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Berenice V. Merlini – Intervista su La psiche al tempo del Covid-19 – Milano – 14/02/2021

Incontriamo Berenice Merlini, giovane psicologa a indirizzo psicodinamico, consulente presso la Neurologia Pediatrica e Centro Regionale di Epilessia dell'Ospedale Fatebenefratelli di Milano e svolge l'attività di psicologa presso la Comunità Psichiatrica per Adulti a Media Protezione a Crema.

Il Covid ha fatto da detonatore a tutti i problemi sociali irrisolti e nei rapporti tra familiari soprattutto, costretti a una convivenza forzata. Sono aumentati esponenzialmente i divorzi, le nascite, suicidi e i problemi relativi al rapporto con i figli, i fenomeni depressivi e di regressione, i disturbi dell’alimentazione...
Nella tua molteplice attività con pazienti adulti e dell’età evolutiva che cosa è cambiato con l’arrivo della pandemia?
Direi che la pandemia ha portato con sé questioni diverse a seconda di dove lavoro ma sicuramente tutte accomunate da un cambiamento di setting. Anzi direi che il setting, già diversificato di per sè, è cambiato in modo diverso a seconda dei posti. Ma cosa intendiamo noi psicologi psicodinamici con il termine “setting”? Per dirla in breve, il setting è il luogo fisico e simbolico dell’incontro tra paziente e terapeuta, è naturalmente un luogo speciale che ha delle regole particolari e sue proprie, possiamo dire che è la cornice che contiene gli scambi relazionali con il paziente.
Durante la pandemia ad esempio in studio privato, come tanti altri colleghi ho dovuto fare un cambio repentino di setting passando dalla modalità in presenza alla modalità online. Tali modificazioni si sono rese necessarie al fine di proseguire le terapie e poter preservare il lavoro terapeutico in una situazione di precarietà ed incertezza. Per noi psicologi psicodinamici è una questione assai controversa e dibattuta! Uno degli aspetti che ho avvertito come maggiormente differente è la “presenza”: nel nostro lavoro dobbiamo metterci in una posizione di ascolto, adesso tralasciando tutti gli stereotipi ridicoli sugli psicoanalisti che restano arroccati in silenzio sulla loro poltrona mentre il povero paziente parla, parla e parla … tralasciando dunque questa immagine estrema, per conoscere l’altra persona sicuramente abbiamo bisogno di ascoltare e questo non può che avvenire in silenzio. Ecco, alcuni pazienti mi hanno detto di avvertire la differenza tra il silenzio in una seduta in presenza, che comunque veicola contenuti seppur non verbalizzati, e il silenzio in una seduta online, dove se addirittura si spegne la telecamera sorge il dubbio che l’altro non ci sia o sia caduta la connessione internet. Questo silenzio “anomalo”, un po’ freddo, porta il paziente a chiedere se ci siamo ancora e noi ad adottare piccoli atteggiamenti per far capire che ci siamo anche se in silenzio e non ci si vede, necessità che in presenza di certo non avremmo.
Per quanto riguarda il lavoro in ospedale con i bambini quello che sicuramente ha impattato di più è stata l’obbligo dei diversi dispositivi: tu immagina di essere un bimbetto di 8/9 anni che ha vissuti d’ansia, un po’ di paure e magari con un attaccamento insicuro e che a fatica si separa dalla mamma che l’ha accompagnato alla visita; e si vede arrivare me che oltre ai soliti pantaloni e maglietta bianchi indosso il sovra-camice azzurro plastificato, la mascherina e la visiera che mi copre tutto il viso. Non so te ma se io fossi quel bambino piangerei o comunque non parlerei mai con quella persona lì che più che una persona sembra un astronauta! Ecco questa è stata la prima difficoltà che ho incontrato, poi c’è stata la selezione dei giochi … ti spiego: nella mia stanza ho diversi giochi che lascio a disposizione del bambino, mi servono per vedere come affronta ed esplora lo spazio nuovo con l’estraneo. Poi se mi occorre qualcosa nello specifico propongo io un gioco in particolare se no lascio a lui la scelta libera per vedere come si pone davanti alla scelta e come affronta l’attività ludica libera. È buona indicazione dopo ogni incontro ripulire le superfici toccate da me e dal paziente: immagina ripulire 1000/2000 pezzetti piccoli di lego. Quindi via il lego! Le bambole di stoffa che non si possono lavare? Via anche le bambole! Ecco questi sono alcuni esempi. Poi c’è il setting con i genitori. Il lavoro di terapia con i bambini è imprescindibile dal coinvolgimento delle figure di riferimento. Ci sono stati due cambiamenti principali: il primo è che ora le loro sedie sono quasi a tre metri di distanza dalla mia. Non sono un genitore ma immagino che non sia facile venire da uno psicologo perché tuo figlio ha delle difficoltà, parlarne sinceramente e talvolta è anche doloroso e tra te e lo psicologo ci sono almeno un metro e mezzo di distanza, poi una scrivania enorme e infine la sua poltrona. È vero, una relazione non è fatta solo di questo, però penso che come primo impatto sia un po’ disorientante … e poi per non creare assembramenti nella sala d’aspetto e ridurre al minimo gli incontri in presenza anche qui siamo dovuti passare alla modalità online. Ovviamente per il mio lavoro con i bambini non è sempre possibile però ora le restituzioni ai genitori le faccio online. Questo implica che io invii prima dell’incontro la relazione di cui parleremo assieme e nel frattempo i genitori, non tutti ma alcuni, incuriositi giustamente se la leggono prima. Devi immaginarti che essendo una relazione psicologica vengono utilizzati dei termini tecnici e specifici non di immediata intuizione e vengono esplicitati aspetti non sempre facili da elaborare. Quindi al momento dell’appuntamento via skype mi ritrovo dei genitori spiazzati e con dei fantasmi eccessivi che si sono creati fraintendendo, probabilmente proiettando ansie e vissuti propri, in quella relazione che devo andare a sbrigliare e risolvere.
Infine in comunità la pandemia ha avuto un impatto diverso a seconda dei pazienti. Ci sono pazienti con patologie molto gravi, dispercezioni e deliri, disturbi del pensiero e che hanno compreso solo in parte quel che sta accadendo riuscendo dunque a mantenere una stabilità seppur nella propria malattia. Per altri invece le varie chiusure hanno completamente alterato una routine giornaliera che andava avanti da tempo portando ad un iniziale risposta rabbiosa e di frustrazione e un secondario ritiro che si è andato affievolendo nel tempo. Per alcuni pazienti la reazione è stata diversa, forse direi anche benigna. Il problema di certi pazienti è il non riuscire a darsi dei limiti, dal punto di vista emotivo sono pazienti molto fragili ma che compensano con immagini di sé grandiose e onnipotenti e comportamenti esagerati; hanno per questo delle diagnosi molto precise (borderline, disturbi di personalità, psicosi maniaco-depressiva ecc.). Ora per alcuni di questi essere entrati in contatto con il senso del limite, imposto dalle circostanze, dalla vita direi e non da qualcuno (genitori, istituzioni, autorità) con cui è facile contrapporsi, controreagire e sentirsi perseguitati su un piano personale, il limite, la limitazione imposta in conseguenza del possibile contagio, ovvia, anonima, quasi naturale non ha permesso la solita reazione di collera. Per qualcuno è stata la prima volta, e ciò ha avuto su costoro un effetto diciamo quasi “educativo”. In genere comunque, quasi tutti i pazienti sono stati meglio nel primo lockdown, quando la chiusura era totale e netta. È stata in un qualche modo liberatoria rispetto alla paura del contagio, di cui ancora non si sapeva niente. Nelle fasi successive invece dove c’era e c’è una maggior apertura ma viene richiesta un’alta responsabilità personale stanno peggio, perché chiamati in causa a scegliere personalmente cosa è opportuno fare o meno con una propria responsabilità. Ma direi che questo discorso si può tranquillamente estendere alla popolazione generale.

Quanto influiscono nel rapporto con i pazienti le misure di prevenzione?Ritengo che, se le misure di prevenzione (la mascherina, il distanziamento sociale, le chiusure ecc.) hanno sicuramente impattato sul nostro setting, che sia in ambulatorio, o nelle strutture riabilitative o anche negli studi privati, si è dovuto trasformare e adattare alle nuove esigenze, dall’altra parte il rapporto con i nostri pazienti non ha subito variazioni. Il passaggio alle sedute online, le mascherine in seduta vis-a-vis e altre accortezze sono sicuramente state imposizioni repentine e nuove ma penso che alla fine “cambia la stanza d’analisi ma la voce è la stessa”. È la voce del nostro analista che riconosciamo e alla quale ci affidiamo, non a quella poltrona o a quel lettino. Questo per dire che la distanza fisica non corrisponde ad una distanza affettiva, né una vicinanza fisica implica necessariamente uno scambio autentico e accogliente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, quanto detto è valido sia per i bambini che per gli adulti. Mi è capitato di iniziare delle terapie direttamente da remoto, una addirittura per telefono, senza mai vederci in volto e al di là della naturale curiosità reciproca che può sorgere, penso che se questa terapia va ancora avanti è perché la vicinanza affettiva è in grado di superare quella fisica.
Ho parlato prima di setting come luogo fisico e simbolico atto a contenere gli scambi col paziente, questo è indispensabile certamente ma ancor di più è, come lo chiamiamo noi psicologi il “setting interno”. Se il primo può essere mutevole (on line, in presenza, sulla poltrona, sul lettino ecc.), il setting interno non varia. È difficile in poche parole dire che cos’è. Mi limito a dire che è la disposizione personale del terapeuta a ricevere il paziente; è il risultato di una training lunghissimo e del risultato di una altrettanto lunga formazione personale (analisi didattica, supervisioni controlli ecc.). Questo per ribadire che l’esperienza di terapia non è intellettuale come si crede ma affettiva. È questo che fa superare la distanza fisica o mediare la freddezza di uno schermo a led.

Le mascherine annullano la percezione dell’altrui sentire e costituiscono con il distanziamento fisico una pesante barriera comunicativa?
È una giustissima osservazione: le mascherine annullano l’altrui sentire. Se ci pensiamo capita spesso di abbassarci la mascherina e ripetere quanto appena detto se avvertiamo che l’altro non ci ha sentito. Questo non avviene perché togliendo la mascherina il suono risulta più udibile, ma perché, senza rendercene troppo conto, la vista aiuta l’udito. Riusciamo a capire meglio quello che ci viene detto se abbiamo la possibilità di vedere in faccia chi parla: il suo "labiale" ci aiuta, anche se lo padroneggiamo solo inconsciamente e solo quel poco che basta. Uno studio condotto da ricercatori dell'Università della California a Los Angeles nel 2012 e pubblicato sulla rivista "Psychological Science" (How adding non-informative sound improves performance on a visual task) mostra infatti che questi due sensi sono così profondamente intrecciati che anche quando il suono è del tutto irrilevante per un compito, influenza comunque il nostro modo di vedere il mondo e viceversa. L'interazione fra i sensi nella percezione è ben nota e quando le informazioni che provengono da un certo senso sono ambigue, un altro senso può intervenire e chiarirle (l'odore influenza il gusto). Non bisogna però pensare che tutti i sensi siano egualmente coinvolti nell’elaborazione di uno stimolo, che ciascuno dia a parimenti il proprio contributo nella valutazione dello stimolo e infine ne producono il risultato percettivo, bensì l’uno influenza l’altro ancor prima del risultato finale. Nello studio cui faccio riferimento i test condotti dimostravano che l'udito potenziava la vista anche se il suo contributo non poteva direttamente essere d'aiuto nella risoluzione del compito e vicendevolmente anche la vista sull’udito.
Tutto questo per farci capire quanto la mascherina penalizzi gli scambi comunicativi e li complichi. Siamo dovuti diventare più abili nell’interpretare lo sguardo altrui, nel leggere la gestualità e i movimenti del corpo.
Come dicevi tu c’è anche la questione del distanziamento fisico e questo ha avuto un forte impatto soprattutto per i bambini. Penso a quei bambini che vedono gli zii magari dopo mesi e restano distanti, ad 1 metro, non li abbracciano, o a scuola non si alzano dal banco né si tolgono la mascherina quando invece potrebbero. Sono bambini che si stanno facendo carico di un peso che non dovrebbe essere loro, probabilmente richieste inconsapevoli da parte dei genitori di essere “grandi, bravi e responsabili” e alcuni bambini purtroppo sono davvero molto bravi in questo: si assumono subito la responsabilità richiesta, adultizzandosi.
Inoltre non dobbiamo dimenticarci il contributo fondamentale che la corporeità assume nella strutturazione del sé e dei processi di apprendimento e di conseguenza l’uso del corpo e del movimento come viatico di conoscenza. Inoltre i bambini, soprattutto quelli più piccoli, non hanno la competenza espressiva linguistica di un ragazzino o di un adulto, veicolano moltissimi significati attraverso il corpo, il contatto fisico, che in questa situazione di pandemia generale è stato azzerato. Questo ha una ricaduta sulle abilità relazionali dei bambini che fanno più fatica a costruirsi nuovi amicizie e sperimentare nuove relazioni. Un’indagine condotta da Save The Children ha fatto emergere che il 50% dei ragazzi stessi afferma che le proprie amicizie hanno subito ripercussioni negative.

La comunicazione interpersonale si è trasformata con l’utilizzo dei mezzi tecnologici in un rapporto virtuale, e nel distanziamento fisico ci ha portato a vedere con sospetto il nostro prossimo. Inoltre anche il rapporto terapeutico viene praticato a distanza, quando non viene consentito lo spostamento o c’è timore di contatto.
Beh, un po’ sì, stante l’accortezza di un setting che sappia mantenere le medesime garanzie di contenitore ideale della relazione e di un setting interno predisposto comunque all’ascolto, all’empatia e all’interpretazione, certamente i temi e i linguaggi si sono un po’ modificati. Il virus è tra noi, il contagio comunque è avvenuto. Non se ne può non parlare, non può non impensierire anche il terapeuta. Anche se dal punto di vista sanitario usiamo tutti gli accorgimenti previsti (sia nei nostri studi che in ospedale) il Covid non ce lo lasciamo fuori dalla porta. Non credo di dire una cosa sconveniente se dico che se un paziente mi rivela che la sera prima ha partecipato a una festa io resto così imperturbabile come se mi dicesse che ha passato la serata guardando la tv … non so se mi spiego. Un certo clima comunque lo respiriamo tutti e questo qualche volta è una complicazione per la terapia ma qualche volta anche, può favorire dei processi psichici e interpersonali estremamente utili alla cura. Da un sogno sul Covid ad esempio ne può venire fuori un’associazione, un ricordo, un problema che diversamente sarebbe rimasto inespresso magari per lungo tempo. Il virus come oggetto simbolico è molto potente per le sue caratteristiche di invasività, di non controllo, di trasformazione, di impotenza; e quindi slatentizza esperienze e vissuti inconsci e quindi rimossi.    

Le giovani generazioni sono indubbiamente le più colpite, soprattutto i bambini, penso alla scuola a distanza, alla convivialità fisica negata. Quali saranno i danni futuri? Perché se ne parla così poco?
Sì hai ragione ma per fortuna se ne parla un po’ di più ora che non durante il primo lockdown. Oggi mi sembra che tra i temi principali ci sia proprio la scuola e l’importanza impellente di ridare ai ragazzi una vita quanto più normale e simile a quella di prima.
Noi psicologi, come anche altre professioni sanitarie immagino, stiamo iniziando a vedere nei nostri ambulatori e studi privati i primi effetti sui ragazzi, di qualunque età. Per farti un esempio negli ultimi mesi, il 32% dei giovani pazienti che ho visto in ospedale erano venuti per problematiche affettive, comportamentali o sintomatologia somatica da poco insorte e ovviamente tutte indipendenti dalla patologia epilettica di base. Ho osservato un forte aumento di sintomatologia ticcosa e discontrollo della rabbia. Non è che questi bambini sono diventati più disobbedienti o più arrabbiati ma sono le conseguenze di tutta la prima fase di lockdown. La chiusura a casa è stata un’esperienza per certi versi molto bella: maggior tempo trascorso assieme con la condivisione di diversi momenti della giornata, l’acquisizione di nuove abitudini (guardiamo la riscoperta della cucina e di un’alimentazione sana) ma dall’altra parte questo ritorno a trascorrere così tanto tempo in casa con mamma e papà ha significato per alcuni bambini vivere un’esperienza regressiva che è un po’ un tornare indietro nella scala evolutiva, ovviamente psicoemotiva... e il momento del rientro a scuola, la seconda grande fase, ha fatto si che questi bambini mettessero in atto comportamenti infantili rispetto alla propria età. Ecco spiegato l’aumento di frequenti vissuti ansiosi, ansie di separazione e ansie sociali, abbassamento del tono dell’umore, incubi, pianti, disregolazione della rabbia, conversioni somatiche (i tic per esempio) e sintomi vegetativi (mal di pancia, disturbi del sonno, mal di testa). Questi sono particolarmente frequenti perché dobbiamo considerare che i vissuti emotivi nei bambini si manifestano diversamente che negli adulti: i bambini più grandi come gli adulti, sono più capaci a descrivere verbalmente i propri vissuti, con i bambini più piccoli il principale canale comunicativo è il corpo.
Inoltre bisogna tener presente che i bambini hanno vissuto e stanno vivendo le stesse esperienze della famiglia perché anche loro sentono la televisione e sentono i discorsi degli adulti (… anche quando crediamo che non ci stiano sentendo…) : la scomparsa di persone care, i genitori che lavorano a casa o in prima linea nel covid o che hanno smesso di lavorare. È importante quindi spiegargli cosa sta succedendo senza spaventarli: invitare prima di tutto i bambini a parlarne ascoltando e partendo da quello che loro sanno senza introdurre nuove paure né minimizzando quelle che hanno. Occorre rassicurarli e spiegargli che è normale sentirsi impauriti. Quindi mantenere un dialogo sempre aperto.  
Io finora ho parlato dei risvolti psicologici, emotivi e sociali, ma ovviamente è facile immaginare quanto la pandemia, le varie chiusure e le regole di isolamento preventivo che ci sono a scuola, abbiano delle ricadute gravissime su tutti quegli alunni (BES) che necessitano del sostegno, educatore scolastico e via dicendo che oggi è malato, domani è in quarantena lui e dopo domani l’intera classe.
Piuttosto che tutti quei bambini che hanno dovuto iniziare la scuola proprio in piena pandemia: i bambini che hanno fatto l’ingresso alla prima elementare a Settembre o i ragazzi che hanno terminato le medie e sono entrati al liceo o hanno terminato il liceo. Sono momenti di apertura e chiusura di cicli, rituali di passaggio fondamentali per la crescita che hanno bisogno delle loro cerimonie e dei loro tempi per trovare il coraggio di affrontare insegnanti e compagni nuovi, per giunta mezzi mascherati e distanti, o per elaborare la fine di rapporti e momenti unici.
Per quanto riguarda i danni futuri, è importante che i bambini e gli adolescenti tornino al più presto a fare i bambini e gli adolescenti! Si stanno acutizzando le dipendenze dai social network e si osserva una diminuzione dell’attenzione alle relazioni e alla costruzione dei rapporti e del gruppo, fattore invece dominante nell’adolescenza e pre-adolescenza. Impossibilitati alle relazioni con i coetanei se ne sottraggono quando ne avrebbero invece la possibilità (per esempio durante le diverse aperture che ci sono state) e si sottraggono anche alla relazione con i genitori che si riduce sempre più e diventa annacquata. Magari ci fossero ancora discorsi animati e discussioni serrate! È come se avendo poca possibilità di relazionarsi con gli altri, questa stessa si stia affievolendo o trasformando in relazioni prevalentemente virtuali.

Non trovi che agli psicologi venga richiesto un supporto simile a quello praticato nei disastri e nei territori di guerra? Ma quale specializzazione richiede?
In alcuni casi si. Infatti la parte del leone nel periodo pandemico l’ha fatta e la sta facendo la psicologia dell’emerge che tratta essenzialmente il sintomo come fosse un disturbo post traumatico da stress come in effetti accade nei terremoti… per quanto riguarda la specializzazione non esiste una specializzazione nel senso universitario ma ci sono delle scienze specifiche che formano gli psicologi a questo tipo di intervento, breve, mirato, con uno scopo: la riduzione del trauma e non un’analisi del profondo.

Nel tuo lavoro quanto è presente lo sviluppo terapeutico della creatività? Ci sono istituzioni museali e artistiche internazionali che hanno avviato progetti in collaborazione con gli ospedali di città italiane e internazionali di cura psichica dei pazienti tramite l’arte.
Direi che è molto presente sia con gli adulti che con i bambini, seppur con sfumature diverse.
Ricordo che qualche anno fa in comunità, assieme ad un collega, mi occupavo di un’attività di gruppo che avevamo chiamato “Nutrimenti terrestri”. Consisteva nell’organizzare e accompagnare i pazienti a mostre, concerti e altre situazioni artistiche di cui se ne introduceva l’argomento prima e se ne discuteva alla fine. Questo ci portava ad allontanarci da Crema, spesso li portavo a Milano, forse perché essendo la mia città ero più inserita nella rete di eventi artistici della città e riuscivo a programmarli con più facilità. Poi il covid-19 ha bloccato tutto ma per fortuna, parallelamente è stato avviato un altro progetto che seguo con una collega arte terapeuta.
Questo progetto d’arte si basa ovviamente sulla premessa che “l’arte è cura”, si basa sul tema dell’acqua come suggestione da cui partire. Nel progetto comprendiamo attività di diverso tipo oltre al disegno espressivo, come la musica, la fotografia e anche la cucina. Lo scopo è quello appunto di sviluppare la creatività come mezzo terapeutico per il recupero in primis e l’espressione e la elaborazione in secundi della sfera emotiva. Questi pazienti infatti hanno un grosso blocco con la loro affettività, mi ricordo che un giorno un paziente mi disse “dottoressa ho una ghigliottina dentro che trancia tutte le emozioni, non ho più emozioni”. Ovviamente questo paziente ha già un primo livello di consapevolezza di alcune delle sue difficoltà ed è in grado di problematizzare in parte la sua situazione. Molti altri però non riescono, non possono avvicinarsi così tanto. Vivere, sentire emozioni è pericoloso, li potrebbe porre in una condizione di fragilità e dolore e avvertono il rischio di essere intimamente invasi dall’altro. Dunque per difesa si vietano l’accesso a questo mondo interno sviluppando però dall’altra parte un senso di vuoto interiore che angoscia (il paziente che dice “Non ho più emozioni”).
Le attività creative consentono loro di “tirare fuori”, nel modo e misura che si permettono, i vissuti che non è vero che non esistono più, ma sono sepolti dentro e ribolliscono. È frequente che questi pazienti vengano da noi dicendo di stare male senza sapere il perché. Stimolargli, offrirgli nuove tecniche e materiali può aiutarli a trovare nuovi canali con cui parlarci di sé. L’arte fornisce dei contorni a quello che si prova o che si ha provato fungendo dunque da mediatore non verbale che permette di consapevolizzare ciò che si sta sperimentando.
In ospedale con i bambini non mi occupo prettamente di sviluppare la loro creatività ma, in qualche modo similarmente alla comunità, la uso (tramite test grafici strutturati e non) come strumento analitico per entrare in relazione con loro e per comprendere tramite l’interpretazione, i loro vissuti interni che sono altrimenti inaccessibili o verbalmente faticosi da esprimere. Bisogna infatti tenere in considerazione che la terapia con il bambino è diversa da quella con l’adulto, per diversi aspetti certamente, ma qui nello specifico il nostro interesse va al canale espressivo con cui si dialoga. Il canale espressivo proprio del bambino non è infatti esclusivamente l’espressione verbale dialogante, se non con i bambini più grandicelli, ma è anche il gioco e il disegno. Tramite questi mezzi tentiamo di metterci in relazione per quello che il paziente può, in modo più diretto (tramite il dialogo) o in modo meno diretto (il gioco o il disegno appunto). Si può partire dal parlare della problematica o finire con il parlarne, o anche può essere che non ci si arrivi mai. Con i bambini la terapia non ha l’obbiettivo specifico di parlare del disagio per cui giungono a colloquio, ma possiamo usare altre dimensioni di dialogo meno diretto ma non meno efficace (il gioco, il disegno, il raccontarsi tramite altre forme narrative diverse dall’esperienza autobiografica).

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Giuseppe Veneziano: “Mr. Quarantine” – Fabbrica Eos Gallery – dal 8/10 al 7/11/2020

Inaugurazione: Giovedì 8 ottobre ore 18.30


Mr. Quarantine, la mostra personale di Giuseppe Veneziano alla Fabbrica Eos Gallery, con le opere realizzate durante il lockdown, un periodo di pneumatica sospensione delle abitudini quotidiane in cui l’artista ha cercato di interpretare, a metà tra esperienza individuale e vissuto collettivo, ansie e paure ai tempi della quarantena. Le tele, gli acquarelli e i disegni esposti documentano un processo di comprensione ed elaborazione degli eventi che hanno mutato, forse per sempre, il nostro modo di vivere la socialità. Attraverso le sue opere, infatti, Veneziano ha sviluppato gli anticorpi creativi alla reclusione collettiva e al distanziamento sociale ispirandosi al mondo dei supereroi e all’iconografia classica del Rinascimento, per capire a fondo il senso di un cambiamento epocale che ci obbliga a rileggere non solo il passato, ma anche il futuro della Storia dell’arte. Con spirito ironico e sognante, Veneziano ha immaginato come avrebbero affrontato questo mutamento personaggi dei fumetti come Spiderman e Wonder Woman, Superman e Jocker, ma ha anche ipotizzato come sarebbe cambiata l’iconografia di Raffaello e Tiziano, di Leonardo e Michelangelo, se avessero vissuto nell’era del Covid-19. La sua pittura, popolata di eroi in calzamaglia e santi e martiri della tradizione cristiana, impagina il racconto di una parabola collettiva in cui trovano posto non solo la paura e la sofferenza che hanno segnato i giorni più bui della pandemia da coronavirus, ma anche le speranze e i sogni di una imminente rinascita. Oltre a dipinti, acquarelli e disegni, durante la mostra sarà presentato un video che documenta l’attività di Veneziano sui social durante il lockdown, un montaggio di sequenze delle sue quotidiane dirette sulle piattaforme di Instagram e Facebook, in cui l’artista discorre di vari argomenti mentre lavora alle opere esposte in galleria.
Per l’occasione, Fabbrica Eos ha prodotto una serie unica di cartelle con stampe fine art in tiratura limitata dei dipinti dell’artista.

Giuseppe Veneziano, La creazione della mascherina, 2020, acrilico su tela

Giuseppe Veneziano nasce a Mazzarino (CL) nel 1971. Si laurea in Architettura nel 1996 presso l’Università degli Studi di Palermo. La prima volta che il suo lavoro pittorico viene notato in ambito nazionale è nel 2004, in occasione della mostra “In-Visi”, curata dallo scrittore Andrea G. Pinketts presso il locale “Le trottoir” a Milano; due delle opere esposte sono pubblicate sulla copertina di Flash Art. Nel 2006 realizza la sua prima mostra importante nella galleria di Luciano Inga Pin a Milano.
Nel 2007 partecipa alla VI Biennale di San Pietroburgo.
Nel 2008 è tra i venti artisti invitati a rappresentare l’Italia alla mostra “Artâthlos”, in occasione dei XXXIX Giochi Olimpici di Pechino.
Nel 2009 partecipa alla IV Biennale di Praga. Nel 2011 viene invitato ad esporre all'interno del Padiglione Italia alla 54ª Biennale di Venezia.
Nel 2012 partecipa alla Biennale d’Arte Contemporanea Italia-Cina allestita presso la Villa Reale di Monza.
Nel 2015 partecipa alla mostra “Tesori d'Italia” in occasione di EXPO 2015, Milano.
Nel 2016 inizia ad insegnare all’Accademia di Belle ArtiAldo Galli” di Como.
Nel 2017 partecipa alla “Design Week” di Milano con una scultura in marmo statuario di Carrara dal titolo “White Slave”; l’opera viene esposta negli spazi di Palazzo Crespi e riscuote notevole successo: circa 17.000 visite in 5 giorni.

Nel 2018 entra a far parte del gruppo “F4”.
Dalla critica e dalle riviste di settore è riconosciuto come uno dei massimi esponenti della “New Pop italiana e Internazionale” e del gruppo “Italian Newbrow”, teorizzato da Ivan Quaroni.
Nel 2018 esce la monografia “Giuseppe Veneziano. Mash-Up”, edita da Skira in occasione della personale “MashUp”, allestita presso la Galerie Kronsbein di Monaco di Baviera.


Giuseppe Veneziano - “Mr. Quarantine”
A cura di
: Ivan Quaroni
Dal 8/10 al 7/11/2020

FABBRICA EOS Gallery

Viale Pasubio (angolo via Bonnet)
20154 Milano
T. +39 02 6596532 - www.fabbricaeos.it - info@fabbricaeos.it 

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Dialogo sul Presente, I Sette Messaggeri, Giardino della Triennale Milano, ore 18.30, 8/09/2020, Milano

Con il Dialogo sul Presente, l'8 settembre alle ore 18.30 riprendono nel Giardino della Triennale di Milano gli incontri de I Sette Messaggeri, organizzati da Fondazione Maimeri e moderati da Andrea Dusio, collaborando alla programmazione di "Triennale Estate”. La rassegna è iniziata martedì 23 giugno con l’inaugurazione della mostra “Dynamiche Infinite” di Maurizio Gabbana.
Un racconto di Dino Buzzati, I sette messaggeri, è il tracciante di questo ciclo di incontri che si interroga sul nostro presente, sospeso tra due universi. Sette incontri come sette messaggeri, ciascuno dei quali, in forme e linguaggi diversi, porta un dispaccio dal mondo che ci siamo lasciati alle spalle e una visione della nuova realtà che stiamo attraversando.


I mesi che abbiamo attraversato ci pongono di fronte continuamente alla questione della lettura della realtà e della sua distorsione. Giornali tradizionali e new media hanno dovuto ripensare non solo linguaggi e formati, aprendosi a nuove forme di racconto, ma si sono dovuti interrogare sul senso e sulla direzione del loro lavoro di documentazione della realtà.
Con Anna Maria Testa, pubblicitaria e saggista, i giornalisti e scrittori
Francesco Costa (Post), Jacopo Tondelli (Gli Stati Generali) e Dario De
Marco (Esquire), il documentarista Francesco Clerici parleranno di
narrazione del presente. Paolo Saporiti, musicista e cantautore milanese, al termine del dialogo suonerà in versione acustica alcuni pezzi della sua produzione solista e dalle sue collaborazioni.


Andrea Dusio, giornalista e saggista, milanese, classe 1970, vive tra Roma e Milano. Ha scritto per Diario, Il Nuovo, Giudizio Universale, Il Giornale, Linkiesta, Pagina 99, Rockerilla. Collabora con le testate b2b del Gruppo Tespi. Per Culture si occupa di progettazione e curatela di interventi nel settore cultura. Scrive di arte, cinema, musica. Ha scritto a lungo di arte antica e contemporanea per molte testate, pubblicando per Cooper il saggio “Caravaggio White Album” e “Caravaggio Timeline” e "L'Altra Milano" (Espress Edizioni 2012), la prima guida storico/artistica dedicata alle periferie milanesi. Appassionato di musica rock e jazz, scrive recensioni e approfondimenti su magazine specializzati. Appassionato di ciclismo, atletica e sci.


La Triennale di Milano
viale Emilio Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 72434-1 - info@triennale.org - www.triennale.org
www.fondazionemaimeri.it - Silvia Basta - M. +393482253405 - Silviainfinito4@gmail.com


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Dario Ballantini: Mostra Antologica 1980-2020, Polo Culturale Bottini dell’Olio, Livorno, dal 21/08 al 21/09/2020

Preview stampa giovedì 20 agosto ore 12.30, Polo Culturale Bottini dell’Olio, Livorno
Inaugurazione venerdì 21 agosto alle 21.


Sarà inaugurata venerdì 21 agosto ore 21, al Polo Culturale Bottini dell'Olio/Museo della Città, in piazza del Luogo Pio, la Mostra Antologica 1980-2020 di Dario Ballantini, trasformista attore e soprattutto pittore.

Trasformista attore e soprattutto pittore, Dario Ballantini torna nella sua Livorno con una mostra antologica patrocinata dal Comune.
La mostra curata da Massimo Licinio e Annalisa Gemmi, raccoglie la sua produzione di arti visive cha va dagli anni ‘80 della formazione liceale, fino ai giorni nostri con una sezione di quadri eseguiti durante il lockdown.
I dipinti esposti  sono 47 oltre una ventina di disegni e materiale video (documentari e video arte).

Per Dario Ballantini è sempre stato naturale dipingere, ha cominciato da ragazzo e non ha mai smesso. 
La sua è stata, come dimostrano gli scarabocchi, i disegni a penna ed i tentativi di realizzare fumetti contenuti in questa mostra, un’arte impaziente di raccontare, irrequieta come la sua città.
Ballantini ha sempre ricercato una personale espressività che, in questo allestimento, sarà divisa in un percorso fatto di cicli.
La poetica del suo “periodo livornese”, sempre rivolta all’essere umano, ha avuto due fasi: la prima caratterizzata da uno stile che ricorda Egon Schiele, con le figure quasi malate di vivere, la seconda da un vago sentore metafisico, notturno e mistico, in cerca di risposte esistenziali, nel tentativo di placare l’eccessiva gestualità “aggressiva” che sarebbe esplosa in periodi successivi sviluppati dagli inizi del 2000.
Le sue esposizioni in circa 40 anni di attività, hanno raggiunto Musei e Gallerie di quasi tutto il mondo tra cui Parigi, Londra, Cambridge, Miami, Amsterdam e Praga.
Recentemente Ballantini ha prodotto anche alcune sculture in bronzo ed esplorando un mondo finora solo rasentato dalla sua attività televisiva, ha realizzato tre opere di video arte (tra cui un omaggio a Lindsay Kemp) che saranno proiettate in una delle sale.

Dario Ballantini, nasce a Livorno nel 1964. Ha i primi incontri con la pittura ed il teatro già tra le mura di casa che con un padre che dipinge in stile neo realista, di uno zio post macchiaiolo, di un nonno attore di compagnie filodrammatiche e di un altro zio tenore mancato. E colpito dalle riproduzioni delle opere di Guttuso e di Picasso, ammirate nei volumi degli Editori Riuniti distribuiti dal padre. Si appassiona ai fumetti (Jacovitti e gli autori Marvel) tentando di realizzarne alcuni. Nell’adolescenza scopre le canzoni di Luigi Tenco la cui figura diventa il soggetto di molti ritratti ed apre le porte alla passione musicale per i cantautori italiani tra cui fanno spicco Guccini e Dalla, anch’essi più volte ritratti. Dopo aver frequentato un corso di tratteggio tenuto da Giulio Guiggi (1912-1994) si iscrive all’indirizzo artistico del liceo scientifico sperimentale di Livorno dove è allievo di Giancarlo Cocchia (1924-1987). Si diplomerà nel 1984. Nel frattempo comincia a manifestarsi la sua febbre da palcoscenico e la sua passione per le figure di Totò, Petrolini ed Alighiero Noschese. A 16 anni visita al Museo d’Arte Moderna di Parigi, la grande mostra su Amedeo Modigliani la cui opera influenzerà in parte la sua formazione. Il soggetto su cui si esercita in questo periodo è il volto di Totò così irregolare da ricordare le scomposizioni cubiste; contemporaneamente si dedica ai ritratti e alle caricature di compagni e professori del liceo con cui riempie le agende scolastiche. Esordisce nel 1983, con il compagno di banco Stefano Ceselli, nel cabaret formando il duo “Le Cornacchie” che, dopo un’esperienza radiofonica in una radio locale (Radio Flash) e la vittoria al Festival Nazionale del Cabaret, approda sorprendentemente al programma tv “Ciao Gente” condotto da Corrado Mantoni su Canale 5 il quale proponeva giovani talenti con le imitazioni di Bearzot e Falcao. Nel frattempo recita in teatro interpretando una delle quattro maschere livornesi in una compagnia dialettale che mette in scena le opere di Beppe Orlandi. Il duo comico dopo le apparizioni a “Pronto Raffaella?” su Rai 1, “Tandem” su Rai 2 ed alcune puntate di “Incrocia la Fortuna” su Antenna 3, si scioglie; i due diciannovenni non hanno una guida e Stefano decide di smettere. Finito il liceo, Dario conosce e frequenta il pittore Maurilio Colombini ed il gallerista Cesare Rotini (1945-2008) cominciando a proporre, in personali e in collettive d’ambito livornese, prima i ritratti di Pierpaolo Pasolini di stampo neorealista, quindi opere di richiamo espressionista. La partecipazione alle collettive “Rotonda Expo” gli darà la possibilità di incontrare l’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini che riceverà in dono un quadro per la sua collezione privata. Nel 1989 frequenta un corso di grafica pubblicitaria tenuto da Leonardo Baglioni e nello stesso anno espone alla Galleria Teorema di Firenze ma, il suo linguaggio espressivo non sarà molto apprezzato e questo insuccesso determinerà un momento di crisi e di pausa produttiva. Prende forza la sua attività di trasformista abile ad impersonificare personaggi dello spettacolo curando personalmente trucco e costumi con la quale si esibisce con performance live in feste, sagre, rassegne, clubs aprendosi un piccolo mercato fino ad approdare ee vincere il talent show “Star 90” su Rete 4, con presidente della giuria Antonio Ricci.
La sua gestualità pittorica inespressa viene trasferita negli studi preparatori di trucchi speciali anche sperimentali e nelle realizzazioni di scenografie e paraventi artigianali di spettacoli teatrali tra cui la pièce “Petrolini Petrolini” di cui è autore che in seguito approderà anche ad “Asti Teatro”, rassegna diretta da Vittorio Sgarbi per cui riceverà i consensi di Osvaldo Peruzzi (1907-2004), l’ultimo pittore futurista ancora in vita. Il regista Alessandro Benvenuti lo inserisce in una scena del suo film “Zitti e Mosca” nel ruolo di se stesso trasformista facendogli interpretare le imitazioni di Ray Charles e Lucio Dalla , in seguito Antonio e Pupi Avati grazie alla segnalazione di Emanuele Milano lo fanno partecipare ad alcune puntate del programma di Telemontecarlo “T’amo Tv” condotto da Fabio Fazio, nel quale Dario interpreta Dario Fo ed Enzo Jannacci. Nel 1994 ha un nuovo contatto con Antonio Ricci tramite David Lubrano(tutt’ora uno dei suoi autori) che gli consentirà di approdare e “Striscia La Notizia” dapprima con l’imitazione di Dario Fo cui faranno seguito Paola Borboni, Ignazio La Russa e Vittorio Cecchi Gori. Ballantini realizza anche un cortometraggio “La Chiave per il Mare” che partecipa al “Bellaria film festival” scritto con Fabrizio Torri ed ottiene un piccolo ruolo nel film di Silvano AgostiL’Uomo Proiettile” presentato alla mostra del cinema di Venezia. Intanto continua ad esibirsi in cabaret approdando allo “Zelig” di Milano con lo spettacolo “Zapping mutazioni telegenetiche” scritto con Lubrano. Dopo pochi anni nel 1998 nasce l’imitazione dello stilista Valentino con l’innovativa idea di utilizzarlo per servizi “on the road” con la troupe del regista Luca Silvestri nel nuovo stile di “Striscia” che gli permette di sfruttare trucco (curato da Beppe Tripoli) mimica e travestimento facendo interagire il personaggio, come fosse quello vero, con chiunque incontri: è il primo vero grande successo televisivo per Dario giunto ormai al sedicesimo anno di “gavetta”. Il programma di Antonio Ricci ne fa una icona e sulla scia del risultato di questo nuovo stile di proporre imitazioni faranno seguito altre interpretazioni di successo come Gianni Morandi, Margherita Hack, Vasco Rossi, Gino Paoli. Ma la passione per le arti figurative torna a farsi sentire; Ballantini realizza i ritratti di alcuni grandi personaggi dello spettacolo tra cui Erminio Macario, Bice Valori e Fred Buscaglione per il festival “Acquaviva nei Fumetti” mentre comincia a girare l’Italia con il suo nuovo manager Massimo Licinio presentatogli da Ezio Greggio, esibendosi con il nuovo spettacolo di trasformismo incentrato soprattutto sui tre personaggi di successo (Valentino, Morandi e Vasco Rossi) che riscuote successo ovunque. Nel 2001 incontra Achille Bonito Oliva da cui riceverà incoraggiamenti e proficui consigli. Si trasferisce definitivamente a Milano e nello stesso periodo il giornalista Stefano Lorenzetto gli propone di realizzare una esposizione alla storica Galleria Ghelfi di Verona. È il momento della svolta decisiva: Massimo Licinio, amico e consigliere nonché estimatore della sua pittura, decide di incoraggiano partecipando di fatto all’organizzazione della mostra la cui presentazione del catalogo sarà affidata, grazie ai buoni auspici della comune amica Marta Marzotto, a Giancarlo Vigorelli. Quest’ultimo scriverà che un pittore cubo-espressionista così sorprendente non era immaginabile oggi in Italia. La mostra ottiene un grande successo, costituendo quindi una vera e propria “rinascita” come pittore. Contemporaneamente, Dario interpreta dei ruoli “cameo” nei film “Baci e Abbracci” di Paolo Virzì, “Il Pesce Innamorato” di Leonardo Pieraccioni, “Svitati” di Ezio Greggio e Mel Brooks, “Festival” di Pupi Avati ed “Il segreto del giaguaro” di Antonelio Fassari. Sarà invece protagonista del cortometraggio “La Grande Borsa Blu” di Carlo Pulerà che parteciperà con successo alla prima edizione del Sacher Festival, diretto da Nanni Moretti. Nel 2002 incontra nel suo atelier di Fivizzano lo scultore Pietro Cascella che Io incoraggia e Io sostiene manifestando apprezzamento per il suo lavoro. Si intensifica il rapporto con Bonito Oliva che lo stimola ad una scelta più accurata e coraggiosa delle opere da esporre. Intanto i successi televisivi non si fermano e Dario dopo aver partecipato allo show “La Notte Vola” in coppia con Gianni Fantoni, presentato da Lorella Cuccarini, proporrà sempre a “Striscia” nuove imitazioni specializzando i trucchi con la collaborazione della truccatrice Mariangela Palatini ottenendo sorprendenti risultati con l’impersonificazione di Luca Cordero di Montezemolo, Tony Renis, Antonio Fazio, Franco Marini, Re Vittorio Emanuele, Valentino Rossi e tanti altri, alcuni dei quali in coppia con Alvaro Vitali. I tempi sono maturi per organizzare un’esposizione a Milano in collaborazione con la Galleria Artesanterasmo. Il gallerista Sorrentino propone a Luciano Caprile una visita nello studio di Dario a Milano. Nasce un’intesa culturale sulle tematiche delle opere e Caprile decide con entusiasmo di occuparsi della stesura del testo critico. La mostra di Milano riscuote un nuovo successo ed anche i mass media ne amplificano l’eco. Seguiranno esposizioni a Padova, Genova, Como, Fano etc. e partecipazioni a collettive tra cui spiccano quella al Parlamento Europeo di Bruxelles con il Gruppo Labronico ed un omaggio ad Amedeo Modigliani nella casa natale curata dalla Galleria Guastalla di Livorno. In occasione della premiazione “Telegatti 2005” viene riprodotto su porcellana un’opera realizzata appositamente per Tv Sorrisi e Canzoni e R101 consegnata a tutti i premiati. Nello stesso anno Ballantini partecipa al programma radiofonico “La Carica di 101” in onda tutte le mattine su R101 interpretando il personaggio della nonna, la collaborazione durerà due anni. La sua attività di trasformista riscuote intanto successi con la sua presenza decennale nella trasmissione “Striscia La Notizia” in cui interpreta sempre più personaggi, nonché molti uomini politici. Nel 2006 il critico Fabio Marcelli, curatore della rassegna su Gentile da Fabriano, decide di occuparsi dell’allestimento di una sua esposizione nella stessa città. La mostra sarà visitata tra gli altri dal critico Enrico Crispolti e da Ivano Fossati che deciderà di “vestire” il suo palco per il tour “L’Arcangelo” con le opere di Dario riprodotte in grande scala. Nasce un’amicizia ed un’ intesa culturale anche con Ugo Nespolo che mostra di apprezzare le sue opere dichiarando che Dario è la postmodernità fatta persona. Nel settembre del 2006 Achille Bonito Oliva gli consegnerà l’A.B.O. d’argento per la pittura. In ottobre il “Corriere della Sera” invita Ballantini a presentare sotto forma di intervista la grande mostra “Turner e gli impressionisti” al Museo di Santa Giulia a Brescia. Nel 2007 al teatro Piccolo Eliseo di Roma vengono proiettate le immagini di alcune sue opere durante la lettura di un testo di Oliver Py interpretato da Leo Gullotta nell’ambito della rassegna sulle nuove drammaturgie francesi. Fabio Marcelli cura per la Silvana Editoriale la pubblicazione del volume “In arte Dario Ballantini”, una monografia che traccia il profilo della carriera di Dario e comprende le opere dal 1980 al 2007 arricchito dai testi critici di Ivano Fossati, Antonio Ricci, Enrico Crispolti, Luciano Caprile e Luciano Lepri. Nello stesso anno espone alla Galleria di Palazzo Coveri a Firenze e a Castel dell’Ovo a Napoli; la mostra itinerante dal titolo “Visioni Sommerse”, dopo una tappa a Bologna, approda nel 2009 alla Galerie de l’Europe di Parigi e seguirà al Castello di Saint Rhémy in Valle D’Aosta. Interpreta un ruolo fisso nella fiction “Carabinieri 7” su Canale 5 diretto da Raffaele Mertes. Nell’autunno del 2008 Davide Rampello, Presidente della Triennale, propone a Dario una mostra alla Triennale Bovisa che comprenda le due attività artistiche venticinquennali finalmente fuse. La realizzazione della mostra nell’ottobre 2009 dal titolo “Identità Artefatte” è stata affidata a Massimo Licinio con il contributo di 15 anni di materiale video fornito da Antonio Ricci e della partecipazione di alcuni colleghi estimatori di Dario tra cui Lucio Dalla, Enrico Ruggeri, Remo Girone, Enrico Mentana, Antonio Ricci e Mario Lavezzi dei nuovi testi critici di Luciano Caprile e di Nicola Davide Angerame. Nello stesso anno Ballantini interpreta il ruolo dell’Avv. Cenerini, nel film “La prima cosa bella” di Paolo Virzì e intraprende una collaborazione con Radio 2 come conduttore del programma “Ottovolante”. La mostra multimediale viene allestita da settembre 2010 a gennaio 2011 nel programma di Tolentino Humour 2010, rassegna d’arte umoristica promossa dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura e Dal Museo della Caricatura con una nuova progettazione per una permanenza di quattro mesi.
È presente ad Art Basel Miami 2010 nel 2011 alla Galleria La Telaccia di Torino e va quindi sottolineata in maggio la partecipazione ad una collettiva alla Acquire Gallery di Londra. Dario Ballantini è presente alla 54 Biennale di Venezianel progetto “Padiglione Tibet” e nel “Padiglione Italia”, curato da Vittorio Sgarbi in ottobre a Milano e in dicembre a Torino. Da quel momento si moltiplicano le manifestazioni artistiche che lo riguardano. Tra le tante ricordiamo la personale alla Fortezza Medicea Girifalco a Cortona e una collaborazione con Ueart Tour 2011-2012-2013 (Usa) con il quale le sue opere vengono esposte in mostre collettive a Tallhassee, New York e Miami. Nel 2012 inaugura “Fake ldentities” la prima mostra personale londinese presso la Fiumano Fine Art Gallery. La mostra suscito grande interesse e nel 2013 lo porta ad un incontro con gli studenti dell’Università di Cambridge sul temo psicologia ed arte cha ha approfondito gli aspetti della sua doppia personalità. Ballantini ha partecipato anche alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2012 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Verona dove ha avuto luogo la sua Lectio Magistralis titolata “L’artista a tutto tondo: l’arte apre ad infinite strade”. Nello stesso anno sono state inaugurate le mostre a Torino al Museo MIIT, a Palermo al Palazzo Sant’Elia, a Lucca Palazzo Fondazione Banca del Monte di Lucca e Castiglioncello (LI) alla Galleria In Villa e nuovamente a London City all’ArtMoorHouse. Inizia il 2014 con la conduzione del nuovo programma “Vintage People Ballantini e gli Altri”, nato da un’idea di Marina Mancini, responsabile del programma per Radio 2, condivisa con Massimo Licinio.
Nell’edizione in corso del programma “Striscia La Notizia” propone con successo le imitazioni di Matteo Renzi, AnnaMaria Cancellieri e Papa Francesco.
Le mostra “Identità Artefatte” approda nuovamente a Londra, Montecarlo, Anversa (Belgio) e Hangzhou (Cina). Il 27 marzo 2014 debutta nella sala A di Via Asiago di Rai Radio 2 con il suo spettacolo “Da Balla a Dalla”, progettato da Massimo Licinio, scritto da Ballantini con le musiche e gli arrangiamenti del Maestro Stefano Cenci. Nel settembre 2014 ha apportato un prestigioso contributo sulla parete di ingresso della Metropolitan International School in Miami, 10 metri di dipinto che rimarranno indelebili a salutare le generazioni di studenti del South Florida nonché una live perfomances al Wynwood Walls che sta diventando unico al mondo per i contributi artistici dei graffitari e dei muralisti provenienti da ogni continente. Ha dipinto 19 metri di parete, la sede del Presidente di Real Estate. Sono i dipinti più grandi che abbia mai realizzato in 30 anni di attività eseguiti in due lunghi giorni di immersione creativa conclusi con le cerimonie di ringraziamenti da parte del Sindaco di Miami, Tomàs Regalado, del Console Generale d’Italia a Miami, Adolfo Barattolo e della Direttrice della MET School, Maria Padovan. Nel 2015 ha esposto alla Galerie St. Jacques, St. Jacques 5, Impasse (Sablon), Bruxelles; alla Galleria San Carlo di Milano; alla Galleria Ghigginidi Varese; alla Art Gallery il Cesello di Firenze; alla Galleria Montmartre di Biella; a Il Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera (BS) con una istallazione per Il Tuono di Pan tra Arte e Natura.

Dario Ballantini, Mostra Antologica 1980-2020
A cura di: Massimo Licinio, Annalisa Gemmi
Inaugurazione
: 21 Agosto ore 21.00

Dal 21 Agosto al 21 settembre 2020
Ingresso: gratuito
Orari: dal 21 al 31 agosto ore 21-24. Dal 01 al 20 settembre ore 8.30-19.30.
Informazioni: T. 0586 824552 - bottinidellolio@comune.livorno.it
Patrocinio: Comune di Livorno
Sponsor
: Rotary Club Livorno, Conad
Comune di Livorno
Sindaco: Luca Salvetti
Assessore alla Cultura: Simone Lenzi
Dirigente Settore Attività Culturali Musei e Fondazioni: Giovanni Cerini
Ufficio Biblioteche e Musei: Cristina Luschi
Ufficio Stampa: Ursula Galli
Direzione: Nadia Macchi: nadia@massimolicinio.it - M. +39.337.273.948 - www.darioballantini.it

Polo Culturale Bottini dell’Olio
Piazza Luogo Pio
Livorno

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