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Rinascimento marchigiano, Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma, Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro, Roma, fino al 20/09/2020

Prorogata fino al 20 settembre la mostra RINASCIMENTO MARCHIGIANO, Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma, a cura di Stefano Papetti e Pierluigi Moriconi.

Sono state individuate per il recupero e il restauro un nucleo di 51 opere marchigiane di proprietà di 17 differenti Enti pubblici ed ecclesiastici delle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata. Delle 36 opere in mostra, che vanno dal ‘400 al ‘700, alcune dall’alto valore devozionale ed altre invece di grande valore storico-artistico” – spiega il curatore Stefano Papetti – “tra queste crocifissi lignei e vesperbild di ambito tedesco, che ancora oggi si trovavano all’interno delle chiese come oggetti di culto da parte dei fedeli. Non mancano però nomi importanti come Jacobello del Fiore, Vittore Crivelli, Cola dell’Amatrice, Giovanni Baglione e Giovanni Serodine.”

L’obiettivo della mostra è anche quello di rendere fruibili le opere restaurate da qui in futuro” – spiega Pierluigi Moriconi – “Terminate le mostre, le opere che non potranno essere ricollocate nelle loro sedi originali perché crollate o non ancora restaurate, saranno collocate in 8 depositi e lì saranno sempre a disposizione del pubblico.

La mostra Rinascimento Marchigiano. Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma, inaugurata lo scorso febbraio e subito chiusa a causa dell’emergenza Covid-19, riapre i battenti lunedì 18 maggio 2020 e proroga la data di chiusura fino a domenica 20 settembre 2020.
Dopo l’esposizione di Ascoli Piceno la mostra ha continuato il suo tour ed è arrivata a Roma al Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro, sede della storica Fondazione Pio Sodalizio dei Piceni attiva in città fin dal 1600. In mostra 36 opere d’arte tra quelle restaurate a seguito del sisma del 2016, grazie al contributo di Anci Marche e Pio Sodalizio dei Piceni, frutto della convenzione siglata nel 2017, che si sono impegnati in un importante lavoro di recupero delle opere d’arte danneggiate. insieme all’apporto scientifico della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche e alla collaborazione della Regione Marche.
Una mostra itinerante in tre tappe che ha preso il via proprio nella zona del cratere, ad Ascoli Piceno presso il Forte Malatesta, ora continua a Roma e si concluderà a Senigallia, sulla riviera adriatica.
Grazie alla presenza di queste opere nella capitale, è possibile ammirare una parte del prezioso patrimonio disseminato nel territorio marchigiano che è stato danneggiato dal terremoto, recuperato, portato a nuova vita e con questa mostra reso di nuovo fruibile.
In collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, sono state individuate per il recupero e il restauro un nucleo di 51 opere marchigiane di proprietà di 17 differenti Enti pubblici ed ecclesiastici delle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata.
In mostra 36 opere che “vanno dal ‘400 al ‘700, alcune dall’alto valore devozionale e non storico-artistico ed altre invece dal grande valore storico-artistico”, come spiega il curatore Stefano Papetti. Tra queste crocifissi lignei e vesperbild di ambito tedesco, che ancora oggi si trovavano all’interno delle chiese come oggetti di culto da parte dei fedeli. Non mancano però nomi importanti come Jacobello del Fiore con la serie delle Scene della vita di Santa Lucia provenienti dal Palazzo dei Priori di Fermo, Vittore Crivelli con la Madonna orante, il Bambino e angeli musicanti di Sarnano, Cola dell’Amatrice di cui spicca la Natività con i santi Gerolamo, Francesco, Antonio da Padova e Giacomo della Marca dalla sacrestia della Chiesa di San Francesco ad Ascoli Piceno. E ancora da Roma Giovanni Baglione e Giovanni Serodine che dalla Svizzera seguì nella capitale l’esempio di Caravaggio. Tutti autori di indubbia fama che nelle Marche sono nati o che vi hanno soggiornato e che hanno contribuito a modificare la geografia della Storia dell’Arte.
Gli interventi di restauro sono stati eseguiti da tecnici tutti marchigiani, in collaborazione con l’Università di Camerino e l’Università di Urbino e la direzione scientifica della Soprintendenza, che con innovative analisi diagnostiche hanno valutato lo stato di conservazione di ciascuna opera. Questi interventi non soltanto hanno consentito di porre rimedio ai danni subiti dalle opere, ma hanno permesso di effettuare nuove attribuzioni e di acquisire nuove conoscenze relative alla tecnica pittorica ed ai materiali usati dai pittori, accrescendo le conoscenze che si avevano su questo patrimonio e aprendo la strada a molti studi scientifici. Per dare conto di queste nuove acquisizioni, il catalogo è stato realizzato affiancando alla scheda storico artistica dell’opera la relazione dell’intervento di restauro ed i risultati delle indagini diagnostiche che lo hanno preceduto.
La mostra rappresenta un viaggio nella religiosità popolare marchigiana attraverso un affascinante percorso stilistico e iconografico che, partendo dal centro della regione arriva fino alla costa, era stato già definito da Federico Zeri e Pietro Zampetti cultura adriatica.
L’obiettivo della mostra è anche quello di rendere fruibili le opere restaurate da qui in futuro, come spiega Pierluigi Moriconi della Soprintendenza dei Beni Architettonici delle Marche e curatore dell’esposizione: “Terminate le mostre, le opere che non potranno essere ricollocate nelle loro sedi originali perché crollate o non ancora restaurate, saranno collocate in 8 depositi e lì saranno sempre a disposizione del pubblico”.


Pio Sodalizio dei Piceni ha acquisito l’attuale denominazione con lo Statuto approvato nell’anno 1899. Deriva dall’Associazione di Marchigiani residenti in Roma costituitasi all’inizio del 1600 poi divenuta Confraternita della Santa Casa di Loreto nel 1633 sotto il Pontificato di Urbano VIII.
Fondatore di questa Associazione viene unanimemente riconosciuto il Cardinale Giovanni Battista Pallotta di Caldarola (Macerata, 1594 – 1668) il quale indicò, quale Patrona della stessa associazione, la Madonna di Loreto; pertanto il 10 Dicembre è considerato il “giorno” del Pio Sodalizio dei Piceni commemorandosi la sua fondazione e la traslazione della Santa Casa di Loreto.


RINASCIMENTO MARCHIGIANO
Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma
A cura di: Stefano Papetti e Pierluigi Moriconi
Enti promotori: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche
Orari: Lunedì - Sabato 10.00/13.00 - 16.00 /19.00
Ingresso: gratuito
Informazioni: +39 06 99572979 - +39 06 6875608 - info@piosodaliziodeipiceni.it
Ufficio Stampa
Maria Chiara SalvanelliM. + 39 3334580190 - T. +39 02 39461253 - mariachiara@salvanelli.it

Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro 
del Pio Sodalizio dei Piceni
00186 Roma

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Raffaello, 1520 – 1483, Scuderie del Quirinale, Roma, fino al 2/06/2020

Per effetto del DPCM dell' 8 marzo 2020 le Scuderie del Quirinale rimarranno chiuse al pubblico fino a nuove disposizioni governative.
Il Decreto Legge “Cura Italia” del 17 marzo 2020 ha disciplinato, per il mondo della Cultura, le modalità di rimborso per tutti coloro che hanno acquistato biglietti e servizi per eventi culturali dall’8 marzo al 3 maggio annullati a causa dell’emergenza sanitaria. Per questo tutti i visitatori con uno o più biglietti per il periodo indicato (singoli visitatori, gruppi organizzati, associazioni o scuole) potranno richiedere l’emissione del voucher,  secondo le scadenze indicate nelle comunicazioni inviate, al seguente indirizzo mail raffaellovoucher@scuderiequirinale.it. La mail dovrà contenere nome e cognome di chi ha acquistato, codice (o codici) di transazione e un recapito mail.

Le Scuderie del Quirinale svelano la mostra evento “Raffaello. 1520-1483” e presentano il video-racconto dell’esposizione, disponibile da oggi sul sito internet e sugli account social dello spazio espositivo. 
La visita virtuale accompagnerà i partecipanti in una passeggiata tra le sale, custodi di oltre 200 capolavori provenienti da tutto il mondo. Un modo per consentire al pubblico di ammirare, anche a distanza, lo splendore dell’arte di Raffaello e la grandiosità del progetto espositivo, nell’intento di condividere cultura e bellezza con il maggior numero possibile di persone.
"In un momento così difficile, è importante che le istituzioni culturali facciano la propria parte e rendano accessibile a tutti l’arte di cui sono custodi. Le Scuderie del Quirinale rispondono a questa chiamata proponendo un palinsesto di attività online che, a partire dalla visita virtuale, permetterà di conoscere e di ammirare la maestria di Raffaello e le tante opere riunite eccezionalmente in questa grandiosa esposizione" ha dichiarato Mario De Simoni, Presidente Ales - Scuderie del Quirinale.

Noi abbiamo sottoscritto l'appello di Vittorio Sgarbi per la riapertura contingentata della mostra: https://www.artdirectory-marussi.it/appelli/appello-litalia-riparta-dalla-cultura-investiamo-nella-bellezza-di-vittorio-sgarbi/


Una grande mostra a Roma dedicata a Raffaello Sanzio dal 5 marzo al 2 giugno 2020 alle Scuderie del Quirinale, così culmineranno le celebrazioni per l'artista a livello mondiale: protagoniste oltre 100 opere di mano dell'Urbinate mai riunite tutte insieme prima d’ora. Una grande esposizione monografica, con oltre duecento capolavori tra dipinti, disegni ed opere di confronto, dedicata a Raffaello Sanzio nel cinquecentenario della sua morte, avvenuta a Roma il 6 aprile 1520 all'età di appena 37 anni.
L'esposizione, intitolata semplicemente RAFFAELLO, costituisce l'apice delle celebrazioni mondiali per i 500 anni dalla scomparsa dell'Urbinate e rappresenta l’evento di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale appositamente istituito dal Ministro Dario Franceschini e presieduto da Antonio Paolucci.
Realizzata dalle Scuderie del Quirinale (appartenenti alla Presidenza della Repubblica e gestite dal Mibact attraverso la società in-house ALES), in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, la mostra è curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro.
Un autorevole comitato scientifico presieduto da Sylvia Ferino ha affiancato e approfondito il lavoro del team curatoriale, stimolando un dialogo fruttuoso tra gli specialisti del settore più accreditati al mondo, come Nicholas Penny (già direttore National Gallery di Londra), Barbara Jatta (direttore Musei Vaticani), Dominique Cordellier (Musée du Louvre), Achim Gnann (Albertina, Vienna), Alessandro Nova (Kunsthistorisches Institut, Firenze).
In occasione della mostra, è stato raccolto un vastissimo corpus di opere di mano di Raffaello: oltre 100, tra dipinti e disegni, per una raccolta di creazioni dell'urbinate mai viste al mondo in così gran numero tutte insieme.
Anche in termini di capolavori in prestito (oltre che di lavoro scientifico svolto), è stato determinante il contributo delle Gallerie degli Uffizi, con circa 50 opere delle quali oltre 40 dello stesso Raffaello. Ma anche tanti altri musei di importanza internazionale hanno contribuito ad arricchire la rassegna con capolavori dalle loro collezioni: tra questi, in Italia, le Gallerie Nazionali d’Arte Antica, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Fondazione Brescia Musei, e all’estero, oltre ai Musei Vaticani, il Louvre, la National Gallery di Londra, il Museo del Prado, la National Gallery of Art di Washington, l’Albertina di Vienna, il British Museum, la Royal Collection, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Musée des Beaux-Arts di Strasburgo. Complessivamente sono più di 200 le opere in mostra.
L'esposizione, che trova ispirazione particolarmente nel fondamentale periodo romano di Raffaello e che lo consacrò quale artista di grandezza ineguagliabile e leggendaria, racconta con ricchezza di dettagli tutto il complesso e articolato percorso creativo. Ne faranno parte creazioni amatissime e celebri in tutto il mondo, quali, solo per fare alcuni esempi, la Madonna del Granduca delle Gallerie degli Uffizi, la Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna, la Madonna Alba dalla National Gallery di Washington, il Ritratto di Baldassarre Castiglione e l’Autoritratto con amico dal Louvre, la Madonna della Rosa dal Prado, la celebre Velata di nuovo dagli Uffizi.

Dario Franceschini, Ministro Mibact: “La mostra su Raffaello è una grande mostra europea che raccoglie capolavori mai riuniti finora. Il giusto modo per celebrare la grandezza e la fam di un artista universale a 500 anni dalla sua morte. La prestigiosa esposizione alle Scuderie del Quirinale, che come quella dedicata a Leonardo al Louvre vede la collaborazione dei più grandi musei italiani e internazionali, permetterà al pubblico di ammirare un corpus considerevole di opere di Raffaello”.

Mario Di Simoni, Presidente e ad Ales- Scuderie del Quirinale: “La mostra di Raffaello, realizzata in collaborazione scientifica e di prestiti con gli Uffizi, è la dimostrazione di quanto sia corretta la collocazione delle Scuderie del Quirinale in stretto collegamento con il grande sistema dei musei statali. È il coronamento ideale dei vent’anni di apertura al pubblico delle Scuderie del Quirinale”.

Eike Schmidt, Direttore Gallerie degli Uffizi: “Le Gallerie degli Uffizi, dove si concentra il più grande numero di dipinti e disegni di Raffaello al mondo, partecipano con entusiasmo all’organizzazione di questa ricorrenza epocale, per offrire una nuova, approfondita visione di Raffaello, specialmente per il periodo in cui l’artista visse a Roma. La mostra, frutto di una collaborazione senza precedenti tra le Gallerie degli Uffizi e le Scuderie del Quirinale, si svolge non a caso nella capitale: Roma non è solo una tappa biografica dell’artista, ma il simbolo della dimensione nazionale della sua arte e del suo pensiero”.

Raffaello, 1520 - 1483
Curatori
: Marzia Faietti, Matteo Lafranconi
Dal 05/03/2020 al 02/06/2020

Call center +39 02-92897722
Informazioni su mostre, orari, biglietti e attività: info@scuderiequirinale.it
Prenotazioni gruppi, gruppi scolastici, laboratori e visite guidate: gruppi@vivaticket.com | gruppi@scuderiequirinale.it L'ufficio gruppi risponde dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 18
Ufficio Stampa: Nicoletta Ciardullo - Francesco Gagliano - pressculture@cominandpartners.com - T. +39 06 48777238

Scuderie del Quirinale
Via XXIV Maggio 16
Roma

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Palazzo Maffei – Casa Museo, Fondazione Luigi Carlon, Verona, dal 14/02/2020

A Verona nel cuore della città apre una nuova eccellenza culturale. Un evento importante sotto tanti profili. Un’affascinante casa-museo, un nuovo punto di riferimento per gli amanti dell’arte, un percorso eclettico tra capolavori e curiosità che attraversano più di cinque secoli, accomunati da una caleidoscopica passione collezionistica. 
Da un lato il restauro completo di uno dei più scenografici e noti palazzi seicenteschi della città, Palazzo Maffei, quinta suggestiva di Piazza delle Erbe, con la sua facciata barocca ora risplendente, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e le pitture murali del piano nobile; dall’altro una raccolta d’arte di grande interesse che spazia dalla fine del Trecento fino ad oggi, frutto di oltre cinquant’anni di passione collezionistica dell’imprenditore Luigi Carlon.

Un percorso espositivo dalla “doppia anima”, tra antico e moderno, che attraversa oltre cinque secoli, con oltre 350 opere in dialogo tra le arti: pittura, scultura, arti applicate e architettura.

Un importante focus sulla pittura veronese e la passione per il Futurismo italiano e la Metafisica. Autentici capolavori dell’arte moderna e contemporanea e i grandi Maestri del XX secolo: da Picasso a de Chirico, da Mirò a Kandinsky, da Magritte a Fontana, Burri e Manzoni.
Palazzo Maffei - Casa Museo”, un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico e allestitivo dello studio Baldessari e Baldessari e da un’idea museografica di Gabriella Belli, con contributi scientifici di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.
La proposta e il percorso sono sorprendenti, con oltre 350 opere, tra cui quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e un’importante selezione di oggetti d’arte applicata (mobili d’epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d’arte orientale, rari volumi) e con una scelta espositiva dalla “doppia anima”.

La prima parte, connotata dagli affacci sulla piazza, si privilegia il dialogo con gli ambienti del piano nobile del palazzo a ricreare l’atmosfera di una dimora privata, ma anche il senso di una wunderkammer e di una sintesi tra le arti, con nuclei tematici d’arte antica in cui irrompe all’improvviso il dialogo con la modernità; nella seconda parte, dedicata al Novecento e all’arte contemporanea, si è invece voluta creare una vera e propria galleria museale, ove spiccano molti capolavori, si scorge la passione per il Futurismo e la Metafisica e s’incontrano alcuni dei massimi artisti del XX secolo: Boccioni, Balla, Severini, ma anche Picasso e Braque; de Chirico, Casorati e Morandi accanto a Magritte, Max Ernst, Duchamp.
E ancora Afro, Vedova, Fontana, Burri, Tancredi, De Dominicis, Manzoni e molti altri.

Per Luigi Carlon, Cavaliere del Lavoro, le opere raccolte negli anni sono racconti di vita, gesti d’amore, testimonianze di quella sensibilità unica e singolare che egli ha colto negli artisti fin da giovane e dalla quale è stato affascinato e colpito.
La collezione contiene molti nuclei significativi, che testimoniano l’organicità delle acquisizioni, mentre l’interesse per la storia artistica veronese rappresenta un elemento di forte valore identitario della raccolta d’arte antica che vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero, con opere tra gli altri di Altichiero e Liberale da Verona, Nicolò Giolfino, Zenone Veronese, Bonifacio de’ Pitati, Antonio e Giovanni Badile, Felice Brusasorci, Jacopo Ligozzi, Alessandro Turchi, Marc’Antonio Bassetti, Antonio Balestra, Giambettino Cignaroli.
Dalla visione privata, dall’intimo della residenza quotidiana, questo patrimonio d’arte diventa ora ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico come è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), e di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.
Il percorso si sviluppa quindi cronologicamente e per temi, lungo 18 sale, dove si susseguono quei corto circuiti emotivi che ben rispondono alla sensibilità e al gusto collezionistico di Luigi Carlon: è il caso dei tagli rossi di Fontana - uno tra i notevoli Concetti spaziali esposti - accostati a tavole a fondo oro d’arte sacra del tre-quattrocento; della monumentale Maternità di Arturo Martini, a tu per tu con antiche e importanti rappresentazioni iconografiche della Madonna con Bambino; o ancora dei potenti affondi sul tema della guerra e del conflitto con Lencillo, Marino Marini e Alberto Burri - una magnifica combustione, Tutto nero, del 1957 - in dialogo con le eroiche battaglie di Matteo Stom e Antonio Calza. 
Un crescendo di emozioni, passando tra le protagoniste femminili della storia e del mito e le vedute di Verona, per poi percorrere tutto d’un fiato le principali avanguardie del Novecento costellate di imperdibili capolavori, fino alle istanze più attuali con Pistoletto, Cattelan, De Dominicis, Erlich, Nannucci ecc.

Palazzo Maffei non vuole essere solo uno spazio espositivo ma un’opportunità, un vivace e propulsivo luogo di cultura in dialogo stretto con la città e le grandi Istituzioni culturali di Verona e non solo. Eventi, incontri, laboratori didattici e iniziative diverse animeranno in breve tempo le giornate a Palazzo Maffei, che offre anche una biblioteca specialistica su prenotazione e - dalla balconata che sormonta il palazzo, a dominare con le sue statue Piazza delle Erbe - un’impagabile, emozionante vista sulla città e le colline circostanti, di struggente bellezza.
Dalla visione privata, dall'intimo della residenza quotidiana, questo patrimonio d'arte diventa ora ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico come è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.
Oltre il portone di Palazzo Maffei, inizia ora una nuova avventura dell'arte: si apre uno scrigno, si racconta una passione.

PERCORSO ESPOSITIVO

Viste dalla piazza in un ardito scorcio sotto in su, le sei statue che poggiano sulla balaustra estrema della facciata di Palazzo Maffei - Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva - danno un senso di vertigine per il loro particolare affaccio. Sono tutte in pietra locale coeve al rifacimento seicentesco del Palazzo tranne l’Ercolea sinistra, realizzato in marmo pario, probabilmente di epoca romana, come le fondamenta. È un palinsesto di storia questo edificio, il cui corpo più antico risale al tardo medioevo. Tuttavia è la sua anima barocca ad emergere con forza non solo nell’elegantissima facciata, che alterna motivi architettonici tardo rinascimentali a bizzarrie barocche, ma anche nella scala elicoidale che sfida le regole strutturali - “tutta in aria” scrisse ilf amoso erudito Scipione Maffei, ramo collaterale della famiglia proprietaria - e pure negli ambienti interni, a partire da quella “Sala degli Stucchi” che accoglie il visitatoreal suo ingresso, con decori di cariatidi e talemoni. Qui, ancor prima di iniziare il percorso vero e proprio, ci dà il benvenuto, accantoall’installazione in vetro e acciaio di Arcangelo Sassolino Qualcosa è cambiato (2019), l’opera site specific in neon di Maurizio Nannucci New horizons for other visions /New visons for other horizons: che invita il pubblico a leggere l’arte secondo nuove einusuali prospettive. Entriamo nel vivo.Il percorso, lungo le18 sale espositive, prende il via dal grande ambiente affacciato suPiazza delle Erbe, l’antico Foro romano di Verona.

Arditi dialoghi e confronti tematici
Siamo nella sala più importante del piano nobile del palazzo come ricordano gli affreschi policromi del XVIII- XIX secolo. Alle pareti, capolavori della pittura veronese tra la fine del Trecento e l’inizio del Seicento, come la grande tela attribuita da Federico Zeri a Zenone Veronese, Il Ratto di Elena, acquistata nel 1912 dal Metropolitan Museum di New York e conservata nelle collezioni del museo statunitense per circa novantanni; o come la magnifica Apoteosi di Ercole dipinto di Battista Zelotti; o ancora la trecentesca tavoletta - forse di Altichiero da Verona- con Cristo davanti a Caifa, una delle sei preziose tavole di un polittico smembrato, apparse sul mercato bergamasco nel 1996 e definite “la scoperta più importante avvenuta negli ultimi settant’anni nel campo dellapittura dell’Italia Settentrionale”. Quindi mobili di pregevole fattura, sculture ligneedi autori del Centro Italia e del Sud Tirolo, disegni antichi e incisioni (splendida quella del Baccanale con Sileno di Andrea Mantegna), avori della bottega veneziana degli Embriachi, preziosi manufatti. Nella stessa ala dell’edificio anche lo “scrigno” di Palazzo Maffei o “Mirabilia” - che conserva alle pareti squarci di affresco con suggestive architetture di paesaggio - e la sala dedicata alla “Mater amorevolissima”.
L’andamento cronologico si apre ora a focus tematici e soprattutto ai corto circuiti emotivi del dialogo improvviso e potente tra antico e moderno, segno distintivo del sentire di Luigi Carlon. Così, in quella che appare come un’antica sala delle meraviglie, tra fondi oro tre-quattrocenteschi e fogli miniati del XIII e XIV secolo, ecco i tagli di Lucio Fontana su fondo rosso, colore simbolo dell’energia vitale (Concetto Spaziale) confrontarsi, nella ricerca di un terza dimensione spaziale oltre la tela, con l’ “oltre mistico” della Crocefissione e della Resurrezione di Cristo. Mentre nella III sala la monumentale Maternità, 1932 – 1933, di Arturo Martini, unamirabile sintesi arcaica di valori plastici, riafferma a secoli di distanza il valore delsoggetto mariano, interpretato variamente nelle opere quattro-cinquecentescheesposte, dove spiccano tra gli altri importanti dipinti attribuiti ad Antonio Badile, Liberale da Verona e Fra Girolamo Bonsignori.
Di “Santi ed Eroi” narrano le opere della V sala, vero excursus della pittura veronese, che dal XVI secolo giunge fino al Settecento grazie alla spettacolare interpretazione de La strage degli innocenti di Simone Brentana, considerata il capolavoro dell’artista veneziano trasferitosi a Verona nel 1686. Incontriamo qui autori come Jacopo Ligozzi e Paolo Farinati, il cui Cristo al Limbo è forse una delle copie un tempo documentate nel monastero dei Santi Nazaro e Celso a Verona, o come Alessandro Turchi con un bellissimo Sansone e Dalila dall’impianto fortemente teatrale. Vera singolarità della collezione Carlon è poi un nucleo di dipinti su lavagna e pietra di paragone: una produzione dai singolari effetti luministici e cromatici, diffusa nel primo Seicento soprattutto in area veronese e bresciana grazie alla ricchezza di cave locali.
Non può lasciare indifferente il contrappunto contemporaneo all’arte antica nelle sale intitolate “l’Ira funesta” e “Venere e le Altre”. Alle pregevoli tele di Matteo Stom e di Antonio Calza - raffigurazioni di battaglie come esaltazione di gesta gloriose tra grovigli di soldati, torsioni di cavalli e spade lumeggianti - la sensibilità moderna, scossa dal dramma della seconda guerra mondiale, reagisce con visioni tragiche ed empatiche: la tensione poetica informale di Leoncillo (Racconto rosso, 1963), le lacerazioni della serie Combustioni di Alberto Burri (Tutto nero, 1957), il cavaliere disarcionato di Marino Marini nel bellissimo bronzo Piccolo Miracolo, parte di una serie di sette esemplari eseguiti nel 1951. Nella sala successiva, alle iconografie classiche di dee, eroine e donne mortali come Lot ed Estero Amore e Cleopatra (potente il dipinto di Giambettino Cignaroli del 1770, di cui si conosce il disegno preparatorio alla Biblioteca Ambrosiana di Milano) fanno da contraltare le figure distorte e inquietanti della Medusa di Lucio Fontana, opera ceramica del ‘38-‘39, e della straordinaria Tete di femme di Pablo Picasso, con cui l’artista spagnolo raffigura con spigolose e drammatiche pennellate nere e grigie la sua compagna Dora Maar, proprio nell’anno - il 1943 - in cui sarebbe cessata la loro relazione.

I volti di Verona, le stanze del collezionista e la rivoluzione futurista.
È dedicata a Verona e ai paesaggi veneti la sala intitolata “Cannocchiale sulla città” con bei dipinti di varie epoche tra i quali spicca un assoluto capolavoro di Gaspar van Wittel Veduta dell’Adige nei pressi di San Giorgio in Braida, vera perla della collezione Carlon: un’iconografia senza precedenti nelle vedute di Verona, eseguita dall’artista olandese sulla scorta di un disegno realizzato durante il secondo viaggio in Italia nel 1695.
Qui, tra le altre opere, anche vedute di fantasia di Andrea Porta, una laboriosa e vivace Piazza delle Erbe immortalata da Giovanni Boldini, una solare veduta di Ponte Navi dal Lungadige di Porta Vittoria, opera di Giuseppe Canella e un’antologia di ricordi e cromatismi nella Cortina d’Ampezzo di Mario Sironi.
Il “Salotto blu”, la “Sala degli stucchi” e “La monachella” sono gli ambienti che più rievocano l’abitazione del collezionista, i luoghi intimi della casa vissuta di contrasti e di affastellamenti pieni di gusto per il bello, di curiosità eclettica e di passione per la forza creativa e dirompente dell’arte. Nel cosiddetto “Salotto blu”, opere d’arte antica come un capolavoro di Gregorio Lazzarinio un aristocratico ritratto femminile di Giovanni Boldini, Donna Franca Florio, si mescolano a lavori di Giuseppe Capogrossi o alle pennellate policrome del Tondo di Antonio Sanfilippo (1958), così come antichi mobili in lacca cinese dialogano con arredi europei del XVIII secolo: mobili, oggetti - come il clamoroso porta caviale in cristallo di rocca appartenuto allo Zar - che si trovavano nella casa di Carlon, parte della sua quotidianità, e che sono stati inseriti a Palazzo Maffei, testimoni dell’avventura di una vita. A connotare la “Sala degli stucchi” - dove si notano, tra le varie presenze importanti, le antiche maioliche da farmacia sono gli splendidi decori delle pareti e i dipinti iscritti in medaglioni, tornati a splendere grazie all’attento restauro; mentre il minuscolo ambiente de “La monachella”, quasi una specie di cella, ospita un’interessante serie di antiche sculture lignee di soggetto sacro, di diversa epoca e fattura. Anche in questo contesto non mancano gli accostamenti azzardati quanto suggestivi, come una Madonna in trono, raffinatissima scultura del XV secolo, accanto a un magnifico Concetto spaziale di Lucio Fontana del 1954: cambiano radicalmente i linguaggi ma, a distanza di secoli, opere apparentemente inconciliabili possono partecipare per empatia e assonanze simboliche al medesimo spirito di devozione e spiritualità. Usciti dall’enfilade di sale dedicate alla collezione d’arte antica, si entra nel Novecento. Il passaggio è reso evidente anche nella scelta allestitiva di un percorso che si fa sempre più museale, per raccogliere vere icone dell’arte del XX secolo, punte di diamante di qualunque collezione. Se l’ingresso nella contemporaneità è annunciato dal grande quadro di Mario Schifano Futurismo rivisitato a colori (1979-1980) - omaggio alla celeberrima fotografia con Marinetti, Carrà, Russolo, Boccioni e Severini scattata a Parigi nel 1912 in occasione della prima mostra all’estero del gruppo - il tuffo nel Futurismo, vera passione di Luigi Carlon e uno dei nuclei più omogenei della sua raccolta, viene preparato attraversouna serie di opere e artisti che segnano gli esiti in Italia dei venti rivoluzionari europeidi fine Ottocento: il grande ritrattista della Belle Èpoque Giovanni Boldini ; Felice Casorati con un’opera del primo periodo veronese Vaso con papaveri e margherite (1913), in bilico tra echi secessionisti e atmosfere simboliste; il geniale Medardo Rosso e il giovane Umberto Boccioni, autore nel 1907 di uno straordinario capolavoro divisionista Il Canal Grande a Venezia. Una tela quest’ultima che comprova il debito, verso questa pittura spezzata e densadi colore, contratto dai Futuristi italiani, i cui primissimi esperimenti sono evocati inquesto contesto da due superbe opere di Carlo Carrà del 1911 tra cui La donna e l’assenzio (Donna al caffè), assoluto capolavoro.
La sala dedicata al Futurismo a Palazzo Maffei è un incalzare di opere chiave del movimento che volle fare piazza pulita del passatismo culturale borghese e delle accademie, a partire proprio da linee-forza del pugno di Boccioni, di Giacomo Balla (probabilmente il cartone preparatorio di un arazzo per L’Exposition des artes décoratifs di Parigi del 1925) che volle così ricordare, alla morte dell’amico, il pugno che Boccioni aveva simbolicamente sferrato al “ventre molle” della borghesia. Ma di Balla non si può non citare anche Compenetrazioni iridescenti n. 1, la prima importantissima opera delle serie che l’artista realizza tra ottobre e dicembre del 1912, in Germania, cercando di rendere visibile l’invisibile, ovvero il dinamismo e le rifrazioni luminose. Siamo di fronte a uno dei primi dipinti totalmente astratti del Novecento. Quindi Linea di velocità e vortice - composizione ideata intorno al 1914-15, ma realizzata negli anni trenta, un vortice in apparente movimento perenne, realizzato in ottone cromato - e Mercurio che passa davanti al sole, soggetto legato a un evento astronomico (il 7 novembre del 1914) che Balla lesse anche come percorso teosofico. E poi Ardengo Soffici, che smonta e ricostruisce in chiave futurista il tema della natura morta; Filippo De Pisis, con uno splendido acquarello della fase iniziale che risente delle composizioni astratto geometriche di Robert e Sonia Delaunay; Gino Severini, con una delle sue clamorose opere dedicate alle ballerine e soprattutto con un dipinto, fondamentale nel percorso dell’artista, come Jeanne dans l’atelier (1915 ) in cui liberandosi dalle regole futuriste nel ritrarre la moglie, cerca una sintesi tra le ricerche sulla compenetrazione dei corpi e la dinamicità dell’immagine e le formule elaborate da Braque e Picasso. C’è anche Kandinsky: Dunmpf-Klar (1928) è un’opera emblematica del suo periodo Bauhaus in cui si concentra sulla linee, più che sul colore, e sulle loro relazioni quasi metafisiche nello spazio.

Le avanguardie del Novecento, i grandi maestri e capolavori, lo sguardo al domani.
Difficile fare sintesi di un percorso che diventa sempre più denso di opere di grandissimo livello, a partire dall’ultimo arrivato nella collezione Carlon, uno straordinario Paesaggio Urbano di Mario Sironi del 1921, appartenuto alla collezione di Margherita Sarfatti, simbolico dei soggetti e delle atmosfere novecentesche della pittura sironiana dopo l’esperienza futurista. Nelle sale che seguono, i lavori degli artisti segnano l’incontro con le avanguardie del Novecento - Metafisica, Surrealismo, Realismo magico - e con la complessità di un rinnovamento radicale che porta a intraprendere tante e diverse strade. La via del sogno e dell’alterità è quella percorsa da de Chirico, Savinio, Magritte, Marx Ernst. Ecco dunque una Piazza d’Italia del 1912 con tutti gli elementi tipici della poetica metafisica del grande de Chirico, prima amato e poi considerato superato dai surrealisti; ecco uno spettacolare Magritte con la La fenêtre ouverte (1966) dipinta un anno prima della morte, in cui il pittore belga crea un ambiente onirico, misterioso e immobile, sovvertendo gli abituali rapporti di relazione, illuminazione e posizione e creando simbologie destabilizzanti quanto inquietanti; ed ecco La fidèle épouse opera capitale nel percorso di Alberto Savinio, che con un gioco ironico, colto e allusivo, è capace di coniugare livelli diversi di citazioni iconografiche e di simbolismi, echi della pittura barocca e della sintassi metafisica, testimoniando la piena adesione alla poetica surrealista. E se suggestivo è l’accostamento con le sculture contemporanee di Giuseppe Gallo - deformanti e paradossali quanto surreali e inquietanti nel loro richiamo a visioni e miti ancestrali - appare quanto mai interessante la possibilità del confronto, offerta dalla Collezione Carlon, con il personale linguaggio surrealista di Mirò, presente con Figure del 1936. Se De Pisis è ancora in bilico tra metafisica e arcamo, il Realismo Magico di Carrà e di Casorati, ma anche di Morandi, conduce a scoprire il senso della malinconia e della solitudine, il silenzio e la vita interiore delle cose nella pittura, attraverso tre suggestive nature morte, accostate a una interpretazione seicentesca del soggetto, forse opera della pittrice Fede Galizia, e all’arcaismo insito nella scultura della Pomona, di Marino Marini. L’arte nello stesso periodo indossa tuttavia anche il volto del Dadaismo e della disobbedienza di Duchamp e del suo ready-made, dissacrante espressione di una rivoluzione concettuale unica. Duchamp è il padre di tutto il Novecento. Divertente e ricchissima è la Boîte-en-valise (1935 -1941) che troneggia al centro della sala: una sorta di catalogo in miniatura di tutta la sua opera, che Duchamp si inventò e volle produrre in 300 copie. Una magica valigia - che sottende i concetti del viaggio, della transitorietà e della riproducibilità dell’opera d’arte - contenente fedeli riproduzioni a colori, vetri, oggetti, dipinti, disegni, ecc. per un totale di 69 pezzi: quasi la sua produzione completa dal 1910 al 1937. Infine, di grande impatto nella sala, anche la presenza di un superlativo Picasso cubista Femme assise (1954), che ritrae con equilibrio Françoise Gilot, la compagna che avevapreso il posto di Dora Maar. Accanto: la Pescatrice o Testa II di George Braque, che circa trent’anni prima si confrontava con le invenzioni picassiane di quel tempo, e One multicolored Marilyn di Andy Warhol, in cui l’artista, come nelle altre opere della serie“Reversal”, reinventa la sua icona pop in negativo. La sala XV ci porta nell’arte astratta del secondo dopoguerra e nell’affermazione dell’Informale, nella sua declinazione spaziale e materica. Afro, Santomaso, Novelli e Tancredi alla fine degli anni cinquanta cercano di ricollocare l’arte italiana nel panorama internazionale, confrontandosi con l’arte americana (Pollock e de Koonig). Fecondo anche il dialogo con Cy Twombly, per diversi anni presente a Roma, ove realizza anche l’opera qui esposta Claudius (1963), coraggioso intreccio quasi causale tra grafia e materia, segni riconoscibili e irriconoscibili. E non mancano neppure Colla e Dorazio. Il faccia a faccia tra due artisti di sicura fede antifascista, come Renato Guttuso con L’armadio realista ed Emilio Vedova con un’opera del Ciclo 60, rende esplicito il vivace dibattito nell’Italia del dopoguerra tra pittura figurativa e pittura astratta, in risposta alla funzione sociale e democratica dell’arte, espressione della libertà raggiunta. Polemiche che si dissolvono con le tre straordinarie personalità di Fontana, Burri e Manzoni, di cui la casa museo Palazzo Maffei propone un nucleo importante di lavori: dal superbo esemplare della serie dei Legni di Burri, datato 1960 (affiancato a White del 1952 e a Cellotex rosso e nero del 1981), alle Nature (sculture in bronzo) di Lucio Fontana e alle sue Attese - con i famosi tagli che raccontano la ricerca spaziale dell’artista e l’ansia di liberarsi dalla schiavitù della materia - fino alla pura materialità e al ruolo dissacrante degli Achrome (lavori composti da fibre naturali o sintetiche prive di colore) con cui Piero Manzoni, che scompare prematuramente a soli trent’anni, nega qualunque significato all’opera d’arte.

L’enigma della vita
Siamo alla conclusione di questo viaggio. Nell’ultima sala, ad alcuni lavori particolarmente amati resta il compito di lasciare al visitatore una suggestione, un interrogativo cui ripensare dopo questo affondo nel cuore di una raccolta fino a ieri non visibile al pubblico. Si succedono così Il saluto dell’amico lontano (1916), opera fondamentale del de Chirico metafisico, dipinta a Ferrara; uno dei cosiddetti Quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto - Arp su un mobile di Marchel Duchamp - che gioca sulla citazione multipla; la scintilla che Gino De Dominicis, in Senza titolo. Urvasi e Gilgamesh, fa scaturire dall’abbraccio mai narrato tra la dea induista della bellezza e della forza vitale e il mitico eroe del poema sumero, e - infine - Cloud (2016) installazione del giovane artista argentino Leandro Erlich appartenente alla poliforme galassia dell’Arte Concettuale, che in un gioco di specchi e di suggestioni ricrea all’interno di una teca il movimento continuo e la variabilità infinita delle nuvole.
L’enigma e l’incognita della vita che si fa arte.


Palazzo Maffei chiude con la sua magnifica facciata barocca il lato nord occidentaledi Piazza delle Erbe. Il corpo più antico dell’edificio fu edificato nel tardo medioevo nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina costruitoin epoca repubblicana, quando Verona divenne Municipio romano (49 a.C.) e le cui fondamenta perfettamente conservate sono tutt’oggi visibili. Alla sua destra si apre via S. Anastasia, alla sinistra corso Porta Borsari. L’edificio, così come oggi lo ammiriamo, è frutto di un imponente lavoro di ampliamentoeseguito nel corso del Seicento da Marcantonio e Rolandino Maffei, banchieri, la cui attività di cambio si era sviluppata proprio accanto a Piazza delle Erbe, all’epoca anche nota come piazza grande. Dai documenti si evince che i lavori dovettero iniziare all’incirca verso il 1626,  in cui zio e nipote inviano una supplica al Consiglio comunale per sollecitare l’approvazione di un intervento edilizio nella loro dimora, che evidentemente versa in cattive condizioni. Non si conosce il nome dell’architetto chiamato a riprogettare il palazzo, con ogni probabilità però vale l’affermazione di Scipione Maffei, il grande erudito e riformatore veronese, che pur appartenendo a un ramo collaterale conosce la storia della famiglia proprietaria e riporta che il disegno della dimora era “venuto da Roma”, cosa del tuttoprobabile dati i rapporti dei Maffei con l’Urbe. I lavori comunque devono in gran parte finire nel 1668, come ricorda una epigrafemurata nel cortile, e sono portati a termine da Rolandino, che fa avanzare la facciata, decorandola con statue, lesene e capitelli, e che abbellisce la sommità con una terrazza a tutta ampiezza destinata ad ospitare un giardino pensile, un agrumeto, descritto nel 1714 dal naturalista Johann Christoph Volkamer nelle tavole incise del suo album Continuation der Nurbergischen Hesperidum. Osservando il palazzo si comprende immediatamente che l’importanza della famiglia è magnificamente rappresentata dall’imponenza austera ed elegantissima della facciata, che alterna motivi architettonici tardo rinascimentali a bizzarrie barocche. L’edificio si sviluppa su tre piani che poggiano sui cinque archi di un falso portico. Il pianterreno ospita fin dal Medio Evo delle botteghe che nella modifica del Seicento si affacciano sulla piazza con un fronte di archi alternati a paraste doriche, a fasce di bugne. Più ricco è il disegno architettonico del primo e secondo piano, caratterizzati da una sequenza di porte/finestre sormontate da frontoni ricurvi e triangolari alternati, scandite da semi colonne ioniche con mascheroni e aperte con balconi balaustrati sulla piazza.
Il secondo piano è sormontato da una lunga balaustra su cui poggiano sei statue: Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo, Minerva a creare una vera quinta teatrale. Tutte di epoca coeva e in pietra locale, solo l’Ercole, prima a sinistra, risulta realizzatoin marmo pario: probabilmente un originale d’epoca romana come il Capitolium sottostante, riutilizzato nel rifacimento neoclassico.
Non meno scenografico è l’interno del palazzo. Oltrepassato il cannocchiale dell’arco d’ingresso, si scoprono due corpi di fabbrica raccordati da due corti quadrate comunicanti: attorno, l’intero edificio con grandi finestre al piano nobile, aperte su un balcone passante a ringhiera.
"Tutta in aria”, così descrive Scipione Maffei il prodigio strutturale della magnifica scala di forma elicoidale che dalle cantine giunge fino al tetto, coronata da una grande lanterna e da statue, una sfida alle leggi di gravità per quel suo essere stata eseguita “sostenendosi essa tutta in se stessa”.
Il piano nobile, dove oggi è esposta la Collezione Carlon, conserva nei saloni d’ingressoe in quello aperto su Piazza delle Erbe la testimonianza di un ciclo di affreschi eseguiticon ogni probabilità tra il XVIII e il XIX secolo, d’impronta classicheggiante.Dell’assetto originario del grande appartamento rimangono alcune belle stanzeinterne, affacciate sul secondo cortile, arricchite da elementi architettonici di pregio,come gli stucchi a motivi floreali, con specchiature ovali che racchiudono dipinti sutela di maniera, databili verso la fine del XVIII secolo, o la cornice in marmo neroproveniente da cave veronesi del grande camino della sala che prende luce dal vicolo.

Fondazione Luigi Carlon
Presidente: Luigi Carlon; Vicepresidente e Direttore: Vanessa Carlon
Da un’idea museografica di: Gabriella Belli, Direttore Fondazione Musei Civici di Venezia
Comitato Scientifico: Dott.ssa Gabriella Belli; Prof. Valerio Terraroli; Dott. Paolo Valerio
Progetto allestitivo e di restauro: Baldessari e Baldessari Architetti e Designers
Direzione lavori: Ing. Alessandro Mosconi
Restauri architettonici, beni mobilie tinteggiature a cura di: Massimo Tisato
Visual identity e graphic design: Sebastiano Girardi Studio
Editing dei testi di percorso: Language Consulting Congressi Srl; Domenico Pertocoli; Richard Sadleir
Orari: Dal lunedì al venerdì 10.00 – 18.00Sabato, domenica e festivi 11.00 – 19.00 (1 gennaio apertura dalle 13.00 alle 19.00) Chiuso il martedì, 25 dicembre
La Casa Museo rimarrà chiusa fino a domenica 15 marzo compresa.
Informazioni: palazzomaffeiverona.cominfo@palazzomaffeiverona.com - T +39 045 5118529 - T +39 045 2456959 (Amministrazione) - SocialFb @palazzomaffei - Inst @palazzomaffeiverona - info@palazzomaffeiverona.com
Biglietti: Intero: €. 10; Ridotto: €. 8; Tutte le convenzioni e riduzioni sono consultabili sul sito. Per gli abitanti di Verona l'ingrasso è gratuito.
Viste guidate su prenotazione: Visita guidata in Italiano €85 max 20 persone - durata: ore 1.15; Visita guidata in Inglese: €110 max 20 persone - durata: ore
Ufficio stampa e comunicazione: Villaggio Globale International - Antonella Lacchin - lacchin@villaggio-globale.it - T. 041 5904893 - M. +39 3357185874 - stampa@villaggio-globale.it

Palazzo Maffei
Piazza delle Erbe 38
37121 Verona

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Domenica Regazzoni Lucio Dalla a 4 mani, Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio, Bologna, fino al 29/03/2020

A Bologna la suggestiva mostra “Domenica Regazzoni Lucio Dalla a 4 mani”, a cura di Silvia Evangelisti e dedicata al grande amico Lucio Dalla, presenta nella Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio, in Piazza Maggiore, dal 3 al 29 marzo una selezione di trenta opere per la gran parte inedite realizzate da Domenica Regazzoni.
L’esposizione, organizzata in collaborazione con il Comune di Bologna e la Fondazione Lucio Dalla, si concentra sulla stretta relazione tra arte e musica che caratterizza da sempre la poetica di Regazzoni e, come suggerisce il titolo derivato da una dichiarazione dello stesso Dalla di vent’anni fa, esprime il profondo e lungo legame tra il cantautore e l’artista, la quale vuole ricordarlo simbolicamente proprio nel periodo dell’anno in cui ricorrono nascita e scomparsa dell’indimenticabile musicista bolognese (4/03/1943 - 1/03/2012).
Le opere esposte, realizzate dal 1998 al 2019, restituiscono sulla tela le emozioni suscitate dalle liriche di Lucio Dalla, amico di sempre. Quattordici sono le canzoni scelte che hanno ispirato i lavori (e i loro titoli) - da Henna a Com’è profondo il mare, da Milano a Scusa, da Cosa sarà a L’ultima luna, per citarne alcuni - di cui nell’atmosfera raccolta, intima e avvolgente dell’allestimento, leggiamo brevi pensieri riportati sulla base dei pannelli espositivi, per creare un’esperienza artistica totale grazie all’intreccio di luce, suono, colore e parola.
Il visitatore è quindi chiamato a lasciarsi coinvolgere dal dialogo ininterrotto tra le immagini, i versi e la musica diffusa nella sala, vera e propria colonna sonora della mostra che propone un inedito arrangiamento, nato dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Cesare Regazzoni, fratello dell’artista, di Nun parlà e Occhi chiusi, scritta da Dalla per Gianni Morandi.
Nei lavori esposti risalta immediatamente all’occhio lo spessore materico, restituito da juta, gesso e colori a olio, che caratterizza la cifra stilistica di questa collezione e svela, tra le righe, la sperimentazione scultorea intrapresa dall’artista a partire dal 2003 in memoria del padre, maestro liutaio, scomparso qualche anno prima.
Ne derivano così creazioni fortemente liriche, come Caruso (2019, olio su tela e collage, cm 150x120) ispirata dal verso “ma quando vide la luna uscire da una nuvola / gli sembrò dolce anche la morte” dell’omonima celeberrima canzone del 1986, universalmente riconosciuta tra i capolavori della musica contemporanea con i suoi nove milioni di copie vendute in tutto il mondo in decine di versioni e di cui resta memorabile l’interpretazione di Luciano Pavarotti; oppure Le rondini (2000, pastello su tela, cm 125x135), i cui tenui colori sembrano rappresentare l’invocazione “E con la polvere dei sogni volare e volare” della canzone di Dalla del 1990.
Accanto si trovano lavori più materici, con ‘frammenti di mondo’ concreti e forti come le parole dalle quali si sono originati, come Amen (1998, medium misto su tela, cm 61,5x30) con “quel pezzo del mio cuore che / è ancora lì… lì con me / e ogni tanto batte senza un perché” dall’album del tour del 1992, e Notte (2000, medium misto su tela, cm 121x113), “dura da masticare a pezzi fra i denti / notte da sputare” dal brano scritto nel 1971 ed edito solo nel 2011 nell’imponente raccolta Questo è Amore; fino al quadro-scultura Ciao (2016, assemblaggi, cm 63x63) in cui una mano e un piede connessi da una catena rappresentano fisicamente l’espressione “di là qualcuno muore / qualcun altro sta nascendo” tratta dal singolo che dà il nome all’album del 1999.
E ancora nei soggetti si va da una suggestione di figurativo - come in (2001, olio su tela, cm 80x80) in cui si ravvisa l’idea di un astro suggerito da “lontano da ogni cosa / su una stella luminosa” - all’astrattismo più totale di Baggio Baggio (2019, medium misto, cm 95x95), tripudio di arancione, blu, bianco, oro e ocra, pur nato dall’impressione “il cielo è nero e tu sei lì da solo / dentro di te… c’è un qualcosa e non sappiamo cos’è… / è l’anima”, appartenente al brano dedicato al calciatore punta di diamante del Bologna Football Club nella stagione 1997/98, cui Dalla era sfegatato tifoso (del brano, incluso nel disco Luna Matana, ancora compare, come coautore, Cesare Regazzoni).

“Sono quadri sorprendenti, svelano delle sfumature dei miei brani che io stesso non conoscevo. Aggiungono significato e completano le mie canzoni”, sosteneva Lucio Dalla in un’intervista nel 2000.
In conclusione, nei quadri di Domenica Regazzoni è possibile leggere “paesaggi, ispirati alle parole delle sue canzoni”, come evidenzia la curatrice Silvia Evangelisti, testimone del legame tra artista e musicista dal 2001, anno in cui lo stesso Lucio le presenta entusiasticamente l’arte di Domenica. Scenari ravvisabili nella composizione o solo intuibili mentalmente, ma tutti scaturiti da una “meditazione pittorica interiore, perché le canzoni - di Dallatoccano le corde più profonde dell’essere”, sottolinea l’artista stessa, che del compositore-musicista-cantante-attore-regista sembra esprimere nelle sue opere pittoriche tutto l’amore per l’arte e la bellezza.
Completa il percorso espositivo un breve filmato che raccoglie significative interviste in cui lo stesso Dalla dà sentita testimonianza della profonda amicizia con Regazzoni.
Affianca la mostra un esaustivo catalogo realizzato con la MR Fine Art di Milano, galleria di riferimento per le opere di Domenica Regazzoni, con un’inedita intervista di Silvia Evangelisti all’artista.

È stato un caro amico, Lucio Dalla, a parlarmi per la prima volta di Domenica Regazzoni e a mettermi in contatto con lei.
Era il 2001 e Lucio mi raccontò di un’artista che dipingeva poetici e suggestivi “paesaggi” ispirati alle parole delle sue canzoni. “Mi piacerebbe che li vedessi, a me sembrano molto belli e si potrebbe farne una mostra anche a Bologna”.
Il progetto di Domenica Regazzoni mi è piaciuto perché contiene una richiesta precisa d’interpretazione delle mie canzoni in molti casi visivamente perfetta” ha detto Dalla in un’intervista ed io, come lui, ne restai affascinata e la mostra si fece nella chiesa sconsacrata di San Mattia.
Non era la prima esperienza di questo tipo che l’artista lombarda intraprendeva, aveva già realizzato una serie di opere ispirate alle parole scritte da Mogol per Lucio Battisti, ed anche in questo caso i suoi dipinti non erano una trasposizione in immagine delle parole dei testi a cui si riferivano, ma ne erano una sorta di “risultanza”, di conseguenza emotiva trasposta nel visibile, in segni e colori come contrappunti musicali.
Sintesi di poesia pittura e musica.
E non è un caso che, nel 2000, l’artista abbia pubblicato una preziosa monografia dedicata alla poesia Haiku, composizione poetica nata in Giappone nel XVII secolo, che in soli tre versi (con uno schema rigoroso di 5/7/5) esprime il rapporto tra uomo e natura.
"Le tele di Domenica Regazzoni, e le bellissime carte, sono abitate da azzurri e blu, ora liquidi, ora intensi, da verdi e rosa tenui, su cui l’artista pone e immerge fragili garze e sottili fili di ferro, frammenti colti dalla realtà che si trasformano in sottile gioco poetico. “Sovrapposizioni e sfumature cromatiche, come “stati d'animo”, che divengono interpretazione poetica personalissima del mondo, segnata - sul filo delle musiche e dei testi - dal tenue riaffiorare di memorie, di immagini, di luci, di silenzi: affiorare e scomparire di forme, inseguite da “segni segreti”, quasi espressione visiva di un ineludibile sentimento della precarietà umana, si libera da quella certa ansia sommessa e si gioca in uno spazio più ampio, indefinito e aperto."
Sono passati molti anni da quando scrissi queste frasi, e Domenica li ha trascorsi lavorando intensamente, raffinando la sua ricerca pittorica e arricchendola con nuove esperienze, come quella della scultura e dell’incisione, collaborando con uno dei maggiori stampatori, Giorgio Upiglio.

Silvia Evangelisti

Domenica Regazzoni nasce in Valsassina nel 1953. Inizia a dipingere nei primi anni Settanta frequentando, a Milano, l’Accademia di Brera e nel 1992 per la collana “All'insegna del pesce d'oro” di Vanni Scheiwiller illustra “Canto Segreto”, una raccolta di poesie di Antonia Pozzi. Nel 1997 è tra gli artisti selezionati al corso internazionale "Libero blu", organizzato dalla Galleria Blu di Milano.
Quindi, ispirandosi alle più poetiche canzoni di Mogol e di Lucio Dalla, nascono le mostre “Colore Incanto” e “Regazzoni&Dalla”. Tra il 1997 e il 2001 espone a Tokyo, in Giappone, e in numerose città italiane tra cui Milano alla Fondazione Stelline, Roma al Complesso del Vittoriano e Bologna nell’ex Chiesa di San Mattia, eventi a cui Dallapartecipa attivamente.
Nel 2000 torna a Tokyo per presentare una monografia ispirata alla poesia Haiku edita da Viennepierre.
Nello stesso periodo, in seguito alla scomparsa del padre Dante Regazzoni, grande liutaio lombardo, realizza la mostra “Dal Legno al Suono”, a cura di Gillo Dorfles, ispirata all’arte della liuteria. Si susseguono numerose esposizioni in Italia e all’estero, in prestigiose sedi private e istituzionali. Negli anni si accosta all’incisione e frequenta a lungo la stamperia di Giorgio Upiglio.
Nel 2009 la sua grande scultura in bronzo “The Broken Violin” è collocata in permanenza nel Coltea Park nella piazza dell’Università di Bucarest. Nel 2012 è a Milano con il grande fotografo Gabriele Basilico. Nel 2015 per Milano Expoincittà espone al Palazzo della Permanente insieme all'incisore cinese Lu Zhiping, in collaborazione con il Padiglione della Cina. Nel 2017 partecipa alla Triennale di Roma.

Domenica Regazzoni Lucio Dalla a 4 mani
A cura di: Silvia Evangelisti
Dal 3 al 29 marzo 2020
Orari: da martedì a domenica ore 10-18.30 | venerdì ore 14.30-18.30 | chiuso lunedì
Ingresso:libero
Fino all’8 marzo l’ingresso alla mostra viene consentito con modalità di fruizione contingentata, in conformità a quanto predisposto dal DPCM del 1°marzo 2020
Catalogo: presente in mostra in collaborazione con MR Fine Art

www.mrfineart.it - galleria@mrfineart.it
Informazioni: info@regazzoni.net - Palazzo D’Accursio o Comunale T. + 39 051 203040
Sponsor:
Colber International, MR Fine Art e Viabizzuno
Ufficio Stampa: IBC Irma Bianchi Communication - T. +39 02 8940 4694 - M. +39 328 5910857 - info@irmabianchi.itwww.irmabianchi.it

Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio
Comune di Bologna
Piazza Maggiore 6
40121 Bologna

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Uniform into the work/Out of the work, Waled Beshty Ritratti industriali, Fondazione MAST, Bologna, dal 25/01 al 3/05/2020 

La Fondazione MAST presenta UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK, il nuovo progetto espositivo curato da Urs Stahel dedicato alle uniformi da lavoro che, attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali, mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti.
Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, ad un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare la separazione dalla collettività di chi le porta. Le parole “uniforme” e “divisa” rivelano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista per i quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.
UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORKLA DIVISA DA LAVORO NELLE IMMAGINI DI 44 FOTOGRAFI
La mostra collettiva "La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi", allestita nella PhotoGallery, raccoglie gli scatti di 44 artisti: celebri protagonisti della storia della fotografia tra cui, Manuel Alvarez Bravo, Walker Evans, Arno Fischer, Irving Penn, Herb Ritts, August Sander e fotografi contemporanei come Paola Agosti, Sonja Braas, Song Chao, Clegg & Guttmann, Hans Danuser, Barbara Davatz, Roland Fischer, Andrè Gelpke, Helga Paris, Tobias Kaspar, Herline Koelbl, Paolo Pellegrin, Timm Rautert, Oliver Sieber, Sebastião Salgado, immagini tratte da album di collezionisti sconosciuti e otto contributi video di Marianne Müeller.
In tutto il mondo si distingue ancora oggi tra “colletti blu” e “colletti bianchi”, due espressioni che si sono imposte in molte lingue della società industrializzata. Ispirandosi all’abbigliamento da lavoro, si opera una distinzione tra diverse forme e categorie professionali e poi sociali: da un lato la casacca o la tuta blu degli operai delle fabbriche, dall’altro il colletto bianco quale simbolo del completo giacca e pantaloni, camicia bianca e cravatta di coloro che svolgono funzioni amministrative e direttive.
La mostra è un viaggio tra le uniformi, che sollecita una riflessione sull’essere e sull’apparire: le casacche da lavoro fotografate da Graciela Iturbide, i grembiuli protagonisti dei “piccoli mestieri” - come li chiama Irving Penn - del pescivendolo e dei macellai, le tute degli scaricatori di carbone nel porto de L’Avana ritratti da Walker Evans, gli abiti dei contadini negli scatti a colori di Albert Tübke, le tute da lavoro delle operaie nelle officine di montaggio della Fiat, a Torino, nelle fotografie di Paola Agosti.
Nelle immagini di Barbara Davatz gli abiti da lavoro dei collaboratori di una piccola fabbrica svizzera si confrontano con le uniformi degli apprendisti del più grande rivenditore di generi alimentari "Migros" della Svizzera fotografati da Marianne Müller, i colletti bianchi di Florian Van Roekel fanno da contrappunto alle tute nere dei minatori nelle foto del cinese Song Chao e alle lavoratrici di una fabbrica di abbigliamento immortalate da Helga Paris.
L’abbigliamento da lavoro comprende anche gli indumenti protettivi, che sono al centro delle immagini sia del messicano Manuel Álvarez Bravo, sia di Hitoshi Tsukiji che si sofferma sui guanti di sicurezza della Toshiba, sia di Sonja Braas, di Hans Danuser e Doug Menuez che si concentrano sulle tute.
L’abito non rispecchia solo la diversa occupazione, né obbedisce esclusivamente alla funzionalità del lavoro, ma indica anche una distinzione di classe e di status come mostra il grande Ritratto di gruppo dei dirigenti di una multinazionale di Clegg & Guttmann dove la luce illumina solo i volti, le mani e i triangoli sfolgoranti formati dai risvolti, dalle camicie bianche e dalle cravatte.
Nei nove ritratti di August Sander, considerato uno dei più famosi ritrattisti del XX secolo, emerge la simbiosi tra persona, professione e ruolo sociale più che l’essenza dei singoli individui. L’attenzione del fotografo è infatti sulla funzione sociale, piuttosto che estetica della fotografia, con l’intento di costruire un’immagine fedele della propria epoca.
L’esposizione ci guida dall’abbigliamento da lavoro all’uniforme con i sette imponenti ritratti del soldato “Olivier” di Rineke Dijkstra, le uniformi civili delle serie di Timm Rautert, abiti del monaco e della suora fotografati da Roland Fischer fino ad arrivare ai ritratti di Angela Merkel nelle nove fotografie di Herlinde Koelbl, la celebre artista tedesca che ha dedicato un progetto pluriennale, “Traces of Power” alla raffigurazione anno per anno di alcuni dei maggiori leader politici tedeschi, a partire dal 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino.
Sebastião Salgado immortala il riposo di un operaio della Safety Boss Company, in Kuwait, impegnato nelle operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo.
Le opere di Olivier Sieber, Andreas Gelpke, Andri Pol, Paolo Pellegrin, Herb Ritts e Weronika Gesicka descrivono la progressiva trasformazione dell’abbigliamento da lavoro e dell’uniforme in stile e moda assieme alla serie “Beauty lies within” di Barbara Davatz che fotografa alcuni commessi di H&M fuori dal contesto lavorativo.
Le fotografie dei ricami di Tobias Kaspar, tratti dagli archivi di un produttore tessile svizzero, chiudono idealmente la mostra.
Su grandi monitor otto addetti alla sicurezza in uniforme di servizio, protagonisti di altrettanti video di Marianne Müller, “vigilano” sui visitatori.

WALEAD BESHTY: “RITRATTI INDUSTRIALI"
La mostra monografica allestita nella Gallery/Foyer, raccoglie 364 ritratti, suddivisi in sette gruppi di 52 fotografie ciascuno: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, altri professionisti, direttori e operatori di istituzioni museali.
Sono fotografie di persone con cui l’artista è entrato in contatto nel suo ambiente di lavoro, mentre realizzava la sua arte o preparava le mostre. Nel corso degli ultimi dodici anni Walead Beshty ha fotografato circa 1400 persone con una macchina di piccolo formato e pellicola analogica di 36 mm, per lo più in bianco e nero. Dal totale degli scatti effettuati il fotografo ha scelto un ritratto per ogni singolo soggetto, per la mostra al MAST ne sono stati selezionati 364.
L’obiettivo di Walead Behsty, ispirandosi al lavoro di inizi del ‘900 del ritrattista August Sander, non è quello di esprimere l’aspetto, il carattere o la natura della persona fotografata - scopi che il ritratto in studio ha perseguito fin dagli albori della fotografia - ma è quello di rappresentare le persone nel loro ambiente di lavoro (che è anche il suo), la loro funzione e il ruolo professionale che svolgono in seno al mondo e al mercato dell’arte. É da qui che deriva il titolo della sua opera “Industrial Portraits”. “Da un lato in questo titolo possiamo riconoscere il riflesso di una tecnica per certi aspetti standardizzata, dall’altro possiamo dire che i ritratti in mostra e la serie nel suo insieme (1400-1500 elementi in continuo aumento) costituiscono a loro volta una sorta di “ritratto” di una specifica realtà industriale, cioè l’industria dell’arte nel suo complesso. In questo senso, gli “Industrial Portraits” rendono visibili e mettono in evidenza gli attori che si muovono in questo settore che si ritiene tendenzialmente libero da strutture gerarchiche”, spiega il curatore della mostra Urs Stahel.
I 364 ritratti di Beshty evidenziano la riluttanza dei protagonisti per l’uniformità dell’abbigliamento professionale.
Non bisogna apparire come l’altro, uniformati, omologati. Con il rischio però che questa definizione in negativo si riveli nuovamente, per tutti gli attori che operano in quell’ambiente, un atteggiamento uniformato e standardizzato.
Nonostante lo sforzo con cui ogni singolo individuo ritratto mira a mostrare una presenza e un’immagine unica, personale e originale, i protagonisti pare rimangano dipendenti dal contesto, prigionieri del loro atteggiamento individualistico.


UNIFORM INTO THE WORK / OUT OF THE WORK
LA DIVISA DA LAVORO NELLE IMMAGINI DI 44 FOTOGRAFI
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WALEAD BESHTY: RITRATTI INDUSTRIALI
Dal 25/01 al 03/05./o: sabato 25 gennaio ore 10.00
Ingresso: gratuito
Orari: Martedì - Domenica 10.00 - 19.00; in occasione di Arte Fiera: sabato 25 gennaio > 10.00 - 24.00*; domenica 26 gennaio > 10.00 - 20.00; *MAST partecipa alla Art City White Night
Informazioni: www.mast.org
Ufficio Stampa: press@fondazionemast.org - T. 051 6474406; Lucia Crespi - lucia@luciacrespi.it - T. 02 89415532

MAST
via Speranza 42
Bologna

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