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Archivi categoria : Mostre Milano

Claudio Pantana: Creazioni di luce e Live Painting, Persefone Bar Restaurant, Milano, dal 29/01/2020 al 6/02/2020

Live Painting Mercoledì 29 gennaio 2020 dalle ore 18:30 alle 23:00.

"Mi sono laureato nel 1983 e da allora ho avuto innumerevoli esperienze professionali nel campo dell'urbanistica, dell'architettura, del restauro e dell'arredamento. La mia passione per l'arte e il design mi porta a partecipare continuamente a mostre di arte contemporanea."
Claudio Pantana


Claudio Pantana ama le contaminazioni di materiali e di spazi e questa mostra con performance aperta al pubblico presente e agli artisti invitati ne è la conferma.

Claudio Pantana è nato a Macerata nel 1957,  architetto, si occupa dalla metà degli anni 80 di progettazione architettonica, realizzazione di interni ed arredi, arte e design.  Già fondatore dello Studio Pantana e cofondatore del gruppo Materiali Immagini  curatore artistico spazio per l’arte contemporanea, ora responsabile del progetto “CLAUDIO PANTANA ARCHITETTO  ITALIA - l’estetica dell’uso”.  
È attivo nel dibattito artistico contemporaneo con produzioni pittoriche, scultoree, istallazioni, progetti di art-design. Partecipa a mostre ed eventi nazionali ed internazionali di arte contemporanea e design. L'ultima a dicembre alla mostra  Ex voto – Per arte ricevuta, curata e ideata da Angelo Crespi, con il supporto di Alessandra Redaelli, al Museo Marino Marini di Firenze.


Le opere "Creazioni di luce"  sono in mostra dal 29 gennaio al 6 febbraio 2020.

Design, arte, artigianato, materia, collage, pitture, trattamenti, macchie, scolature, recupero, riuso, risorse naturali, consapevolezza, la casa, l’oggetto, l’arredo, il corpo luminoso, vista-tatto, modulare, riutilizzabile, adattabile, multifunzionale, flessibile.

Claudio Pantana: Creazioni di luce
Dal
29/01/2020 al 6/02/2020
Informazioni: M. +39 329 0723842 - robi19877@gmail.com - www.architettopantana.itstudiopantana@mercurio.it

Persefone Bar Restaurant
Viale Jenner 49
20159 Milano

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Luigi Gattinara: Una vita in posa, Milano Art Gallery, Milano, dal 26/01 al 13/02/2020

Inaugurazione: domenica 26 gennaio, alle ore 18.00

 

«Un’immagine nasce prima di tutto nella mente, prende forma nell’immaginario, tutto molto prima dello scatto vero e proprio. Esattamente come fa un pittore che, anche quando ritrae la realtà, che è lì davanti ai suoi occhi, la trasforma comunque, perché è un processo che passa attraverso l’intuizione, il cuore e l’anima.»
Luigi Gattinara

Dal 26 gennaio al 13 febbraio 2020 la Milano Art Gallery, Via Andrea Maria Ampére  102, ospita la mostra fotografica di Luigi Gattinara dal titolo Una vita in posa. Si inaugura domenica 26 gennaio alle ore 18.00, con la presentazione del curatore di mostre e grandi eventi Salvo Nugnes, direttore delle Milano Art Gallery.
Diciotto scatti del "pittore della luce" ci raccontano la sua visione caravaggesca della vita.
Una personale che doveva ripercorre le tappe fondamentali della vita fotografica di Luigi Gattinara è diventata ora, per la sua prematura scomparsa, una testimonianza ed un omaggio.
Purtroppo ancora un grande amico ci ha lasciato.
Luigi era sempre disponibile, attento e generoso. Una spinta sempre verso la positività, anche quando le cose di cui gli parlavi non andavano per il verso giusto. Un grande pittore della luce. Raffinato ed elegante. Una persona di cultura con cui era sempre piacevole parlare e individuare nuovi orizzonti.  Ma con lui era bello anche scherzare, oltre a parlare di mostre e d'arte. Con lui e la sua inseparabile moglie Daniela, che amava immensamente, ci si trovava sempre in piacevole armonia. Amante della vita e della bellezza e anche, più frivolmente, della buona e raffinata cucina e del suo immancabile sigaro toscano.
Aperto verso i giovani e anche per questo era nata la Triennale di Fotografia Italiana, che ha dato voce a fotografi di tutto il paese, dando loro la possibilità di essere conosciuti ed apprezzati, senza le maglie di un mondo espositivo spesso raggelato e raggelante. Ci eravamo sentiti lungamente l'altro giorno e avevamo parlato della mostra che si sarebbe inaugurata domenica prossima. Era tutto pronto...
Ora la luce è tutta per te.

Gianni Marussi

"La vita è strana: sa sempre come sorprenderti. Soprattutto se penso che fino a qualche giorno fa mi trovavo nel laboratorio del Maestro Luigi Gattinara. Ci siamo rimasti per diverse ore, io e lui. È stato un lavoro certosino che si è protratto per quasi quattro ore ‒ il Maestro d’altronde era un perfezionista ‒ per delineare al meglio il suo percorso artistico, la sua carriera. La mostra antologica che oggi ci troviamo a inaugurare, Una vita in posa, doveva, nelle sue intenzioni, e deve, nelle nostre, illustrare come si è evoluta la sua creatività nel corso del tempo, in anni e anni di studio attento. Perciò questa rassegna è volutamente divisa in sezioni per aiutarci a riviverne gli sviluppi e l’ingegnosità. Le fotografie che adesso vediamo vibrano di luce, pulsano dell’attesa di essere riscoperte. Un po’ ci parlano con dolcezza del mistero che tutti ci portiamo appresso con unicità, quello della vita, con i suoi meravigliosi chiaroscuri. Ci parlano di lui.
Luigi Gattinara era un caro amico, un brav’uomo e un grande artista. Le immagini qui esposte sono la palese dimostrazione del suo spirito, di ciò che andava cercando. La sua attenzione era volta a un bene supremo, immateriale e difficile da ottenere, quello della bellezza. Proprio l’eleganza e la cura del dettaglio, la morbidezza con cui si scivola sulle forme di questi soggetti ci svelano la sua personalità. Luigi Gattinara aveva un animo gentile e allo stesso tempo rigoroso, capace di portare con disinvoltura quel qualcosa di speciale ovunque andasse.
Con i suoi scatti artistici è possibile ripercorrerne la storia e la vita. Si ha la sensazione tangibile che, come queste fotografie sono destinate a restare con noi nel tempo, anche lui lo sia. Queste immagini sono un dono che ci ha fatto. Siamo dei privilegiati perché ne possiamo godere, possiamo ammirare il mondo come lui lo figurava attraverso i suoi occhi. Sappiamo che lì possiamo ritrovare tanto la sua essenza quanto la nostra.
Perché, se siamo fatti di qualcosa, questo qualcosa sono le emozioni. E l’universo che ci teniamo dentro a volte è possibile sfiorarlo delicatamente attraverso uno sguardo. Luigi Gattinara lo sapeva bene e ci insegna tuttora come guardare, come vedere. Ci mostra con che occhi rivolgerci a noi stessi, parlandoci con un linguaggio che gli riusciva splendidamente, quello della fotografia.
Una vita in posa è il suo ultimo progetto, un riassunto del suo operato. Ci teneva in particolar modo alla riuscita della sua personale. Assieme ai suoi famigliari abbiamo scelto di salutarlo dove meglio possiamo ora trovarlo: qui, tra noi, in mezzo alla sorpresa che ancora dobbiamo gestire, in mezzo all’arte e alla bellezza, in mezzo ai nostri ricordi e alle nostre tumultuose e delicate emozioni."

Salvo Nugnes

La rassegna rimarrà aperta al pubblico fino al 13 febbraio, visitabile tutti i giorni liberamente dalle 14.30 alle 19, ad eccezione della domenica.
Per maggiori informazioni è possibile chiamare lo 0424 5252190, scrivere a info@milanoartgallery.it oppure visitare il sito www.milanoartgallery.it.

“La lettura delle straordinarie Nature morte di Luigi Gattinara può utilmente incominciare da quella che appare spunto e insieme simbolo di tutta l’operazione: la parafrasi della Caravagensis fiscella cui egli ha apposto il titolo-chiave “Per gioco”.
Il gioco è duplice: è il divertimento suo, creativo, di ricomporre un canestro di frutta il più possibile vicino a quello raffigurato dal Caravaggio, quindi di fotografarlo da un punto di vista e con un taglio di luce che riproducano al massimo le condizioni in cui operò il pittore; ed è il divertimento di sottoporre la fotografia al nostro sguardo e lasciarci per un momento (anche un lungo momento) spiazzati, nell’incertezza su “che cosa” Gattinara abbia fotografato (quel quadro? un quadro? dal vero?).
La seconda parte del gioco è, ovviamente, la meno importante; l’operazione non vuole essere un tranello ne un trompe l’oeil, se non nel senso nobile assunto con il tempo dell’espressione. Gioco non significa scherzo: è anzi, e qui a pieno titolo, termine collaudato da una lunga consuetudine teorica per indicare l’aspetto libero e liberatorio dell’attività artistica, la sua qualità gratificante.
Così il gioco di Gattinara si è esteso ad altre nature morte, iconograficamente e stilisticamente inseribili nella vasta produzione di genere tra il Sei e il Settecento. Ma egli non rifà specifici modelli, bensì lavora “à la manière de”, senza peritarsi in qualche caso di lasciare evidenti materiali ed oggetti che tradiscono l’attualità delle composizioni.
Lavora in una prima fase come un trovarobe, poi come uno scenografo ed infine ritrae quello che ha organizzato, seguendo in tutte le fasi di lavoro una sua inclinazione di gusto, che specialmente restituisce atmosfere alla Zurbaràn (La zucca, Il cavalletto), talvolta indugia su un descrittivismo più minuto e meno astratto, come delle scuole fiammingo-olandesi, ripropone una sontuosità alla Strozzi (Natura morta con piume) e arriva anche a imitare certe composizioni dell’Ottocento, da romanticismo inglese (Libro con ape, I fiori), più sensuali, a loro volta rivisitazioni dello “still life” seicentesco, o a sedurci del tutto, e inquietarci, con l’esibizione inedita di biscotti che paiono fossili non perché d’apparenza stantia, ma al contrario mineralizzati dal silenzio nella loro impeccabilità (vita silenziosa, appunto, o silenziosa luce). E infine, con un’altra impennata, inventa una metafisica contrapposizione in grigio fra la palpabilità della stoffa spiegazzata e la lucente intangibile forbitezza del vetro (I vetri).
La campionatura è ampia, ma tutt’altro che eterogenea, legata a una ben chiara volontà stilistica. L’idea dello stile parte, ancora, dalla suggestione caravaggesca che costituisce primo avvio dell’operazione; quel Caravaggio che, mentre dichiarava essere compito prima dell’artista il “dipingere bene le cose naturali”, operava poi in condizione di totale artificio, predisponendo in accurate combinazioni i soggetti da rappresentare, collocandoli su sfondi bene studiati, tagliando su di essi la luce opportunamente condotta. L’artificio garantiva la sublimazione totale di soggetti, li consegnava a un significato “altro”.
Gattinara usa qui la fotografia come il mezzo che più ci consente la smaterializzazione delle presenze raffigurate: divenute a maggior ragione astratta bellezza attraverso un procedimento dove l’aspetto materico non è che una pellicola, o velo, o foglio.
Siamo in una situazione opposta a quella che ha caratterizzato la formula iperrealista. epigono del pop-art: quando la pittura, mimando l’immagine fotografica, e quella al massimo standardizzata, dichiarava per ciò stesso l’impossibilità ormai intervenuta di un approccio reale con le cose. Siamo anche, ovviamente, fuori degli aspetti materici della pittura, del suo corpo a corpo con il colore, con cui Gattinara non intende gareggiare.
Unendo una vibrante sensibilità visiva a una ricca e puntigliosa cultura storica, il gusto rievocativo a un estetismo di assoluta godibilità, Gattinara propone immagini allo stato puro: la bellezza del vedere, la bellezza che assumono le cose nell’essere viste. Non sono oggetti reali rappresentati, sono oggetti divenuti immagine (puro spirito, stavo per dire)."

Rossana Bossaglia, storico e critico d’Arte 

Un artista che dipinge con una macchina fotografica
"Luigi Gattinara ha fatto della “natura morta” una forma d’arte riscoprendola attraverso la lente di una macchina fotografica. La sua abilità fotografica ricrea come per incanto la sospesa e sognante atmosfera che, troviamo nella “nature morte” dei grandi maestri (dal Medioevo ai pittori olandesi del 17 ° secolo, Caravaggio e così via).
Guardando gli oggetti inanimati delle sue composizioni, l’intero spettro del genere, provoca un effetto di curvatura spazio/tempo che sposta idealmente l’osservatore in un’altra dimensione e, apparentemente, congela il tempo rendendo le sue opere contemporanee.
Il realismo ottico subisce una trasformazione sottile, modificato dalla luce e dalle sfumature di colore che, diventano una fonte di fascino rendendo difficile il distinguere l’immagine fotografica da quella pittorica.
Gattinara gioca sulla nettezza dei contrasti chiaroscurali e con una forzata selezione di quelli cromatici. Sullo spaesamento delle dimensioni dell’oggetto: con l’intervento di una limitata, a volte solo accennata, presenza di arredo interpreta e significa l’oggetto che ha sotto osservazione. Proprio quello dello sguardo che attraverso l’obiettivo esplora l’ingombro dell’oggetto, ne trova quindi un orientamento sul piano, sceglie un punto di vista ed una grandezza relativa all’inquadratura scelta, alla ricerca di fisionomie nascoste, particolari che una affrettata lettura non può che escludere.
Viene spontaneo, una volta osservato il “ritratto” fotografico, cercarne l’originale ed operare un confronto, cogliere quanto è intervenuto nel passaggio dalla esperienza diretta del volume alla sua conoscenza mediata dallo strumento fotografico, ma credo che la cosa più interessante sia quella non tanto di un raffronto diretto quanto invece di giocare con l’immagine che la memoria ha conservato."

Alberto Veca, Storico e critico d’Arte 

Immagini del quotidiano
"Nel lavoro di Luigi Gattinara vi è un sapiente esercizio fra “memoria dell’antico” e sensibilità per l’attuale, un equilibrio difficile perché è comune cadere, in esercitazioni che si riferiscono a un immaginario passato - nella fattispecie quello seicentesco della natura morta europea - nella citazione puntuale, anacronistica, fra omaggio e nostalgia di un mondo in cui le cose, animate o inanimate, artificiali o naturali, erano “amiche”. 
Nell’occasione “antico” e “nuovo” coesistono felicemente.

Il debito rispetto a quel mondo, dove all’oggetto rappresentato venivano attribuiti, traslati, quei sensi dell’uomo che si andavano indagando anche a livello scientifico, è evidente e volutamente: la ridotta “galleria” può citare “luoghi canonici” del genere pittorico, come “angoli di cucina” o “angoli di studio” romani, spagnoli o dei Paesi bassi, ciascuno può leggere il singolo esito con gli occhi della mente alla ricerca di prototipi o di soluzioni plastiche e luministiche analoghe.
È un esercizio interessante ma non definitivo perché l’occhio di oggi scopre nel soggetto comune, figure, quindi sensazioni e suggestioni altrimenti non considerate per più appariscenti presenze e ingombri. A volte è sufficiente un frammento del tutto perchè la mente possa completare l’immagine data e poi trovare una collocazione, ieri facile e oggi difficile per la dissonanza con ciò che circonda.
Voglio dire che il “silenzio” della natura morta di oggi è in qualche modo “strappato” alla confusione che ci circonda, l’armonioso rapporto fra fondo e figura, dove spesso il primo è ciò che determina la fisionomia dell’intera composizione, è affine ma ben diverso da quello di un tempo perché “controcanto”, in controtendenza rispetto al “rumore” e al disturbo del nostro consumo comunicativo.
Il teatro di posa di Gattinara “assomiglia” al tavolo di studio dove il pittore collocava i propri oggetti per poi riprodurli sulla tela, ma l’analogia è di breve durata perchè il piano o l’alzato dell’oggetto disposto non conosce ulteriori mediazioni per tradursi nell’opera se non quello dello scatto fotografico. 
Sempre e comunque il “qui e ora”, che è il sigillo dello strumento adottato perchè le opere di Gattinara sono prima di tutto fotografie: la scelta dell’artista di adottare tecniche di stampa che permettono la scelta di qualsivoglia supporto è un ulteriore omaggio alla strumentazione dell’oggi e l’esaltazione di uno strumento che invece ha una sua storia, sia pure recente, ma certamente consolidata nella nostra frequentazione dell’immagine.
"

Alberto Veca, Storico e critico d’Arte (per Mostra “Immagini del quotidiano”, Como)

 

"Nulla è lasciato al caso nelle opere di Gattinara e ogni singolo elemento è caratterizzato da un preciso valore simbolico e quindi indispensabile per l’insieme che diverrà racconto. Tutto è pulito, essenziale, moderno, per nulla carico e con un amore per il dettaglio che non diventa mai didascalico. Si ha l’impressione che la luce che emanano questi “quadri” sia sufficiente a farli muovere, quasi volessero produrre i suoni che le cucine emettono al passaggio delle vivande."

Giorgio Gregorio Grasso
, critico e storico dell’arte

 

Una chiacchierata con Luigi Gattinara

Giulia Cassini: Lei è romano di nascita ed ha iniziato giovanissimo a fotografare object trouvé sul Lungotevere. Perché era così attratto dalla fotografia?
Luigi Gattinara: La mia passione per la fotografia nasce durante gli anni del Liceo Artistico. L’immediatezza di fissare un’emozione su un ‘supporto’ quasi fosse un foglio da disegno o una tela mi affascinava; era come osservare la realtà attraverso occhi diversi
Giulia Cassini: Come si rimane fedeli a se stessi artisticamente?
Luigi Gattinara: Penso che ‘l’amore’ e la passione per il proprio lavoro siano tra i tanti modi per rimanere il più possibile fedeli a se stessi, sia nella quotidianità professionale -che per me è rappresentata dalla realizzazioni di immagini per l’advertising- sia in quello più personale in cui ritrovo il mio ‘percorso artistico’. Ma alla base di tutto ciò, in entrambi i casi, l’esigenza primaria è la raffigurazione di un pensiero personale e con esso l’emozione che ne scaturisce.
Giulia Cassini: Lei è stato diversi anni a Caracas..Cosa rimane di questa esperienza di vita nella sua ricerca artistica: la poesia unica di questa terra, i parossismi delle diseguaglianze, l’esplosione dei colori?
Luigi Gattinara: Lasciai il mio studio di Roma nel 1977 trasferendomi a Caracas, lì aprii il mio nuovo studio e vi rimasi per parecchi anni, otto per l’esattezza. In quel Paese dove la vita era totalmente diversa da quella frenetica di Roma, presi subito consapevolezza che aleggiasse nella vita di tutti i giorni, nei movimenti, nelle conversazioni, una forma differente di tempo, quasi fosse dilatato, esteso, ed è stato proprio in questo non rincorrerlo che ho trovato lo spazio per cominciare il percorso sulle mie ‘nature morte’. Quella terra, con le sue luci e i suoi colori, violenti e morbidi al tempo stesso, possedeva una sorta di magica alchimia: i suoi incredibili spazi riuscivano a penetrare l’anima e mi permettevano di vestire le mie emozioni in un abbraccio nuovo e sicuramente insolito. Riuscivo a fotografare senza usare la macchina fotografica, perché le sensazioni erano tali e talmente intense che le migliaia di fotografie virtuali diventarono un incredibile archivio mnemonico impresso nella memoria e ancora oggi nei miei ricordi.
Giulia Cassini: Le sue foto famosissime di moda e di still-life quale denominatore hanno in comune?
Luigi Gattinara: Penso che sia sempre la luce l’elemento fondamentale che dà forza all’immagine, in grado di creare il pathos necessario a chi la guarda.

Giulia Cassini

Luigi Castelli Gattinara di Zubiena, era nato a Roma il 13/01/1952 e la macchina fotografica gli consentiva di dipingere con la luce da oltre quarant’anni.
Sin da ragazzo, studente del liceo artistico, ha passato i momenti liberi, fotografando orologi ed oggetti di casa, collocandoli lungo le passeggiate del Lungotevere. 
Le persone non lo interessano: “Hanno una vita, una storia e mi sembra quasi indiscreto fissarle con l’obiettivo. Le cose invece sono interlocutori muti e non condizionano”.
Iniziò così il viaggio che diventa passione e professione, arte e mestiere.
Assieme agli scatti “quotidiani” per l’Advertising (ha collaborato con le più prestigiose Agenzie Pubblicitarie Internazionali) coltivando e custodendo da sempre la passione per i pittori fiamminghi del diciassettesimo secolo, inondando di luce i soggetti delle sue opere e conferendogli una inusuale plasticità tridimensionale. 
Scatti su tela”, qualcuno ha argutamente definito le sue opere.
Negli anni 2000 scopre la passione per i ritratti e cerca di creare una fusione tra le sue luci e l'anima dei personaggi raffigurati che si fondono in un gioco di chiari e scuri come lo è l'anima umana.
Una nutrita serie di personali in Italia e all’estero, fra cui quelle prestigiose di Parigi, Berlino, Mentone, Tokyo, Singapore e New York, hanno confermato Luigi Gattinara come testimone di questo modo d’essere fotografo nell’arte. Dal 2017 è Presidente della Triennale della Fotografia Italiana di cui è fondatore.

MOSTRE

1989 Milano, Galleria Kriterion, Personale, “Still Light
1991 Parigi, L’Antre De Roi Filene, Personale, “Still Light
1992 Milano, Galleria Il Diaframma
1993 Milano, La Tecoteca, Personale, “La teiera del 2000
1993 Bergamo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Accademia Carrara
1994 Como, Villa Carlotta, assieme allo scultore Alberto Zanrè, “Il Bestiario e il suo Ritratto
1998 Milano, Istituto Europeo, “Il mestiere di Fotografo
1998 Berlino, Personale, “Gattinara in Quarter 206”
2006 Como, Palazzo Natta, Personale, “Immagini dal quotidiano
2006 New York, SoHo, Agora Gallery, “Visions in tune
2011 Milano, Galleria Camera 16, “Kokoro, Mostra fotografica per il Giappone
2012 Milano, Spazio Bossi Clerici, Personale, “Fine Heart - Luce Sensibile
2014 Milano, Spazio Navigli, Personale Pittografia, una mostra bitematica, bipartita
2014 Milano, Enterprise Art Gallery, Enterprise Hotel, Personale, “Gattinara in mostra, Retrospettiva
2015 Milano, Sisal Wincity Diaz, Personale, “Evolution, la sinuosa armonia delle mani
2015 Trezzo sull’Adda (Mi), Centr. Idr. Taccani, “Milano Expo 2015, International Contemporary Art
2015 Varedo (Monza e Brianza) - Villa Bagatti Valsecchi, “Expo 2015, Arte Italiana 
2015 Trezzo sull’Adda (Mi), Centr. Idr. Taccani, “Milano Expo 2015, Biennale della Fotografia, Anno 0
2015 Monza, Villa Reale di Monza - Le cucine di Villa Reale, Personale, “Sapori in posa
2015 Milano, Oliva Gustosa, Personale, “Tra-dire e Mangiare
2016 Milano, MIA Photo Fair, presso lo stand MyTemplArt
2016 Mirano (Venezia), PaRDeS - Laboratorio d’Arte Contemporanea, “Squarci nelle tenebre
2016 Venezia, Art Factory di Tobia Ravà, Dorsoduro, “Squarci nelle tenebre 
2016 Menton (Costa Azzurra - Francia), Galleria Charlotte Art, Personale, “Sapori in posa 
2017 Mirano (Venezia), PaRDeS - Laboratorio d’Arte Contemporanea, “Ritratti di donne 
2017 Cortina d’Ampezzo, Museo Mario Rimoldi, “Il Collezionista, innamorarsi del contemporaneo 
2017 Padova, Mediolanum Art Gallery 
2017 Venezia, Art Factory di Tobia Ravà, Dorsoduro, “Ritratti di donne 
2017 Matera, Galleria “Il Comignolo”, Sasso Barisano, MaterArt
2017 Venezia, Palazzo Ca’ Zenobio, “Lo stato dell’Arte ai tempi della 57 Biennale di Venezia
2017 Singapore, Art Science Museum, “SerpentiForm of Bulgari
2017 Venezia, Palazzo Ca’ Zenobio, Prima Triennale della Fotografia Italiana
2017 Tokyo, Mori Art Center, “SerpentiForm of Bulgari
2018 Piacenza, Castello di Fombio, “Angeli e Demoni
2018 Milano, Spazio “I Vale”, Personale, “Anima Canis
2019 Venezia, Spoleto Pavilion, “Premio Canaletto
2019 Spoleto, Palazzo Leti Sansi, “Premio Modigliani - Spoleto Arte
2019 Matera, Gallery SaxArt, Personale , “I Sassi di Matera incontrano le luci e ombre di Luigi Gattinara
2019 Menton, Palace des Ambassadeurs, BACS- Biennale of Contemporary Sacred Art
2019 Milano, Hotel Excell Milano3, Personale, “Anima Canis 2
2020 Milano, Milano Art Gallery, Personale, “Una vita in posa

 

Milano Art Gallery è uno spazio culturale polivalente, creato da Salvo Nugnes, che conta ha cinque sedi: la principale a Milano e poi a Venezia, Spoleto, Bassano del Grappa e Siena. Un luogo d’incontro e di confronto che intende aprirsi ai molteplici stimoli offerti dalla Cultura, un’accogliente pinacoteca multifunzionale nella quale è concessa a tutte le Arti la possibilità di mostrarsi, di esprimersi e di dialogare con il pubblico. Alle Mostre d’Arte s’alternano incontri e conferenze di artisti e intellettuali di ogni disciplina: dalla filosofia alla medicina, dalla letteratura alla fisica e dal teatro al cinema.

Luigi Gattinara e Bruno Melada. Spazio//biennale ha curato la realizzazione delle stampe a pigmenti di carbone e colore su carta Prestige Museum 100% Cotton Natural White (310 gr).

Luigi Gattinara e il suo fidato stampatore Bruno Melada.

Luigi Gattinara: Una vita in posa
Dal
26/01 al 13 /02/2020
Inaugurazione: domenica 26 gennaio, alle ore 18.00

Orari: 14.30 - 19.00, domenica chiuso
Ingresso: libero
Informazioni:
T. 0424 5252190 -  info@milanoartgallery.it - www.milanoartgallery.it - Luigi Gattinara, via Biondelli 9, 20141 Milano, Italy - T. +39 02 89505330 - M. +39 3485240730 -  fotografia@gattinaraluigi.eu  - www.facebook.com/SpazioGattinara/ - Instagram: luigi_gattinara

Milano Art Gallery
Via Andrea Maria Ampére, 102
20131 - Milano

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Tarik Berber: Seven sister, M.A.C. Musica Arte e Cultura, Milano, dal 22/01 al 24/01/2020

Vernissage: 21 gennaio 2020 a partire dalle ore 19.00

Allo Spazio M.A.C. Musica Arte e Cultura di, in Piazza Tito Lucrezio Caro, la Fondazione Maimeri presenta in collaborazione con ARTE.it: "Seven Sisters" una mostra antologica dedicata a Tarik Berber, artista bosniaco,  in occasione del ritorno in Italia dopo sette anni trascorsi a Londra. La mostra si inaugura martedì 21 gennaio alle 19 con una performance di Mario Lavezzi per proseguire in esposizione sino a venerdì 24 gennaio 2020.
Curata da Andrea Dusio "Seven Sisters" mette in scena quattro cicli pittorici sviluppati dall’artista nel suo periodo londinese tra il 2016 e il 2019 con oltre 30 opere in mostra, oltre a sketches e disegni preparatori. Un percorso che parte con Toxic Cadmium del 2016, per proseguire con Windsor Beauties del 2017 e Pop is Not Dead del 2018 per concludersi con la parte predominante dell’esposizione incentrata sul nuovo ciclo Seven Sisters che oggi dà il nome anche alla sua mostra di debutto sulla scena milanese.

Seven Sisters è una mostra che vuole offrire un primo tentativo di sintesi del colossale lavoro di Tarik Berber che da pochi mesi ha trasferito il proprio studio a Milano, rientrando in Italia con oltre 100 dipinti provenienti da quattro luoghi diversi d'Europa.

Andrea Dusio, curatore della mostra: “Tarik Berber, apolide per necessità, italiano per formazione diventa negli inverni che precedono il suo arrivo a Milano un artista compiutamente nordico, sino agli esiti più sorprendentemente düreriani di "Seven Sisters", il ciclo con cui va oltre la pittura, fondendola con la grafica e così producendo un segno assolutamente nuovo. Una mostra che parte dal Rinascimento per arrivare al Goth, espresso nella dominante rossa che attraversa "Seven Sisters". Quasi un sogno di Dürer, un percorso in cui sono le tecniche grafiche più sperimentali ad attrarlo, ma che nel contempo è un sogno fatto con i colori di un Rothko, o delle bandiere dei Prints di Jaspers Johns. "Seven Sisters" è ad oggi il lavoro più ambizioso del pittore bosniaco. È per molti versi una serie dedicata anche al paesaggio, anche se l'alternarsi di figure femminili e maschili costituisce l'elemento iconico e narrativo ricorrente da un dipinto all'altro. "Seven Sisters" è il compimento di un periglioso Winterreise, che Tarik Berber ha percorso senza cedimenti, mantenendo la sua fede nell'intensità e nella purezza dell'esperienza della pittura, come l'unico corpo a corpo con la vita e con la realtà possibile per un artista, mettendosi totalmente al servizio del colore, sino a concepire il disegno come una sorta di ricamo di precisione infinitesimale che si riconosce sotto le coltri dei suoi rossi, di sole accecante e di cieli invernali che bruciano in un solo istante, con l'ultima luce del giorno.

Tarik Berber è nato a Banja Luka, Bosnia ed Herzegovina nel 1980.
A undici anni nel pieno della guerra dell’ex-Yugoslavia si trasferisce con la famiglia in Italia a Bolzano per poi spostarsi a Firenze che sarà la sua città d’elezione sino al 2007 formandosi alla Accademia di Belle Arti dove è allievo dei corsi di pittura di Adriano Bimbi e inserendosi presto nella scena artistica locale con importanti collaborazioni con la galleria d’arte Poggiali e Forconi.
Nel 2004 è il piu giovane artista ad essere invitato a esporre all’inaugurazione del MACI - Museo d’Arte Contemporanea di Isernia e nello stesso anno partecipa alla Seconda Biennale InTranSito al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma. Nel 2006 la sua prima personale al Museo Nazionale Villa Pisani di Strà (Venezia).
Dal 2007 inizia il suo percorso di formazione europeo, prima a Berlino, poi nuovamente facendo ritorno a Firenze e infine trasferendosi a Londra dove vivrà sino al 2019. Negli anni londinesi continua senza interruzioni a coltivare i suoi rapporti con l’Italia con gli ex territori yugoslavi con mostre in Slovenia (Maribor), in Bosnia (tra cui la Galleria Nazionale di Sarajevo ed esposizioni a Bihac e Tuzla) e frequenti visite in Croazia a Zara. L’incontro con lo storico dell’arte e critico Edward Lucie-Smith è corollario del suo ingresso sulla scena artistica londinese che lo porterà ad esporre su iniziativa della Albemarie Gallery nella prestigiosa sede di Art Moor House nella city. Con Aria Art Gallery espone a Firenze (Toxic Cadmium, 2017) e a più riprese a Istanbul (Windsor Beauties, 2018). Nel 2019 decide di lasciare Londra per fare rientro in Italia per aprire il proprio atelier a Milano nel novembre dello stesso anno. Nel gennaio 2020 celebra il suo rientro in Italia con la mostra antologica “Seven Sisters” promossa da Fondazione Maimeri e ARTE.it e curata da Andrea Dusio, in cui riunisce il corpo della sua ricerca artistica degli ultimi 7 anni.

Tarik Berber nello studio, Foto © Claudia Agati

Tarik Berber: Seven sister
Curatore: Andrea Dusio
Dal 22/01 al 24/01/2020
Orari: 10 - 18
Enti promotori: Fondazione Maimeri - ARTE.it
Con il patrocinio di: Comune di Milano, Municipio 5
Con il supporto di: Golden View Firenze, Fretelli Burgio Siracusa, Vitiggio
Industria Maimeri, Assicurazioni Big Ciaccio
Media Partner: ARTE.it
Ingresso: libero
Catalogo con saggi di: Andrea Dusio e Alice Barale
Informazioni: Francesca Martire, Fondazione Maimeri - M.+39.347.7162530 - francesca.martire@fondazionemaimeri.it -  info@fondazionemaimeri.it - www.facebook.com/fondazionemaimeri - www.instagram.com/tarik.berber.art - https://tarikberber.tumblr.com

M.A.C. - Musica Arte e Cultura
Piazza Tito Lucrezio Caro 1
Milano

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Chiara Dynys: Aurora, Luca Tommasi Arte Contemporanea, Milano, fino all’18/01/2020

 

Ci sono tante aurore che non hanno ancora splenduto
Friedrich Nietzsche

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Un miracolo non solo cromatico, quello dell’alba, che modifica la realtà, la percezione, il senso del futuro: questo il tema al centro della mostra “Chiara Dynys. Aurora”, ospitata da Luca Tommasi a Milano dal 14 Novembre 2019.

La mostra ruota attorno ad una riflessione sul concetto di unicità che ogni alba rivela: benché si tenti di ricondurre ad alcune desinenze la colorazione che pervade il cielo sul far del giorno, ogni alba è di fatto unica ed irripetibile. Ma lo è anche perché è un nuovo inizio, un mistero aperto sul futuro: l’aurora di un nuovo giorno è la speranza nell’oggi che deve ancora venire, in quello che il mondo ci porterà, e in quello che sapremo fare noi per la vita che si rinnova. Per fare questo l’artista ha costruito una grande macchina prospettica sul modello di rinascimentali concatenazioni piramidali, una specie di ziggurat rovesciata di novanta gradi, composta da cinque grandi gradoni aperti l’uno dentro l’altro, elaborazioni tridimensionali di forme da sempre al centro dell’indagine di Chiara Dynys.
Gli stessi differiscono per colore, ma sono legati dalla parziale sequenza cromatica dello spettro solare, dal magenta al rosso. All’interno, ogni forma colorata è rivestita di superfici laccate e specchianti che mescolano i colori, pur così definiti, come avviene durante l’aurora. Infine, in fondo alla piramide cromatica che viene a comporsi, un video digitale dell’artista mostra in loop il lento susseguirsi di camere identiche l’una all’altra, irrorate però di luce colorata, ognuna corrispondente al colore delle diverse finestre. Il video, e le diverse desinenze cromatiche che ne emergono, tracimano all’interno delle “camere”, dando vita ad uno spettacolo immersivo in cui l’architettura della struttura confonde lo spettatore, in un’aurora cromatica mai uguale a sé stessa. Ma non è solo il gioco cromatico: a questo si deve aggiungere il senso del futuro che ogni aurora porta con sé, l’idea di passaggio - da un colore a un altro, ma anche da una sensazione ad un’altra - che l’aurora, e il nostro trascorrere dei colori significa non per gli occhi, ma per una mente sentimentale. Completano la mostra sei teche di vetro, argento specchiante e colore, allestite a coppie a creare un dialogo tra di loro e consolidare una tensione tra le diverse pareti della galleria. Le opere, teche che ingannano la percezione del fruitore, assumono un atteggiamento simile: esse stesse contengono diverse cromie, che rilette tutte insieme ricreano quell’ “Aurora” cui Chiara Dynys mira. 

Chiara Dynys è nata a Mantova e lavora a Milano. Sin dall’inizio della sua attività, nei primi anni Novanta, ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili a un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’anomalia, della variante, della «soglia» che consente alla mente di passare dalla realtà umana a uno scenario quasi metafisico. Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto, al video e alla fotografia.
Chiara Dynys ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private italiane ed estere. Tra le mostre più importanti della sua lunga carriera si possono ricordare: Musee d’Art Moderne, Saint’Etienne 1992; Galerie de France 2, Parigi 1993; CIAC, Montrèal 1997; Museum Bochum, Bochum 2003; Rotonda di Via Besana, Milano 2007; Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese, Rome 2008; ZKM - Museum fur Neue Kunst, Karlsruhe 2009; Archivio Centrale dello Stato, Roma 2010; Museo Poldi Pezzoli, Milano 2013; Arkhangelskoye - VII Moscow Biennale, Mosca 2017; ICAE Armenia, Erevan 2018; Museo Correr contestualmente alla 58. Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Venezia 2019; Mattatoio, Roma 2019. 

Chiara Dynys: Aurora
Presentazione di: Giorgio Verzotti
Dal 14/11/2019 al 18/01/2020
Inaugurazione: 14 novembre 2019 - ore 18,30
Orari: da martedì a sabato dalle 15:00 alle 19:00 e su appuntamento. Chiusa nei giorni festivi e dal 24 dicembre al 6 gennaio 2020.
Informazioni: M.+39 335242433 - luca@lucatommasi.it - www.lucatommasi.it

Luca Tommasi Arte Contemporanea
Via Cola Montano, 40
MILANO

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Chorus, M.A.C. – Musica Arte e Cultura, Milano, dal 27/11/2019

Il M.A.C. Musica Arte e Cultura ospita la mostra "CHORUS", curata da Valerio Dehò e organizzata da Ilaria Centola, che coinvolge dieci artisti, dieci solisti, che con i loro lavori danno vita a un dialogo e a un confronto attraverso tecniche e linguaggi diversi, pittura, scultura e installazione.
L'esposizione densa e articolata, della durata di una settimana, dal 27 novembre al 4 dicembre, punta all'incisività, intende lasciare un segno forte, scatenare suggestioni ed emozioni nel pubblico. Il M.A.C., luogo consacrato alla cultura, è un'istituzione aperta all'intersecarsi dei linguaggi e delle culture, perfettamente in linea con quelli che sono gli intenti di CHORUS.
Gli artisti coinvolti sono: Danilo Ambrosino, Adriano Cecco, Marzio Cialdi, Terenzio Eusebi, Giorgio Palù, Carlo Pasini, Flavio Pellegrini, Andrea Prandi, R.E.M.I.D.A., Francesco Silvestri.
I percorsi individuali di ciascun autore sono profondamente legati alla contemporaneità e riuniti in una mostra da considerarsi una grande "opera aperta", come la definisce il curatore Valerio Dehò. L'esposizione, infatti, mette in evidenza la particolarità e la scelta di percorsi individuali, in cui la creatività e la volontà di fare arte restano alla base di un fenomeno che travalica i singoli e si trasmette alla società. Il coro si intende come un luogo in cui si "produce", dedicato al mettersi insieme pur rimanendo distinti e autonomi, ognuno con la propria personalità ben delineata.
Fra i lavori esposti emerge una vena più intimistica, filosofica e riflessiva nelle opere di Terenzio Eusebi dove vengono trasferite con disegni e appunti, di grande e rara poeticità, esperienze negative della vita, quasi con l'intento di espiarle; per Andrea Prandi la complessa e intricata mente dell'uomo viene rappresentata dall'immagine del labirinto, resa in varie forme, o ancora, nelle sculture di Flavio Pellegrini l'analisi dell'identità e del succedersi degli stati d'animo, diviene un dialogo sul rapporto tra le forme e le emozioni, in cui l'astrazione è il risultato di un attenta costruzione di visioni multiple e interpretazioni non univoche.

Flavio Pellegrini: Indissolubile, 2019, legno e acrilico, cm43x70x22

Nelle tele di Adriano Cecco la realtà viene trasformata in forme astratte con un impianto cromatico minimale, semplificato ed alludono a un percorso individuale in cui la ricerca di una spiritualità si ritrova nella memoria. Forme e colore assumono importanza fondamentale anche nei lavori di Giorgio Palù che esprimono l'esigenza di riuscire a dare una forma emozionale alla materia e al rapporto tra la forma-colore e la forma-archetipo. Una visione legata invece al meraviglioso e allo straordinario è presente nelle opere di Carlo Pasini al cui interno, l'artista, ha saputo creare delle sorprese, una sorta di opere-trappola che visivamente forniscono alcune informazioni smentite poi da un esame più ravvicinato. Il gruppo dei R.E.M.I.D.A. considera l'artista colui che può mutare gli oggetti della realtà in opera d'arte e di conseguenza trasformare qualsiasi cosa in oro. Così gli Homeless, volti straordinari e unici, forti della loro verità, raccolgono il superfluo delle vite degli altri e lo fanno diventare il proprio tesoro personale.

R.E.M.I.D.A.: Marzia la collezionista, 2015, scatola in legno, oggetti di recupero, stampa su plexiglass_foglia oro, cm50x50-cm50x100

Elementi legati alla spiritualità e a un repertorio di simboli ritornano nelle sculture di Francesco Silvestri, l'uovo cosmico e il segno dell'infinito diventano metafora dell'ideale relazione fra micro-macro cosmo.

Francesco Silvestri: Uovo cosmico, Hiramyagarbha, legno e acciaio, diametro cm 60x 10

Maggiormente ispirati da temi che riguardano l'attualità sono Maurizio Cialdi e Danilo Ambrosino. Tutto il lavoro di Cialdi si articola in un rapporto continuo con il mondo circostante, le sue istanze e i suoi problemi; le forme chiuse, triangolari con gli angoli tondeggianti sono un elemento dell'allegoria che l'artista costruisce attorno al Global warming, al concreto pericolo di una distruzione del pianeta. La ricerca di Ambrosino, nei suoi lavori recenti, si concentra invece sul corpo ed in particolare quello dei migranti, corpi solidi, in pericolo, terrorizzati dall'idea della morte e da un futuro indefinito.

Accompagna la mostra un catalogo con testi critici di Valerio Dehò.


CHORUS
A cura di: Valerio Dehò
Inaugurazione: mercoledì 27 novembre, ore 18 - 21
Dal 28/11 al 4/12/2019
Orari: tutti i giorni dalle 11 alle 19
Ingresso:libero
Informazioni: info@stepartfair.com - www.stepartfair.com
Ufficio Stampa: IBC Irma Bianchi Communication - T. +39 02 89404694 - M. +39 334 3015713 - info@irmabianchi.itwww.irmabianchi.it

M.A.C.
Musica Arte e Cultura

Piazza Tito Lucrezio Caro 1
Milano

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