SiteLock

Archivi categoria : Mostre Istituzionali Milano

The Last Supper Recall, Galleria Credito Valtellinese, Milano, 31/10 – 3/12/2020 

INAUGURAZIONE venerdì 30 ottobre ore 17-19.15 - obbligo prenotazione mostramilano@lemacchinecelibi.it
Per la sicurezza del pubblico e del personale in Galleria, l’accesso alla mostra in occasione dell’inaugurazione, sarà limitato a 50 persone alla volta, suddivise in turni successivi a partire dalle ore 17.00.


La Galleria del Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline affonda le radici nel passato antico della città di Milano, ricollegando l’opera di Leonardo da Vinci a grandi nomi dell’arte contemporanea, come Warhol, Spoerri e a iniziative di importanti storici dell’arte.
Un collegamento istituzionale che si rinnova oggi anche grazie all’accordo di valorizzazione fra la Direzione regionale Musei Lombardia, istituto che coordina e gestisce 12 musei statali sul territorio lombardo, fra cui il Museo del Cenacolo Vinciano e Creval, e prevede azioni di rete sul territorio, come la promozione congiunta dell’attuale evento e l’organizzazione di itinerari e circuiti di visita.
L’esposizione, presentata dal celebre storico dell’arte Flavio Caroli, curata da Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, è accessibile dal 31 ottobre al 3 dicembre e si sofferma sul tema dell’Ultima Cena con opere iconiche legate alla Pop Art accostate a quelle di artisti contemporanei, oltre a una sezione dedicata a proiezioni, filmati e a un nutrito corpus documentario.  
Risalta l’accostamento storico fra il tema dell’Ultima Cena e la Galleria Creval, dove nel 1987 si tenne la mostra site-specific Andy Warhol. Il Cenacolo, che vedeva l’artista americano, protagonista assoluto della Pop-Art, fare una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo uno “sfregio” verso il capolavoro leonardesco, moltiplicato e trasfigurato in cromatismi industriali, camouflage e passaggi serigrafici dal marcato tono industriale.
L’omonima opera di Warhol The Last Supper, un metro per un metro, caratterizzato dalla ripetizione bipartita dell’Ultima Cena virata in magenta e nero, entrato in collezione Creval dopo l’evento dell’87, pochi mesi prima della scomparsa, è l’elemento focale della mostra, che si snoda nell’esposizione dei lavori di grande formato di Daniel Spoerri, Bruno Bordoli, Filippo Avalle, Elia Festa.
L’attuale mostra trae forza anche dal progetto realizzato da Philippe Daverio nel 2007 per la Galleria Creval, in cui per la prima volta si soffermò sul tema iconografico dell’Ultima Cena, con un interessante innesto dedicato alla figura del mercante e gallerista greco Alexandre Iolas, che fu anche il primo direttore artistico dello spazio milanese.
In mostra spicca il lavoro di Daniel Spoerri, importante esponente del Nuoveau Realisme, rappresentato da una biforcazione creativa che vede, da un lato l’olio su tavola La Céne del 1988: un piccolo oggetto dipinto su legno convesso, con raffigurazioni naif e applicazioni a collage - pentole, piatti, bicchieri - prese in prestito dai giochi delle bambole e dall’altro due opere che fanno parte della sezione proiettiva.
Dell’artista comasco Bruno Bordoli è proposto Cenacolo, un olio e acrilico su tela grezza del 2007 (cm 194x252), oltre a due schizzi che hanno dato il via al lavoro dell’artista; quest’opera di grande formato dialoga con l’intera installazione ambientale, dove sono inoltre presenti l’Ultima Cena del 2007 di Filippo Avalle, che si caratterizza per la sua composizione stratigrafica in metacrilato di sorprendente magnetismo prospettico ad effetto ologramma. Il lavoro è accompagnato dal disegno preparatorio su carta dal titolo Ultima Cena: inizio di un viaggio infinito nel cervello-mente, realizzato nello stesso anno.
Elia Festa invece indirizza il suo percorso di reinterpretazione di The Last Supper concentrando il commento iconografico sul binomio Cristo/Luce, da cui scaturisce la sua personale visione del fenomeno rappresentato in questo capolavoro vinciano. La sua opera su tela di cm 140x280 si staglia su un fondo nero, dal quale emergono, sotto forma di filamenti brulicanti e sovrapposti, i tratti riconoscibili dell’affresco leonardesco; sono inoltre esposti numerosi lavori preparatori.
La ricca sezione adibita alle proiezioni, che occupa l’esatta metà della Galleria, è un vero e proprio “doppio” della mostra, che comprende due proiezioni delle opere di Daniel Spoerri: le tredici Tavole in marmo statuario con le Ultime cene di personaggi illustri, da Cristo a Oetzi, da Goethe a Freud, situate in permanenza a Sondrio presso il Grand Hotel della Posta e la proiezione virtuale di una sua ‘prova d’autore’ che consiste nella ricostruzione plastica delle suppellettili e delle vivande dell’Ultima cena leonardesca.

Si ammira l’importante rassegna cinematografica in pellicola 16mm dei film di Andy Warhol, fra cui “Kiss”, “Haircut#1”, “Eat”, “Restaurant (aka l’Avventura)”, “Soapopera”, “Salvador Dalì”, in prestito dal dipartimento di audiovisivi del MoMA di New York e curata da Cineteca Milano. Sono stati scelti i film realizzati da Warhol dal 1963, anno in cui l’artista decide di cimentarsi nell’arte cinematografica con la sua prima cinepresa Bolex 16mm, fino al 1966. I film di questo primo periodo si possono definire minimali, sono infatti girati a inquadratura fissa, raccontano storie e stralci di vita incentrati sulla sua celebre Factory, situata al quinto piano del 231 East 47th Street, composta da pittori, musicisti, attori improvvisati e scapestrati con il sogno di diventare stelle del firmamento hollywoodiano. La tecnica utilizzata da Warhol è semplice ed elementare, film muti o con suoni minimi in presa diretta, utilizzo esclusivo del bianco e nero, montaggio basilare e drastico, spesso orientato a infrangere le regole dell’unità di azione e contenuto del linguaggio cinematografico. Anche nell’utilizzo abituale del piano-sequenza Warhol suscita nello spettatore una sensazione di snervante attesa davanti a sequenze colme di immobilità e di perdita del concetto di tempo.
Di particolare interesse sono il corpus documentario e i materiali di repertorio conservati negli archivi del Creval parallelamente alla produzione delle mostre, tenutesi in più di trent’anni nelle Gallerie di Milano, Sondrio, Acireale e Fano. Si tratta una serie di cataloghi commissionati dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, fra cui si annoverano importanti testimonianze come la ristampa anastatica dell’albo “Il Cenacolo” edito da Mondadori con la Galleria Philippe Daverio, per la cura di Alexandre Iolas; l’opera di Damien HirstThe Last Supper® Damienhirst” del 2000, in serie di 13 screenprints da 152,5x101,5 cm tirata in 150 stampe offset per The British Council e presentata in esclusiva al Refettorio delle Stelline all’inizio del millennio; il ciclo pittorico di Marthial Raysse dal titolo “Hereux Rivages”, raccolto in 13 riproduzioni offset contrassegnate con numeri romani, dedicato all’installazione specifica di una grande opera su tela esposta nel 2007-2008 nell’abside settentrionale di Santa Maria delle Grazie; i fascicoli monografici dedicati alle opere di Antonio Recalcati “L’ombra della Croce”, 2007; Daniel Spoerri Ultima Cena”, 2007 e Velasco VitaliUltima Cena”, 2007; il reprint del catalogo della mostra di Hermann NitschL’Ultima Cena” tenutasi alle Stelline e al Centre Culturel Français de Milan nell’anno 2000; la ristampa del progetto fotografico di Dominique Laugè e Valeria Manzi dal titolo “Voies d’Hommes”, 2007; una selezione di numeri del magazineAndy Warhol’s Interview” contrassegnati da un timbro a tampone - anch’esso presente in mostra - emesso dalla Galerie Alexandre Iolas in occasione della vernice milanese di Warhol del 1987.
L’inaugurazione della storica mostra Andy Warhol. Il Cenacolo del 1987 e il suo allestimento sono ricordati attraverso una serie di vintage prints di Maria Mulas con ritratti di Warhol e di persone a lui vicine.
La rassegna dei documenti, degli oggetti e dei memorabilia collezionati attorno all’icona leonardesca - e al suo recall warohliano - culmina con l’esposizione del poster della mostra “Andy Warhol. Il Cenacolo” e del suo bozzetto a mano libera, elaborato dall’artista e grafico greco Petros su incarico di Iolas e del Credito Valtellinese nel 1986.
A sottolineare il legame con il Museo del Cenacolo è anche l’accordo di valorizzazione tra Creval, Direzione Regionale Musei Lombardia e Museo del Cenacolo Vinciano.
Come ribadisce Emanuela Daffra, a capo della Direzione regionale Musei della Lombardia, “in questo momento così complesso e sfidante sia più che mai importante costruire azioni comuni con altri musei pubblici e privati, compartecipare politiche e programmi di intervento, definire strategie di promozione condivise che diano mutua risonanza ai progetti culturali. Fare crescere, in una parola, il sistema museale Lombardo. In questo senso, il lavoro comune con il Gruppo Credito Valtellinese è una apertura sul futuro, ed è, insieme, testimonianza della perdurante fecondità dell'opera leonardesca nella storia delle arti visive”.
Fecondità che è sottolineata anche da Padre Guido Bandinelli, priore dei Padri Domenicani di Santa Maria delle Grazie, che ricorda come “l’Ultima Cena di Leonardo eserciti ancora tale fascino, perché non tanto o non soltanto capolavoro religioso di arte sacra, ma opera universale, in grado di parlare ai soggetti più disparati, alle culture più lontane, all’uomo di ogni estrazione ed età”.

La mostra è prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese con la collaborazione del Museo del Cenacolo Vinciano, della Fondazione Daniel Spoerri, di Cineteca Milano e Centro Culturale “Alle Grazie”.

CALENDARIO PROIEZIONI FILM DI ANDY WARHOL - ore 17.30
Martedì 17 novembre - KISS
Andy Warhol, USA, 1963, 54’, 16mm, muto. Int.: Rufus Collins, Johnny Dodd.
Primo film girato da Andy Warhol. Diverse coppie – donna e uomo, donna e donna, uomo e uomo – si baciano per tre minuti e mezzo ciascuno.
Giovedì 19 novembre - HAIRCUT #1
Andy Warhol, USA, 1963, 24’, 16mm, muto. Int.: John Daley, Fred Herko.
Film sperimentale realizzato alla celebre Factory, situata all'epoca al 231 della East 47th Street, a Manhattan, New York, al centro delle riprese un taglio di capelli.
Sabato 21 novembre – EAT
Andy Warhol, USA, 1963, 28’, 16mm, muto. Int.: Robert Indiana.
Il film sperimentale ritrae l'esponente della pop art Robert Indiana impegnato nell'atto di mangiare per l'intera durata del film. 
Martedì 24 novembre - SOAP OPERA
Andy Warhol, USA, 1965, 34’, 16mm. Int.: Edie Sedgwick, Ondine, Bibbe Hansen.
Un gruppo di artisti, modelle e attori cena al ristorante L’Avventura di New York dialogando su viaggi passati e futuri.
Giovedì 26 novembre – RESTAURANT
Andy Warhol, USA, 1964, 46’, 16mm. Int.: Baby Jane Holzer and Sam Green
Immagini silenziose di vita domestica si alternano a pubblicità televisive ad alto volume. Esempio chiave della sperimentazione radicale dell'artista e dello smantellamento della televisione sia come mezzo tecnologico che come apparato affettivo.
Sabato 28 novembre - SALVADOR DALÌ
Andy Warhol, USA, 1966, 22’, muto, 16mm. Int.: Salvador Dalì.
Documentario che Warhol dedica al pittore surrealista Salvador Dalì, frequentatore occasionale della Factory di Andy Warhol.

Il programma di proiezione dei film di Andy Warhol è consultabile sul sito: www.creval.it/fondazione/galleria-virtuale


L’ULTIMA CENA di FLAVIO CAROLI
Sedemmo davanti alle opere già appese alle pareti, in quel pomeriggio del 1987. Eravamo in tre: Alexander Iolas (che avevo incontrato per l’ultima volta una decina di anni prima, nella sua villa-reggia di Atene, fra dipinti di Max Ernst e Magritte, sculture di Fidia e tavole di pittura El Fayum), Andy Warhol ed io. Ed era la vigilia dell’inaugurazione della mostra sull’”Ultima Cena”.
Avevo scelto di non andare all’inaugurazione perché volevo parlare con Andy con calma, poichè avevo capito che la sua scelta del tema non era né casuale né superficiale. Tutto aveva avuto inizio a New York poco prima del Natale 1975. Prima di salire alla Factory, mi ero fermato a guardare le vetrine della libreria Rizzoli, che affacciava sulla strada. Erano completamente occupate dai libri di Pier Paolo Pasolini, ucciso ai primi di novembre. Mi accolsero quattro giovanotti vestiti con abiti gessati grigi, che mi accompagnarono a visitare il leggendario opificio... L’appartamento era un po’ laboratorio e un po’ museo, insidioso e anemico. Ovunque si vedevano falli finti, provenienti dalla più diverse parti del mondo. Quando mi mostrarono il cane impagliato del famoso regista Cecile De Mille, sentii e pensai che in quel posto si respirava un insinuante odore di morte. Warhol arrivò con mezz’ora di ritardo, in compagnia di Marisa Berenson. Mentre tentavo di salutarlo, si fece passare una macchinetta Polaroid, e mi fotografò. Il messaggio era: “Tu per me sei una frettolosa immagine, nulla di più”. Andy mi invitò a sedermi su un divano. Ma qui ci fu la prima sorpresa. Sul divano era appeso un quadro bellissimo ed enorme - per nulla warholiano - di Gustave Courbet. Rappresentava un cervo morto e sanguinante. Ancora morte. La conversazione per un po’ fu penosa. La filosofia era che tutto dovesse essere assolutamente banale.  Poi mi capitò di pronunciare la parola Pasolini, e la scena cambiò. Completamente. In un attimo, Warhol diventò interessato e umano. Volle sapere tutto dell’omicidio. Mi fece domande intelligenti, profonde e anche drammatiche, Andy Warhol. Mi chiesi perché. Direi che le cause profonde coinvolgevano il piacere della sfida, il senso del pericolo, l’azzardo della passione (quanto ognuno di noi è disposto a rischiare sul tavolo delle passioni), e in definitiva, ancora una volta, la pulsione di morte. Ecco perché, in quel pomeriggio del 1987, sentivo che l’incontro con Warhol e con un opera dedicata all’”Ultima Cena” (cioè a una anticipazione di morte) avrebbe scritto un altro capitolo nella conoscenza che avevo di lui. Il mio sospetto era che Andy, teorico del Nulla (ciò che aveva appena teorizzato nel libro “The philosophy of Andy Warhol from A to Z”) avesse orrore del Nulla, e perciò fosse continuamente assillato da temi di morte. Fatto sta che quel pomeriggio, davanti a Iolas, l’artista mi interrogò a lungo su Leonardo, ma soprattutto su Gesù e sull’Ultima Cena. La sera seguente, Mariuccia Mandelli (alias Krizia) aveva organizzato in suo onore una cena, alla quale Warhol arrivò dopo l’inaugurazione della mostra del Credito Valtellinese. Si accomodò in un tavolo proprio davanti a me. Capelli, non ne aveva più. Durante la cena, la parrucca argentata andò fuori posto. A un certo punto (non dovrei dirlo, ma lo dico, e prego di credermi), a me parve di vedere, dietro alla pelle rossiccia, il teschio sottostante. Fui certo di vedere Warhol morto. Pochi giorni dopo, il Corriere della Sera titolava: “Morto Andy Warhol”. Quel giorno pensai che sull’avventura umana di un uomo così singolare la morte aleggiava, non c’era dubbio. Aspettava solo di posarsi. Adesso, si era posata. Per caso o per volontà del destino, pochi giorni dopo la realizzazione di un’”Ultima Cena”. Ecco perché dobbiamo essere grati al Credito Valtellinese per esporre la versione in suo possesso dell’opera tratta dal capolavoro di Leonardo: omaggio esplicito, per di più, al dirimpettaio più illustre, che è appunto il Cenacolo vinciano. Ed ecco perché hanno fatto benissimo i curatori della mostra ad esporre altre opere ispirate dall’Ultima Cena, per dimostrare che la narrazione insieme più drammatica e più struggete dei Vangeli è una specie di assillo che torna in tutta l’arte contemporanea.
Gli accenti con i quali gli artisti del nostro tempo si sono misurati con la scena evangelica sono infatti i più diversi. Si comincia con la potenza evocativa (un po’ realisticamente drammatica, ripeto la parola, e un po’ sornionamente incantata) di Daniel Spoerri che fu uno dei padri del Nouveau Realisme, cioè dell’avventura più intensamente “oggettuale” dell’arte europea. In mostra, il suo lavoro conosce una biforcazione creativa, che vede, da un lato, la rappresentazione proiettiva di tredici “tavole” in marmo con le “ultime cene” di personaggi illustri, esposte in permanenza a Sondrio presso il Grand Hotel de la Poste; e dall’altro, la riproposizione virtuale della “prova d’autore” per un’opera mai realizzata: la ricostruzione plastica, sul piano ortogonale, delle suppellettili rappresentate nell’ “Ultima Cena” di Leonardo. Ma poi il genio leonardesco sollecita e nutre l’avventura spaziale di Filippo Avalle, che è sostenuta sul crinale sottilissimo (e così vicino al pensiero leonardesco) che divide Forma e Informe. L’opera è accompagnata da un disegno preparatorio (dello stesso 2007) che contiene una specie di dichiarazione di poetica, perché ha per titolo “Ultima Cena: inizio di un viaggio infinito nel cervello-mente”: tematica squisitamente avalliana. Ma poi l’Ultima Cena è fatalmente matrice di pulsioni espressionistiche (nel cinema in verità è stata soprattutto questo), pulsioni che nutrono il lavoro di Bruno Bordoli. Il suo grande telero a olio (“Cenacolo”, 2007) dialoga con l’intera installazione ambientale posta a protezione del dipinto di Warol, che domina la scena. Ed è, l’”Ultima Cena”, l’abbrivio iniziatico per il viaggio nella natura, nell’umanità e nell’immagine, di Elia Festa. La sua opera di grande formato si staglia su un fondo nero assoluto, dal quale emerge, sotto forma di una moltitudine di filamenti brulicanti e sovrapposti, il contorno e i tratti riconoscibili dell’affresco leonardesco. Sì: L’Ultima Cena è l’atto quasi finale dell’avventura terrena di Gesù Cristo. Ma la sua potenza simbolica diventa immediatamente un archetipo del pensiero occidentale. Non dimentichiamoci che Gesù è l’unico Dio morto tragicamente nella storia delle religioni umane. Così, quell’archetipo, per infiniti rami, genera tormento e poesia. Tormento e poesia dei quali oggi il Cradito Valtellinese, grazie ai suoi artisti, si fa generoso e opportuno interprete.

Flavio Caroli


THE LAST SUPPER RECALL
Presentata da: Flavio Caroli
A cura di: Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio
Dal 31 ottobre al 3 dicembre 2020
Orari: martedì su prenotazione ore 10 - 12, mercoledì – venerdì ore 14 - 19, sabato ore 9 - 19. Chiuso domenica e lunedì
Ingresso: gratuito
Film Warhol - obbligo prenotazione: mostramilano@lemacchinecelibi.
Informazioni e prenotazioni:Le Macchine Celibi - mostramilano@lemacchinecelibi.it, Galleria Credito Valtellinese - galleriearte@creval.it - www.creval.it; Media Relations - mediarelations@creval.it ;
Stampa:
IBC Irma Bianchi Communication - info@irmabianchi.it

Galleria Credito Valtellinese, Palazzo delle Stelline - Refettorio delle Stelline
Corso Magenta 59
Milano

Print Friendly, PDF & Email

Letizia Fornasieri: Confluenze, Acquario Civico, Milano, 1/07/2020 – 20/09/2020

La mostra “Confluenze. Letizia Fornasieri”, ospitata all’Acquario civico di Milano dal 1 luglio al 20 settembre, è dedicata al mondo dei paesaggi acquatici della Lombardia, alla flora e alla fauna tipiche di questi ambienti; un corpus di opere in gran parte inedite che danno seguito al percorso pittorico dell’artista da sempre attenta al tema della natura e della campagna italiana.
La mostra apre al pubblico con giorni e orari prefissati, accesso contingentato, prenotazione fortemente consigliata e con precise disposizioni volte a tutelare la sicurezza dei visitatori. È possibile anche l’acquisto del biglietto in sede solo in base alla capienza del momento.
La rassegna, promossa dal Comune di Milano - Cultura, dall’Acquario e Civica Stazione Idrobiologica, a cura di Marina Mojana, rientra nel palinsesto “I talenti delle donne”, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dedicato all’universo delle donne, focalizzando l’attenzione di un intero anno - il 2020 - sulle loro opere, le loro priorità, le loro capacità.
I talenti delle donne” vuole fare conoscere al grande pubblico quanto, nel passato e nel presente - spesso in condizioni non favorevoli - le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento. Si vuole in tal modo rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità. L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

Oltre trenta opere a olio su tela, per la maggior parte create ad hoc tra il 2019 e il 2020, entrano a far parte di “Confluenze”, un ciclo iniziato da Letizia Fornasieri nel 2015 con una grande esposizione al Museo Diocesano di Milano sul paesaggio rurale senese e proseguito con la mostra personale alla Galleria Rubin, “Sentieri d’acqua”, dedicato ai canali e agli specchi d’acqua dell’area cremonese e pavese.
L’artista, autrice di celebri visioni metropolitane, di icone dell’abitare quotidiano sia esterno che interno, è una sensibilità di spicco nel panorama artistico, che rimette sotto i nostri occhi con la forza femminile nella sua libertà controcorrente, realtà esistenti che “non vediamo”.
Fornasieri è da sempre un’attenta osservatrice della realtà e rivolge il suo sguardo verso il mondo, trasfigurandolo con uno stile che si nutre dell’esperienza pittorica ottenuta sia in studio sia immergendosi nella natura. L’artista per questa mostra opera in un mondo intermedio, tra acqua e terra dove si avverte quella sensibilità lombarda che attraversa da secoli il nostro sentire e la nostra cultura, il cui emblema è Leonardo da Vinci. Oggi l’attenzione per la natura è molto viva e presente anche nelle periferie delle città e sentita da poeti quali Milo De Angelis e Maurizio Cucchi che ci parlano delle rogge e degli ambienti campestri fra le tangenziali. È a questo mondo che Letizia Fornasieri si riferisce esprimendosi con colori che danno forma intuita o precisa alla presenza di tale contesto. Quest’ultima rassegna è stata accompagnata da soggiorni prolungati nei luoghi osservati, da viaggi finalizzati a documentarsi ma anche a comprendere come la vita dell’uomo e i suoi bisogni abbiano un impatto sul paesaggio naturale che può arrivare a caratterizzarlo in modo sublime: le colline senesi, e le pianure acquitrinose di Rivolta d’Adda, sono un esempio perfetto di come possa realizzarsi un armonioso equilibrio tra l’azione della natura e quella dell’uomo. Col tempo matura nell’artista la consapevolezza che i canali, oltre a essere funzionali al lavoro agricolo, disegnano un ordine nella campagna e nella vita dell’uomo, scandiscono il tempo delle giornate, dei mesi e degli anni; nelle cascine e nelle aziende agricole continua un’attenzione alle piante e ai fiori puramente decorativi, che va oltre al lavoro e diventa espressione di un bisogno di bellezza che valorizza anche gli angoli più dimenticati e nascosti. In occasione della mostra l’artista porta alla luce nuovi elementi fino ad oggi difficilmente visibili, e approfondisce ambienti e soggetti già esplorati a distanza. L’esposizione diventa occasione di incontro tra il percorso artistico di Letizia Fornasieri e la vocazione dell’Acquario Civico, istituzione molto vicina alla fauna ittica del territorio e alla flora dei paesaggi “umidi” lombardi infatti, le tele in mostra, ritraggono rogge, pesci rossi, angoli di giardino, piante acquatiche lombarde, ninfee, anatre e oche. Parallelamente allo sviluppo dei temi, questi ultimi lavori mostrano un’accresciuta sensibilità compositiva, un’accentuata esattezza della gamma dei colori e nella morbidezza dei passaggi di tonalità dovuti anche a un moderato e sapiente uso della tecnologia, infatti alcune opere, in fase preparatoria, sono state disegnate ed elaborate su iPad. Una testimonianza di come l’attività dell’artista contemporaneo, pur legata a tecniche tradizionali, quali l’olio, sia in continua evoluzione per narrare l’infinita bellezza della natura. In mostra è presente un catalogo con saggio critico di Marina Mojana e riproduzioni delle opere esposte. La mostra apre al pubblico nei giorni di apertura dell’Acquario, martedì e mercoledì dalle ore 11:00 alle 18:00, ingresso previo acquisto del biglietto e prenotazione online fortemente consigliata e gratuita e possibilità d’acquisto in sede solo in base alla capienza del momento. Prosegue l’attuazione di precise disposizioni volte a tutelare la sicurezza dei visitatori. Tutti i dettagli sul programma degli accessi e le norme per i visitatori sono pubblicati sul sito web istituzionale: www.acquariocivicomilano.eu

La gloria di una giornata qualunque”, titolo di una mostra di Letizia Fornasieri svoltasi a Mantova nel 2009, è la migliore dichiarazione della poetica sottesa all’arte di Letizia Fornasieri.
Il suo lavoro è dedicato a trovare, contemplare e raccontare la bellezza ed la poesia delle piccole cose che sono vicine a noi ma sulle quali raramente ci soffermiamo, rapiti come siamo dal grande e molte volte insensato moto perpetuo delle nostre esistenze.
Il mondo racchiuso in una foglia, in un filo d’erba, in un piccolo rigagnolo d’acqua ci dice molto di più della nostra vita, del nostro stare nel mondo, di tante altre cose che riteniamo, spesso a torto, meritevoli della nostra più vigile attenzione.
È questo mondo intimo, raccolto, che sussurra e non grida, gentile e non arrogante, denso di silenzi che parlano al nostro cuore e alla nostra mente, un mondo in cui sapere ascoltare vale molto di più di troppe parole vuote, che Letizia ci racconta nelle sue opere.
La meraviglia del mondo la possiamo incontrare dappertutto, anche in una umile roggia della bassa padana perché in essa esiste tanta vita: il ceratofillo, i ranuncoli acquatici, le gamberaie, i potamogeti e poi ancora salici bianchi, ontani neri, farnie, pioppi neri, olmi, sanguinelli, saliconi, sambuchi, berrette di prete e, ancora, molluschi, insetti, crostacei, vermi, rane e poi, visto che siamo all’Acquario di Milano, i pesci: ghiozzi, vaironi, cobiti, cavedani, trotti, alborelle…
Nel nostro storico Acquario che ricostruisce i mondi acquatici dai monti al mare, è allestita, peraltro, una apposita sezione dedicata agli ambienti artificiali costituiti dai fontanili e dalle rogge, per cui ai visitatori viene proposta una interessante esperienza che consiste nel vedere le opere di Letizia e subito dopo (o prima, a seconda delle preferenze) di visitare le vasche dedicate ai fontanili e alle rogge. E’ in questo dialogo, tra esperienza artistica ed esperienza scientifica, che consiste il valore aggiunto di questa esposizione. Quanti di noi, ad esempio, sono stati a Giverny per vedere le ninfee e il ponte giapponese che Monet riprodusse nelle sue celeberrime opere? 
Siamo compiaciuti che Letizia Fornasieri, un’artista così significativa dell’arte contemporanea italiana, abbia totalmente compreso lo spirito con il quale realizziamo le mostre temporanee all’Acquario ed abbia accettato di portare la sua vena poetica in questa antica e splendida Istituzione culturale.

Domenico Piraina, Direttore del Civico Acquario

Le confluenze di Letizia Fornasieri
di Marina Mojana

Nel panorama della figurazione pittorica contemporanea, Letizia Fornasieri c’è da quarant’anni, da quando, appena diplomatasi in Pittura all’Accademia di Brera di Milano, vince nel 1981 il Premio San Fedele per le arti visive. Ha talento da vendere e lavora come un operaio specializzato («al mattino si dipinge - spiega - al pomeriggio ci si occupa di tutto il resto»); mischia colori, prepara le tele, partecipa a rassegne collettive, espone in mostre personali.
Fin da subito l’artista fa breccia nel cuore di molti collezionisti con opere dipinte a olio “alla Cézanne” e che hanno sempre a tema la realtà quotidiana (la sua stanza, i tram di Milano, un girasole, la madre che legge, le strade, le case). La Fornasieri degli esordi cresce come artista quasi ignorata dalla critica militante.
A quel tempo dominava l’ambiente artistico milanese l’eclettica figura di Giovanni Testori (1923 - 1993) scrittore, pittore, critico d’arte, regista teatrale: intorno a lui era sorta l’Officina milanese, una banda di giovani artisti, tutti ventenni, tutti uomini e tutti pittori (Giovanni Frangi, Alessandro Papetti, Marco Petrus, Luca Pignatelli, Velasco Vitali). Letizia condivide la loro ricerca, ostinatamente legata alla pittura e alla figurazione come processo di conoscenza - una strada percorsa da pochi all’epoca dell’arte concettuale - ma è donna (una delle pochissime pittrici milanesi della sua generazione); è maggiore di loro di qualche anno e, pur essendo molto amata da Testori, resta fuori dal giro. Erede di un approccio alla realtà che ricorda quello informale del lecchese Ennio Morlotti e quello materico dello svizzero Willy Varlin - due pittori da lei sempre ammirati - Fornasieri dipinge lontano dai riflettori.
Non che non esistessero in quegli anni aggiornate critiche d’arte femministe in grado di occuparsi di lei, ma al loro sguardo il lavoro di Fornasieri sembrava trasparente: un passo indietro invece che avanti, senza provocazioni, senza rivendicazioni, lontano mille miglia dai temi caldi della politica, del sesso, dell’inconscio. Troppo estetico e poco etico.
La pittrice, però, ha già scelto chi sarà la sua guida di riferimento: lo statunitense William Congdon (1912 - 1998), che dalla fine degli anni settanta vive nella Bassa milanese, a Gudo Gambaredo, in una casa-studio annesso al monastero benedettino della Cascinazza. Un pittore che di ogni quadro ha fatto una preghiera. Lo frequenta per tutti gli anni novanta e intanto vince il Premio Carlo Dalla Zorza (1995), mischia colori, prepara tele, partecipa a rassegne collettive, espone in mostre personali; le sue opere entrano anche in importanti collezioni pubbliche come quella della Camera dei Deputati del Parlamento Italiano.
Sono anni difficili per chi, come lei, resta fedele alla pittura. Intorno a tele e pennelli predomina, infatti, un clima di generale ipocrisia, come se dipingere a olio su tela fosse un semplice retaggio passatista. Fornasieri conosce la capacità della pittura di trasformarsi senza mai soccombere, metabolizzando i nuovi linguaggi e non la rinnega. Cerca il senso del suo fare arte, non il consenso. Combatte l’iconoclastia che ha dominato gran parte dell’arte moderna del XX secolo lasciando, in ogni suo quadro, le tracce di una paziente opera di salvezza del quotidiano: una forsizia, un roseto, un ranuncolo bianco dal cuore giallo sono schegge di bellezza. Chi viene toccato dal bello torna a sperare, perché riscopre che la sua vita ha ancora uno scopo. La bellezza non spiega quale sia lo scopo, ma assicura che ne esista uno. Come afferma Fornasieri «le cose della vita hanno una ragione. L’artista cerca questa ragione, come può e come sa, la dice, la offre». Il senso può apparire nella forma, prima che nelle parole e anche i più piccoli indizi sono utili per ritrovare un cammino e una direzione.
Il suo apparente ritardo sull’arte contemporanea diventa di fatto avanguardia. Lo comprende il gallerista James Rubin che nel 2000 inizia a lavorare con lei, chiedendole più disciplina nel modo di trattare i soggetti, più rigore nella composizione, più essenzialità nelle forme. È un dialogo fecondo che in vent’anni di collaborazione spinge lo sguardo di Fornasieri nel cuore della realtà. La sua pittura dal naturale, tra sentieri d’acqua e giardini in fiore, tra vigne senesi e rogge padane, sperimenta nuovi tagli di luce e vibra di una profonda gioia per tutto ciò che esiste, perché creato.
In un momento di grande rilancio critico sia della pittura contemporanea, sia dell’arte al femminile, Letizia Fornasieri viene invitata a presentare la fase più recente della sua ricerca nella mostra «Confluenze» all’Acquario civico di Milano. L’artista si concentra sulla Natura, intesa come regno degli esseri viventi, vegetali e animali. La scelta di tematiche green non è ruffiana e non strizza l’occhio a certa sensibilità ambientalista. Da una decina d’anni in qua - non da ieri - Fornasieri dipinge soprattutto paesaggi e ha cambiato registro: la rete dei canali in provincia di Cremona, i piccoli fiori che crescono nei campi alle porte di Milano, le traiettorie dei pesci rossi nella vasca, diventano macchie quasi informali. L’artista osserva dal vero, conosce, dipinge. Perché non basta saper disegnare per fare un buon lavoro, non basta la tecnica, bisogna trasmettere un’esperienza.
Il carattere della pittura di Fornasieri sembra essere lo stesso dell’acqua, qualcosa che scorre da qualche parte, in superfici e dimensioni sempre diverse, ma che aderisce alla forma con una sconvolgente, misteriosa, semplicità. Il risultato sono opere molto ricche, con una varietà di toni e di modulazioni che testimoniano la piena maturità raggiunta dalla pittrice nella rappresentazione di tutto ciò che vive. La bellezza che emana dai suoi dipinti, la Mentha aquatica dal fiore violetto o il Lotus pedunculatus dal pigmento giallo carico, non è un semplice ornamento. L’armonia che dà il ritmo alla Lythrum salicaria dalla pannocchia fuxia o ai Germani realiscorciati dall’alto, non è qualcosa di decorativo. Bellezza e armonia attraversano ogni quadro in mostra e sono il segno di qualcosa d’altro, da cui esse stesse hanno origine. Con la sua pittura Fornasieri ci dice qual è la vera essenza dell’opera d’arte: essere il punto di confluenza tra l’uomo e Dio.

Letizia Fornasieri nasce a Milano nel 1955 e nel 1981 si diploma all’Accademia delle Belle Arti di Brera in pittura, in quegli anni stabilisce una forte amicizia e un profondo dialogo con il pittore americano William Congdon. Sempre nel 1981 si aggiudica il Premio San Fedele per le arti visive. Nel 1995 vince il Premio di Pittura Carlo Dalla Zorza, in seguito il suo quadro “Milano-Tram” – esposto alla XIV Quadriennale di Roma del 2005 – entra a far parte della collezione della Camera dei Deputati del Parlamento Italiano. Si ricordano alcune esposizioni: 2007 Palazzo Reale, Milano; 2011 LIV Biennale di Venezia, Palazzo Te, Mantova; 2015 Museo Diocesano, Milano; 2018 Kunstlaboratorium, Vestfossen, Norvegia. Realizza numerose opere a carattere religioso collocate in diverse chiese lombarde tra cui la “Via Crucis”, per la Chiesa di Gesù a Nazaret a Milano. Letizia Fornasieri ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, le sue opere sono presenti in importanti collezioni private e istituzionali. Di lei hanno scritto tra gli altri: Flavio Arensi, Luca Beatrice, Paolo Biscottini, Rossana Bossaglia, Lorenzo Canova, Maurizio Cucchi, Vladek Cwalinski, Luca Doninelli, Giuseppe Frangi, Marina Mojana, Demetrio Paparoni, Roberto Perrone, Aurelio Picca, Elena Pontiggia, Antonio Spadaro, Marco Tonelli. L’artista vive e lavora a Milano (www.letiziafornasieri.it).


CONFLUENZE. Letizia Fornasieri
A cura di: Marina Mojana
Orari: martedì – mercoledì 11,00-18,00 / ultimo ingresso ore 17,00
Ingresso: La prenotazione e l’acquisto online sono fortemente consigliati tramite il sito: museicivicimilano.vivaticket.it Possibilità d’acquisto del biglietto in sede solo in base alla capienza del momento. 5.00 euro intero, 3.00 euro ridotto La visita alla mostra è compresa nel biglietto d’ingresso all’Acquario
Catalogo: in mostra con testo critico di Marina Mojana Info
Informazioni: www.acquariocivicomilano.eu / T. 02.88465750

ACQUARIO CIVICO
Viale G. Gadio 2
Milano

Print Friendly, PDF & Email

Maria Cristina Carlini: Geologie, memoria della terra, Studio Museo Francesco Messina, Milano, dal 10/07 al 8/09/2020

Dal 10 luglio all’8 settembre 2020 la mostra Maria Cristina Carlini: Geologie, memoria della terra a cura di Chiara Gatti, da un progetto di Raffaella Resch, è accolta allo Studio Museo Francesco Messina, ex Chiesa di San Sisto.
La mostra è inserita tra gli eventi di MILANO MUSEOCITY 2020, dal venerdì 31 luglio alla domenica 2 agosto.
Appuntamenti in mostra con la curatrice Chiara Gatti 
giovedì 30 luglio, ore 17
giovedì 27 agosto, ore 17
giovedì 3 settembre, ore 17

Un dialogo ideale fra maestri della scultura. Le opere monumentali di Maria Cristina Carlini abitano gli spazi appartenuti un tempo a Francesco Messina (1900 - 1995) che ancora custodiscono le sue cere, i bronzi, le crete, nel silenzio della ex chiesa di San Sisto. Qui, fra i ritratti di donna e gli atleti del grande scultore del Novecento, crescono i boschi e si moltiplicano le impronte, i crateri e le pagine arse di Maria Cristina Carlini.
Segni, tracce, memorie di un paesaggio che evocano geografie e geologie ispirate agli umori della terra, ai luoghi selvatici di una natura arcaica e, insieme, sublime.
Questa mostra assume un significato ancora più potente nel momento che stiamo vivendo con il Covid-19.
È un richiamo agli elementi essenziali del nostro pianeta e della nostra vita e al contempo ci rivela e sottolinea l'elemento fondante dell'uomo ossia la sua storia, le sue origini, le sue radici, la nostra identità, le tracce del nostro passato da cui trovare rinnovata forza vitale per ridisegnare il nostro futuro nel rispetto della natura in una operosità rinascimentale.
Queste  immagini arcaiche sono di immediato impatto emotivo perché contengono gli elementi presenti nel nostro DNA. Non hanno bisogno di substrati concettuali, sono dirette.

Promossa e organizzata dal Comune di Milano - Cultura e dallo Studio Museo Francesco Messina, la mostra è inserita nel palinsesto “I Talenti delle Donne” che dedica l’anno 2020 al mondo delle donne e al contributo da loro offerto in tutte le aree della vita collettiva, e fa parte di “Aria di cultura”, il calendario di iniziative culturali che accompagna l’estate milanese.
Filippo Del Corno, assessore alla Cultura: “Negli evocativi spazi della ex chiesa di San Sisto si conservano le opere e la memoria del gesto creativo di un grande scultore italiano: un luogo perfetto per incrociare il lavoro di una scultrice capace di “giocare” con lo spazio e la materia, il cui talento artistico va ad arricchire la molteplice varietà delle iniziative dedicate a ‘I Talenti delle Donne’”.

Nella navata dai soffitti a doppia altezza della chiesa, sono poste le sculture di grandi dimensioni. Legni è una foresta orizzontale, che si profila nel fuoco prospettico dell'abside, visionario luogo degli accadimenti dove le teste di Messina affiorano fra i tronchi con un effetto teatrale lirico e onirico. Come “portali”, attraverso cui si compie la trasfigurazione della materia semplice in qualcosa di simbolico, grazie all’azione dello scultore e attraverso la presenza percettiva e attiva dello spettatore, opere come Origine e il Libro dei morti rappresentano la fase di creazione, il passaggio dall’inerte al vitale.
Il tema della germinazione di un modulo all'infinito nutre colonne della conoscenza che si arrampicano nelle cappelle laterali. Lamiera e piombo distillano energia e potenza semantica nelle pagine dipanate nell'aria come una stele o un antro rupestre.
Fantasmi del lago è un totem ottenuto con lamiera modellata a sezioni prismatiche verticali, rese opache dal trattamento della superficie come se fossero evanescenti, umbratili.
Mentre nella cripta una sequenza di Impronte recano incise nella materia alfabeti e vestigia di una presenza passata e si distendono al suolo, visibili dalla navata come resti di un'archeologia sepolta nella terra, nelle stanze destinate un tempo allo studio di Messina, le installazioni ambientali distillano due cicli importanti di Maria Cristina Carlini, i Crateri e i Libri bruciati. Qui, il senso della materia e del colore, la pelle vibrante della scultura, gli smalti e gli ossidi plasmano elementi sottratti alla natura e alla storia dell'uomo, alla orografia del territorio e alla cultura ancestrale.

Maria Fratelli, direttrice del Museo Messina: “Le opere di Maria Cristina Carlini traghettano dentro la navata di San Sisto l'esperienza internazionale dei maestri del Novecento nel cui novero si inserisce la sua scultura e la accostano alle opere di Francesco Messina. Dal confronto scaturisce la forza della scultura quale lingua viva. Per mano di una donna, una grande scultrice milanese che merita questo omaggio, il Museo Messina si fa paesaggio, memoria e terra”.

In esterno, in dialogo col prospetto barocco della facciata, spicca il sontuoso Samurai, simbolo della mostra, armatura di legno e acciaio corten per un volume lineare e sintetico; armonia e ritmo degli elementi plastici evocano un tessuto, una maglia, una cotta attraversata dall'aria e dal vento. Perfezione calligrafica in omaggio alla sintesi assoluta della cultura d'oriente. L’installazione Samurai al termine della mostra rimarrà esposta durante la settimana di Art Week e nei giorni di MiArt.
In mostra è presente un filmato realizzato da Storyville con la regia di Stefano Conca Barizzoni dedicato all’atelier dell’artista e alle opere esposte.

«Il fuoco è l'ultimo artefice». Maria Cristina Carlini non ha dubbi sul potere degli elementi. «Fuoco, terra e acqua sono carichi di memoria - dice - sono materiali antichi che portano con sé le nostre origini». Questo spiega l'impatto emotivo che i suoi colossi di argilla, legno e ferro generano nello spettatore al primo sguardo. Una sorta di richiamo ancestrale. Un riconoscersi nella materia di cui è fatto il mondo.
L'antropologo Georges Bataille, nel suo piccolo ma intensissimo volumetto dedicato ai dipinti rupestri delle caverne di Lascaux, parlava di una «comunicazione fra spiriti. Per questo motivo l'“uomo di Lascaux” riesce a comunicare persino con quella lontana posterità che è per lui l'umanità odierna, alla quale sono pervenuti, scoperti quasi ieri, questi dipinti immuni dalla scorrere del tempo». Anche le forme, le superfici, i sedimenti, i colori di Maria Cristina Carlini sembrano sopravvissuti ai secoli e possiedono questa capacità di collegare intimamente la nostra esistenza odierna a un passato remoto, sepolto nelle cavità della terra. Dalle fucine dove il fuoco plasma e solidifica l'anima fragile delle sue sculture consegnate ai forni, l'artista estrae reperti, stele, vessilli, coppe, libri riarsi dal calore che il fuoco - “l'ultimo artefice” - piega alle sue intemperanze.
E viene in mente una lunga letteratura del fuoco che, nella storia dell'arte del Novecento, vede Maria Cristina Carlini raccogliere idealmente le parole di Yves Klein «sono certo che nel cuore del vuoto, come nel cuore dell’uomo, ci sono dei fuochi che ardono». Ma mentre per Klein, la fiamma procreatrice generava effetti evanescenti, sospensioni assolute nelle combustioni che sottraevano peso alla consistenza, per Carlini il senso della pietra, della lava che si cristallizza, della terra che diviene inscalfibile, ha un valore primigenio, arcaico e aspro, come i cretti del suolo all'indomani della deriva di Pangea. E lei, come un demiurgo che imprime il suo gesto alla forma inerme, sigla un patto di alleanza con gli elementi del cosmo, domandone la natura ma, allo stesso tempo, lasciando che essi vivano di una energia propria, irreprimibile.
«La terra: la tocco, la plasmo, la manipolo. È una mia creatura. Ma è fortissima. Ha i suoi tempi, la sua identità. Confrontandomi con lei, ho imparato la pazienza». Così, da questa relazione fatta di tensioni e avvicinamento, azione e pausa, rispetto e volontà, nascono impronte, tracce, segni iconici come offerte votive, sculture totemiche in grado di interagire con lo spazio e l'aria che gli frulla intorno, aggiungendo ai profili della terra un disegno dell'uomo. Un progetto dell'uomo. Maria Cristina Carlini è, di fatto, una architettrice e i suoi progetti abitano luoghi del paesaggio e del quotidiano modificati dalla loro presenza, dalla loro potenza. Panorami modificati da colonne della conoscenza, fonti della saggezza, monoliti di terra e acciaio, totem di legno antico sottratto a un passato d'ombra. «L'acciaio sembra terra. La terra sembra acciaio». I colori torbati che il fuoco ha impresso alla pelle delle sculture avvicinano fra loro le materie; ne mescolano gli umori, ingannano i sensi. Il ferro si piega al cospetto del fuoco. La terra, al contrario, si rassoda. Effetti uguali e contrari.
In tutto ciò, l'imprevisto è sorprendente. Come nei colori mutanti degli smalti, dell'oro, degli ossidi, o nei margini scottati dei libri sottratti alla caducità della carta. «La mia ambizione è suscitare negli altri la memoria» confessa Maria Cristina Carlini, pensando alla reazione dell'osservatore davanti al palpito universale delle sue opere. Ma la memoria è veicolata dal reperto; è custodita nelle pieghe dell'argilla, nelle venature dei tronchi, nella sabbia e persino nell'acqua dove si riflettono le lamiere ossidate dal tempo. Stupisce come la dura fisicità delle creature di Maria Cristina Carlini sia portatrice di un sentimento immateriale.
Il sentimento dell'eterno, così sublime, incalcolabile nella sua estensione atemporale, si esprime paradossalmente nella piena concretezza di elementi tutt'altro che aerei, terra, legno, ferro, sottomessi però alla rapidità dinamica del fuoco. Sono le famose categorie calviniane: leggerezza e rapidità. Come diceva, Bachelard: «Tutto ciò che cambia velocemente si esprime attraverso il fuoco». Non sarà un caso che anche la stele più monumentale di Maria Cristina Carlini, emersa dal sottosuolo come l'insegna di una civiltà primitiva, contenga in sé la leggerezza del pensiero e la rapidità del gesto.*

*estratto dal testo scientifico a corredo del catalogo, in uscita a fine mostra, in italiano e inglese, a cura di Chiara Gatti e con testi critici di Chiara Gatti e Paolo Campiglio comprendente le opere esposte e un nucleo di lavori significativi del percorso artistico degli ultimi anni.

 

Maria Cristina Carlini
Il percorso della scultrice Maria Cristina Carlini ha inizio nei primi anni Settanta a Palo Alto, in California. Rientrata in Europa, a Bruxelles, continua la sua attività artistica. A Milano, frequenta lo studio di ceramica del pittore Concetto Tamburello e apre il suo laboratorio in Brera. Nel 1983 inaugura la prima personale alla Rocca di Angera e dal 1984 segue corsi di perfezionamento presso il Californian College of Arts and Crafts di Oakland a San Francisco ed espone in mostre personali e collettive. Nel 1992 si inserisce nell’ambiente parigino con la mostra Découvertes ’92 al Grand Palais di Parigi; l’anno successivo la Christine Colmant Art Gallery di Bruxelles ospita le sue opere. Oltre al grès e alla terra lavica, entrano a far parte della sua espressività materiali come l’acciaio corten, il ferro, il legno per lavori di dimensioni monumentali. Il 2004 la vede protagonista a Roma in Sant’Ivo alla Sapienza, Archivio di Stato con una personale promossa dal Ministero per i Beni Culturali dal titolo Tracce e Luoghi. Nello stesso anno le viene assegnato il Premio delle Arti. Premio della Cultura, XVI edizione per la scultura, e nel 2005 nella XVII edizione, viene designata Artista dell’anno. A Torino espone nel complesso monumentale di Palazzo Reale la personale dal titolo Stanze; nello stesso anno il Museo Nazionale di Villa Pisani a Strà-Venezia ospita la personale Reperti. Nel 2006 espone alla mostra dal titolo Terre, presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma Eur; per l’occasione viene collocata in permanenza, nel piazzale, la grande scultura Fortezza. Partecipa poi a Stemperando 2007, presso la Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto, Palazzo Collicola e inaugura a Milano la scultura monumentale La Porta della Giustizia, accolta nel piazzale della Corte dei Conti. Nel 2008 è collocata in permanenza La vittoria di Samotracia a Cosenza, in concomitanza con l’esposizione alla Biblioteca Nazionale. Nel 2008 l’Istituto Italiano di Cultura di Praga ospita una sua personale, contemporaneamente esegue la scenografia per l’opera Ecco la mia bell’Orsa, musiche di Federico Gozzellino, in scena al Teatro Nazionale di Praga. In seguito espone all’Archivio di Stato di Milano con una mostra a cura di Gillo Dorfles. Di grande rilievo internazionale sono le mostre del 2009: Parigi ospita le sue sculture monumentali nella Mairie del V arrondissement e nelle vie del centro storico. In seguito le sue grandi opere arrivano nelle strade di Madrid. A Loreto alcuni lavori sono protagonisti di Inventario Contemporaneo, nelle cantine del Bramante e l’imponente scultura Pellegrini rimane in permanenza nei Giardini di Porta Marina. In seguito è insignita a Roma, in Campidoglio, del Premio Ignazio Silone per la Cultura. Il 2009 si conclude con una presentazione alla Collezione Guggenheim di Venezia, dove è presentato un volume, a cura di Yacouba Konaté, che ripercorre le principali tappe artistiche attraverso i testi di sedici critici internazionali. Nel 2010 in occasione delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, è nominata rappresentante della città di Milano e invitata a partecipare all’Expo di Shangai con sculture monumentali. L'opera Viandanti II viene accolta in permanenza davanti all’Ambasciata italiana a Pechino; nella storica Città Proibita inaugura la personale Colloquio tra giganti. A Jinan, capitale della provincia di Shandong, in Cina, espone una personale presso la Shandong University of Art and Design; sempre nel 2010 a Tianjin la scultura monumentale Letteratura II è collocata in permanenza. Di nuovo a Pechino, in occasione della IV Biennale d’Arte, Carlini è presente con l’opera inedita Le Danzatrici, al NAMOC, National Art Museum of China, dove entra a far parte della collezione. In concomitanza con la World Expo 2010, Shanghai la accoglie con un’esposizione di lavori monumentali in Piazza del Popolo e la scultura Legami II rimane in permanenza presso lo Sculpture Park. Ancora nel 2010 espone a Denver nei campus universitari di Auraria e del Rocky Mountain College of Art+Design e le due opere monumentali Madre e Out & Inside restano in permanenza. Davanti all’ingresso del Dade College, a Miami, viene collocata l’imponente Vittoria di Samotracia. Nel 2011 Roscheng accoglie in permanenza Fortezza II; a Miami Icaro inaugura il nuovo Parco della Scultura e resta in esposizione permanente. Durante il 2012 è presente a Milano con la personale alla Fondazione Mudima e alla Fondazione Stelline; a Varese è accolta a Villa Recalcati dove Bosco rimane in permanenza. Nel 2013 partecipa alla collettiva Wunderkammer alle Gallerie d’Italia a Milano e a Link Art Fair Hong Kong, evento contemporaneo a Hong Kong Miami Basel oltre che al Consolato Italiano Generale a Hong Kong; quindi espone all’Università Bocconi. Nel corso del 2014 in occasione del semestre italiano di Presidenza europea, la personale Terra, fuoco, ferro, legno è esposta presso gli Istituti Italiani di Cultura di Colonia, Strasburgo e Zagabria. In occasione di EXPO in Fieramilano a Rho, è collocata la scultura La nuova città che sale, alta 10 metri; sempre per EXPO 2015 Vento è accolta in permanenza all’Idroscalo. Durante il 2016 a Superstudio Più espone una personale e partecipa al Salone del Mobile con l’opera monumentale Obelisco. Nel 2017 a Bologna in occasione di ArteFiera partecipa alla collettiva nella Ex Chiesa di San Mattia. Nel 2019 l’imponente scultura Origine è esposta a Parigi presso la Beffroi in Place du Louvre, mentre tre lavori della serie Alberi sono scelte come premi d’artista per i vincitori dei Made in Steel Awards, presso Fieramilano, a Rho. Nello stesso anno l’opera La Chiusa. Omaggio a Leonardo è allestita sotto le storiche arcate del Ponte Romano a Parma in occasione della IV edizione di PARMA 360 Festival della creatività contemporanea, e nel Museo del Parco di Portofino la scultura Impronte entra a far parte della collezione permanente.
Maria Cristina Carlini vive e lavora a Milano.
www.mariacristinacarlini.com

Maria Cristina Carlini, Museo Francesco Messina, Milano, 9/07/2020, © Alessandra Finzi

Maria Cristina Carlini: Geologie, memoria della terra
A cura di: Chiara Gatti
Da un progetto di: Raffaella Resch
Enti promotori: Comune di Milano - Assessorato alla Cultura - Studio Museo Francesco Messina

Dal 10 luglio al 8 settembre 2020
Inserita tra gli eventi Milano MuseoCity 2020: venerdì 31 luglio -  domenica 2 agosto

Orari: da giovedì a domenica ore 11-18
Ingresso: libero
Prenotazione (consigliata): https://museicivicimilano.vivaticket.it
Informazioni: T. 02 86453005 - c.museomessina@comune.milano.it
facebook / instagram: @museofrancescomessina
MM1 Cordusio / MM3 Missori
Uffici Stampa: IBC Irma Bianchi CommunicationT. +39 02 8940 4694 - M. + 39 334 3015713 - info@irmabianchi.it - www.irmabianchi.it
COMUNE DI MILANO | CULTURA: Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it; Rossella Molaschi - rossella.molaschi@comune.milano.it

STUDIO MUSEO FRANCESCO MESSINA
Via San Sisto 4/A
Milano

Print Friendly, PDF & Email

Rassegna “I sette messaggeri”, Nuove Parole, Giardino della Triennale, Teatro Mendini, Triennale di Milano, 8/07/2020

Martedì 7 luglio, alle 20.45, negli spazi del Giardino della Triennale, presso il Teatro Mendini, Fondazione Maimeri ha proposto il terzo incontro del Ciclo I Sette Messaggeri, curato da Andrea Dusio: dialogo sulle Nuove Parole, con Oscar Farinetti, Alberto De Martini, Omar PedriniGianni Maimeri, moderatore Andrea Dusio.

Un nuovo alfabeto: l'imprenditore Oscar Farinetti, che ha appena pubblicato “Serendipity, 50 storie di successi nati per caso” e il pubblicitario Alberto De Martini, founder di Conic Agency, raccontano quali sono le parole che interpretano incognite e sfide di questo nuovo tempo. Gianni Maimeri, imprenditore, racconta ia propria storia di serendipity, che  lo ha portato a scrivere il libro “Il colore perfetto". Chiude la serata l’esibizione di Omar Pedrini, con alcune delle sue canzoni più note.

<

Andrea Dusio, giornalista e saggista, milanese, classe 1970, vive tra Roma e Milano. Ha scritto per Diario, Il Nuovo, Giudizio Universale, Il Giornale, Linkiesta, Pagina 99, Rockerilla. Collabora con le testate b2b del gruppo Tespi. Per Culture si occupa di progettazione e curatela di interventi nel settore cultura. Scrive di arte, cinema, musica. Ha scritto a lungo di arte antica e contemporanea per molte testate, pubblicando per Cooper il saggio “Caravaggio White Album” e “Caravaggio Timeline” e "L'Altra Milano" (Espress Edizioni 2012), la prima guida storico/artistica dedicata alle periferie milanesi. Appassionato di musica rock e jazz, scrive recensioni e approfondimenti su magazine specializzati. Appassionato di ciclismo, atletica e sci.

In occasione dell'incontro sarà visibile la mostra Dynamiche Infinite del fotografo milanese Maurizio Gabbana.


Quando mi hanno mostrato le fotografie di Maurizio Gabbana, quelle architetture urbane in cui la luce costruisce di fatto una struttura sovrapposta alla realtà, un'eco del tempo che si amplia sino ai limiti dell'inquadratura e oltre, come una risonanza che non si può contenere, una dinamica futurista che processa l'instante e lo moltiplica all'infinito, generando immagini di immagini, ho pensato di aver trovato la trasposizione fotografica della psicologia del lockdown. Si trattava certamente di una coincidenza fortunata, perché Maurizio ha prodotto questi scatti in tutt'altre circostanze, senza alcune precognizione o allusione a una sospensione della storia, spinto anzitutto da una ricerca formale. Quella che il fotografo milanese chiama dynamica spazio temporale è di fatto una compressione meccanica del tempo nell'istante, che gli
consente incidere il presente sul presente, ottenendo un'onda di propagazione allusiva della sospensione estatica dello sguardo”, spiega Andrea Dusio.
La mostra si compone di una serie di scatti realizzati con la tecnica digitale caratteristica di Maurizio Gabbana, che ha fotografato gli scenari monumentali delle città italiane e di alcune metropoli straniere producendo immagini cariche di un'atmosfera metafisica, in cui le piazze e i luoghi più emblematici sono spesso solitari, senza che vi compaia la figura umana. Una scelta stilistica, che non ha alcuna relazione con il tempo della pandemia, ma che a posteriori può somigliare a una sorta di trasfigurazione spazio/temporale delle immagini che i droni hanno prodotto delle nostre città durante il lockdown.

Ho guardato le sue immagini metafisiche di Milano, quelle architetture pure che diventano altro da sé, trasfigurandosi in una composizione lisergica. E poi i notturni, scattati invece con tecnica analogica, in qualche caso degli stessi luoghi, ancora una volta in assenza della figura umana, come se la città fosse ridotta a una quinta scenica”, scrive ancora Andrea Dusio nel catalogo prodotto dalla Fondazione Maimeri.

Maurizio Gabbana, classe 1956, milanese di nascita ma la famiglia è della Marca Trevigiana, autodidatta, la sua passione lo porta alla ricerca con scatti artistici ed alla camera oscura. È un fotografo di ricerca. Il suo laboratorio è la città. La sua tecnica non prevede postproduzione, solo tanto studio, altrettanta pazienza e la spinta interiore ad appostarsi per la città anche a orari improbabili, quando la ricerca diventa quasi atto sovversivo. Ispirato dal dinamismo futurista, Gabbana lo supera e si slancia nella resa degli ambienti offrendone una visione architettonica e monumentale eppure intima, calma eppure travolgente. Immagini in cui il confine tra quiete e forza dirompente si fa labile.è stato scoperto dallo storico dell’arte e docente di storia dell’arte a Brera Rolando Bellini, che a proposito del fotografo dice: “Maurizio si interessa e si spende in questo: un’estasi
fotografica. Ne dà conto in termini unici. Da qui il senso e il valore aggiunto della sua presenza. Estasi fotografica che si traduce, scatto dopo scatto, in una inedita percezione visiva che vibra di una peculiare istanza estetica”. I suoi modelli di riferimenti appartengono in gran parte al mondo della pittura, con lunghi studi sulle tecniche di rappresentazione della luce di artisti come Caravaggio e Rembrandt, e con puntuali riferimenti estetici al linguaggio scenografico ed illusionistico del barocco .


Maurizio Gabbana: "Dynamiche Infinite"
A cura di: Andrea Dusio
Inaugurazione: 23 giugno ore 18:30
Orari: 17:00 - 21.30.

Dal 23/06 al 30/09/2020
Informazioniwww.triennale.org 
Info stampa: Silvia Basta - M. +393482253405 - Silviainfinito4@gmail.com
Maurizio Gabbanamaurizio.gabbana.fg@gmail.com

La Triennale di Milano
viale Emilio Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 72434-1 - info@triennale.org - www.triennale.org

Print Friendly, PDF & Email

Rassegna “I sette messaggeri”, Giardino della Triennale di Milano, dal 23/06/2020

La Fondazione Maimeri ha ripreso le proprie attività, collaborando alla programmazione di "Triennale Estate”,  con la rassegna ideata: “I sette messaggeri”, a cura di Andrea Dusio. La rassegna è iniziata martedì 23 giugno con l’inaugurazione della mostra “Dynamiche Infinite” di Maurizio Gabbanaseguita da un "Dialogo sui sensi" con lo chef Davide Oldani, il fotografo Maurizio Gabbana, l'artista Velasco Vitali, Barbara Biscotti di Yoga Mandir, l'attore Sebastiano Filocamo, il pianista Cesare Picco, moderati da Andrea Dusio, nel Giardino Giancarlo De Carlo, della Triennale di Milano.

Martedì 30 giugno alle 18.30 negli spazi del Giardino della Triennale, presso il Teatro Mendini, Fondazione Maimeri propone il secondo incontro del Ciclo I Sette Messaggeri, curato da Andrea Dusio.
Dialogo sulla Musica propone un confronto tra Saturnino, il bassista e polistrumentista conosciuto per le sue collaborazioni con grandi artisti, da Jovanotti a Pino Daniele sino a Franco Battiato, il designer e musicista Lorenzo Palmeri, che ha disegnato per Saturnino un basso prodotto da Noah Guitars, con cui aveva collaborato anche disegnando una chitarra per Lou Reed, e infine Eleonora Dal Pozzo, che in Italia rappresenta la grande azienda di chitarre Gibson, leader mondiale, e collabora in tal senso con  i maggiori chitarristi e musicisti italiani, gestendo i loro strumenti, ma si occupa anche da molti anni di edizioni musicali. Al termine del talk Saturnino suonerà alcuni brani del suo repertorio che spazio tra rock, funk, jazz. In occasione dell'incontro sarà visibile la mostra Dynamiche Infinite del fotografo milanese Maurizio Gabbana.
L'ingresso è libero, l'evento terminerà entro le 21.

Andrea Dusio intervistato da Gianni Marussi, © Alessandra Finzi

Un racconto di Dino Buzzati, I sette messaggeri, è il tracciante di questo ciclo di incontri che si interroga sul nostro presente, sospeso tra due universi. Sette incontri come sette messaggeri, ciascuno dei quali, in forme e linguaggi diversi, porta un dispaccio dal mondo che ci siamo lasciati alle spalle e una visione della nuova realtà che stiamo attraversando.


Maurizio Gabbana, MiDynamicDuomo; Foto: © Maurizio Gabbana; Courtesy Fondazione Maimeri

Maurizio Gabbana, MilanoDynamicGalleria; Foto: © Maurizio Gabbana; Courtesy Fondazione Maimeri

Quando mi hanno mostrato le fotografie di Maurizio Gabbana, quelle architetture urbane in cui la luce costruisce di fatto una struttura sovrapposta alla realtà, un'eco del tempo che si amplia sino ai limiti dell'inquadratura e oltre, come una risonanza che non si può contenere, una dinamica futurista che processa l'instante e lo moltiplica all'infinito, generando immagini di immagini, ho pensato di aver trovato la trasposizione fotografica della psicologia del lockdown. Si trattava certamente di una coincidenza fortunata, perché Maurizio ha prodotto questi scatti in tutt'altre circostanze, senza alcune precognizione o allusione a una sospensione della storia, spinto anzitutto da una ricerca formale. Quella che il fotografo milanese chiama dynamica spazio temporale è di fatto una compressione meccanica del tempo nell'istante, che gli
consente incidere il presente sul presente, ottenendo un'onda di propagazione allusiva della sospensione estatica dello sguardo”, spiega Andrea Dusio.

Maurizio Gabbana, MilanoDynamicDuomo; Foto: © Maurizio Gabbana; Courtesy Fondazione Maimeri

La mostra si compone di una serie di scatti realizzati con la tecnica digitale caratteristica di Maurizio Gabbana, che ha fotografato gli scenari monumentali delle città italiane e di alcune metropoli straniere producendo immagini cariche di un'atmosfera metafisica, in cui le piazze e i luoghi più emblematici sono spesso solitari, senza che vi compaia la figura umana. Una scelta stilistica, che non ha alcuna relazione con il tempo della pandemia, ma che a posteriori può somigliare a una sorta di trasfigurazione spazio/temporale delle immagini che i droni hanno prodotto delle nostre città durante il lockdown.

Maurizio Gabbana, MilanoDynamicGalleria; Foto: © Maurizio Gabbana; Courtesy Fondazione Maimeri

Ho guardato le sue immagini metafisiche di Milano, quelle architetture pure che diventano altro da sé, trasfigurandosi in una composizione lisergica. E poi i notturni, scattati invece con tecnica analogica, in qualche caso degli stessi luoghi, ancora una volta in assenza della figura umana, come se la città fosse ridotta a una quinta scenica”, scrive ancora Andrea Dusio nel catalogo prodotto dalla Fondazione Maimeri.

Maurizio Gabbana, MiDynamicPirelli; Foto: © Maurizio Gabbana; Courtesy Fondazione Maimeri


Andrea Dusio, giornalista e saggista, milanese, classe 1970, vive tra Roma e Milano. Ha scritto per Diario, Il Nuovo, Giudizio Universale, Il Giornale, Linkiesta, Pagina 99, Rockerilla. Collabora con le testate b2b del gruppo Tespi. Per Culture si occupa di progettazione e curatela di interventi nel settore cultura. Scrive di arte, cinema, musica. Ha scritto a lungo di arte antica e contemporanea per molte testate, pubblicando per Cooper il saggio “Caravaggio White Album” e “Caravaggio Timeline” e "L'Altra Milano" (Espress Edizioni 2012), la prima guida storico/artistica dedicata alle periferie milanesi. Appassionato di musica rock e jazz, scrive recensioni e approfondimenti su magazine specializzati. Appassionato di ciclismo, atletica e sci.

 

Maurizio Gabbana, © Alessandra Finzi

Maurizio Gabbana, classe 1956, milanese di nascita ma la famiglia è della Marca Trevigiana, autodidatta, la sua passione lo porta alla ricerca con scatti artistici ed alla camera oscura. È un fotografo di ricerca. Il suo laboratorio è la città. La sua tecnica non prevede postproduzione, solo tanto studio, altrettanta pazienza e la spinta interiore ad appostarsi per la città anche a orari improbabili, quando la ricerca diventa quasi atto sovversivo. Ispirato dal dinamismo futurista, Gabbana lo supera e si slancia nella resa degli ambienti offrendone una visione architettonica e monumentale eppure intima, calma eppure travolgente. Immagini in cui il confine tra quiete e forza dirompente si fa labile.è stato scoperto dallo storico dell’arte e docente di storia dell’arte a Brera Rolando Bellini, che a proposito del fotografo dice: “Maurizio si interessa e si spende in questo: un’estasi
fotografica. Ne dà conto in termini unici. Da qui il senso e il valore aggiunto della sua presenza. Estasi fotografica che si traduce, scatto dopo scatto, in una inedita percezione visiva che vibra di una peculiare istanza estetica”. I suoi modelli di riferimenti appartengono in gran parte al mondo della pittura, con lunghi studi sulle tecniche di rappresentazione della luce di artisti come Caravaggio e Rembrandt, e con puntuali riferimenti estetici al linguaggio scenografico ed illusionistico del barocco .


Maurizio Gabbana: "Dynamiche Infinite"
A cura di: Andrea Dusio
Inaugurazione: 23 giugno ore 18:30
Orari: 17:00 - 21.30.

Dal 23/06 al 30/09/2020
Informazioniwww.triennale.org 
Info stampa: Silvia Basta - M. +393482253405 - Silviainfinito4@gmail.com
Maurizio Gabbanamaurizio.gabbana.fg@gmail.com

La Triennale di Milano
viale Emilio Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 72434-1 - info@triennale.org - www.triennale.org

Print Friendly, PDF & Email