro sulla lucha libre femminile in Bolivia gli è valso il primo premio ed il titolo di “Miglior Fotografo dell’Anno” (categoria Professional, sport) ai World Photography Awards 2015. Nella sua visione, la fotografia documentaria e molto di più di un semplice strumento di descrizione della realtà: è la base per un linguaggio universale, un ponte tra popoli e luoghi diversi capace di superare i confini invisibili tra culture.


PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI RICCARDO BONONI: "UNE BELLE VIE UNE BELLE MORT", MERCOLEDì 5/02/2020, ALL’INTERNO DEI “DIMERCOLEDì” DI PHOTOMILANO – ORE 19:30 - WWW.PHOTOMILANO.ORG

Riccardo Bononi “Nonostante tutto”
A cura di
: Federicapaola Capecchi

Inaugurazione: venerdì 24 gennaio ore 18:30
Dal 24/01 al 23/02/2020
Orari: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30 - Domenica solo su appuntamento
Visite guidate: Sabato pomeriggio con prenotazione a Federicapaola@gmail.com
Informazioni: Federicapaola Capecchi - Federicapaola@gmail.com - M.+39 347 7134066 - WWW.SPAZIOTADINI.COM

Casa Museo Spazio Tadini
PhotoMilano
via Niccolò Jommelli, 24
20131 MILANO


La fotografia Di Barattini: Geometrie Rurali

La mostra fotografica di Stefano Barattini Geometrie Ruraliinaugurata il 24 gennaio alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano vi stupirà perchè vi proporrà il paesaggio visto da una nuova distanza, quella giusta per trasformarlo in segno, in significato, in un linguaggio che non avete mai visto.

 

"Avvicinandomi a un oggetto complesso posso esaminare le sue componenti. Se me ne allontano conosco la totalità della sua forma. Ma un oggetto – qualunque oggetto – non si da nello spazio se non in relazione ad altri oggetti. Ed è, ancora, da una certa distanza che posso conoscere il territorio (lo spazio misurabile) di tali oggetti.
Il metodo non cambia molto se prendo in considerazione un accadimento (anche minuscolo): vivendolo al presente ne sono testimone diretto. Prendendolo in esame in seguito – a una minima distanza temporale – conoscerò quello che non ho vissuto dal mio limitato punto di esperienza e che riguarda la totalità dell’accadimento. Ma è solo ad una distanza superiore che sarò in grado di conoscere le premesse e le relazioni di quell’accadimento con altri “eventi storici”.
La Geometria e la Storia dipendono dalle distanze. E dal nitore – riconoscibilità – delle loro fonti. Chi se ne occupa lo sa. E sa far luce, sulle relazioni che prende in esame, aprendo allo sguardo un campo visivo, per così dire, mobile. Allacciando nessi e inquadrando problemi.
Stefano Barattini, fotograficamente, mette in atto una ricerca molto vicina a queste e lo fa quando si occupa di aree industriali abbandonate così come – in queste foto di eclatante bellezza – di campagne coltivate.
Con le serie fotografiche dedicate alle aree industriali in disuso, Barattini ha esplorato una sorta di mondo parallelo a quello del tempo presente, regalandoci grandi immagini che evocano altre epoche produttive e, non di meno, la capacità della Natura di riprendere – in misure variabili – possesso di un territorio dal quale sembrava relegata a “distanza di sicurezza”.
Con la mostra “La distanza della bellezza” il fotografo apre un campo d’indagine – di inedita modernità – utilizzando i droni. Pur ricordando che la fotografia aerea ha più di un secolo, la novità sta nell’unione del mezzo con l’autore. Il drone non è pilotato da terzi, con i quali l’autore delle immagini debba comunicare. L’occhio del drone è mosso dalle mani stesse del fotografo. E’ prolunga tecnologica della sua capacità di osservare e catturare la realtà. E’ un obiettivo fotografico a tutti gli effetti.
La capacità e la qualità autoriale di Stefano Barattini emerge clamorosamente dalle fotografie per due ragioni complementari (e assenti nelle quasi totalità delle fotografie in circolazione realizzate con i droni). La prima è di carattere culturale ed è legata ai sui studi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. La seconda, decisiva, alla misura estetica che gli impone di escludere da ogni opera ciò che non è strettamente necessario al discorso. Un millimetro in più sarebbe decorativo e ridondante. Un millimetro in meno insufficiente a reggere la grammatica di questo linguaggio d’immagine.
L’altezza di sorvolo fa l’inquadratura, non meno di quanto le distanze tra gli oggetti rappresentati facciano l’opera. L’occhio del drone-fotografo cattura geometrie che si formano quando si perde il valore d’uso dei campi (il dettaglio delle specie agrarie) e non si è ancora “formato” il paesaggio indistinto delle macchie di colore utile solo a stupire, ma non a conoscere. Barattini riesce nel doppio intento di creare una documentazione precisa delle forme istituite dal lavoro agricolo e di attuare quella piccola magia linguistica di trasfigurazione del reale propria dell’Arte.
Avvicinandovi alle opere di Stefano Barattini potrete misurare una variante nuova – e distanze … e proporzioni! – di quella specie vivente che chiamiamo Bellezza."

Francesco Tadini


Stefano Barattini, nato a Milano il 4 gennaio 1958. Studi: architettura presso il Politecnico di Milano Ho iniziato a fotografare nel 1979, quando ho cominciato a viaggiare e legato indissolubilmente la fotografia al viaggio. Dal 1990 (per circa 5 anni) inizia la mia collaborazione con la rivista Mototurismo e in seguito Scooter Magazine, dove ho pubblicato diversi miei reportage di viaggio e altri articoli legati al mondo degli scooter. Dopo una pausa di riflessione, nel periodo in cui stava nascendo l’era digitale, ho ripreso la fotografia adattandomi alle nuove tecnologie, sempre legandola ai viaggi soprattutto in Africa. L’architettura (con particolare interesse per il periodo razionalista) e gli spazi suburbani in continua crescita dove la presenza umana, nei miei scatti, è quasi sempre assente sono temi che tratto periodicamente. Da circa 4 anni ho iniziato, con grande interesse e soddisfazione, a fotografare i luoghi abbandonati. Questi posti emanano un fascino unico, fatto di luci e ombre, di polvere, odori e grandi silenzi ma soprattutto di ricordi. E sono questi ricordi, queste tracce del passato, che vado a cercare e catturo con la macchina fotografica, perdendomi negli ambienti alla ricerca dell’inquadratura adatta e della luce giusta per meglio rappresentarli. Sono una sorta di universo parallelo che vive a poca distanza da noi e che la fotografia contribuisce a riportarlo per un momento in vita.”
Dal 2011 Stefano Barattini è Autore presso Ascosi Lasciti.


Stefano Barattini Geometrie rurali - La distanza della bellezza
A cura di: Francesco Tadini, Melina Scalise, Federicapaola Capecchi
Inaugurazione: venerdì 24 gennaio dalle ore 18.30
Dal 24/01 al 22/02/2020
Ingresso: libero
Orari: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Domenica pomeriggio aperti su prenotazione, per gruppi di almeno 4 persone.

Spazio Tadini
PhotoMilano

via Niccolò Jommelli, 24
20131 MILANO


La fotografia di Alberto Scibona in mostra alla Casa Museo Spazio Tadini dal 24 gennaio al 22 febbraio 2020 con L’Umanità è un soggetto umoristico. L’esposizione comprende una selezione fotografica di più di 40 immagini. Apre al pubblico il 24 gennaio alle ore 18.30 (Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24). 

“Nessuna parola, né narrazione o commedia avrebbe espresso così bene le numerose occasioni umoristiche del caso e del caos metropolitano come le fotografie di Alberto Scibona. Puoi camminare da solo per strada, entrare da solo in una chiesa, visitare da solo un museo e, nonostante questo, scoprire che la città ti sorride sempre e ti parla. Puoi non sentirti mai solo, basta saperla guardare. Là dove l’umanità si concentra, lavora, corre e ti ignora succedono strane convergenze della casualità. Le persone, i loro oggetti, le loro espressioni, il loro vissuto e le loro costruzioni aprono un dialogo sorprendente tra loro. Queste connessioni generano sinapsi interpretative di scene di città che per il fotografo Alberto Scibona sono rapide quanto un click. Le situazioni davanti al suo obiettivo assumono il senso della contraddizione, dell’assurdo e del riso fino a quell’humor che esprime il bisogno comune di saper sorridere del nulla apparente che si genera dal caos.
Nelle sue fotografie trovi una scarpa che ti guarda con il volto di chi vuole mostrarti come ci si sente nel “Svegliarsi col piede sbagliato”, trovi il palo a cui vorresti abbracciarti come una bicicletta in cerca di sicurezza, impari che non tutte le strade portano a Roma, scopri che la stampa non rispecchia più le tue alte ideologie, ti sorprendi che il non “desiderare la donna d’altri” può portarti a desiderare la donna di nessuno,  incontri cani che come umani fanno i bulli del quartiere, che le Chiese svelano conversazioni “dell’altro mondo” e che è più facile essere riconosciuti per un nome scritto su uno zaino piuttosto che su un documento d’identità.
Dante Alighieri scrisse la Divina commedia per raccontare con parole nuove il caos del suo tempo. Quella commedia in versi oggi la possiamo raccontare con un altro segno e disegno e figura: la fotografia. Un’immagine, senza parole, in silenzio e attraverso un solo sguardo arriva al mondo intero e lo descrive, lo critica e lo trasforma.
Le fotografie affollano i social, il web, i giornali, le televisioni e si moltiplicano esponenzialmente, ma a differenza di chi scatta per affermare il proprio essere e vivere il mondo, un fotografo deve porsi il problema di scegliere in che lingua parlare. L’immagine scelta, postata o stampata deve essere una cifra linguistica, una decisione narrativa.  Alberto Scibona ha scelto di raccontare la commedia umana, soprattutto quella della metropoli, dove l’umanità ha scelto di concentrarsi, di costruire, di lavorare, di progettare, di gestire di più e ancora di più. Milano è certamente l’emblema italiano di questo più, del fare di più. Così le sue fotografie hanno conquistato anche il cuore di uno dei gruppi fotografici social tra i più attivi del capoluogo PhotoMilano, e migliaia di persone apprezzano, tutti i giorni, la sua commedia metropolitana raccontata per immagini. I suoi scatti viaggiano insieme ai suoi titoli esilaranti e scopri che ti appartengono, che lui ha colto il fotogramma del film in cui anche tu sei protagonista, ma distratto sei passato oltre senza accorgerti.
“Umorismo – dice la definizione – è sostantivo maschile, è la capacità di rilevare e rappresentare il ridicolo delle cose, non implica una posizione ostile o puramente divertita, ma l’intervento di un’intelligenza arguta e pensosa e di una profonda e spesso indulgente simpatia umana”.
Ebbene quell’”intelligenza arguta” e “indulgente simpatia umana” appartengono pienamente ad Alberto Scibona fotografo. Dunque cittadini milanesi - e non solo - per ogni caso del caos … “Comunque, buon anno”.

Melina Scalise


Alberto Scibona: L’Umanità è un soggetto umoristico
A cura di
: Francesco Tadini e Melina Scalise

Inaugurazione: venerdì 24 gennaio ore 18:30
Dal 24/01 al 23/02/2020
Ingresso: libero.
Orari: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Ogni sabato ingresso visite guidate €. 7 (visita a tutto il museo compresa la mostra permanente di Emilio Tadini) Domenica pomeriggio aperti su prenotazione.
Informazioni: Melina Scalise - M. 3664584532 - museospaziotadini@gmail.com

Casa Museo Spazio Tadini
PhotoMilano

via Niccolò Jommelli, 24
20131 MILANO

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Ludovica Sagramoso Sacchetti e Gianni Viviani: Appunti di viaggio di due fotografi italiani, Galleria Francesco Zanuso, Milano, dal 6 al 27 febbraio 2020

Inaugurazione mercoledì 5 febbraio ore 18


I vividi colori del Madagascar catturati da Gianni Viviani si fondono alle suggestive atmosfere occidentali di Ludovica Sagramoso Sacchetti per la mostra fotografica “Appunti di viaggio di due fotografi italiani”, proposta a Milano dalla Galleria Francesco Zanuso dal 6 al 27 febbraio.

Gianni Viviani, Mercato tessile a Nosy Be, Madagascar, 2005, cm32x48

Un itinerario fisico e reale e un percorso interiore ed emozionale sono accostati nei quaranta scatti esposti, tutti inediti, per creare rimandi e suggestioni. Entrambi gli sguardi dei fotografi partono da situazioni vere, tangibili e quotidiane, per comunicare ciascuno il proprio messaggio e il proprio differente sentire e percepire il mondo.
Gianni Viviani, nel suo peregrinare con la macchina al collo, coglie il qui e ora con il suo occhio veloce e penetrante che va in cerca del sorriso sul volto di un bambino, dello sguardo seducente di una giovane donna, del logorio di una vita sul corpo di un vecchio, dell’umiltà della fatica sul viso di un uomo, «per dare dignità a quell’umanità fatta di difficoltà, di povertà, di piccole cose, che la mia attenzione arricchiva di luci e ombre», come ci spiega l’autore stesso. «Mi interessa - prosegue - cogliere l’attimo, rappresentare la vita nei suoi aspetti più umili, farlo con delicatezza e rispetto».

Gianni Viviani, Madagascar, 2005, cm32x48

Si aggira quindi per le polverose strade malgasce e percorre da nord a sud l’isola africana alla ricerca di momenti di vita ordinaria, gesti e abitudini da cogliere nella loro spontanea immediatezza, senza alcuna interferenza o premeditata progettualità. Nelle sue immagini s’incontra quindi una ragazza che ad Anakao trasporta un enorme pesce in un secchio posato sulla testa, per poi spostarsi a vedere il lavoro nelle risaie nei pressi della capitale Antananarivo; oppure ci si perde tra le trame del mercato tessile dell’isoletta di Nosy Be, o tra i colori del mercato nei dintorni di Ankarana. La volontà del fotografo non è raccontare una storia, ma restituire l’impressione del momento in modo veloce, diretto e sincero.

Ludovica Sagramoso Sacchetti, WINTER TIME, Milano, 2019, cm33x40

 Alle fotografie di Viviani fanno da contraltare gli scatti di Ludovica Sagramoso Sacchetti, creatrice di atmosfere. Spinta dalla voglia di cambiamento e di contatto con nuovi spazi, persone e luoghi, l’artista va alla ricerca di ciò che la attira e la emoziona, principalmente per mettere in relazione gli individui attraverso le immagini. Per questo, restando immersa nelle innumerevoli situazioni che offrono Milano e l’Italia tutta, la vediamo immortalare le contraddizioni insite nella nostra consueta routine: da un parco privo di persone in cui dominano gli accesi colori del fogliame d’autunno, che sembra invitare alla pace e alla contemplazione, si passa al vorticoso andirivieni della Galleria Vittorio Emanuele del capoluogo lombardo, dove i frenetici passanti si fondono agli oggetti in mostra nelle vetrine di negozi e ristoranti, diventando un riflesso di loro stessi, una scia di movimento. E ancora, dal dettaglio di una rossa foglia immersa nel blu di una pozza d’acqua, passiamo all’ampia veduta di un’affollata Darsena meneghina in inverno, ritratta in bianco e nero. «Il pensiero creativo, per definizione, non si accontenta della quotidianità, che già conosce, ma rompe le regole, si apre ad esperienze inedite, cerca nuove risposte», rivela l’artista stessa.

Ludovica Sagramoso Sacchetti, Nudità, 2019, Emilia Romagna, dibond, cm. 525x701

Gianni Viviani si accosta giovanissimo alla fotografia, partendo dalla camera oscura, dove apprende le magie del bianco e nero come stampatore presso il Gruppo Condé Nast Italia. Quindi si affianca a prestigiosi direttori ed art director, quali Flavio Lucchini, Cristina Brigidini, Lucia Raffaelli, Carla e Franca Sozzani, e scatta per Vogue Italia, l’Uomo Vogue, Vogue Pelle, Vogue Gioiello, così come per l’Europeo, Amica e Mondo Uomo, e ancora tra gli altri per Sergio Rossi, Erreuno, Etro, il Lanificio Piacenza, Brunello Cucinelli. Ritrae tra gli anni ’80 e ’90 attori, cantanti, imprenditori, personaggi della cultura e della moda. Nella seconda metà dei Novanta, Viviani si rimette ancora in gioco e passa all’indossato, realizzando l’immagine pubblicitaria del marchio Fiorucci. Con il passaggio dall’analogico al digitale, Viviani sposa la velocità, la facilità dello scatto, la possibilità di cogliere l’attimo, perfetta per i news magazine: sono questi gli anni in cui lavora per Vanity Fair e Il Venerdì di Repubblica, oltre a soddisfare la sua passione per i reportage e i racconti di viaggio, cui si dedica ormai quotidianamente.
 
Ludovica Sagramoso Sacchetti studia Fotografia allo IED di Milano e negli anni ’80 è assistente in studio da Adrian Hamilton; seguono quindi numerose esperienze con altri importanti fotografi nel campo dello still-life e della pubblicità, mentre alla fine degli anni ’80 collabora con case di produzione cinematografica accanto a James Ivory e Sergio Salerni. Nel 1990 frequenta un master di Fotografia di moda presso Superstudio con Alfa Castaldi, ma sarà Alberto Longari il suo maestro nonché grande amico, con il quale condividerà lo studio per tanti anni, realizzando soprattutto immagini pubblicitarie per campagne stampa e affissioni, e a cui rimarrà accanto fino alla scomparsa. Nel 2000 apre il proprio studio a Milano, dove avvia collaborazioni con testate giornalistiche ed aziende per immagini di still-life, ritratto, arredamento, reportage e food. Collabora per 15 anni con La Cucina Italiana e tra i suoi clienti si ricordano Mondadori, Lindt & Sprüngli, Buitoni, Philips, Villeroy&Boch, Etro e Ralph Lauren. Intorno al 2017 lascia il lavoro in studio per dedicarsi alla fotografia che più la ispira e, attraverso di essa, poter fare da tramite tra le diverse realtà sociali e culturali con cui si interfaccia ogni giorno.

La Galleria Francesco Zanuso, fondata nel 2010 dall’omonimo medico e collezionista milanese con una particolare predilezione per la Scuola Romana, l’Arte Povera ed il Nouveau Realisme, prosegue nella sua fervida ricerca e nella stimolante attività espositiva con l’obiettivo di promuovere giovani artisti emergenti. Le scelte stilistiche vedono una forte attenzione rivolta alla pittura astratta e figurativa, alla fotografia, alla scultura ed al design. Situata in uno dei quartieri storici più caratteristici di Milano, la galleria rappresenta quindi un importante punto di riferimento per i collezionisti interessati alla produzione artistica contemporanea internazionale.


Appunti di viaggio di due fotografi italiani. Ludovica Sagramoso Sacchetti e Gianni Viviani
Dal 6 al 27 febbraio 2020
Inaugurazione: mercoledì 5 febbraio ore 18-21
Orari: lunedì-giovedì ore 15-19 | venerdì e altri orari visite su appuntamento
Ingresso: libero
Informazioni: T. +39 335 6379291 - francesco.zanuso@gmail.com
Ufficio Stampa: IBC Irma Bianchi Communication - T. +39 02 8940 4694 - M. +39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

Galleria Francesco Zanuso
Corso di Porta Vigentina, 26
Milano

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