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Tino Stefanoni: Per grazia ripetuta, Galleria Il Milione, Milano, fino al 21/12/2018

"Immaginiamo di trovarci un una stanza tutta dipinta; o, per meglio dire, in una stanza
che una volta era tutta dipinta ma che oggi, consumata dal tempo, è cambiata, è una nuova stanza, fatta di tanti piccoli frammenti di pittura sparsi qua e là sui muri, quelli che appunto il tempo ha deciso di risparmiare dalla distruzione. Naturalmente i contenuti e le peculiarità della stanza di un tempo, tutta dipinta, sono anch’essi svaniti nel nulla, ma questi brani di pittura, rimasti nel vuoto dei muri, hanno acquisito nuovi significati, “trasformati” non da una creatività, ma dal tempo trascorso. Così oggi ci si può appropriare del frammento non come residuo di un evento trascorso, ma come fenomeno di autorigenerazione che il linguaggio stesso della pittura ci propone.
L’Arte si trasforma, dunque, come il punto di vista dell’artista e dell’osservatore, oggi non solo partecipe di ogni possibile esperienza e sperimentazione, ma consapevole del cambiamento delle radici stesse di una pittura che cambia i suoi orizzonti e che può essere considerata, più che un fine, un mezzo peculiare per le necessità della mente."

Tino Stefanoni, dicembre 1994, per la sua personale alla Galleria Il Milione, in rife-
rito soprattutto ai Frammenti.


Alla Galleria Il Milione la bella mostra Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione, a cura di Roberto Borghi, aperta sino al 21 dicembre 2018.

A partire dal 1990 Tino Stefanoni ha tenuto negli spazi de Il Milione quattro personali (1990, 1994, 2000, 2007) e numerose collettive.
Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre dello scorso anno, il pittore d’origine lecchese ha mantenuto ininterrotta la sua amicizia con Chicca e Francesca Ghiringhelli, alle quali tra l’altro ha segnalato artisti giovani, o comunque esordienti, che non di rado hanno esposto le loro opere in galleria.
La mostra raccoglie per lo più dipinti realizzati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Attraverso questi lavori, dedicati a paesaggi e nature morte, Stefanoni ha creato un suo peculiare e inconfondibile universo pittorico, nel quale confluiscono rimandi a numerosi maestri del passato - da Beato Angelico a Carlo Carrà - rielaborati però in una prospettiva straniante, ironica e allo stesso tempo algidamente lirica.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su tele di piccole dimensioni e dai formati insoliti - per esempio triangolare o rotondo - dettagli di edifici, vasi da fiori, bandierine svolazzanti: il colore monocromo dello sfondo, irrorato di una luminosità di cui è arduo cogliere la provenienza, fa stagliare questi oggetti “qualsiasi” e li rende assoluti.

Refettorio delle Stelline - Gruppo Credito Valtellinese - mostra antologica 2013

La pittura di Stefanoni va in cerca della Metafisica dell’ovvio, come s’intitolava la retrospettiva allestita al Refettorio delle Stelline, Gruppo Credito Valtellinese, nel 2013; ma, nella sua voluta serialità, tende anche a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro che “eccezionale”, un singolare tono elegiaco che appartiene alla vita reiterata di tutti i giorni, alla quotidianità più banale, più replicabile, e paradossalmente più preziosa.
Il lavoro di Tino Stefanoni, pur non appartenendo in senso stretto a quello dell’arte concettuale, di fatto si è sempre sviluppato nella stessa area di ricerca. Ha sempre guardato al mondo delle cose e degli oggetti del quotidiano, proponendoli nella loro più disarmante ovvietà, come tavole di un abbecedario visivo o pagine di un libretto d’istruzioni dove le immagini sostituiscono le parole. A differenza del mondo animale e del mondo vegetale che non sono di pertinenza dell’uomo, il mondo delle cose è invece l’unico segno tangibile della sua esistenza, e quindi di sua proprietà, traccia del suo pensiero e della sua storia dove si possono creare arte e bellezza che non sono l’arte e la bellezza della natura. È evidente, nella ricerca, l’interesse a voler presentare le cose più che a volerle rappresentare e, al tempo stesso, a rivestirle di sottile ironia e magia tratte da un’operazione asettica come in un sogno lucido, per intenderci, che può far convivere elementarità e mistero, due elementi che per loro natura non sono affatto prossimi ma vicini per contrappunto. Anche nei dipinti più recenti, dove i canoni della pittura classica (nel senso stretto del termine) sono volutamente esasperati a favore di una didattica del pittorico (luce chiaroscuro, disegno colore), si rivela sempre il mondo delle cose che, pur restando il momento risolvente del suo lavoro, si carica naturalmente di significati metafisici, gli stessi significati dei dipinti dal tratto nero e sfumato definibili come sinopie dei precedenti.
L’incantato disincanto - La pittura come oggetto - Lo stato dei fatti - L’ironia oggettiva - L’illusione svelata - Amori platonici - Emoticon - Metafisica del quotidiano - Ironia poesia e così sia - Magica concettualità - L'enigma dell'ovvio - Pittura della mente, sono alcuni significativi titoli di testi scritti sulla sua opera. Il finto incantamento, dunque, della sua pittura apparentemente classica, traveste il momento lirico-concettuale del suo lavoro tutto rigorosamente razionale e, per assurdo "sentimentalmente razionale", al punto da voler sottolineare che la pittura è null’altro che un oggetto per la mente come la sedia, il tavolo o il letto, sono oggetti per il corpo.

Tino Stefanoni (Lecco 1937-2017), dopo gli studi al Liceo Artistico Beato Angelico e alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ha esordito attorno alla metà degli anni Sessanta con dipinti dal sapore concettuale. Nel 1967 ha tenuto nella Galleria Il Canale di Venezia la sua prima rilevante personale e ha vinto il 1° Premio San Fedele, indetto dall’omonimo Centro Culturale milanese, un importante riconoscimento per giovani artisti assegnato da una giuria allora presieduta da Giuseppe Panza di Biumo e Palma Bucarelli. Nel 1970 ha partecipato alla Biennale di Venezia. Presso Il Milione, oltre a parecchie collettive, ha tenuto personali nel 1990, 1994, 2000 e 2007. Da allora i suoi dipinti sono state esposti in diverse città europee, negli Stati Uniti, in America Latina e in Corea del Sud. Nel marzo di quest’anno, a pochi mesi dalla sua scomparsa, in occasione della mostra La realtà e la magia a cura di Elena Pontiggia alla Galleria Robilant+Voena, è stato presentato il catalogo ragionato delle sue opere edito da Allemandi.

Ex voto per grazia ripetuta

Nel 1990, l’anno in cui tiene la sua prima personale al Milione, Tino Stefanoni è
un artista cinquantenne con un vasto curriculum espositivo, ma un ancor più ampio
itinerario espressivo. Nell’arco di poco più di due decenni di attività pittorica, Stefanoni
ha portato a termine sei cicli di opere - e ne ha iniziato dal 1985 un settimo - che si
passano l’un l’altro il testimone seguendo una logica ferrea. Dai microscopici scenari,
effigiati su rilievi simili a bottoni, che costellano i Riflessi (1967-1968), alle visioni appena
accennate di utensili domestici o casolari che affiorano dalle Apparizioni (1983-84), gli
ambiti di riferimento sono, alternativamente, l’oggetto e il paesaggio. Più l’oggetto che
il paesaggio, dovremmo aggiungere se posassimo uno sguardo quantitativo sulla sua
fluviale produzione. In realtà l’aspetto più peculiare dell’arte di Stefanoni sta nel creare
un’inedita reciprocità - a volte persino una straniante intercambiabilità - fra questi due
ambiti. L’oggetto è raffigurato come se fosse un paesaggio: come se si stagliasse all’orizzonte (nelle tele grezze squadrate o quadrettate dei primi anni Settanta, ma anche negli Elenchi di cose della seconda metà del decennio), come se fosse qualcosa di analogo a un luogo (nei Segnali dei primi anni Settanta), come se, misurandosi con lo spazio pittorico, rivelasse l’esaustività vitale propria del paesaggio. Il paesaggio è rappresentato in termini oggettuali: come se possedesse l’inerzia, l’assertività, la voluminosità di un oggetto. Focalizzandosi esclusivamente su oggetto e paesaggio, Stefanoni intende simultaneamente azzerare e riepilogare la tradizione figurativa del moderno: egli stesso, in
più occasioni, ha sottolineato la basilarità intenzionale, il carattere divulgativo e persino
didattico dei suoi dipinti. Affermazioni di questo tipo rientrano nel profilo di artista
senza troppi fronzoli - saldamente razionale, interessato all’«uso concreto dell’opera»,
convinto addirittura che la pittura sia un «utensile per la mente» così come una sedia
lo è per il corpo - che si è ritagliato fin dal suo esordio espositivo, avvenuto nell’anno
di pubblicazione dei Paragrafi sull’arte concettuale di Sol LeWitt. Il concettualismo di
Stefanoni però è più dichiarato che praticato: l’attitudine analitica cede il passo alla
suggestività, alla resa poetica dell’immagine, soprattutto nel ciclo di dipinti che ha inizio
attorno al 1985, e che prosegue ininterrotto sino alla scomparsa dell’artista.
Nella serie dei Senza titolo, alla quale appartengono anche i lavori pubblicati nelle
pagine seguenti, per la prima volta oggetto e paesaggio compaiono nei medesimi dipinti,
e il loro essere strettamente affini, e talvolta finanche commutabili, diviene palese.
Così come è evidente il tono riepilogativo di queste opere che si inseriscono in una
linea metafisica dell’arte italiana dalla quale sono attraversati sia il Beato Angelico, sia Carlo Carrà, per non citare che due tra i pittori più omaggiati da Stefanoni. Nel caso dei
Senza titolo però si tratta una metafisica priva di mitologia fondativa, di attrazione per l’ignoto, di immersione nell’inconscio, come ha fatto notare il loro più acuto interprete, Valerio Dehò. La pittura di Stefanoni contempla l’ovvio - nel senso etimologico di «ciò che s’incontra per la via» (il latino ob significa «incontro a»), ciò in cui chiunque s’imbatte nel percorso della propria esistenza - con un atteggiamento di «lucido stupore»: di fronte a sé ha un mistero a cui si possono soltanto dedicare degli ex voto profani , quali appaiono molti Senza titolo.
Un tratto all’apparenza infantile, ma in realtà studiato e minuzioso, delinea su
supporti dai formati talvolta anomali vasi da fiori, banderuole svolazzanti, dettagli
di edifici, alberi che sembrano usciti da un fumetto. La campitura monocroma dello
sfondo, irrorata da una luce di cui è arduo cogliere la provenienza (nonostante le ombre
marcate che proietta), fa risaltare oggetti e paesaggi conferendo loro un accento ironico e,
allo stesso tempo, algidamente lirico. Questa procedura creativa potrebbe essere reiterata
all’infinito, senza che si esaurisse la formula da cui è scaturita. Nella sua voluta serialità,
l’arte di Stefanoni tende a evocare una grazia insolita perché ripetibile, cioè tutt’altro
che eccezionale, un tono elegiaco che appartiene alla quotidianità più consueta, più
replicabile, e paradossalmente più preziosa.

Roberto Borghi


Per grazia ripetuta. Tino Stefanoni e Il Milione
Dal 25/10 al  21/12/2018
A cura di: Roberto Borghi
Coordinamento mostra: Federica Zaffaroni

Catalogo: Bollettino della Galleria del Milione n. 199
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.00, sabato su appuntamento
Ingresso: libero

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
T. e fax 02 29063272 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

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Aldo Spoldi: La storia del mondo, Fondazione Marconi, Milano, finissaggi 10/11/2018

Finissage: giovedì 10/11/2018
Per il finissage della mostra Aldo Spoldi e Fondazione Marconi sono lieti di presentare la raccolta edita da PostmediabooksI Giornalini dell’Accademia dello Scivolo. Interverranno i critici Loredana Parmesani e Gianni Romano.


La nuova stagione espositiva della Fondazione Marconi inaugura, dopo la pausa estiva, con una mostra interamente dedicata al lavoro di Aldo Spoldi.
Il progetto, a cura di Patrizia Gillo, personaggio virtuale nato dalla fantasia dell’artista, è stato commissionato dall’Accademia dello Scivolo, associazione fondata da Spoldi nel 2007 e “volta alla ricerca del bello sensibile”.
Ma partiamo dall’inizio: lo spunto per la realizzazione di questa mostra viene da una lettera che Aldo Spoldi indirizza a Giorgio Marconi e nella quale dice che, guardando indietro nel suo passato, gli è scattata la molla di fare un quadro nuovo che chiamerà Antologica, poiché in essoconvivono passato e presente e da esso derivano altri quadri, altre storie, altre mostre.

Signor Marconi
l’Accademia dello Scivolo mi ha commissionato
la ricerca per un’antologica.
Così l’anno scorso ho cercato di guardare indietro.
Sarò anche un po’ folle, ma nel cercare nel mio passato
ho trovato il divenire della storia del mondo.
Sa, ho visto tre, quattro mondi nascere e perire e lei,
Signor Marconi, almeno uno in più…
Da una lettera di Aldo Spoldi a Giorgio Marconi, 2013

Di fatto questo nuovo lavoro corrisponde al racconto surreale e mirabolante dell’intera vicenda artistica di Aldo Spoldi dal 1968 ai giorni nostri: unasorta di gigantesco teatrino in cui l’artista-burattinaio muove i fili dall’alto, facendo oscillare le figurine, alla ricerca di molteplici combinazioni.
L’avventura, contrassegnata da 12 marchi posti all’ingresso della sede espositiva allo scopo di segnarne le tappe, ha inizio nel sotterraneo per poi svilupparsi, senza soluzione di continuità, fino al secondo piano della Fondazione, seguendo il filo giocoso delle immagini. Lungo il percorso si alternano periodi creativi, galleristi, collaboratori, personaggi che lo hanno ispirato e accompagnato.
Accostatosi all’arte concettuale e alle esperienze teatrali negli anni Settanta, Aldo Spoldi fa parte di una generazione di artisti che cerca di superare il rigore e la rigidità concettuale attraverso il ritorno a un linguaggio capace di una nuova narrazione, attingendo i propri strumenti indifferentemente dalla storia dell’arte, dalle immagini del quotidiano e della cultura contemporanea.
Il suo carattere distintivo sta nel non volersi rinchiudere nella dimensione del ‟quadro”, nel realizzare installazioni ad ampio raggio, e nel rifarsi a un universo di immagini ricavate dalla dimensione dell’infanzia, dei cartoons, dei fumetti, per dar vita a icone fantasiose e delicatamente stilizzate.
La sua collaborazione con Giorgio Marconi inizia negli anni Ottanta per proseguire fino ai giorni nostri.
Tra le mostre più recenti che presenta alla Fondazione Marconi figurano “La tromba delle scale” (2006) e “Il mondo nuovo” (2011). La prima incentrata su un grande quadro a sviluppo verticale che è “impossibile vedere per intero”; la secondaispirata dalla situazione immaginaria che alcuni personaggi di sua invenzione - il critico d’arte Angelo Spettacoli, il filosofo Andrea Bortolon, il fotografo Met Levi e l’artista Cristina Karanovic (alias Cristina Show) - spaventati dalla recente crisi finanziaria del 2008 avessero trovato rifugio presso il suo atelier fondandovi una nuova scuola d’arte, L’accademia dello Scivolo e che da lì non volessero più andarsene.
Evidentemente, anche questa volta, èilgioco la costante che guida la lettura della mostra, a partire dalla figura fittizia della curatrice Patrizia Gillo.
Il racconto si svolge tutto in verticale, concepito come un e-book “costruito a mano” e una “banca dati” dipinta a tempera, consente innumerevoli rimandi e connessioni che sono la chiave di accesso per ulteriori ricerche e approfondimenti e che - come dice lo stesso artista - “permettono di accedere non solo al mio passato, al ‘gran rifiuto’ di Marcuse, alla ‘dialettica negativa’ di Adorno e all’arte povera, ma anche a quello della storia del mondo”.
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione del Quaderno n. 20 della Fondazione Marconi con un testo a firma di Patrizia Gillo e illustrazioni a colori delle opere.
Dal 9 ottobre al 17 novembre, infine, alcuni lavori inediti di Aldo Spoldi verranno presentati alla Galleria Battaglia, in via Ciovasso 5 (www.galleriaantoniobattaglia.com), occasione ideale per celebrare il cinquantenario di un’epoca rivoluzionaria come il ’68 e della stessa attività artistica di Spoldi che in quegli anni muoveva i primi passi.


Aldo Spoldi
è nato a Crema nel 1950, dove vive e lavora. Studia al liceo artistico Beato Angelico e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Artista ironico, ludico, teatrale è pittore, scultore, musicista, scrittore, docente all’Accademia di Brera, membro del Collegio di Patafisica dal 1983 e firmatario del Manifesto Topista (2014).
Lo sviluppo della sua attività coincide con la trasformazione dell’arte e della società, ognuna delle quali si rispecchia nelle varie fasi del suo lavoro. Nel 1968, l’anno della contestazione giovanile e del marxismo dilagante, raggruppa una banda composta da compagni del liceo che realizzano burlesche performance nelle pubbliche vie di alcune città, poi raccolte nel catalogo Ben venga maggio, edito dalla Galleria Diagramma/Luciano Inga Pin nel 1972.
Nel 1977, anno della caduta del marxismo e della nascita del postmoderno, costituisce il Teatro di Oklahomache espone alla Galleria Diagramma/Luciano Inga Pin di Milano. È l’occasione per rivolgere un’ironica critica alla Body Art, presentandola come fosse una natura morta, rivestita con abiti di Elio Fiorucci nei grandi pannelli fotografici in bianco e nero realizzati da Giorgio Colombo a partire dai bozzetti dell’artista.
Subito dopo, in contemporanea con la Transavanguardia, inizia la sua attività pittorica, caratterizzata da immagini teatrali che si contrappongono al rigorismo concettuale. A tale proposito Achille Bonito Oliva scrive: “Ci troviamo di fronte ad un teatro del segno, in cui il foglio di carta diventa contemporaneamente proscenio e sipario, bocca del suggeritore e fila di quinte”. È invitato a partecipare al movimento artistico dei “Nuovi Nuovi” da Renato Barilli e al “Magico-Primario” da Flavio Caroli. Espone a Milano nel 1978 da Luciano Inga Pin e da Enzo Cannaviello a Roma e Milano; nel 1981 allo Studio Marconi, alla Hayward Gallery di Londra, alla Biennale di Parigi e alla Galerie Daniel Templon (dove ritorna nel 1985); nel 1982 è alla Biennale di Venezia; nel 1983 da Holly Solomon a New York.
Nel 1985 e negli anni dell’immaterialità finanziaria Spoldi trasforma l’umanistico Teatro di Oklahoma in Banca di Oklahoma, poi in Srl ed, infine, in BdO Ltd, una società di capitale con sede a Lugano di cui l’artista è presidente e amministratore delegato. Scopo della società è trasformare il lavoro  e l’attività della ditta in opera d’arte.
Spoldi presenta la BdO dapprima allo Stedelijk Museum di Amsterdam e poi alla mostra “Business Art-Art Business”, curata da Frans Haks e Loredana Parmesani, al Groninger Museum nel 1993.
Compone due opere liriche in forma di “sculture cantanti”: Enrico il Verde(1987), rappresentata alla Rotonda della Besana a Milano, al Celle Art Space di Giuliano Gori, con musiche appositamente composte da Elio e le storie tese, al “Franco Agostino Teatro Festival” di Crema e Capitan Fracassa(1989) eseguita su invito del Museo L. Pecci di Prato.
Nel 1994 realizza per Marconi una delle sue opere più importanti: Il museo degli umoristi: progetto di un nuovo museo e tentativo di “ribaltare Duchamp”. Nel 1996, negli anni della costituzione dell’Europa Unita e della diffusione di internet, produce come progetto didattico, per mezzo della BdO Spa, alcuni personaggi virtuali (l’artista Cristina Show, il fotografo Met Levi, il filosofo Andrea Bortolon e il critico Angelo Spettacoli) protagonisti di mostre tenutesi a Milano, al Care Off (2000) e alla Fondazione Ambrosetti (2003), e alla Biennale di Parigi (2006).
Pubblica i libri Lezioni di educazione estetica, Cristina Show, frammenti di vitae Lezioni di filosofia morale, poi presentati alla Fondazione Ambrosetti e alla Cittadella dell’arte di Biella.
Nel 2007, l’anno della grande crisi finanziaria e della ricerca della concretezza, progetta la costituenda Accademia dello Scivolo che presenta a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2011 alla Fondazione Marconi e nel 2012 alla Fattoria di Celle di Giuliano Gori. Pubblica il libro del filosofo Andrea Bortolon Un Dio non può farsi male.
Nel contempo continua la produzione pittorica in collaborazione con la Fondazione Marconi, organizzando la mostra, a cura di Sandro Parmiggiani, “Operette morali” (2002) e successivamente “La tromba delle scale” (2006), “Il mondo nuovo” (2011) e progetta il quadro-camper commissionato dall’Accademia dello Scivolo.
Tra le principali collettive ricordiamo la “Scultura italiana del XXI secolo”, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro (2005); “L'Orlando Furioso: incantamenti, passioni e follie. L'arte contemporanea legge l'Ariosto”, a Palazzo Magnani, Reggio Emilia (2014); “Alfabeta 1979-1988”, alla Galleria Civica di Modena (2017).
Tra le più recenti personali figura la“Banca di Oklahoma di Aldo Spoldi 1988-1994”, al Museo Civico di Crema e del Cremasco (2016).


Aldo Spoldi  La storia del mondo
Dal
21 settembre al 10 novembre 2018
A cura del “critico progettato”: Patrizia Gillo

Inaugurazione:20 settembre dalle ore 18.00
Orario: dal martedì al sabato 10-13 / 15-19 (chiuso il 1° novembre)
Ingresso: gratuito
Ufficio stampa: Cristina Pariset - Tel. + 39 02 4812584 - Fax + 39 02 4812486  - M. 3485109589 cristina.pariset@libero.it

Fondazione Marconi
Via Tadino 15

20124 Milano
Tel. + 39 02 29 41 92 32 - Fax + 39 02 29 41 72 78 - info@fondazionemarconi.org - www.fondazionemarconi.org

 

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Renato Barilli: Visti da vicino, Museo della Permanente, Milano, dal 7/11/2018

Inaugurazione: mercoledì 7 novembre, ore 18.00


Al Museo della Permanente la bella personale “RENATO BARILLI. Visti da vicino”, con 70 tempere su carta Fabriano, che ritraggono protagonisti del mondo dell’arte, autoritratti e gruppi di famiglia.
Emerge la personalità di ogni personaggio con pennellate fresche ed immediate, ritratti che prendono spunto da fotografie da lui stesso scattate con il cellulare o inviategli dagli amici. La fotografia per lui è una traccia, senza quella "consistenza o sapore", mentre la tempera gli consente di restituirne i volumi e la vitalità, "ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti... "
Un combattimento per l'immagine, la sua rivincita della pittura.

Renato Barilli (1935), andato in pensione dopo una vita spesa quasi tutta come docente di storia e critica d’arte al corso DAMS dell’Università di Bologna, ha ripreso in mano i pennelli che aveva dismesso circa mezzo secolo fa, ritenendo che la fotografia avesse vinto definitivamente la partita e che i pennelli fossero ormai inutili. Ma in seguito ha ritenuto che fosse il caso di rilanciare quello che, da Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio, in una mostra famosa del 1973, era stato definito “Combattimento per un’immagine”.

Non si tratta di negare la prevalenza della foto, ora resa così familiare dai selfie e dagli scatti ripresi col cellulare, ma forse è il caso di ridare a quelle immagini un po’ di spessore, carne ai volti, sostanza ai tessuti, all’arredo delle stanze, e così via. Ne è uscita pertanto questa galleria che ora, con animo trepidante, il pittore anziano e novellino nello stesso tempo propone al pubblico milanese, avvertendo i raffigurati che lo specchio è volutamente infedele, ma mosso dalla speranza di aver afferrato in ciascun caso un po’ di sostanza, di tangibilità e personalità, di cui invece sono avare le riproduzioni fotografiche. C’è qualche magno esempio che lo sorregge su questa via, anche se vi fa riferimento con esitazione, temendo di cadere nel classico reato di paragonare il piccolo al grande, certo è che un premiato artista internazionale quale David Hockney si è esibito pure lui di recente in una serie di magistrali ritratti. Speriamo che qualche traccia di quella abilità si trovi anche in questa sfilata di tempere.

 

"Sono molto grato agli organi direttivi della Permanente di Milano per avermi concesso uno spazio nella loro prestigiosa sede in cui esporre una buona campionatura della mia attuale attività pittorica, consistente in una settantina di opere, per la gran parte dedicate a ritratti di personaggi del mondo dell’arte nel nostro Paese, con l’aggiunta di qualche autoritratto e di qualche gruppo di famiglia. In tal modo riesco a proporre questo mio ritorno in campo al di fuori del territorio ristretto della mia città, Bologna e dintorni, sottoponendolo al giudizio di un pubblico esperto, il che ovviamente produce in me un’attesa incuriosita e allarmata nello stesso tempo. Preciso subito in partenza che non sono affatto un “dilettante” dell’ultima ora, anzi, nelle mie ormai ben lontane adolescenza e gioventù ho praticato l’arte in modi continui e con ampio corredo di nozioni tecniche, dato che ho frequentato, sempre nella mia città, dapprima la Scuola d’arte, poi l’Accademia di belle arti, in cui, nel 1959, sono pure giunto a diplomarmi, con un solo anno di ritardo rispetto a una laurea in lettere moderne frattanto acquisita frequentando l’Università felsinea, già del tutto consegnato al mio curioso procedere in parallelo sulle due direttrici, quella dell’arte come impegno diretto, e invece e la presa di distanza che si addice al critico, o addirittura allo storico dell’arte. Questo doppio binario si è protratto fino al 1962, quando, sia per ragioni pratiche, sia per una decisione non più procrastinabile, ho interrotto del tutto l’esercizio diretto della pittura, salvo a riprenderlo circa mezzo secolo dopo, nel 2010, quando per pensionamento era cessata la mia attività di docente, sempre all’Università di Bologna, e sempre in discipline artistiche, anche se esercitate sotto l’ampia etichetta della Fenomenologia degli stili, una delle discipline innovative di cui si vantava il corso di laurea DAMS (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo). Non mi è stato difficile rientrare in esercizio, si dice infatti che il nostro corpo non dimentica abitudini già acquisite, e dunque riesce di nuovo ad andare in bicicletta o a nuotare, anche dopo lunghi anni di astensione, basta appena riscaldare i muscoli. E dunque, un’abilità assunta in profondità nel dipingere a tempera su carta è stata da me subito ritrovata. Assai più difficile motivare un simile ritorno in campo. Diciamo pure che alla base di tutto ci sta la certezza che ormai il mio futuro si sta riducendo, e dunque devo chiamare a raccolta ogni mia possibile capacità, prima di lasciare questo mondo. Ma come, da dove ripartire? In quella mia diligente attività precedente avevo seguito un percorso parallelo ai passi che in simultanea compivo anche come critico militante, e dunque, riconoscimento che all’alba dei ’50 l’innovazione stilistica si presentava nella forma del cosiddetto postcubismo, con fame di realtà, ma sottoposta a una specie di quadrettata, sbozzata a schegge di diamante, Poi, era intervenuta l’ondata dell’Informale cui avevo aderito, iniziando nel suo none la mia qualifica di critico d’arte ufficiale nella rivista “il verri”, fondata da Luciano Anceschi. Già nel primo numero, autunno 1956, avevo iniziato un dialogo con la Biennale di Venezia che non sarebbe più cessato ad ogni suo appuntamento. Ma c’era una discrasia, tra quella convinta accettazione dell’Informale, un movimento tipico di coloro che erano nati all’aprirsi del Novecento, o nel corso del suoi primi decenni, e invece io stesso, e i miei coetanei, nati negli anni ’30, destinati quindi a entrare in sintonia col ripresentarsi, con gli anni ’60, di una calamitazione sull’oggetto, frattanto ricomparso, e addirittura invadente. Infatti, tra la fine dei ’50 e i primissimi ’60 io scavalcavo appunto esiti da dirsi puramente informali, mentre mi affascinavano le soluzioni proposte da Jean Fautrier, in cui l’oggetto compariva, anche se solo come grumo informe, come embrione non ancora ben maturato. Una crescita, una maturazione che sarebbero avvenute con Claes Oldenburg, campione di una Pop Art ricca ancora di fremiti e sussulti materici. Insomma, detto in formula, navigavo lungo una rotta che appunto tentava di incrociare Fautrier con i primi oggetti abbozzati, ancora flosci, incerti proprio come feti alla loro prima apparizione, da Oldenburg, di cui a dire il vero non avevo ancora una precisa conoscenza. Questa la traiettoria attestata dall’unica mostra monografica che feci, come atto conclusivo di quella mia breve stagione, nel ’62, naturalmente procedendo a presentarmi da me, data la mia riconosciuta capacità di critico. Poi, come detto, l’interruzione, il black out. E ora, invece, la ripresa, che come usa succedere in casi del genere riparte dagli inizi. I maestri di ginnastica, quando sono scontenti di come gli allievi stanno conducendo i loro esercizi, li bacchettano intimando loro di tornare “al tempo”, e così pure io sono ripartito da quando, ragazzino, facevo disegni e bozzetti del reale con grande zelo e precisione. Ma mi occorreva un alibi, per non apparire troppo contradditorio con quel critico che ero stato in qualità di fiancheggiatore di tutte le mosse delle avanguardie, vecchie e nuove. Non potevo dimenticare che proprio il clima incendiario del ’68 aveva proclamato la “morte dell’arte”, predicando che semmai un rapporto con la realtà era da affidarsi allo strumento, lucido e freddo, della fotografia. Io in effetti mi sono attaccato a questo referto, in apparenza incontrovertibile. Infatti anche nella fase attuale parto sempre da una foto, presa da me stesso col cellulare, o inviata da amici compiacenti che me la trasmettono per email. Però, ritengo che sia lecito, e forse anche doveroso, nutrire poi quel referto di qualche buona sostanza materica, ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti, e così via. Aggiungendo che in questa ripresa c’è posto per i vari generi tradizionali, e così, accanto alle foto di volti, ci stanno pure quelle di vedute esterne, o di interni, con tutto il relativo mobilio, e le cianfrusaglie che si alzano da tavoli, tavolini, ripostigli. Se la vogliamo mettere in termini storici, diciamo che rinasce un Combattimento per un’immagine, secondo il titolo ingegnoso che Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio diedero a una mostra da loro curata a Torino nel 1972. O addirittura ritorniamo allo Studio del fotografo Nadar, dove nel 1874 si compì il celeberrimo confronto, o meglio dire affronto, tra la nuova creatura del progresso tecnologico, la fotografia, e il tentativo di resisterle messo in atto, e in quel momento ancora vincente, da parte della pittura, pronta a far nascere l’impressionismo come vittoria postrema, prima di cedere e lasciare il campo alla rivale. Ora forse si può ripetere quel drammatico rapporto all’incontrario, ma certo non in termini di radicale contrapposizione, in quanto la Vecchia Signora che osa ripresentarsi si vale opportunamente della rivale fortunata. Per questi ritratti, i vari invitati non hanno dovuto certo sottostare a lunghi tempi di posa, è bastato che mi mandassero uno scatto, un selfie preso all’istante. E se avessi messo in mostra anche vedute e paesaggi, posso assicurare che per ottenerli mi guardo bene dal ricalcare il rito demodé di andare “sul motivo” col tradizionale cavalletto, anche in questo caso rubo le immagini del reale con lo strumento prensile e rapido di una foto immediata, da cui poi nasce il mio tentativo di nutrirla di buone sensazioni di erbe, di muri, e anche di lamiere di auto. Con quale esito? Naturalmente, per questo aspetto, la sentenza spetta ai visitatori della mostra. Le reazioni fornite dai loro anticipatori in mie esposizioni precedenti sono state incerte e perplesse, non riuscendo a giungere a un verdetto abbastanza unitario, il fatto è che io sembro echeggiare tanti esiti storici di un simile rapporto tra la pittura e il reale. Tardo fenomeno di impressionismo, rilancio di un espressionismo vecchio o nuovo? In fondo, si potrebbe anche dire che i vari stili del passato ora vengono richiamati in scena come per una passerella finale, Del resto, dato che in me non è certo estinta la natura del teorico, ho già messo le mani avanti, quando nel 1974, proprio qui a Milano, all’allora chiamato Studio Marconi, ho proposto la collettiva La ripetizione differente, dopo aver teorizzato, poco prima, un atteggiamento opposto, il Comportamento, portandone una selezione di protagonisti alla Biennale di Venezia del 1972. A questo proposito approfitto per invitare gli eventuali visitatori della presente mostra a ritornare il 15 novembre per una conferenza in cui ricorderò proprio quell’evento, che però allora non riguardava me stesso. Ora invece de mea re agitur, ovvero propongo una sorta di ripetizione sistematica di tanti stili del passato, nella speranza che scatti un quid risolutivo capace di “fare la differenza”. Ai visitatori l’ardua sentenza."

Renato Barilli


In occasione della mostra “Renato Barilli. Visti da vicino”, giovedì 15 novembre 2018, ore 18, Renato Barilli tiene la conferenza dal titolo La“Ripetizione differente” e il postmoderno. Introduce Franco Marrocco.
Conferenza illustrata con proiezione di immagini

"Di recente mi sono trovato a presentare due “remake” ( o “re-enactments”, come si preferisce dire ora) di due mostre da me curate, del tutto rispondenti alla impostazione bipolare del mio insegnamento, quasi corrispondenti a quelle che Hegel avrebbe definito come “tesi”, subito seguita da una “antitesi”. Nel 1972 ero stato chiamato da Francesco Arcangeli a fiancheggiarlo nella cura della mostra “Opera o comportamento”, intesa come partecipazione italiana alla Biennale di Venezia di quell’anno, dove mi era stato possibile dare una breve dimostrazione di quanto allora poteva passare sotto l’etichetta generica di “comportamento”, attraverso le sale riservate a cinque artisti italiani, tra i migliori protagonisti dello “spirito del ‘68”, con relativa dichiarazione di “morte dell’arte”, a favore di installazioni, interventi ambientali, concettuali, comportamentali. Ma pochi anni dopo si riaffacciava la controparte, ovvero un fare macchina indietro, fino a recuperare taluni aspetti del museo. Era il ricorso alla “citazione”, uno dei cardini del clima che veniva anche riportato al cosiddetto postmoderno. Lo Studio Marconi, qui a Milano, mi permise di esemplificare questa tendenza attraverso, anche in questo caso, alcuni personaggi, tra cui spiccava la presenza di Giulio Paolini, quasi nelle vesti di un rinnovato Canova, o di un De Chirico anche lui intento a ripassare le tappe di altre stagioni. E già facevano capolino alcuni dei nomi nuovi che avrebbero riempito di sé quegli stessi anni ’70 e oltre, rappresentati soprattutto da Luigi Ontani e Salvo. Giorgio Marconi, poi alla testa di una Fondazione, mi ha consentito di ripresentare pochi anni fa questo secondo corno del dilemma, mentre Fabio Cavallucci, fino all’anno scorso direttore del Centro Pecci di Prato, a sua volta mi ha consentito di ricordare l’evento precedente. Siccome la mostra ora in atto proprio in questi spazi attesta un mio ritorno alla pittura, è giusto che la rievocazione qui condotta sia rivolta a questa sorta di “contraccolpo”, o di movimento al rientro nel pendolo dell’arte."

Renato Barilli


Renato Barilli: Visti da vicino
Dal
 8 al 28 novembre 2018

Orari: da lunedì alla domenica, 9.30-20.00
Ingresso: libero
Informazioni:  T. +39 02 6551445 - info@lapermanente.it -www.lapermanente.it

Ufficio Stampa Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente:  Cristina Moretti - cristina.moretti@lapermanente.it - Anna Miotto - anna.miotto@lapermanente.it - T. 02 6551445

Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
Via Filippo Turati 34
20121 Milano

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