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Archivi categoria : Mostre

Tarik Berber: Seven sister, M.A.C. Musica Arte e Cultura, Milano, dal 22/01 al 24/01/2020

Vernissage: 21 gennaio 2020 a partire dalle ore 19.00


Allo Spazio M.A.C. Musica Arte e Cultura di Milano, in Piazza Tito Lucrezio Caro, la Fondazione Maimeri presenta in collaborazione con ARTE.it: "Seven Sisters" una mostra antologica dedicata a Tarik Berber, artista bosniaco,  in occasione del ritorno in Italia dopo sette anni trascorsi a Londra. La mostra si inaugura martedì 21 gennaio alle 19 con una performance di Mario Lavezzi per proseguire in esposizione sino a venerdì 24 gennaio 2020.
Curata da Andrea Dusio "Seven Sisters" mette in scena quattro cicli pittorici sviluppati dall’artista nel suo periodo londinese tra il 2016 e il 2019 con oltre 30 opere in mostra, oltre a sketches e disegni preparatori. Un percorso che parte con Toxic Cadmium del 2016, per proseguire con Windsor Beauties del 2017 e Pop is Not Dead del 2018 per concludersi con la parte predominante dell’esposizione incentrata sul nuovo ciclo Seven Sisters che oggi dà il nome anche alla sua mostra di debutto sulla scena milanese.

Seven Sisters è una mostra che vuole offrire un primo tentativo di sintesi del colossale lavoro di Tarik Berber che da pochi mesi ha trasferito il proprio studio a Milano, rientrando in Italia con oltre 100 dipinti provenienti da quattro luoghi diversi d'Europa.

Andrea Dusio, curatore della mostra: “Tarik Berber, apolide per necessità, italiano per formazione diventa negli inverni che precedono il suo arrivo a Milano un artista compiutamente nordico, sino agli esiti più sorprendentemente düreriani di "Seven Sisters", il ciclo con cui va oltre la pittura, fondendola con la grafica e così producendo un segno assolutamente nuovo. Una mostra che parte dal Rinascimento per arrivare al Goth, espresso nella dominante rossa che attraversa "Seven Sisters". Quasi un sogno di Dürer, un percorso in cui sono le tecniche grafiche più sperimentali ad attrarlo, ma che nel contempo è un sogno fatto con i colori di un Rothko, o delle bandiere dei Prints di Jaspers Johns. "Seven Sisters" è ad oggi il lavoro più ambizioso del pittore bosniaco. È per molti versi una serie dedicata anche al paesaggio, anche se l'alternarsi di figure femminili e maschili costituisce l'elemento iconico e narrativo ricorrente da un dipinto all'altro. "Seven Sisters" è il compimento di un periglioso Winterreise, che Tarik Berber ha percorso senza cedimenti, mantenendo la sua fede nell'intensità e nella purezza dell'esperienza della pittura, come l'unico corpo a corpo con la vita e con la realtà possibile per un artista, mettendosi totalmente al servizio del colore, sino a concepire il disegno come una sorta di ricamo di precisione infinitesimale che si riconosce sotto le coltri dei suoi rossi, di sole accecante e di cieli invernali che bruciano in un solo istante, con l'ultima luce del giorno.

Tarik Berber è nato a Banja Luka, Bosnia ed Herzegovina nel 1980.
A undici anni nel pieno della guerra dell’ex-Yugoslavia si trasferisce con la famiglia in Italia a Bolzano per poi spostarsi a Firenze che sarà la sua città d’elezione sino al 2007 formandosi alla Accademia di Belle Arti dove è allievo dei corsi di pittura di Adriano Bimbi e inserendosi presto nella scena artistica locale con importanti collaborazioni con la galleria d’arte Poggiali e Forconi.
Nel 2004 è il piu giovane artista ad essere invitato a esporre all’inaugurazione del MACI - Museo d’Arte Contemporanea di Isernia e nello stesso anno partecipa alla Seconda Biennale InTranSito al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma. Nel 2006 la sua prima personale al Museo Nazionale Villa Pisani di Strà (Venezia).
Dal 2007 inizia il suo percorso di formazione europeo, prima a Berlino, poi nuovamente facendo ritorno a Firenze e infine trasferendosi a Londra dove vivrà sino al 2019. Negli anni londinesi continua senza interruzioni a coltivare i suoi rapporti con l’Italia con gli ex territori yugoslavi con mostre in Slovenia (Maribor), in Bosnia (tra cui la Galleria Nazionale di Sarajevo ed esposizioni a Bihac e Tuzla) e frequenti visite in Croazia a Zara. L’incontro con lo storico dell’arte e critico Edward Lucie-Smith è corollario del suo ingresso sulla scena artistica londinese che lo porterà ad esporre su iniziativa della Albemarie Gallery nella prestigiosa sede di Art Moor House nella city. Con Aria Art Gallery espone a Firenze (Toxic Cadmium, 2017) e a più riprese a Istanbul (Windsor Beauties, 2018). Nel 2019 decide di lasciare Londra per fare rientro in Italia per aprire il proprio atelier a Milano nel novembre dello stesso anno. Nel gennaio 2020 celebra il suo rientro in Italia con la mostra antologica “Seven Sisters” promossa da Fondazione Maimeri e ARTE.it e curata da Andrea Dusio, in cui riunisce il corpo della sua ricerca artistica degli ultimi 7 anni.

Tarik Berber nello studio, Foto © Claudia Agati

Tarik Berber: Seven sister
Curatore: Andrea Dusio
Dal 22/01 al 24/01/2020
Orari: 10 - 18
Enti promotori: Fondazione Maimeri - ARTE.it
Con il patrocinio di: Comune di Milano, Municipio 5
Con il supporto di: Golden View Firenze, Fretelli Burgio Siracusa, Vitiggio
Industria Maimeri, Assicurazioni Big Ciaccio
Media Partner: ARTE.it
Ingresso: libero
Catalogo con saggi di: Andrea Dusio e Alice Barale
Informazioni: Francesca Martire, Fondazione Maimeri - M.+39.347.7162530 - francesca.martire@fondazionemaimeri.it -  info@fondazionemaimeri.it - www.facebook.com/fondazionemaimeri - www.instagram.com/tarik.berber.art - https://tarikberber.tumblr.com

M.A.C. - Musica Arte e Cultura
Piazza Tito Lucrezio Caro 1
Milano

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Luigi Gattinara: Una vita in posa, Milano Art Gallery, Milano, dal 26/01 al 13/02/2020

«Un’immagine nasce prima di tutto nella mente, prende forma nell’immaginario, tutto molto prima dello scatto vero e proprio. Esattamente come fa un pittore che, anche quando ritrae la realtà, che è lì davanti ai suoi occhi, la trasforma comunque, perché è un processo che passa attraverso l’intuizione, il cuore e l’anima.»
Luigi Gattinara

Dal 26 gennaio al 13 febbraio 2020 la Milano Art Gallery, Via Andrea Maria Ampére  102, ospita la mostra fotografica di Luigi Gattinara dal titolo Una vita in posa. Si inaugura domenica 26 gennaio alle ore 18.00, con la presentazione del curatore di mostre e grandi eventi Salvo Nugnes, direttore delle Milano Art Gallery.
Diciotto scatti del "pittore della luce" ci raccontano la sua visione caravaggesca della vita.
Una personale che doveva ripercorre le tappe fondamentali della vita fotografica di Luigi Gattinara è diventata ora, per la sua prematura scomparsa, una testimonianza ed un omaggio.
Purtroppo ancora un grande amico ci ha lasciato.
Luigi era sempre disponibile, attento e generoso. Una spinta sempre verso la positività, anche quando le cose di cui gli parlavi non andavano per il verso giusto. Un grande pittore della luce. Raffinato ed elegante. Una persona di cultura con cui era sempre piacevole parlare e individuare nuovi orizzonti.  Ma con lui era bello anche scherzare, oltre a parlare di mostre e d'arte. Con lui e la sua inseparabile moglie Daniela, che amava immensamente, ci si trovava sempre in piacevole armonia. Amante della vita e della bellezza e anche, più frivolmente, della buona e raffinata cucina e del suo immancabile sigaro toscano.
Aperto verso i giovani e anche per questo era nata la Triennale di Fotografia Italiana, che ha dato voce a fotografi di tutto il paese, dando loro la possibilità di essere conosciuti ed apprezzati, senza le maglie di un mondo espositivo spesso raggelato e raggelante. Ci eravamo sentiti lungamente l'altro giorno e avevamo parlato della mostra che si sarebbe inaugurata domenica prossima. Era tutto pronto...
Ora la luce è tutta per te.

Gianni Marussi


La vita è strana: sa sempre come sorprenderti. Soprattutto se penso che fino a qualche giorno fa mi trovavo nel laboratorio del Maestro Luigi Gattinara. Ci siamo rimasti per diverse ore, io e lui. È stato un lavoro certosino che si è protratto per quasi quattro ore ‒ il Maestro d’altronde era un perfezionista ‒ per delineare al meglio il suo percorso artistico, la sua carriera. La mostra antologica che oggi ci troviamo a inaugurare, Una vita in posa, doveva, nelle sue intenzioni, e deve, nelle nostre, illustrare come si è evoluta la sua creatività nel corso del tempo, in anni e anni di studio attento. Perciò questa rassegna è volutamente divisa in sezioni per aiutarci a riviverne gli sviluppi e l’ingegnosità. Le fotografie che adesso vediamo vibrano di luce, pulsano dell’attesa di essere riscoperte. Un po’ ci parlano con dolcezza del mistero che tutti ci portiamo appresso con unicità, quello della vita, con i suoi meravigliosi chiaroscuri. Ci parlano di lui.
Luigi Gattinara era un caro amico, un brav’uomo e un grande artista. Le immagini qui esposte sono la palese dimostrazione del suo spirito, di ciò che andava cercando. La sua attenzione era volta a un bene supremo, immateriale e difficile da ottenere, quello della bellezza. Proprio l’eleganza e la cura del dettaglio, la morbidezza con cui si scivola sulle forme di questi soggetti ci svelano la sua personalità. Luigi Gattinara aveva un animo gentile e allo stesso tempo rigoroso, capace di portare con disinvoltura quel qualcosa di speciale ovunque andasse.
Con i suoi scatti artistici è possibile ripercorrerne la storia e la vita. Si ha la sensazione tangibile che, come queste fotografie sono destinate a restare con noi nel tempo, anche lui lo sia. Queste immagini sono un dono che ci ha fatto. Siamo dei privilegiati perché ne possiamo godere, possiamo ammirare il mondo come lui lo figurava attraverso i suoi occhi. Sappiamo che lì possiamo ritrovare tanto la sua essenza quanto la nostra.
Perché, se siamo fatti di qualcosa, questo qualcosa sono le emozioni. E l’universo che ci teniamo dentro a volte è possibile sfiorarlo delicatamente attraverso uno sguardo. Luigi Gattinara lo sapeva bene e ci insegna tuttora come guardare, come vedere. Ci mostra con che occhi rivolgerci a noi stessi, parlandoci con un linguaggio che gli riusciva splendidamente, quello della fotografia.
Una vita in posa è il suo ultimo progetto, un riassunto del suo operato. Ci teneva in particolar modo alla riuscita della sua personale. Assieme ai suoi famigliari abbiamo scelto di salutarlo dove meglio possiamo ora trovarlo: qui, tra noi, in mezzo alla sorpresa che ancora dobbiamo gestire, in mezzo all’arte e alla bellezza, in mezzo ai nostri ricordi e alle nostre tumultuose e delicate emozioni.

Salvo Nugnes


La rassegna rimarrà aperta al pubblico fino al 13 febbraio, visitabile tutti i giorni liberamente dalle 14.30 alle 19, ad eccezione della domenica.
Per maggiori informazioni è possibile chiamare lo 0424 5252190, scrivere a info@milanoartgallery.it oppure visitare il sito www.milanoartgallery.it.

“La lettura delle straordinarie Nature morte di Luigi Gattinara può utilmente incominciare da quella che appare spunto e insieme simbolo di tutta l’operazione: la parafrasi della Caravagensis fiscella cui egli ha apposto il titolo-chiave “Per gioco”.
Il gioco è duplice: è il divertimento suo, creativo, di ricomporre un canestro di frutta il più possibile vicino a quello raffigurato dal Caravaggio, quindi di fotografarlo da un punto di vista e con un taglio di luce che riproducano al massimo le condizioni in cui operò il pittore; ed è il divertimento di sottoporre la fotografia al nostro sguardo e lasciarci per un momento (anche un lungo momento) spiazzati, nell’incertezza su “che cosa” Gattinara abbia fotografato (quel quadro? un quadro? dal vero?).
La seconda parte del gioco è, ovviamente, la meno importante; l’operazione non vuole essere un tranello ne un trompe l’oeil, se non nel senso nobile assunto con il tempo dell’espressione. Gioco non significa scherzo: è anzi, e qui a pieno titolo, termine collaudato da una lunga consuetudine teorica per indicare l’aspetto libero e liberatorio dell’attività artistica, la sua qualità gratificante.
Così il gioco di Gattinara si è esteso ad altre nature morte, iconograficamente e stilisticamente inseribili nella vasta produzione di genere tra il Sei e il Settecento. Ma egli non rifà specifici modelli, bensì lavora “à la manière de”, senza peritarsi in qualche caso di lasciare evidenti materiali ed oggetti che tradiscono l’attualità delle composizioni.
Lavora in una prima fase come un trovarobe, poi come uno scenografo ed infine ritrae quello che ha organizzato, seguendo in tutte le fasi di lavoro una sua inclinazione di gusto, che specialmente restituisce atmosfere alla Zurbaràn (La zucca, Il cavalletto), talvolta indugia su un descrittivismo più minuto e meno astratto, come delle scuole fiammingo-olandesi, ripropone una sontuosità alla Strozzi (Natura morta con piume) e arriva anche a imitare certe composizioni dell’Ottocento, da romanticismo inglese (Libro con ape, I fiori), più sensuali, a loro volta rivisitazioni dello “still life” seicentesco, o a sedurci del tutto, e inquietarci, con l’esibizione inedita di biscotti che paiono fossili non perché d’apparenza stantia, ma al contrario mineralizzati dal silenzio nella loro impeccabilità (vita silenziosa, appunto, o silenziosa luce). E infine, con un’altra impennata, inventa una metafisica contrapposizione in grigio fra la palpabilità della stoffa spiegazzata e la lucente intangibile forbitezza del vetro (I vetri).
La campionatura è ampia, ma tutt’altro che eterogenea, legata a una ben chiara volontà stilistica. L’idea dello stile parte, ancora, dalla suggestione caravaggesca che costituisce primo avvio dell’operazione; quel Caravaggio che, mentre dichiarava essere compito prima dell’artista il “dipingere bene le cose naturali”, operava poi in condizione di totale artificio, predisponendo in accurate combinazioni i soggetti da rappresentare, collocandoli su sfondi bene studiati, tagliando su di essi la luce opportunamente condotta. L’artificio garantiva la sublimazione totale di soggetti, li consegnava a un significato “altro”.
Gattinara usa qui la fotografia come il mezzo che più ci consente la smaterializzazione delle presenze raffigurate: divenute a maggior ragione astratta bellezza attraverso un procedimento dove l’aspetto materico non è che una pellicola, o velo, o foglio.
Siamo in una situazione opposta a quella che ha caratterizzato la formula iperrealista. epigono del pop-art: quando la pittura, mimando l’immagine fotografica, e quella al massimo standardizzata, dichiarava per ciò stesso l’impossibilità ormai intervenuta di un approccio reale con le cose. Siamo anche, ovviamente, fuori degli aspetti materici della pittura, del suo corpo a corpo con il colore, con cui Gattinara non intende gareggiare.
Unendo una vibrante sensibilità visiva a una ricca e puntigliosa cultura storica, il gusto rievocativo a un estetismo di assoluta godibilità, Gattinara propone immagini allo stato puro: la bellezza del vedere, la bellezza che assumono le cose nell’essere viste. Non sono oggetti reali rappresentati, sono oggetti divenuti immagine (puro spirito, stavo per dire)."

Rossana Bossaglia, storico e critico d’Arte 


Un artista che dipinge con una macchina fotografica
"Luigi Gattinara ha fatto della “natura morta” una forma d’arte riscoprendola attraverso la lente di una macchina fotografica. La sua abilità fotografica ricrea come per incanto la sospesa e sognante atmosfera che, troviamo nella “nature morte” dei grandi maestri (dal Medioevo ai pittori olandesi del 17 ° secolo, Caravaggio e così via).
Guardando gli oggetti inanimati delle sue composizioni, l’intero spettro del genere, provoca un effetto di curvatura spazio/tempo che sposta idealmente l’osservatore in un’altra dimensione e, apparentemente, congela il tempo rendendo le sue opere contemporanee.
Il realismo ottico subisce una trasformazione sottile, modificato dalla luce e dalle sfumature di colore che, diventano una fonte di fascino rendendo difficile il distinguere l’immagine fotografica da quella pittorica.
Gattinara gioca sulla nettezza dei contrasti chiaroscurali e con una forzata selezione di quelli cromatici. Sullo spaesamento delle dimensioni dell’oggetto: con l’intervento di una limitata, a volte solo accennata, presenza di arredo interpreta e significa l’oggetto che ha sotto osservazione. Proprio quello dello sguardo che attraverso l’obiettivo esplora l’ingombro dell’oggetto, ne trova quindi un orientamento sul piano, sceglie un punto di vista ed una grandezza relativa all’inquadratura scelta, alla ricerca di fisionomie nascoste, particolari che una affrettata lettura non può che escludere.
Viene spontaneo, una volta osservato il “ritratto” fotografico, cercarne l’originale ed operare un confronto, cogliere quanto è intervenuto nel passaggio dalla esperienza diretta del volume alla sua conoscenza mediata dallo strumento fotografico, ma credo che la cosa più interessante sia quella non tanto di un raffronto diretto quanto invece di giocare con l’immagine che la memoria ha conservato."

Alberto Veca, Storico e critico d’Arte 

Immagini del quotidiano
"Nel lavoro di Luigi Gattinara vi è un sapiente esercizio fra “memoria dell’antico” e sensibilità per l’attuale, un equilibrio difficile perché è comune cadere, in esercitazioni che si riferiscono a un immaginario passato - nella fattispecie quello seicentesco della natura morta europea - nella citazione puntuale, anacronistica, fra omaggio e nostalgia di un mondo in cui le cose, animate o inanimate, artificiali o naturali, erano “amiche”. 
Nell’occasione “antico” e “nuovo” coesistono felicemente.

Il debito rispetto a quel mondo, dove all’oggetto rappresentato venivano attribuiti, traslati, quei sensi dell’uomo che si andavano indagando anche a livello scientifico, è evidente e volutamente: la ridotta “galleria” può citare “luoghi canonici” del genere pittorico, come “angoli di cucina” o “angoli di studio” romani, spagnoli o dei Paesi bassi, ciascuno può leggere il singolo esito con gli occhi della mente alla ricerca di prototipi o di soluzioni plastiche e luministiche analoghe.
È un esercizio interessante ma non definitivo perché l’occhio di oggi scopre nel soggetto comune, figure, quindi sensazioni e suggestioni altrimenti non considerate per più appariscenti presenze e ingombri. A volte è sufficiente un frammento del tutto perchè la mente possa completare l’immagine data e poi trovare una collocazione, ieri facile e oggi difficile per la dissonanza con ciò che circonda.
Voglio dire che il “silenzio” della natura morta di oggi è in qualche modo “strappato” alla confusione che ci circonda, l’armonioso rapporto fra fondo e figura, dove spesso il primo è ciò che determina la fisionomia dell’intera composizione, è affine ma ben diverso da quello di un tempo perché “controcanto”, in controtendenza rispetto al “rumore” e al disturbo del nostro consumo comunicativo.
Il teatro di posa di Gattinara “assomiglia” al tavolo di studio dove il pittore collocava i propri oggetti per poi riprodurli sulla tela, ma l’analogia è di breve durata perchè il piano o l’alzato dell’oggetto disposto non conosce ulteriori mediazioni per tradursi nell’opera se non quello dello scatto fotografico. 
Sempre e comunque il “qui e ora”, che è il sigillo dello strumento adottato perchè le opere di Gattinara sono prima di tutto fotografie: la scelta dell’artista di adottare tecniche di stampa che permettono la scelta di qualsivoglia supporto è un ulteriore omaggio alla strumentazione dell’oggi e l’esaltazione di uno strumento che invece ha una sua storia, sia pure recente, ma certamente consolidata nella nostra frequentazione dell’immagine.
"

Alberto Veca, Storico e critico d’Arte (per Mostra “Immagini del quotidiano”, Como)


"Nulla è lasciato al caso nelle opere di Gattinara e ogni singolo elemento è caratterizzato da un preciso valore simbolico e quindi indispensabile per l’insieme che diverrà racconto. Tutto è pulito, essenziale, moderno, per nulla carico e con un amore per il dettaglio che non diventa mai didascalico. Si ha l’impressione che la luce che emanano questi “quadri” sia sufficiente a farli muovere, quasi volessero produrre i suoni che le cucine emettono al passaggio delle vivande."

Giorgio Gregorio Grasso
, critico e storico dell’arte


Una chiacchierata con Luigi Gattinara

Giulia Cassini: Lei è romano di nascita ed ha iniziato giovanissimo a fotografare object trouvé sul Lungotevere. Perché era così attratto dalla fotografia?
Luigi Gattinara: La mia passione per la fotografia nasce durante gli anni del Liceo Artistico. L’immediatezza di fissare un’emozione su un ‘supporto’ quasi fosse un foglio da disegno o una tela mi affascinava; era come osservare la realtà attraverso occhi diversi
Giulia Cassini: Come si rimane fedeli a se stessi artisticamente?
Luigi Gattinara: Penso che ‘l’amore’ e la passione per il proprio lavoro siano tra i tanti modi per rimanere il più possibile fedeli a se stessi, sia nella quotidianità professionale -che per me è rappresentata dalla realizzazioni di immagini per l’advertising- sia in quello più personale in cui ritrovo il mio ‘percorso artistico’. Ma alla base di tutto ciò, in entrambi i casi, l’esigenza primaria è la raffigurazione di un pensiero personale e con esso l’emozione che ne scaturisce.
Giulia Cassini: Lei è stato diversi anni a Caracas..Cosa rimane di questa esperienza di vita nella sua ricerca artistica: la poesia unica di questa terra, i parossismi delle diseguaglianze, l’esplosione dei colori?
Luigi Gattinara: Lasciai il mio studio di Roma nel 1977 trasferendomi a Caracas, lì aprii il mio nuovo studio e vi rimasi per parecchi anni, otto per l’esattezza. In quel Paese dove la vita era totalmente diversa da quella frenetica di Roma, presi subito consapevolezza che aleggiasse nella vita di tutti i giorni, nei movimenti, nelle conversazioni, una forma differente di tempo, quasi fosse dilatato, esteso, ed è stato proprio in questo non rincorrerlo che ho trovato lo spazio per cominciare il percorso sulle mie ‘nature morte’. Quella terra, con le sue luci e i suoi colori, violenti e morbidi al tempo stesso, possedeva una sorta di magica alchimia: i suoi incredibili spazi riuscivano a penetrare l’anima e mi permettevano di vestire le mie emozioni in un abbraccio nuovo e sicuramente insolito. Riuscivo a fotografare senza usare la macchina fotografica, perché le sensazioni erano tali e talmente intense che le migliaia di fotografie virtuali diventarono un incredibile archivio mnemonico impresso nella memoria e ancora oggi nei miei ricordi.
Giulia Cassini: Le sue foto famosissime di moda e di still-life quale denominatore hanno in comune?
Luigi Gattinara: Penso che sia sempre la luce l’elemento fondamentale che dà forza all’immagine, in grado di creare il pathos necessario a chi la guarda.

Giulia Cassini

Luigi Castelli Gattinara di Zubiena, era nato a Roma il 13/01/1952 e la macchina fotografica gli consentiva di dipingere con la luce da oltre quarant’anni.
Sin da ragazzo, studente del liceo artistico, ha passato i momenti liberi, fotografando orologi ed oggetti di casa, collocandoli lungo le passeggiate del Lungotevere. 
Le persone non lo interessano: “Hanno una vita, una storia e mi sembra quasi indiscreto fissarle con l’obiettivo. Le cose invece sono interlocutori muti e non condizionano”.
Iniziò così il viaggio che diventa passione e professione, arte e mestiere.
Assieme agli scatti “quotidiani” per l’Advertising (ha collaborato con le più prestigiose Agenzie Pubblicitarie Internazionali) coltivando e custodendo da sempre la passione per i pittori fiamminghi del diciassettesimo secolo, inondando di luce i soggetti delle sue opere e conferendogli una inusuale plasticità tridimensionale. 
Scatti su tela”, qualcuno ha argutamente definito le sue opere.
Negli anni 2000 scopre la passione per i ritratti e cerca di creare una fusione tra le sue luci e l'anima dei personaggi raffigurati che si fondono in un gioco di chiari e scuri come lo è l'anima umana.
Una nutrita serie di personali in Italia e all’estero, fra cui quelle prestigiose di Parigi, Berlino, Mentone, Tokyo, Singapore e New York, hanno confermato Luigi Gattinara come testimone di questo modo d’essere fotografo nell’arte. Dal 2017 è Presidente della Triennale della Fotografia Italiana di cui è fondatore.

MOSTRE

1989 Milano, Galleria Kriterion, Personale, “Still Light
1991 Parigi, L’Antre De Roi Filene, Personale, “Still Light
1992 Milano, Galleria Il Diaframma
1993 Milano, La Tecoteca, Personale, “La teiera del 2000
1993 Bergamo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Accademia Carrara
1994 Como, Villa Carlotta, assieme allo scultore Alberto Zanrè, “Il Bestiario e il suo Ritratto
1998 Milano, Istituto Europeo, “Il mestiere di Fotografo
1998 Berlino, Personale, “Gattinara in Quarter 206”
2006 Como, Palazzo Natta, Personale, “Immagini dal quotidiano
2006 New York, SoHo, Agora Gallery, “Visions in tune
2011 Milano, Galleria Camera 16, “Kokoro, Mostra fotografica per il Giappone
2012 Milano, Spazio Bossi Clerici, Personale, “Fine Heart - Luce Sensibile
2014 Milano, Spazio Navigli, Personale Pittografia, una mostra bitematica, bipartita
2014 Milano, Enterprise Art Gallery, Enterprise Hotel, Personale, “Gattinara in mostra, Retrospettiva
2015 Milano, Sisal Wincity Diaz, Personale, “Evolution, la sinuosa armonia delle mani
2015 Trezzo sull’Adda (Mi), Centr. Idr. Taccani, “Milano Expo 2015, International Contemporary Art
2015 Varedo (Monza e Brianza) - Villa Bagatti Valsecchi, “Expo 2015, Arte Italiana 
2015 Trezzo sull’Adda (Mi), Centr. Idr. Taccani, “Milano Expo 2015, Biennale della Fotografia, Anno 0
2015 Monza, Villa Reale di Monza - Le cucine di Villa Reale, Personale, “Sapori in posa
2015 Milano, Oliva Gustosa, Personale, “Tra-dire e Mangiare
2016 Milano, MIA Photo Fair, presso lo stand MyTemplArt
2016 Mirano (Venezia), PaRDeS - Laboratorio d’Arte Contemporanea, “Squarci nelle tenebre
2016 Venezia, Art Factory di Tobia Ravà, Dorsoduro, “Squarci nelle tenebre 
2016 Menton (Costa Azzurra - Francia), Galleria Charlotte Art, Personale, “Sapori in posa 
2017 Mirano (Venezia), PaRDeS - Laboratorio d’Arte Contemporanea, “Ritratti di donne 
2017 Cortina d’Ampezzo, Museo Mario Rimoldi, “Il Collezionista, innamorarsi del contemporaneo 
2017 Padova, Mediolanum Art Gallery 
2017 Venezia, Art Factory di Tobia Ravà, Dorsoduro, “Ritratti di donne 
2017 Matera, Galleria “Il Comignolo”, Sasso Barisano, MaterArt
2017 Venezia, Palazzo Ca’ Zenobio, “Lo stato dell’Arte ai tempi della 57 Biennale di Venezia
2017 Singapore, Art Science Museum, “SerpentiForm of Bulgari
2017 Venezia, Palazzo Ca’ Zenobio, Prima Triennale della Fotografia Italiana
2017 Tokyo, Mori Art Center, “SerpentiForm of Bulgari
2018 Piacenza, Castello di Fombio, “Angeli e Demoni
2018 Milano, Spazio “I Vale”, Personale, “Anima Canis
2019 Venezia, Spoleto Pavilion, “Premio Canaletto
2019 Spoleto, Palazzo Leti Sansi, “Premio Modigliani - Spoleto Arte
2019 Matera, Gallery SaxArt, Personale , “I Sassi di Matera incontrano le luci e ombre di Luigi Gattinara
2019 Menton, Palace des Ambassadeurs, BACS- Biennale of Contemporary Sacred Art
2019 Milano, Hotel Excell Milano3, Personale, “Anima Canis 2
2020 Milano, Milano Art Gallery, Personale, “Una vita in posa

 

 

Milano Art Gallery è uno spazio culturale polivalente, creato da Salvo Nugnes, che conta ha cinque sedi: la principale a Milano e poi a Venezia, Spoleto, Bassano del Grappa e Siena. Un luogo d’incontro e di confronto che intende aprirsi ai molteplici stimoli offerti dalla Cultura, un’accogliente pinacoteca multifunzionale nella quale è concessa a tutte le Arti la possibilità di mostrarsi, di esprimersi e di dialogare con il pubblico. Alle Mostre d’Arte s’alternano incontri e conferenze di artisti e intellettuali di ogni disciplina: dalla filosofia alla medicina, dalla letteratura alla fisica e dal teatro al cinema.

Luigi Gattinara e Bruno Melada. Spazio//biennale ha curato la realizzazione delle stampe a pigmenti di carbone e colore su carta Prestige Museum 100% Cotton Natural White (310 gr).

Luigi Gattinara e il suo fidato stampatore Bruno Melada.

Luigi Gattinara: Una vita in posa
Dal
26/01 al 13 /02/2020
Inaugurazione: domenica 26 gennaio, alle ore 18.00

Orari: 14.30 - 19.00, domenica chiuso
Ingresso: libero
Informazioni:
T. 0424 5252190 -  info@milanoartgallery.it - www.milanoartgallery.it - Luigi Gattinara, via Biondelli 9, 20141 Milano, Italy - T. +39 02 89505330 - M. +39 3485240730 -  fotografia@gattinaraluigi.eu  - www.facebook.com/SpazioGattinara/ - Instagram: luigi_gattinara

Milano Art Gallery
Via Andrea Maria Ampére, 102
20131 - Milano

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Sketch – segni contemporanei, La Nuova Pesa, Roma, dal 15 al 22 gennaio 2020

Mercoledì 15 gennaio 2020, alle ore 18.00, La Nuova Pesa centro per l’arte contemporanea presenta, il progetto: Sketch - segni contemporanei, prodotto da Vertigoarte - Centro di Ricerca per la Cultura e le Arti Visive, a cura di Gianluca Covelli. La presentazione si attua in tre momenti, tre sketchintroduttivi che vedranno la partecipazione di Simona Marchini, Ada lombardi, Salvatore Anelli, Gianluca Covelli, Ghislain Mayaud e Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona. Ogni momento sarà dedicato.
Il primo, la presentazione del libro Artevertigoarte, edizione Rubbettino, 2019, per la Collana Arte Contemporanea, diretta da Giorgio Bonomi, introduzione storica di Ghislain Mayaud, intervista di Gianluca Covelli, postfazione di Salvatore Anelli. Testo che introduce appieno nel ritmo di una realtà contemporanea ricca di passioni. La realtà di Vertigoarte che con la sua galleria ha promosso l’attività di diversi attori della scena contemporanea italiana e non.
Apre i suoi battenti nel maggio del 2003 e in questa occasione si ricordano i suoi 15 anni di impegno nella ricerca anche letteraria. Molte sono state le mostre prodotte in istituti museali come in galleria, su tutte Il vento di tempo zero di Hidetoshi Nagasawa a cura di Paolo Aita, nel 2008, oltre a numerose altre personali in presenza dell’artista, cercando di fare il punto della situazione dell’arte contemporanea intrattenendo un dialogo sempre più serrato con i suoi protagonisti.
Tra le tante produzioni ricordiamo la mostra La seduzione del monocromo -Riflessioni contemporanee su Mattia Preti, a cura di Paolo Aita e Bruno Corà, promossa nel corso dell’anno pretiano, nel 2013, per celebrare il IV centenario della nascita del Cavalier Calabrese, Mattia Preti, allestita nelle sale del Museo Civico dei Brettii e degli Enotri di Cosenza, con la presenza di artisti come: Bizhan Bassiri, Cesare Berlingeri, Nicola Carrino, Vittorio Corsini, Jannis Kounellis, Luigi Mainolfi, Hidetoshi Nagasawa, Alfredo Pirri e altri ancora.

Hidetoshi Nagasawa: "Vento di tempo zero" (dettaglio), 2008

In un secondo momento si affronterà una conversazione “muta ricordando Paolo Aita attraverso la pubblicazione a lui dedicata Ponte di conversazione con Paolo Aita, edizione Rubbettino, 2017, per la Collana Arte Contemporanea, diretta da Giorgio Bonomi; testimonianze di Annelisa Alleva, Salvatore Anelli, Roberto Bilotti, Vittorio Cappelli, Gianluca Covelli, Franco Gordano, Simona Marchini, Daniele Pieroni, Christian Stanescu, Mario e Dora; amici e colleghi di lavoro.
Paolo Aita, tra i fondatori di Vertigoarte, è stato protagonista di molte scelte e promotore di diverse mostre prodotte in ambito cosentino. Grazie a Lui il sapere diventa occasione di dialogo e spazio di confine, un filo conduttore di ricerca e confronto con l’Uomo-Ponte che ha consegnato, attraverso il suo lavoro, un invito, una direzione culturale e spirituale.
Il terzo momento prevede la presentazione della mostra Sketch – segni contemporanei, per la cura di Gianluca Covelli, che da il nome all’intero progetto. Prende il titolo dal sostantivo inglese – che deriva dall’olandese schets, che a sua volta risale dall’italiano schizzo; disegno appena tratteggiato, abbozzato a grandi linee – che indica in questa circostanza la descrizione sommaria e rapida che si avverte dal rapporto sintattico, che prende vita dall’accostamento delle 31 opere in esposizione nella Sala Babele, dedicata allo spazio libero dei linguaggi del contemporaneo proprio come accade nel libero segno tracciato sul supporto cartaceo dagli artisti: Salvatore Anelli, Bizhan Bassiri, Cesare Berlingeri, Lucilla Catania, Bruno Ceccobelli, Elvio Chiricozzi, Vittorio Corsini, Luce Delhove, Danilo De Mitri, Giulio De Mitri, Teo De Palma, Salvatore Dominelli, Franco Flaccavento, Andrea Fogli, Sandra Heinz, Felice Levini, Adele Lotito, Ruggero Maggi, Leila Mirzakhani, Maziar Mokhtari, Albano Morandi, Hidetoshi Nagasawa, Luca Maria Patella & Rosa Foschi, Tarcisio Pingitore, Fiorella Rizzo, Martina Roberts, Alfredo Romano, Giuseppe Salvatori, Vincenzo Trapasso, Edith Urban, Antonio Violetta.
La mostra organizzata per l’occasione diventa crogiuolo di svolte culturali nel tempo e nella storia sia periferica che nazionale, il titolo Sketch - segni contemporanei, vuole essere un compendio che riassume in tutta la sua valenza l’attività di Vertigoarte.

Ruggero Maggi: "Il viaggio", 40x50, 2018

Interventi
Dott.ssa Simona Marchini, Direttrice Galleria La Nuova Pesa, Roma
Prof.ssa Ada Lombardi, Critico e Storico dell’Arte
Dott. Roberto Bilotti, Com.to Scientifico, Museo Bilotti Arancera, Villa Borghese
Prof. Salvatore Anelli, Artista e Presidente di Vertigoarte, Museo Bilotti, Rende (CS)
Prof. Gianluca Covelli, Critico e Storico dell’Arte, Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia
Prof. Ghislain Mayaud, Critico, Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria

Introduzione: Mercoledì 15 gennaio 2020, ore 18.00 – 19.30
Presentazione libro: Artevertigoarte, ed. Rubbettino, 2019, per la Collana Arte Contemporanea
Ricordando Paolo Aita: Ponte di conversazione con Paolo Aita, ed. Rubbettino, 2017, per la Collana Arte Contemporanea


Sketch - segni contemporanei
Dal
15 al 22 gennaio 2020
Progetto a cura di
: Gianluca Covelli

Orari: dal lunedì al venerdì, la mattina 10:00 - 13:30, il pomeriggio 16:00 - 19:30
Promossa da: La Nuova Pesa – centro per l’arte contemporanea
Prodotta da: Vertigoarte – centro di ricerca per la cultura e le arti visive
Informazioni:  T. 06 3610892 - nuovapesa@farm.it  - www.nuovapesa.it 

La Nuova Pesa, centro per l’arte contemporanea
Sala Babele
via del Corso 530

000186 Roma 

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Letizia Battaglia. Storie di strada, Palazzo Reale, Milano, dal 5/12/2019 al 19/01/2020

“Sono imprigionata nel ruolo di fotografa che ha fotografato la guerra civile nella sua terra. La fotografia l'ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora [...]. L'ho vissuta come salvezza e come verità. La fotografia non cambia il mondo, né la mia fotografia, né quella di altri, ma, come un buon libro, può essere una fiammella. Non ho un messaggio, ma una necessità. Non penso al messaggio, quello arriva, forse, dopo. Si tratta di costruire un mondo diverso, di sperare disperatamente. Le parole servono, i libri servono, i film servono. Tutto serve. Anche la fotografia può servire e io ho questo piccolo mezzo.... Mi prendo il mondo ovunque sia.”

Dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020, negli spazi espositivi di Palazzo Reale a Milano, è aperta al pubblico la grande mostra “Letizia Battaglia. Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di una grandissima fotografa. Un ritorno a Milano che “nel 1971 mi ha accolta e dato le opportunità per decidere della mia vita. Avevo 36 anni e qui, non a Palermo, ho cominciato a essere una fotografa”.

Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, la mostra anticipa con la sua apertura il palinsesto I talenti delle donne, promosso e coordinato dall’Assessorato alla Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari - dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze - dedicate alle donne protagoniste nella cultura e nel pensiero creativo.
La prima grande retrospettiva, grande e coinvolgente, con oltre 300 fotografie, molte delle quali inedite, Storie di strada attraversa l’intera vita professionale della splendida fotografa siciliana, instancabile nei suoi 84 anni, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche.
I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull'amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. 
Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.
Come ha avuto modo di ricordare lei stessa: “La fotografia l'ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora [...]. L'ho vissuta come salvezza e come verità. Io sono una persona non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”
Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra: “Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

Letizia Battaglia con Francesca Alfano Miglietti ©Gianni Marussi

Accompagna la mostra un bel catalogo della Marsilio Editori, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Leoluca Orlando, Maria Chiara Di Trapani, Filippo La Mantia, Paolo Ventura.

Letizia Battaglia, Centro Internazionale di Fotografia Palermo © Marilù Balsamo

Letizia Battaglia (Palermo, 1935) è riconosciuta a livello internazionale come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea, non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia. Le sue immagini raccontano con passione militante i sanguinosi anni delle guerre di mafia siciliana: in un bianco e nero denso di contrasti, il suo archivio si compone di foto struggenti nella perfezione della loro composizione, immagini lontane da quel clamore che spesso fa parte della cronaca, silenziose e solenni al tempo stesso.
Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina.
Assessore dei Verdi con la giunta di Leoluca Orlando negli anni della Primavera Siciliana, deputata all'Assemblea Regionale Siciliana, editore delle Edizioni della Battaglia, cofondatrice del centro di documentazione “Giuseppe Impastato”.
È la prima donna europea ad avere ricevuto il Premio Eugene Smith per la fotografia sociale a New York (1985) e The Mother Johnson Achievement for Life a San Francisco (1999). Nel maggio 2009 a New York viene premiata con il “Cornell Capa Infinity Award”.  The New York Times la nomina (unica italiana) tra le 11 donne più rappresentative del 2017. E nel 2017 realizza il suo sogno inaugurando il Centro Internazionale di Fotografia, presso i Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, dove dirige e cura la selezione di mostre e incontri dedicati alla fotografia storica e contemporanea.
È regista, ambientalista, editore delle Edizioni della Battaglia, Fondatrice nel 1991 della rivista "Mezzocielo", bimestrale realizzato da sole donne. Nella lista delle mille donne segnalate per il Nobel per la Pace, è nominata dal “Peace Women Across the Globe”.

"C’è sempre un rapporto emotivo con la realtà che si osserva; spesso sbaglio esposizione, inquadratura: vado avanti lo stesso fino all’immagine giusta, giusta per me; non fotografo quasi mai gli uomini (non mi vengono bene); fotografo le donne, questo sì, anche perché in loro ritrovo me stessa; in ogni caso, in genere fotografo persone; mi avvicino molto con l’obiettivo, uso il grandangolo; detesto fotografare pensando alla rivista che mi pubblicherà le immagini (la copertina, quante pagine…);  ho molto rispetto per i fotografi americani, e per le grandi fotografe (Tina Modotti, per esempio); il mio mestiere è quello di documentare; poi, se ci scappa anche la bella foto… i morti di mafia? L’odore del sangue non mi ha più abbandonato."

Nel corso della sua vita Letizia Battaglia ha raccontato anche i volti dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. ‘Tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’.
I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna.
Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival.
I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte, sull'amore e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica.
Quello che ne risulta è il vero ritratto di Letizia Battaglia, una intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si è interessata di ciò che la circondava e di quello che, lontano da lei, la incuriosiva.
Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

A 27 anni conobbe casualmente il poeta Ezra Pound, questa veloce conoscenza l’avvicinò alla sua poesia che divenne grande fonte di ispirazione per tutta la sua vita. Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando con il giornale palermitano L'Ora. Letizia si trova ad essere l’unica donna tra colleghi maschi. Nel 1970 si trasferisce a Milano dove incomincia a fotografare collaborando con varie testate. Nel 1974 ritorna a Palermo e crea, con Franco Zecchin, l'agenzia "Informazione fotografica", frequentata da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna. Nel 1974 si trova a documentare l'inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto dei delitti di mafia per informare l'opinione pubblica e scuotere le coscienze. Comprende di trovarsi nel mezzo di una guerra civile. Il suo archivio racconta l’egemonia del clan dei Corleonesi. Sono suoi gli scatti all'hotel Zagarella che ritraggono gli esattori mafiosi Salvo insieme a Giulio Andreotti e che furono acquisiti agli atti per il processo.
Il 6 gennaio 1980 è la prima fotoreporter a giungere sul luogo in cui viene assassinato Piersanti Mattarella.

Palermo, 1980. Viale della Libertà, giorno dell’ Epifania, ore 13.00. Il Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, democristiano, è stato appena colpito a morte da killer mafiosi, davanti alla moglie e alla figlia

Nello stesso anno un suo scatto della “Bambina con il pallone“ nel quartiere palermitano della Cala fa il giro del mondo.

Palermo.1980. Quartiere La Cala - La bambina con il pallone

Diviene una fotografa di fama internazionale, ma non è solo "la fotografa della mafia". Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi dei bambini e delle donne (predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città dalle mille contraddizioni. Durante la mostra della fotografa nella piazza di Palermo, dove mette in mostra i suoi scatti sui padroni della Sicilia, nessuno osa avvicinarsi.
Negli anni '80 crea il "laboratorio d'If", dove si formano fotografi e fotoreporter palermitani. Tra essi: la figlia Shobha, Mike Palazzotto e Salvo Fundarotto.
Ha esposto in Italia, nei Paesi dell'Est Europa, Francia (Centre Pompidou, Parigi), Gran Bretagna, America, Brasile, Svizzera, Canada.
Il suo impegno sociale e la sua passione per gli ideali di libertà e giustizia sono descritti nella monografia delle edizioni Motta Passione, giustizia e libertà (lo stesso titolo di una sua mostra).
Dopo l’assassinio del giudice Falcone, il 23 maggio 1992, Letizia Battaglia si allontana dal mondo della fotografia, ormai stanca di avere a che fare con la violenza.
Dal 2000 al 2003 dirige la rivista bimestrale realizzata da donne Mezzocielo, nata da una sua idea nel 1991.
Nonostante le sue radici siciliane, Letizia Battaglia si trasferisce nel 2003 a Parigi, delusa per il cambiamento del clima sociale e per il senso di emarginazione da cui si sentiva circondata, ma nel 2005 è tornata nella sua Palermo.
Letizia Battaglia ha tre figlie avute dal suo primo matrimonio: Cinzia, Shobha e Patrizia Stagnitta.
Nel 2008 appare in un cameo nel film di Wim Wenders Palermo Shooting.

Nel 2017 inaugura a Palermo all'interno dei Cantieri Culturali della Zisa il Centro Internazionale di Fotografia da lei diretto, metà museo, metà scuola di fotografia e galleria.
Nel 2019 inaugura a Venezia presso la Casa dei Tre Oci una grande mostra monografica retrospettiva di tutta la sua carriera.

MOSTRE
2014
'Letizia Battaglia: Breaking The Code of Silence', Open Eye Gallery, Liverpool
Il Fuoco e la Memoria” Drogheria delle Arti, Piazza Margherita, Novoli
2013
Antimafia- Letizia Battaglia”, Musée de l’Arsenal, Metz
Letizia Battaglia”, Galleria Cardi Black Box, Artissima, Torino
Letizia Battaglia - Fotografie 1974 - 1993”, Fucecchio Foto Festival, Fucecchio
"Letizia Battaglia, 1974-2013", Workshop Gallery, Venezia
2012
Rielaborazioni, 204-2012” , Borderline, Palermo
Letizia Battaglia”, Festival della Legalità, Teatro Margherita, Bari
Se la guerra è civile”, L’ Aquila Film Festival, L’ Aquila
Rielaborazioni”, Civica Fototeca, Sesto San Giovanni
Letizia Battaglia-Francesca Woodman”, Galleria Massimo Minini, Brescia
Storie di Mafia” , Villa Mussolini, Riccione “Premio Ilaria Alpi
Dignità e Libertà”, Palazzo Nicotera, Lamezia Terme
Letizia Battaglia”, Green Sound Festival, Parabita, Lecce
Se la guerra è civile”, Centro Giovanile Stoà, Busto Arsizio
Storie di Mafia”, 10b gallery, Roma
2011
PPP "Pier Paolo Pasolini" , Metis-nl Gallery, Amsterdam
Letizia Battaglia”, Banca Etica
"Scatti di mafia", Ferrara
Letizia Battaglia, Untitled (Death By Gun)”, the Istanbul biennial, Istanbul
Letizia Battaglia - Opere siciliane”, Gratteri
Letizia Battaglia”, Galleria Comunale di Taranto
Mafia(s) - Images Singulières”, Sète
Essere segno”, Festival Internazionale Arte Ai Margini FollowMe, Follonica
Letizia Battaglia, 1974-2011”, Palazzo Chiaramonte Steri, Palermo
Letizia Battaglia: immagini di una fotografa antimafia”, Centro Foscolo, Corsico
Letizia Battaglia, Da donna a donna”, Palazzo Giordani, Parma
Fotografie di una militante antimafia" , Spazio Il Campanile, Caravaggio
Mafia - il crimine globale”, Übersee-Museum Bremen, Bremen
Letizia Battaglia, Documentary Photographs from Sicily (1976-1998)”, Maes & Matthys Gallery, Antwerp
2010
Letizia Battaglia-Vintages 1972-1993”, Galleria S.T. , Roma
Forum Nazionale contro la Mafia”, Polo Scienze sociali, Università di Firenze
Letizia Battaglia- Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009”, Gasteig Aspekte Galerie, München Letizia
Se la guerra è civile”, Auditorium del Ce.Dir. di Reggio Calabria, Reggio Calabria
Se la guerra è civile”, LaboratorioZeta, Palermo
2009
"Leben und sterben in Palermo",Die Ausstellung im Design-Center, Hannover
Quando la guerra è civile”, Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università di Pavia
Letizia Battaglia”, KUNSTHAUS Nürnberg, Norimberga
Rabbia&Silenzio”, Metis_NL, Amsterdam
Letizia Battaglia”, Palazzo dei Sette, Orvieto
2008
Due o tre cose che so di lei”, Galleria Nuvole, Palermo
Il corpo nella cronaca” Genova
Attraversare il cuore di tenebra”, Lodi
Festival du Photojournalisme des Tops”, Shenyang, China
Attraversare il cuore di tenebra”, Galleria San Fedele”, Milano;
Galleria Cesare Manzo, Pescara
Museo Willy-Brandt Haus, Berlino
Galleria Cesare Manzo, Roma
2007
Ernst Bloch Centre, Ludwigshafen
Akademie der Kunste, Berlino
"Sicilia en Blanco y Negro", La Cinemateca Uruguaya, Montevideo
"Passione, Giustizia, Libertà", Galleria Libritalia. Lisbona
"Passione, Giustizia, Libertà. Foto dalla Sicilia", Museo Luzzati a Porta Siberia, Genova
2006
"Leidenschaft Gerechtigkeit Freiheit", Marta Herford, Herford.
"Sicilia, Alredator de Mafia", Ollada Festival, A Coruna.
"Siciliana", Galleria Bel Vedere, Milano.
"Sicilia", Museo diffuso della Resistenza, Torino.
"Cronache Siciliane", Convitto Pignatelli, Gela.
"Letizia Battaglia" , Castelnuovo di Garfagnana.
" Siciliana", Galleria sotto l' Arco, Altidona.
"Letizia Battaglia", Festival delle Arti Visive, Ceglie Messapica.
"Passione giustizia libertà" , San Giuseppe al Duomo, Catania .
"La Sicilia e il dolore", Castello Ducale, Corigliano Calabro.
2005
"Letizia Battaglia", Metis nl Gallery, Amsterdam.
"Letizia Battaglia", Sparkasse, Osnabruck.
2004
"Una lucha siciliana", Feria di Barcelona.
"Letizia Battaglia", Sguardi altrove, Festival Internazionale a regia femminile, Spazio Oberdan, Milano.
2003
"Letizia Battaglia", Women European Experiences, Museum of Art, Hasselblad Center, Goteborg.
"Letizia Battaglia", Metis nl Gallery, Amsterdam.
"Sorelle", chiesa di San Francesco, Asciano, Siena.
2001
"Les Rencontres d' Averroés", Ist. Italiano di Cultura, Marseille.
"Letizia Battaglia", School of Visual Arts, New York.
"Passion Justice Freedom", Aperture, Burden Gallery, New York.
"Passion Justice Freedom", Richard F. Brush Gallery, Lawrence University, New York.
2000
"Letizia Battaglia", Xposeptember, Fotofestival, Stockholm.
"Letizia Battaglia", Huis Marseille, Oslo.
"Letizia Battaglia", National Geographic, Washington.
"Passione Giustizia Libertà", Cantieri Culturali della Zisa, Palermo.
"Letizia Battaglia", 23' Festival de Cinèma, Douarnenez.
1999
"Letizia Battaglia", L'imagerie, Lannion.
"Passione Giustizia Libertà", Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes, Napoli.
"Passion Justice, Liberté", Visa pour l' image, Festival International du Photojournalisme, Perpignan.
"Letizia Battaglia", Interphoto, Festival of Professional Photography, Moscow.
1998
"Letizia Battaglia", Festival Photographique du Trégor, Lannion.
1997
"Dare voce al silenzio degli innocenti", Palazzo Congressi, Pisa.
"Femmes chacées", Valdrada associazione culturale, Bari.
1993
"Cronache siciliane", Cinisello Balsamo.
"Letizia Battaglia Fotografie", Libreria Dante, Palermo.
1991
"Donne e Mafia a Palermo", Expo- Ex Giardini Rocca Roveresca, Senigallia.
1990
"Fuori dalla nostra vita", Palazzo Comunale, Prato.
1988
"Letizia Battaglia", Fotofest, Houston.
"Donna di Paradiso", Club Turati, Salerno.
1987
"Letizia Battaglia", Mois de la Photographie, Montréal.
1986
"Letizia Battaglia", Eugene Smith, International Center of Photography, Centre Georges Pompidou, Paris.
"Palermo amore amaro", Associazione della Stampa, Palermo.
"La donna nella terra della mafia", San Donato Milanese.
"Donna di Paradiso", Diaframma Canon, Milano.
"Nella terra della mafia", Diaframma Canon, Seregno.
1985
"Festival de la Photographie", Lausanne.
"Prima di essere donna", Cinema Metropolitan, Palermo.
1983
"Nobili, signori e disgraziati", Galleria San Fedele, Milano.
1980
"Mafia oggi", Camerawork, London.
1977
"Via Pindemonte e dintorni", esposizione sull'Ospedale Psichiatrico di Palermo.

MOSTRE COLLETTIVE
2012
Giovanni Falcone, eroe italiano”, Ambasciata Italiana di Washington Dc, Stati Uniti
Vietato!”, Galleria Bel vedere, Milano
2011
La nuova scuola di fotografia siciliana” , Milano
Il Belpaese dell’Arte. Etiche ed Estetiche della Nazione”, Gamec – Bergamo
La nuova scuola di fotografia siciliana” , Acireale
Clear Light”, Fondazione Cominelli, San Felice del Benaco
2010
Disquieting images”, Triennale di Milano
Exposed, Voyeurism, Surveillance and the Camera”, Tate Modern, Londra
2009
Italics, Arte italiana fra Tradizione e Rivoluzione 1968-2008", Museum of Contemporary,Chicago
E si prese cura di lui. Elogio dell’accoglienza”, Galleria SanFedele, Milano
“'Background Story”, Letizia Battaglia, Enrique Metinides, Arnold Odermatt, Galleria Cardi Black Box, Milano

 

2008
Italics, Arte italiana fra Tradizione e Rivoluzione 1968-2008", Palazzo Grassi, Venezia
2006
"Biennale Internazionale di fotografia", Brescia, collettiva appunti per una storia della fotografia al femminile.
"Closed Eyes", an international Portrait Exibition, Bandts Museet for Fotokunst, Denmark.
2005
"Palermo FotoStori ' 05", mostra omaggio agli studenti dell'Università di Palermo.
"La dolce crisi", Villa Manin, Passariano, Udine.
2003
"Obiettivamente: I Carabinieri e la Sicilia nella fotografia d' autore", Palermo.
1998
"Immaginare la Costituzione", Modena.
"Un ballon dans la photo", Galerie Municipale du Chateau d'eau, Toulouse.
1997
"Sicile, d'une réalité l'autre", Aubenades.
" Fotografas italianes", Casa de cultura Laura Alvim, Rio de Janiero.
1992
"Premiére Photo" , Mois de la photo à la Galerie du Jour.
1991
Centre Culturelle George Pompidou, esposizione dei laureati del premio Smith.
1990
"FotoFest", Houston, Texas.
1989
"Polo Donna: indagine nel sociale, fotografie." Padiglione d'Arte Contemporanea, Ferrara.
1988
"Volto d'autore", Primo Salone del Libro, Torino Esposizioni.
"Donne che bello!", Centro Sociale Posta Vecchia, Genova.
1986
"Chi troppo e chi niente", Galleria il Diaframma Canon, Milano.
1984
"Della Bellezza", San Paolino alle Regole, Roma.
"11 Italian Women Photographers", Photokina, Cologne.

MOSTRE CON FRANCO ZECCHIN
2006

"Dovere di cronaca", Festival della Fotografia di Roma
"Cronache Siciliane", Convitto Pignatelli, Gela.
1993
"Letizia Battaglia e Franco Zecchin", Istituto Italiano di Cultura, Paris.
1992
"Letizia Battaglia e Franco Zecchin", Musèe de l'Elysèe, Lausanne.
1990
"Letizia Battaglia e Franco Zecchin", Toulose.
1989
"Croniques siciliennes", Centre National de la Photographie, Montpellier.
1987
"Croniques siciliennes", Centre National de la Photographie, Palais de Tokyo, Paris.
"Sicily and the Mafia", Intenational Museum of Photography, Rochester, USA.
1986
"The Stage and the Men, Pirandello' s Sicily", Boston.
"Nella terra della Mafia", Galleria Rondìni, Osimo.
1984
"Guzel Turchia", Diaframma Canon, Milano.
"Sicilia in festa", circolo culturale Bertolt Brecht, Milano.
"Disarmonia Prestabilità", Milano. Palermo non milano
1985
"Nella terra della Mafia", Galleria il Diaframma Canon, Milano.
1979
"Mafia oggi". Mostra itinerante. Centro siciliano di documentazione Giuseppe impastato, diretto da Umberto Santino


Sarà possibile partecipare a quattro visite guidate intitolate “Intorno a Letizia”. Le visite, condotte da ospiti speciali, sono state ideate per far conoscere in profondità la persona e l’opera di Letizia Battaglia:

  • Domenica 5 gennaio 2020 h. 11:00
    Vincenzo Argentieri
  • Mercoledì 8 Gennaio 2020 h. 18:00
    Filippo La Mantia
  • Sabato 11 gennaio 2020 h. 11:00
    Antonio Marras e Francesca Alfano Miglietti
  • Domenica 12 gennaio 2020 h. 11:00
    Denis Curti

Fotocontest "Letizia Battaglia. Persone"
Il primo contest ha per oggetto il tema "persone", soggetto centrale di tutta l’opera di Letizia Battaglia, dai racconti di mafia, alle rivolte di piazza, ai ritratti di strada.
Fotocontest "Letizia Battaglia. Progetti"
Questo contest è ispirato dalle riflessioni di Letizia Battaglia sul proprio archivio fotografico e su come alcune fotografie assumano un significato diverso se viste con occhi di oggi.I partecipanti potranno riaprire i propri archivi personali, scegliere una foto, e scattarne una simile che, se messa a confronto con la prima, possa rinnovarne il significato, creando così un piccolo “progetto” fotografico.


Letizia Battaglia. Storie di strada
A cura di: Francesca Alfano Miglietti
Enti Promotori: Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, Civita Tre Venezie

Promossa da: Fondazione di Venezia 
Dal 5/12/2019 al 19/01/2020
Orari
: Lun: 14:30 - 19:30; Mar: 09:30 - 19:30; Mer: 09:30 - 19:30; Gio: 09:30 - 22:30; Ven: 09:30 - 19:30; Sab: 09:30 - 22:30; Dom: 09:30 - 19:30

Biglietti: (audioguida inclusa / prevendita esclusa) Intero € 13
Open € 15; Abbonam. Musei Lombardia € 10; Ridotto € 11; Ridotto speciale € 6; Biglietto Famiglia: 1 o 2 adulti € 10 / ragazzi dai 6 ai 14 anni € 6; Ultimo ingresso un' ora prima della chiusura
Info e prenotazioni: T. 199151121 (attivo dal lunedì al venerdì 9.00-18.00; sabato 9.00 - 12.00); dall’estero: +39 0289096942 - mostre@civita.it
Uffici stampa:

Civita - Ombretta Roverselli -  roverselli@civita.it
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Dopo Caravaggio. Il Seicento Napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito, Prato, dal 14/12/2019 al 13/04/2020

Dopo Caravaggio. il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito, è il titolo della mostra organizzata dal Comune di Prato, in collaborazione con la Fondazione De Vito, a cura di Rita Iacopino, direttrice scientifica del Museo di Palazzo Pretorio, e Nadia Bastogi, direttrice scientifica della Fondazione De Vito, in programma al Museo di Palazzo Pretorio dal 14 dicembre 2019 fino al 13 aprile 2020.
Dipinti “mai visti” della Fondazione De Vito insieme alle tele più suggestive del Seicento del Museo di Palazzo Pretorio danno vita ad un percorso espositivo che vuole raccontare l’impatto determinante della pittura di Caravaggio sugli artisti di scuola napoletana nel XVII secolo attraverso una scelta di opere delle due collezioni.
Il Museo di Palazzo Pretorio di Prato conserva uno dei nuclei più importanti in Toscana, secondo solo alle Gallerie fiorentine, di opere di Seicento napoletano: la ricostruzione delle vicende storiche dei pezzi e dell’interesse del collezionismo pratese per la pittura napoletana si configura in questo contesto come uno dei principali apporti critici della esposizione.
Altrettanto determinante è il contributo alla conoscenza della pittura napoletana del Seicento della Fondazione De Vito, che con la sua collezione, formatasi dagli anni settanta del secolo scorso grazie a Giuseppe De Vito (Portici 1924- Firenze 2015) conoscitore, studioso, collezionista di Seicento napoletano e fondatore del periodico “Ricerche sul ‘600 napoletano”, rappresenta, per qualità e interesse storico, una delle più significative collezioni private di pittura napoletana del Seicento.
L’intento di questa mostra è dunque quello di valorizzare le opere del Museo di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito, le cui raccolte, pur formatesi con modalità e in tempi diversi, documentano l’interesse per il naturalismo della pittura napoletana del Seicento. Storie di collezionismo antico e moderno che permettono di ripercorrere alcune tappe dello sviluppo successivo alla presenza a Napoli del Caravaggio, attraverso le tele di pittori tra i più significativi di questa stagione artistica, da Battistello a Nicola Malinconico.


Museo di Palazzo Pretorio: il nucleo delle Opere del Seicento

Al Museo di Palazzo Pretorio di Prato è conservato uno dei nuclei più importanti in Toscana di opere di Seicento napoletano.
A testimoniare la profonda influenza di Caravaggio sulla pittura del Seicento, il Noli me tangere capolavoro del maestro napoletano Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, e la grande tela di Mattia Preti con il Ripudio di Agar. Completa il nucleo delle opere pratesi in mostra, il Buon samaritano di Nicola Malinconico.
Tali opere, oltre a rappresentare esempi di un collezionismo già in antico attento agli esiti più aggiornati della pittura del Seicento, tracciano una sequenza cronologica che va dagli inizi del naturalismo, determinato dalla presenza a Napoli del Merisi tra il 1606 e il 1607 e poi tra il 1609 e il 1610, agli ultimi esiti della pittura della fine del secolo sulla scia di Luca Giordano.
La ricostruzione delle vicende storiche, e dell’interesse del collezionismo pratese per la pittura napoletana, rappresenta uno dei principali contributi critici alla mostra.
 
Fondazione De Vito: la Collezione
Particolarmente intrigante appare la profonda congruenza degli esempi pratesi con le opere degli stessi artisti o del medesimo ambito presenti nella collezione della Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’Arte Moderna a Napoli, che ha sede sulle colline intorno a Firenze, nella villa di Olmo (Vaglia). Formatasi dagli anni settanta del secolo scorso grazie a Giuseppe De Vito, la raccolta, di grande valore artistico e storico, siconfigura come una delle più significative collezioni private di pittura napoletana del Seicento, lasciata in eredità alla Fondazione da lui costituita nel 2011 con l’intento di favorire gli studi sulla storia dell’arte moderna a Napoli.
In essa figurano dipinti significativi - alcuni dei quali veri e propri capolavori - di autori quali Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, Jusepe de Ribera, il Maestro dell'Annuncio ai pastori, Giovanni Ricca, Francesco Fracanzano, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro, Antonio De Bellis, Giovanni Battista Spinelli, Paolo Finoglio, Pacecco De Rosa, Carlo Coppola, Domenico Gargiulo, Nunzio Rossi, Luca Giordano, Mattia Preti, insieme a quelli degli specialisti nei generi della battaglia come Aniello Falcone e Andrea De Lione, e della natura morta quali Luca Forte, Giuseppe e Giovanni Battista Recco, Giuseppe e Giovanni Battista Ruoppolo, Paolo Porpora. Caratteristica peculiare della collezione è l'alta qualità delle opere, rappresentative del filone del naturalismo napoletano del Seicento di origine caravaggesca. Solo alcuni di questi dipinti sono stati presentati in passato in mostre importanti a cui De Vito stesso aveva collaborato, quali quella del 1982 Paintings in Naples 1606-1705 from Caravaggio to Luca Giordano, nelle sedi di Londra, Washington, Parigi, Torino e quella del 1984-85 Civiltà del Seicento a Napoli, nel Museo di Capodimonte, mentre la collezione nei suoi nuclei principali non è mai stata esposta al pubblico.

Il Percorso della Mostra

Il percorso dell’esposizione si articola intorno ai dipinti di Palazzo Pretorio in dialogo con quelli della collezione De Vito, secondo una sequenza cronologica che consente, tuttavia, anche l’indicazione di legami e corrispondenze tematici.
L’incipit è rappresentato dalla famosa tela di Palazzo Pretorio con il Noli me tangere, originale interpretazione dell’incontro fra Cristo e la Maddalena, riconosciuto capolavoro di Battistello Caracciolo, artista che fu in diretto rapporto col Merisi a Napoli e che per primo ne veicolò con una personale interpretazione il potente naturalismo luministico nell’ambiente partenopeo, influenzando i pittori contemporanei e della generazione successiva; egli vanta anche un soggiorno a Firenze nel 1618, testimoniatoci dalle sue tele nelle collezioni medicee: a questo periodo o a quello immediatamente successivo gran parte della critica ascrive il Noli me tangere del museo pratese. Ad esso fa riscontro il San Giovannino dello stesso Battistello in Collezione De Vito, presentato in Mostra per la prima volta dopo il restauro che ne ha restituito l’originaria cromia; l’artista  interpreta un tema caro al Merisi con un intenso naturalismo di carni e di luci, percorso da una vena di accattivante vivacità fanciullesca. Si accosta ai due dipinti la tela della collezione De Vito, in rapporto stilistico e tematico con essi: il San Giovanni Battista con l’agnello di Massimo Stanzione, firmato, databile agli inizi degli anni trenta, tra i più significativi esempi della fase giovanile dell’artista, che interpreta un soggetto caravaggesco con un linguaggio ancora aderente a uno spiccato naturalismo ma già attento ad analoghe elaborazioni di Guido Reni. Verso la metà degli anni trenta è databile anche il Matrimonio mistico di Santa Caterina, di Paolo Finoglio, opera rappresentativa di un pittore di formazione tardo manierista convertitosi al naturalismo e influenzato dal Caracciolo, caratterizzata da una materia pittorica sontuosa e un uso brillante del colore, in cui è implicita un’affinità compositiva con il Noli me tangere di Battistello nel taglio ravvicinato e obliquo delle mezze figure e nell’intenso gioco della luce, che ne accentuano i legami emotivi.
Il secondo nucleo di dipinti si articola intorno a Jusepe de Ribera, l’artista spagnolo attivo a Napoli dalla metà del secondo decennio, che fu senz’altro la figura determinante per lo sviluppo del filone più integrale del naturalistico caravaggesco in ambito partenopeo; a capo di una bottega a cui fecero riferimento numerosi artisti e collaboratori, egli fu interprete di alcuni temi che avranno particolare fortuna, come quelli delle serie con mezze figure di santi e di filosofi, o allegoriche dei cinque sensi, svolte con una spiccata vena realistica. Del Ribera si espone il dipinto di Collezione De Vito raffigurante Sant’Antonio abate, a mezzo busto, opera poco nota e fra le più importanti della collezione; sicuro autografo del maestro grazie alla firma e alla data 1638 presenti sulla tela, essa mostra il suo icastico naturalismo espressivo nell’efficace descrizione del volto senile, ma già ne rivela anche la svolta degli anni trenta verso un maggior pittoricismo.
Le raccolte di Palazzo Pretorio conservano un’importante testimonianza dell’interesse collezionistico per Ribera: un dipinto seicentesco con Giacobbe e il gregge di Labano, che replica, anche nelle dimensioni, la famosa tela dipinta dallo spagnolo per l’Escorial di Madrid; giuntoci in pessimo stato di conservazione esso è attualmente oggetto di un complesso restauro da parte dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, i cui esiti renderanno possibile una corretta lettura dell’opera e della sua autografia, da individuare, presumibilmente, se non nel maestro, in un collaboratore del suo stretto ambito. In un apposito spazio all’interno dell’esposizione e nel catalogo si darà conto con schede scientifiche e strumenti di riproduzione digitale a cura dell’Opificio, delle metodologie di restauro e dei risultati parziali raggiunti a quella data.
Accanto a Ribera si evidenzia la significativa presenza di tre tele di collezione De Vito del cosiddetto Maestro dell’Annuncio ai pastori, un artista di grande qualità allievo dello spagnolo e interprete della linea più pauperistica del suo naturalismo, oggetto di importanti studi di De Vito, che ne aveva proposto l’identificazione con Juan Dò. Si tratta del Vecchio con Cartiglio, che reca un’iscrizione di insegnamento morale, dell’Uomo con specchio, probabilmente identificabile con un filosofo socratico o con una allegoria della vista, e della figura del Giovane che odora una rosa, anch’essa probabile allegoria dell’olfatto; tutti dipinti databili agli anni Quaranta e caratterizzati da una pittura di toni bruni su fondo scuro, che restituisce figure di realistica intensità espressiva, cariche, tuttavia, di ulteriori sottili significati, fra le più affascinanti della raccolta. Sempre dalla Collezione De Vito, si espone la tela con un Profeta di Francesco Fracanzano, appartenente alla fase giovanile del pittore, intorno al 1640, dove è evidente nella gigantesca figura velocemente definita dalla pittura, l’influenza del naturalismo di artisti come Ribera e il Maestro dell’Annuncio ai pastori.
I dipinti di Battistello e Finoglio ci introducono a un gruppo di opere che si caratterizza per i soggetti con protagoniste femminili, dalle differenti personalità e ruoli. Donne legate a episodi testamentari, come appunto, la Maddalena del Noli me tangere, quali la Samaritana al pozzo o le figlie di Loth che seducono il padre, impegnate in narrazioni dialogiche di sapore teatrale, sia Sante Martiri come Caterina, Lucia, Agata, soggetti fra i più ricorrenti nella pittura napoletana del Seicento, qui interpretate con lirica partecipazione emotiva. Tale gruppo di dipinti della collezione De Vito ci permette anche di ripercorrere le tendenze degli anni quaranta e cinquanta del secolo, nei quali artisti di formazione naturalistica recepirono diverse influenze, dal classicismo romano-bolognese, all’adesione alla svolta pittorica degli anni trenta con l’apertura alla corrente neoveneta e l’impreziosimento della luce e del colore, all’influenza di Artemisia Gentileschi e delle opere di Rubens e van Dyck. Esempio superlativo è la tela di Collezione De Vito con la Santa Lucia di Bernardo Cavallino, maestro di grazia, dove al naturalismo dei particolari si uniscono i raffinati accostamenti cromatici e le preziose iridescenze del colore, in forme di sensuale eleganza. Gli fanno eco artisti sensibili alla sua influenza: Andrea Vaccaro, con la Sant’Agata, emergente dallo sfondo scuro che ne evidenzia il biancore delle carni martoriate, avvolte nel blu straordinariamente intenso del manto; Antonio De Bellis, presente con il suo capolavoro, la grande tela con Cristo e la Samaritana, che ripropone con originalità il tema dell’incontro della donna con Gesù, caratterizzandolo per il serrato dialogo gestuale, l’eleganza delle figure e l’attenzione naturalistica a particolari dell’ambiente come la brocca di rame e il pozzo istoriato.
Chiude la sequenza la tela con Loth e le figlie, collocabile nella fase più tarda di Francesco Fracanzano, nei primi anni Cinquanta, nella quale si può notare il costume della figlia che richiama le figure femminili ammaliatrici della maga e della zingara; vi si manifesta, inoltre, l’evoluzione stilistica dell’artista dal naturalismo verso un maggior classicismo nelle forme e una tavolozza più ricca e schiarita.
Il successivo gruppo di quattro dipinti si incentra sulla figura di Mattia Preti, l’artista di origini calabresi, documentato a Napoli dal 1653. Egli fu protagonista della scena artistica partenopea di metà secolo, insieme al giovane Luca Giordano, contribuendo in maniera determinante a traghettare il naturalismo verso un linguaggio pienamente barocco di grande espressività pittorica. Preti è presente nelle collezioni di Palazzo Pretorio con la grande tela raffigurante il Ripudio di Agar, nel quale è di nuovo protagonista una figura femminile. Pur se giunta in non ottimali condizioni di conservazione, l’opera è di grande qualità nella vivida macchiatura di luce e ombra, tipica dell’artista, nei rimandi cromatici e nella vivace sceneggiatura dell’episodio biblico, caro all’artista che lo rappresentò in diverse varianti.
Dialoga con essa uno dei quadri più ammirati dell’artista, risalente agli anni dei suoi esordi napoletani, verso il 1656: la grande tela con Scena di carità con tre fanciulli  della Collezione De Vito, il cui soggetto non ha confronti nella produzione contemporanea; nel taglio ravvicinato dei tre giovani mendicanti l’artista sembra voler conferire monumentalità e sacralità a una tranche de vie perfettamente calata nell’ambiente napoletano, dando vita a un dipinto di straordinario impatto emotivo e di profonde valenze religiose. Accompagna le due grandi tele il bozzetto di Preti per il San Marco Evangelista affrescato nella cupola di San Biagio a Modena nel 1651-52, che ci mostra l’impiego di questa tecnica nelle fasi ideative di un importante ciclo; essa è un bell’esempio del suo efficace uso dello scorcio trasversale e dello sviluppo dinamico di una singola figura in un vigoroso linguaggio pittorico.
L’evoluzione di Preti verso una pittura di lucida evidenza ma dai toni cromatici più chiari e raddolcita nelle ombre, tipica della sua fase più matura e in linea con gli sviluppi degli ultimi decenni del secolo, è esemplificata da un capo d’opera del periodo in cui l’artista si trasferì a Malta: la Deposizione dalla croce ora in Collezione De Vito. Il taglio fortemente ravvicinato che impagina in modo originale la scena, lo scorcio obliquo con cui si rovescia verso lo spazio dello spettatore il corpo di Cristo, ancora sospeso fra l’inchiodatura alla croce e la cura degli astanti, ci mostrano la capacità del linguaggio pienamente barocco di Preti di coinvolgere lo spettatore.
L’opera ci accompagna nella seconda metà del secolo, dominata dal genio di Luca Giordano, multiforme protagonista del barocco napoletano. Dei suoi seguaci fa parte Nicola Malinconico, del quale Palazzo Pretorio conserva una delle maggiori opere, suggestiva anche nel suo legame con le attività di misericordia e di cura: il Buon Samaritano, appartenente alla sua fase tarda. Se alla formazione giordanesca sono da riferire senz’altro la brillante cromia e la morbidezza e libertà della pennellata, nella composizione egli rielabora entrambe le interpretazioni che dello stesso soggetto avevano dato Ribera e il maestro.
Con quest’ultimo artista si arriva alle soglie del Settecento, in un clima artistico ormai mutato ma nel quale artisti napoletani come Francesco Solimena continueranno ad avere un ruolo di primo piano nelle corti europee.


Dopo Caravaggio. il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito
Curatori
: Nadia Bistogi, Rita Iacopino
Dal
14/12/2019 al 13/04/2020

Enti promotoriComune di Prato Museo di Palazzo Pretorio, in collaborazione con Fondazione De Vito
Orari: aperto tutti i giorni (escluso martedì non festivo) dalle 10:30 alle 18:30
Biglietto: intero € 10, ridotto € 8 (riduzioni e gratuità sul sito Museo Palazzo Pretorio)
Dal 21 dicembre al 6 gennaio biglietto unico a € 15  per visitare le mostre del Museo di Palazzo Pretorio e del Museo del Tessuto. Ingresso ridotto 8 € per i visitatori che raggiungono Prato in treno, esibendo il biglietto alla cassa del Museo.

Informazioni: T. +39 0574 24112 - museo.palazzopretorio@comune.prato.it - http://www.palazzopretorio.it
Ufficio stampa: Studio Maddalena Torricelli - T. +39 02.76280433 - M. 3316215048 - studio@maddalenatorricelli.com

Museo di Palazzo Pretorio
piazza del Comune

Prato

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