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Archivi categoria : Mostre Istituzionali Milano

Renato Barilli: Visti da vicino, Museo della Permanente, Milano, dal 7/11/2018

Inaugurazione: mercoledì 7 novembre, ore 18.00


Al Museo della Permanente la bella personale “RENATO BARILLI. Visti da vicino”, con 70 tempere su carta Fabriano, che ritraggono protagonisti del mondo dell’arte, autoritratti e gruppi di famiglia.
Emerge la personalità di ogni personaggio con pennellate fresche ed immediate, ritratti che prendono spunto da fotografie da lui stesso scattate con il cellulare o inviategli dagli amici. La fotografia per lui è una traccia, senza quella "consistenza o sapore", mentre la tempera gli consente di restituirne i volumi e la vitalità, "ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti... "
Un combattimento per l'immagine, la sua rivincita della pittura.

Renato Barilli (1935), andato in pensione dopo una vita spesa quasi tutta come docente di storia e critica d’arte al corso DAMS dell’Università di Bologna, ha ripreso in mano i pennelli che aveva dismesso circa mezzo secolo fa, ritenendo che la fotografia avesse vinto definitivamente la partita e che i pennelli fossero ormai inutili. Ma in seguito ha ritenuto che fosse il caso di rilanciare quello che, da Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio, in una mostra famosa del 1973, era stato definito “Combattimento per un’immagine”.

Non si tratta di negare la prevalenza della foto, ora resa così familiare dai selfie e dagli scatti ripresi col cellulare, ma forse è il caso di ridare a quelle immagini un po’ di spessore, carne ai volti, sostanza ai tessuti, all’arredo delle stanze, e così via. Ne è uscita pertanto questa galleria che ora, con animo trepidante, il pittore anziano e novellino nello stesso tempo propone al pubblico milanese, avvertendo i raffigurati che lo specchio è volutamente infedele, ma mosso dalla speranza di aver afferrato in ciascun caso un po’ di sostanza, di tangibilità e personalità, di cui invece sono avare le riproduzioni fotografiche. C’è qualche magno esempio che lo sorregge su questa via, anche se vi fa riferimento con esitazione, temendo di cadere nel classico reato di paragonare il piccolo al grande, certo è che un premiato artista internazionale quale David Hockney si è esibito pure lui di recente in una serie di magistrali ritratti. Speriamo che qualche traccia di quella abilità si trovi anche in questa sfilata di tempere.

 

"Sono molto grato agli organi direttivi della Permanente di Milano per avermi concesso uno spazio nella loro prestigiosa sede in cui esporre una buona campionatura della mia attuale attività pittorica, consistente in una settantina di opere, per la gran parte dedicate a ritratti di personaggi del mondo dell’arte nel nostro Paese, con l’aggiunta di qualche autoritratto e di qualche gruppo di famiglia. In tal modo riesco a proporre questo mio ritorno in campo al di fuori del territorio ristretto della mia città, Bologna e dintorni, sottoponendolo al giudizio di un pubblico esperto, il che ovviamente produce in me un’attesa incuriosita e allarmata nello stesso tempo. Preciso subito in partenza che non sono affatto un “dilettante” dell’ultima ora, anzi, nelle mie ormai ben lontane adolescenza e gioventù ho praticato l’arte in modi continui e con ampio corredo di nozioni tecniche, dato che ho frequentato, sempre nella mia città, dapprima la Scuola d’arte, poi l’Accademia di belle arti, in cui, nel 1959, sono pure giunto a diplomarmi, con un solo anno di ritardo rispetto a una laurea in lettere moderne frattanto acquisita frequentando l’Università felsinea, già del tutto consegnato al mio curioso procedere in parallelo sulle due direttrici, quella dell’arte come impegno diretto, e invece e la presa di distanza che si addice al critico, o addirittura allo storico dell’arte. Questo doppio binario si è protratto fino al 1962, quando, sia per ragioni pratiche, sia per una decisione non più procrastinabile, ho interrotto del tutto l’esercizio diretto della pittura, salvo a riprenderlo circa mezzo secolo dopo, nel 2010, quando per pensionamento era cessata la mia attività di docente, sempre all’Università di Bologna, e sempre in discipline artistiche, anche se esercitate sotto l’ampia etichetta della Fenomenologia degli stili, una delle discipline innovative di cui si vantava il corso di laurea DAMS (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo). Non mi è stato difficile rientrare in esercizio, si dice infatti che il nostro corpo non dimentica abitudini già acquisite, e dunque riesce di nuovo ad andare in bicicletta o a nuotare, anche dopo lunghi anni di astensione, basta appena riscaldare i muscoli. E dunque, un’abilità assunta in profondità nel dipingere a tempera su carta è stata da me subito ritrovata. Assai più difficile motivare un simile ritorno in campo. Diciamo pure che alla base di tutto ci sta la certezza che ormai il mio futuro si sta riducendo, e dunque devo chiamare a raccolta ogni mia possibile capacità, prima di lasciare questo mondo. Ma come, da dove ripartire? In quella mia diligente attività precedente avevo seguito un percorso parallelo ai passi che in simultanea compivo anche come critico militante, e dunque, riconoscimento che all’alba dei ’50 l’innovazione stilistica si presentava nella forma del cosiddetto postcubismo, con fame di realtà, ma sottoposta a una specie di quadrettata, sbozzata a schegge di diamante, Poi, era intervenuta l’ondata dell’Informale cui avevo aderito, iniziando nel suo none la mia qualifica di critico d’arte ufficiale nella rivista “il verri”, fondata da Luciano Anceschi. Già nel primo numero, autunno 1956, avevo iniziato un dialogo con la Biennale di Venezia che non sarebbe più cessato ad ogni suo appuntamento. Ma c’era una discrasia, tra quella convinta accettazione dell’Informale, un movimento tipico di coloro che erano nati all’aprirsi del Novecento, o nel corso del suoi primi decenni, e invece io stesso, e i miei coetanei, nati negli anni ’30, destinati quindi a entrare in sintonia col ripresentarsi, con gli anni ’60, di una calamitazione sull’oggetto, frattanto ricomparso, e addirittura invadente. Infatti, tra la fine dei ’50 e i primissimi ’60 io scavalcavo appunto esiti da dirsi puramente informali, mentre mi affascinavano le soluzioni proposte da Jean Fautrier, in cui l’oggetto compariva, anche se solo come grumo informe, come embrione non ancora ben maturato. Una crescita, una maturazione che sarebbero avvenute con Claes Oldenburg, campione di una Pop Art ricca ancora di fremiti e sussulti materici. Insomma, detto in formula, navigavo lungo una rotta che appunto tentava di incrociare Fautrier con i primi oggetti abbozzati, ancora flosci, incerti proprio come feti alla loro prima apparizione, da Oldenburg, di cui a dire il vero non avevo ancora una precisa conoscenza. Questa la traiettoria attestata dall’unica mostra monografica che feci, come atto conclusivo di quella mia breve stagione, nel ’62, naturalmente procedendo a presentarmi da me, data la mia riconosciuta capacità di critico. Poi, come detto, l’interruzione, il black out. E ora, invece, la ripresa, che come usa succedere in casi del genere riparte dagli inizi. I maestri di ginnastica, quando sono scontenti di come gli allievi stanno conducendo i loro esercizi, li bacchettano intimando loro di tornare “al tempo”, e così pure io sono ripartito da quando, ragazzino, facevo disegni e bozzetti del reale con grande zelo e precisione. Ma mi occorreva un alibi, per non apparire troppo contradditorio con quel critico che ero stato in qualità di fiancheggiatore di tutte le mosse delle avanguardie, vecchie e nuove. Non potevo dimenticare che proprio il clima incendiario del ’68 aveva proclamato la “morte dell’arte”, predicando che semmai un rapporto con la realtà era da affidarsi allo strumento, lucido e freddo, della fotografia. Io in effetti mi sono attaccato a questo referto, in apparenza incontrovertibile. Infatti anche nella fase attuale parto sempre da una foto, presa da me stesso col cellulare, o inviata da amici compiacenti che me la trasmettono per email. Però, ritengo che sia lecito, e forse anche doveroso, nutrire poi quel referto di qualche buona sostanza materica, ridare efficacia alle rughe dei volti, alle fossette delle guance, alle capigliature, ai maglioni, scollature, bottoniere degli abiti, e così via. Aggiungendo che in questa ripresa c’è posto per i vari generi tradizionali, e così, accanto alle foto di volti, ci stanno pure quelle di vedute esterne, o di interni, con tutto il relativo mobilio, e le cianfrusaglie che si alzano da tavoli, tavolini, ripostigli. Se la vogliamo mettere in termini storici, diciamo che rinasce un Combattimento per un’immagine, secondo il titolo ingegnoso che Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio diedero a una mostra da loro curata a Torino nel 1972. O addirittura ritorniamo allo Studio del fotografo Nadar, dove nel 1874 si compì il celeberrimo confronto, o meglio dire affronto, tra la nuova creatura del progresso tecnologico, la fotografia, e il tentativo di resisterle messo in atto, e in quel momento ancora vincente, da parte della pittura, pronta a far nascere l’impressionismo come vittoria postrema, prima di cedere e lasciare il campo alla rivale. Ora forse si può ripetere quel drammatico rapporto all’incontrario, ma certo non in termini di radicale contrapposizione, in quanto la Vecchia Signora che osa ripresentarsi si vale opportunamente della rivale fortunata. Per questi ritratti, i vari invitati non hanno dovuto certo sottostare a lunghi tempi di posa, è bastato che mi mandassero uno scatto, un selfie preso all’istante. E se avessi messo in mostra anche vedute e paesaggi, posso assicurare che per ottenerli mi guardo bene dal ricalcare il rito demodé di andare “sul motivo” col tradizionale cavalletto, anche in questo caso rubo le immagini del reale con lo strumento prensile e rapido di una foto immediata, da cui poi nasce il mio tentativo di nutrirla di buone sensazioni di erbe, di muri, e anche di lamiere di auto. Con quale esito? Naturalmente, per questo aspetto, la sentenza spetta ai visitatori della mostra. Le reazioni fornite dai loro anticipatori in mie esposizioni precedenti sono state incerte e perplesse, non riuscendo a giungere a un verdetto abbastanza unitario, il fatto è che io sembro echeggiare tanti esiti storici di un simile rapporto tra la pittura e il reale. Tardo fenomeno di impressionismo, rilancio di un espressionismo vecchio o nuovo? In fondo, si potrebbe anche dire che i vari stili del passato ora vengono richiamati in scena come per una passerella finale, Del resto, dato che in me non è certo estinta la natura del teorico, ho già messo le mani avanti, quando nel 1974, proprio qui a Milano, all’allora chiamato Studio Marconi, ho proposto la collettiva La ripetizione differente, dopo aver teorizzato, poco prima, un atteggiamento opposto, il Comportamento, portandone una selezione di protagonisti alla Biennale di Venezia del 1972. A questo proposito approfitto per invitare gli eventuali visitatori della presente mostra a ritornare il 15 novembre per una conferenza in cui ricorderò proprio quell’evento, che però allora non riguardava me stesso. Ora invece de mea re agitur, ovvero propongo una sorta di ripetizione sistematica di tanti stili del passato, nella speranza che scatti un quid risolutivo capace di “fare la differenza”. Ai visitatori l’ardua sentenza."

Renato Barilli


In occasione della mostra “Renato Barilli. Visti da vicino”, giovedì 15 novembre 2018, ore 18, Renato Barilli tiene la conferenza dal titolo La“Ripetizione differente” e il postmoderno. Introduce Franco Marrocco.
Conferenza illustrata con proiezione di immagini

"Di recente mi sono trovato a presentare due “remake” ( o “re-enactments”, come si preferisce dire ora) di due mostre da me curate, del tutto rispondenti alla impostazione bipolare del mio insegnamento, quasi corrispondenti a quelle che Hegel avrebbe definito come “tesi”, subito seguita da una “antitesi”. Nel 1972 ero stato chiamato da Francesco Arcangeli a fiancheggiarlo nella cura della mostra “Opera o comportamento”, intesa come partecipazione italiana alla Biennale di Venezia di quell’anno, dove mi era stato possibile dare una breve dimostrazione di quanto allora poteva passare sotto l’etichetta generica di “comportamento”, attraverso le sale riservate a cinque artisti italiani, tra i migliori protagonisti dello “spirito del ‘68”, con relativa dichiarazione di “morte dell’arte”, a favore di installazioni, interventi ambientali, concettuali, comportamentali. Ma pochi anni dopo si riaffacciava la controparte, ovvero un fare macchina indietro, fino a recuperare taluni aspetti del museo. Era il ricorso alla “citazione”, uno dei cardini del clima che veniva anche riportato al cosiddetto postmoderno. Lo Studio Marconi, qui a Milano, mi permise di esemplificare questa tendenza attraverso, anche in questo caso, alcuni personaggi, tra cui spiccava la presenza di Giulio Paolini, quasi nelle vesti di un rinnovato Canova, o di un De Chirico anche lui intento a ripassare le tappe di altre stagioni. E già facevano capolino alcuni dei nomi nuovi che avrebbero riempito di sé quegli stessi anni ’70 e oltre, rappresentati soprattutto da Luigi Ontani e Salvo. Giorgio Marconi, poi alla testa di una Fondazione, mi ha consentito di ripresentare pochi anni fa questo secondo corno del dilemma, mentre Fabio Cavallucci, fino all’anno scorso direttore del Centro Pecci di Prato, a sua volta mi ha consentito di ricordare l’evento precedente. Siccome la mostra ora in atto proprio in questi spazi attesta un mio ritorno alla pittura, è giusto che la rievocazione qui condotta sia rivolta a questa sorta di “contraccolpo”, o di movimento al rientro nel pendolo dell’arte."

Renato Barilli


Renato Barilli: Visti da vicino
Dal
 8 al 28 novembre 2018

Orari: da lunedì alla domenica, 9.30-20.00
Ingresso: libero
Informazioni:  T. +39 02 6551445 - info@lapermanente.it -www.lapermanente.it

Ufficio Stampa Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente:  Cristina Moretti - cristina.moretti@lapermanente.it - Anna Miotto - anna.miotto@lapermanente.it - T. 02 6551445

Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
Via Filippo Turati 34
20121 Milano

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Antonio Sannino: Only Love, Fondazione Stelline, Milano, fino al 18/11/2018

Dal 25 ottobre al 18 novembre 2018 Fondazione Stelline ospita una personale di Antonio Sannino. Una ventina le opere in mostra, riunite in un percorso espositivo dedicato al paesaggio urbano contemporaneo come omaggio alla ricerca del colore e della luce.
Protagonista della mostra il fascino dell’urban landscape grazie alla personale visione di Sannino, che nel nuovo progetto Only Love completa un percorso sull’architettura delle metropoli internazionali,iniziato qualche anno fa, e i cui risultati sono di rara efficacia dal punto di vista della tecnica e della rappresentazione.
La mostra, a cura di Angelo Crespi, presenta la ricerca di Sannino, pittore di robusta formazione classica, che da qualche anno - oltre a splendide porzioni di mare viste dall’alto in una prospettiva quasi astratta - ha intrapreso un percorso espositivo dedicato al paesaggio urbano contemporaneo: le metropoli internazionali, soprattutto New York e Midtown Manhattan, sono rappresentate pittoricamente dall’artista attraverso la ricerca del colore e della luce. Le grandi città dipinte, prese all’imbrunire o nel buio della notte, appaiono cangianti nei riflessi delle vetrate e delle luci colorate; gli edifici, catturati in prospettive caotiche, sembrano in movimento e anche i residui di cielo sono frutto di una visione, piuttosto che di una semplice riproduzione.

Sannino sperimenta in questi ultimi lavori una tecnica che garantisce una flatness quasi pop: l’utilizzo di resina in grado di vetrificare i colori a olio stesi su un supporto di alluminio. Il risultato è una superficie sottile e levigata che esalta la profondità compositiva, una sorta di no-landscape, per mezzo del quale l’artista non vuole più rappresentare la realtà, bensì vi allude, preferendo coglierne l’espressione più forte. Un sentimento ancora più radicato in questa mostra dal titolo Only Love, dove l’icastico messaggio spirituale diventa parte integrante del panorama, quasi fosse una subliminale controindicazione rispetto a una lettura meramente iconografica dell’opera.


Antonio Sannino
(Napoli, 1959), vive e lavora fra Napoli e Roma.
Diplomato nella sua città, si trasferisce in Inghilterra dove lavora per 10 anni sperimentando varie tecniche pittoriche. Tornato in Italia, continua la sua carriera con una serie di mostre personali e partecipazioni a prestigiosi concorsi.
Le sue opere sono esposte nelle gallerie di tutto il mondo e da anni è amato da collezionisti e appassionati d’arte.


ONLY LOVE by Antonio Sannino

The opening of the exhibition, curated by Angelo Crespi, will be on the 24th of October 2018, at 6.30pm. 
The exhibition is produced by Liquid art system and it can be visited till the 18th of November 2018.

The urban landscape is one of the obsessions of many modern and contemporary painters. After all, the poetics of modernity arises precisely when Baudelaire meanders around the 19th century Paris and describes its developing contradictions, whereas his coeval Pissarro portrays it as frantic and colourful. In the 20th century, the   flânerie becomes a genre practised by writers and artists: Rilke in Paris again and Boccioni in Milan with his “The city rises” are the avant-gardists who celebrate the only available visual horizon. And, in fact, nature only exists in the arts as mere refuge for the nostalgic.
Also Antonio Sannino, as contemporary artists, surrenders to the charms of the urban landscape. He is a painter with a strong classical background, who has been painting metropolises – in addition to wonderful aerial views of the sea (an almost abstract perspective, far from the traditional landscape painters as Guccione) - for several years, especially sparkling views of New York at dusk or at night, which looks shimmering when it is reflected in the glass windows or coloured lights; the buildings portrayed in messy perspectives seem to be in motion, and also the portions of the sky are the result of a vision rather than a mere reproduction. Furthermore, the newly created technique allows the Neapolitan artist a pop-ish flatness: the use of a resin capable to vitrify the oil colors laid on an aluminium medium which results into a thin and smooth surface which enhances the depth of the composition. Sannino creates a “landscape equivalent”, a sort of no-landscape by which the artist does not want to represent reality any more, but he hints at it by getting its strongest expression, which often is crowded and compromised by the architecture; an even more deeply rooted feeling in this exhibition called “Only love”, where the vivid spiritual message becomes an integral part to the landscape, as if it was a subliminal contraindication vis-à-vis a merely iconographic reading of the work, in which a sense of loss prevails and the absence of the human traces is clearly expressed: in this way, the outsider observer become the protagonist of the painting, re-adapting lines as landscape, made alive by his feelings. Everything generates love, and the world itself wouldn’t exist without our lovely eye.


ANTONIO SANNINO || ONLY LOVE
Dal 25 ottobre al 18 novembre 2018
Orari: martedì  - domenica, 10-20 (chiuso il lunedì)
Ingresso: libero
Ufficio stampa: Fondazione Stelline | Studio BonnePresse - Gaia Grassi - M.339.5653179 - Marianna Corte - M. 347.4219001 - info@bonnepresse.it

Fondazione Stelline
Corso Magenta 61
Milano
T. +39.02.45462.411 - fondazione@stelline.it - www.stelline.it a.klimciuk@stelline.it

 

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Sanguine: Luc Tuymans on Baroque, Fondazione Prada, Milano, dal 18/10/2018

Da giovedì 18 ottobre 2018 è aperta alla Fondazione Prada a Milano la mostra “Sanguine: Luc Tuymans on Baroque”, a cura di Luc Tuymans.
Il progetto,  organizzato in collaborazione con M HKA (Museo d’arte contemporanea di Anversa), KMSKA (Museo reale di belle arti di Anversa) e la città di Anversa, è proposto in una nuova e più ampia versione a Milano fino al 25/02/2019, dopo una prima presentazione nella città belga da giugno e settembre 2018.
Tuymans ha concepito un’intensa esperienza visiva composta da più di 80 opere realizzate da 63 artisti internazionali, di cui oltre 25 sono presentate esclusivamente alla Fondazione Prada.
Sanguine” è una lettura personale del Barocco, costituita da accostamenti inediti e associazioni inaspettate tra lavori di artisti contemporanei e opere di maestri del passato. Senza seguire un rigido ordine cronologico o un criterio strettamente storiografico, Tuymans elude la nozione tradizionale di Barocco e invita a rileggere l’arte seicentesca, ma anche quella contemporanea, mettendone al centro la figura dell’artista e il suo ruolo nella società.
Seguendo la lezione di Walter Benjamin, secondo il quale il Barocco segna l’inizio della modernità, Tuymans indaga in questa mostra la ricerca di autenticità, il valore politico della rappresentazione artistica, il turbamento indotto dall’arte, l’esaltazione della personalità dell’autore e la dimensione internazionale della produzione artistica, riconoscendo nel Barocco l’interlocutore privilegiato dell’arte di oggi.
Sanguine” non solo forza i confini abituali della nozione stessa di Barocco, estendendone la durata fino al nostro presente, ma dimostra anche come gli artisti abbiano contribuito, nel corso degli ultimi due secoli, a ridefinirla, dall’accezione negativa attribuita dalla critica d’arte del tardo Settecento, fino alla rivalutazione attuata dal pensiero post-moderno e alla riaffermazione di un’espressività barocca e figurativa nell’arte degli ultimi anni.
Il titolo della mostra - una parola che identifica il colore del sangue, il temperamento violento e ricco di vitalità di una persona, ma anche una tecnica pittorica - suggerisce una molteplicità di prospettive attraverso le quali si possono interpretare le opere esposte in cui convivono violenza e simulazione, crudeltà e teatralizzazione, realismo ed esagerazione, disgusto e meraviglia, terrore ed estasi.
Nella visione di Luc Tuymans, Caravaggio - presente in mostra con Fanciullo morso da un ramarro (1595-96) e Davide con la testa di Golia (post 1606) – grazie al realismo psicologico espresso dal suo innovativo linguaggio pittorico, supera per primo la tradizione classica e manierista, incarnando lo spirito dell’artista barocco e la volontà di comunicare con il pubblico attraverso la forza della rappresentazione. Il confronto con Peter Paul Rubens, il pittore di Anversa ritrattista dei potenti e uomo politico, rivela l’ambiguità formale caratteristica della pittura barocca e la complessità delle relazioni che gli artisti hanno sviluppato nell’Europa della Controriforma e dell’insorgere della borghesia mercantile. L’arte barocca del Sei e Settecento è la prima corrente artistica ad assumere una dimensione mondiale, pur mantenendo specificità e caratteri legati alle diverse culture locali e alle sensibilità personali testimoniate in mostra, tra gli altri, da Guido Cagnacci e Andrea Vaccaro, Antoon van Dyck e Jacob Jordaens, Francisco de Zurbarán e Johann Georg Pinsel. All’interno del nostro mondo ancora più globalizzato e connesso, suggestioni, dinamiche e temi tipici dell’arte barocca si possono individuare nei lavori di autori contemporanei lontani tra loro e riuniti da Luc Tuymans in “Sanguine”.

 

Il percorso espositivo di “Sanguine”, che si sviluppa negli spazi della galleria Nord, del Podium e del Cinema della Fondazione Prada, è completato dai lavori di Nick Andrews, John Armleder, Carla Arocha e Stéphane Schraenen, Fred Bervoets, Jacques-André Boiffard, Michaël Borremans, Adriaen Brouwer, Pavel Büchler, Jake e Dinos Chapman, Vaast Colson, Njideka Akunyili Crosby, Roberto Cuoghi, Berlinde De Bruyckere, Thierry De Cordier, Willem de Rooij, Cornelis de Vos, Lili Dujourie, Marlene Dumas, Zhang Enli, Luciano Fabro, Giuseppe Gabellone, Marcel Gautherot, Isa Genzken, Joris Ghekiere, David Gheron Tretiakoff, Franciscus Gijsbrechts, Pierre Huyghe, Jonathan Johnson, On Kawara, Zlatko Kopljar, Dominik Lejman, Ives Maes, Maestro dell’annuncio ai pastori, Mark Manders, Diego Marcon, Kerry James Marshall, Takashi Murakami, Bruce Nauman, Nadia Naveau, Cheikh Ndiaye, Vanja Radauš, Tobias Rehberger, Alex Salinas, Yutaka Sone, Henri Storck, Pascale Marthine Tayou, Javier Téllez, Paul Thek, Piotr Tolmachov, Luc Tuymans, Dennis Tyfus, Jan Van Imschoot, Jan Vercruysse, Michaelina Wautier, Jack Whitten.

Luc Tuymans, Photo Ugo Dalla Porta

Sanguine” di Luc Tuymans*

Il termine “barocco” ha mantenuto un’accezione negativa - associata a qualcosa di
strano e sovraccarico - fino alla fine del XIX secolo, quando è diventato un concetto
della storia dell’arte. Mentre il Rinascimento si richiamava a un ideale di collaborazione
e unione, il Barocco era attraversato e condizionato dall’idea di scisma. Fu innanzitutto il
periodo della Riforma e della Controriforma, e allo stesso tempo segnò la nascita di un
immaginario occidentale, secondo il quale l’arte doveva essere dinamica e imponente
e il suo scopo era quello di sorprendere e sopraffare l’osservatore.
Le stridenti contrapposizioni del periodo storico del Barocco - come il contrasto fra
le ricchezze ostentate dai monarchi assoluti e le vessazioni sempre più opprimenti che
subivano le loro popolazioni in alcune zone d’Europa - si scontrarono con l’affermazione
del ceto medio e un’economia capitalista in crescita in altre parti del continente.
Il Barocco sensuale e spirituale ma allo stesso tempo sempre più meccanico fu segnato
da profonde contraddizioni. Iniziato con la Controriforma - la risposta cattolica alla
riforma protestante avviata da Martin Lutero -, terminò con rivoluzioni politiche e
industriali che scoppiarono in Europa e nelle Americhe e che sconvolsero il mondo intero.
Quando mi è stato chiesto di ideare una mostra sul Barocco in occasione del
festival barocco di Anversa nell’estate 2018, ho subito immaginato di proporre due
capolavori totalmente diversi per iconografia ed epoca di realizzazione. La prima opera
a cui ho pensato è Five Car Stud (1969-72) di Edward Kienholz, una grande installazione
scultorea - conservata presso la Collezione Prada - che mostra la castrazione di un
afroamericano a causa della sua presunta relazione sessuale con una donna bianca.
La seconda è il Davide con la testa di Golia (1609-10) di Caravaggio. Lo scopo di questa
associazione è suscitare una reazione che abbia un legame stringente con il presente.
Il risultato del progetto si è tradotto, più che in una mostra itinerante, in due
percorsi espositivi composti da due capitoli, ad Anversa e a Milano, dove a costituire
la controparte contemporanea è Fucking Hell (2008) di Jake & Dinos Chapman ed è la
sfera pubblica a diventare elemento di primaria importanza. La reazione al suo apice si
avverte nella collettività piuttosto che nella somma della ricezione individuale. È evidente
che nella cornice di un movimento come il Barocco è insito il concetto di populismo,
creato come esperienza totalizzante per ottenere istantaneamente una reazione
emozionale. Il pubblico non aveva tempo di razionalizzare l’immagine; l’esperienza
coincideva con il momento esatto in cui si osservava e con le emozioni che suscitava,
fossero esse genuine o il risultato di una manipolazione. È un espediente che non si
allontana dal sistema impiegato nella nostra epoca globalizzata, in cui la tecnologia
digitale - internet, il deep web, la realtà virtuale, i social media - rendono le informazioni
accessibili a chiunque. In questo senso è interessante e rilevante mettere a confronto il
mondo contemporaneo, segnato da un populismo in espansione, e il Barocco, tutt’altra
epoca, che potrebbe tuttavia ritornare in auge per la sua straordinaria attualità.

* Sanguine. Luc Tuymans on Baroque, Fondazione Prada, Milano, 2018, pp. 208–209.

Luc Tuymans, Photo Ugo Dalla Porta

Sanguine: Luc Tuymans on Baroque
Dal 18/10/2018 al 25/02/2019
A cura di: Luc Tuymans
Informazioni e visite guidate
: T + 39 02 56662612 - visit.milano@fondazioneprada.org

Ufficio Stampa: T +39 02 56 66 26 34 - press@fondazioneprada.orgfondazioneprada.org

Fondazione Prada
Nord, Podium+1, Podium, Cinema
Largo Isarco 2

20139 Milano

 

 

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Art for Education: Artisti Contemporanei dal Pakistan, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano, dal 17/10/2018

Apertura della mostra, il 17 ottobre alle 18.30 presso il Museo Diocesano, le curatrici Salima Hashmi e Rosa Maria Falvo terranno undialogo sull’arte pakistanacontemporanea.


La Onlus Italian Friends of The Citizens Foundation TCF e il Museo Diocesano Carlo Maria Martini presentano Art for Education: Artisti Contemporanei dal Pakistan, la prima mostra collettiva di arte contemporanea pakistana in Italia, ospitata dal Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano e nata per sostenere, attraverso il linguaggio universale dell’arte, The Citizens Foundation, l’organizzazione pakistana non governativa, laica e senza scopo di lucroche dal 1995 promuove l’istruzione femminile di qualità in Pakistan.
La mostra organizzata in partnership con il Museo Diocesano Carlo Maria Martini, è curata da SalimaHashmi, artista, critica e intellettuale tra le personalità più influenti in Pakistan, e da Rosa Maria Falvo, critica, curatrice e scrittrice italo-australiana.
In mostra 60 artisti pakistani - tra nomi affermati e conosciuti a livello internazionale e artisti emergenti, selezionati attraverso un concorso indetto da Italian Friends of TCF lo scorso anno. Molti di questi artisti conoscono e sostengono The Citizens Foundation da tempo e proprio per questo ognuno di loro ha deciso di donare la propria opera in occasione della mostra, con l’obiettivo di raccogliere fondi a favore della ONG pakistana.
Tema cardine del progetto è quello da cui prende il titolo la mostra stessa, Art for Education: l’istruzione infatti è il motore che muove l’attività di The Citizens Foundation, ma rappresenta anche un valore universale di crescita individuale e collettiva. Istruzione e creazione artisticariflettono il sostrato culturale del Pakistane sono da sempre strettamente connessi.
Molti degli stessi artisti presenti in mostra infatti, sono o sono stati docenti, diventando dei veri e propri mentor per i loro studenti anche al di fuori delle aule universitarie, a dimostrazione che l’arte può riflettere esigenze e critiche della società e farsene portavoce. In occasione dell’apertura della mostra, il 17 ottobre alle 18.30 presso il Museo Diocesano, le curatrici Salima Hashmi e Rosa Maria Falvo terranno undialogo sull’arte pakistanacontemporanea. A completare l’approfondimento sulla mostra, un incontro il giorno 20 novembre alle 18.30presso il Museo Diocesanofarà un focus su“Le donne del Pakistan: contesto, espressioni, trasformazioni” con le esperte Elisa Giunchi (Università degli Studi di Milano) e Anna Vanzan (Università degli Studi di Milano e di Pavia).
Gli artisti pakistani esposti in mostra affrontano temi dibattuti e comuni al sentire contemporaneo attraverso il loro particolare punto di vista e la sensibilità di chi sperimenta ogni giorno cosa significa vivere in Pakistan. A differenza di come l’opinione dominante dipinge il paese, il Pakistan è interessato da un grande fermento culturale e artisticoche convive con una storia contraddittoria e gravosa fatta di divisioni, dittatura e di quel “sogno musulmano” che ha trasformato la capitale industriale Karachi in una delle metropoli più multietniche e popolose del pianeta con i suoi 23,5 mln di abitanti. Salima Hashmici restituisce una fotografia precisa e stimolante dell’arte pakistana oggi affermando:“It’s odd that the worse things are, the better art becomes” (È strano come più le cose peggiorino, migliore diventi l’arte). L’arte pakistana ha a che fare strettamente con la libertà artistica e individuale e con la possibilità di esprimersi pur in condizioni non sempre favorevoli al libero pensiero. È un’arte sussurrata e raffinata, fortemente simbolica ed evocativa che rispecchia e sottintende le incoerenze della società attuale. Allo stesso tempo è rivoluzionaria perché sa parlare sottovoce ma in maniera potente, proiettandosioltre i propri confini, conservando idealismo,passione e celebrando le tradizioni della sua terra. Non è un caso infatti che nelle scuole e università d’arte si insegnino ancora le tecniche artistiche tradizionali come la miniatura, il ricamo, la tessitura, la calligrafia; come non è un caso il fatto che anche gli artisti delle nuove generazioni attingano a piene mani da esse. Nello studiare e apprendere dalla storia più o meno recente si evidenzia ancora una volta il tema di Art for Education e la volontà di non cancellare il passato, bensì di usarlo come stimolo per cambiare la società in meglio. Un atto di coraggio e responsabilità che permette agli artisti di affrontare temi come la povertà, l’ingiustizia, l’Islam, il ruolo della donna, l’identità di genere, l’amore, l’urbanizzazione. Attraverso l’uso raffinato della tecnica creano manufatti affascinanti dal punto di vista estetico, ma che contemporaneamente celano argomenti difficili da affrontare e a volte tabù.
Faiza Butt, una delle artiste presenti in mostracon l’operaA Dystopian Fantasy,affermache la bellezza delle sue opere porta il visitatore ad avvicinarsi ad esse per scoprirne il significato più profondo legato all’identità di genere, all’infanzia e alla società in cui vive. L’artista utilizza la tecnica del puntinismo mutuata dalla miniatura Moghul applicandola alle fotografie trovate su giornali e riviste e ai pixel di cui sono fatte. Un’operazione simile è quella che compie Rashid Rana, uno degli artisti pakistani più noti al grande pubblico, con War Within VI: partendo da un’opera iconica del neoclassicismo di Jacques-LouisDavid, Il giuramento degli Orazi, crea un effetto di straniamento tra la visione da lontano e quella ravvicinata, affrontando in realtà il tema del nazionalismo e i suoi esiti violenti. Allo stesso modo Imran Qureshi, artista affermatissimo che ha frequentato e ora insegna miniatura al National College of Arts di Lahore, propone nelle sue tele estremamente eleganti dal punto di vista pittorico i temi della mortee della vita, della tragedia e della speranza.
La maggior parte degli artisti esposti in mostra sono donne e questo non è un caso, ma un aspetto legato alla tradizione e alla storia pakistana: nell’antichità l’artigianato era un’attività praticata a casa prevalentemente dalle donne, e persino in tempi recenti per una donna era molto più facile frequentare la scuola d’arte piuttosto che l’università.
Oggi essere artista e donna in Pakistan è un valore aggiunto di cui abbiamo molti esempi, primo fra tutti quello di Adeela Suleman, artista, direttrice del dipartimento di Belle Arti presso la Indus Valley School diarte e architettura a Karachi, e co-fondatore e direttrice di Media Partner VASL Associazione Artisti del Pakistan. Nelle sue sculturee istallazioni dense di significati allegorici, l’artista lavora proprio sul confine tra bellezza naturale, violenza e caos, sublimando le paure terrene attraverso l’arte. Mutuare la tradizione artistica non solo pakistana ma anche occidentale, combinandola con temi di attualità, è la strada che perseguono anche altre artiste come Aisha Khalid, Hamra Abbase Nusra Latif Qureshi; quest’ultima nell’opera esposta in mostra lavora sull’interpretazione selettiva dei testi religiosi applicata alle donne, mostrando come la stessa parola che educa e libera può diventareuno strumento di soppressione nelle mani sbagliate. O ancora Naiza Khanche, come molti altri artisti contemporanei, riflette sul tema dell’urbanizzazione e della rovina, chiedendosi come re-immaginare la socialità in mezzo alla violenza quotidiana della globalizzazione postcoloniale.
Anche gli artisti emergenti dimostrano di conoscere bene la storia del proprio Paese e le tecniche artistiche del passato, e di saperle traslare nell’attualità proponendo spunti di riflessioni universali e fortemente contemporanei: dall’opera intimistica di Rehana Mangia Mahbub Jokhio, che lavora sui concetti di vedere, leggere, percepire e interpretare utilizzando il corano e una poesia del poeta Sindhi sufi Shah Latif; a Sana Obaidche attraverso la wasli paper, una particolare carta realizzata a mano per le miniature, ci regala un’immagine lieve e allo stesso tempo scioccante; a Seema Nusrate alle sue barricate, arrivando fino a Imran Mudassar che, raffigurando uno studente (Talib-i Ilm) delle Madrassa e attraverso i motivifloreali ripresi dai tradizionali modelli di design islamico, stigmatizza la possessività dei dogmi religiosi che questi individui incarnano per tutta la vita. E ancora Asif Khan costruisce nuove narrazioni utilizzando frame da un documentario sulla partizione del Pakistan dall’India; sulla stessa storia, intrecciata con vicende personali e drammatiche, lavora Shakila Haider, mentre Ayesha Durrani indaga il concetto di "bellezza femminile"e la sua rappresentazione guardando sempre alla miniatura.
La mostra Art forEducation: Artisti Contemporanei dal Pakistan, il cui progetto di allestimento è stato realizzato dall’architetto Natasha Calandrino Van Kleef, nasce dalla volontà condivisa di Italian Friends of TCF, delle curatrici e degli artisti coinvolti di supportare, attraverso l’arte, l’attività di The Citizens Foundation, ma non solo: l’obiettivo della mostra è quello di contribuire alla conoscenza del Pakistan in Italia, instaurando un dialogo interculturale e una riflessione sul ruolo e l’importanza dell’educazione nell'arte e dell'arte nell'educazione.

Artisti presenti in mostra:
Hamra ABBAS, Dua ABBAS RIZVI, Aisha ABID HUSSAIN, Farrukh ADNAN, Euceph AHMED, Nurjahan AKHLAQ, David Chalmers ALESWORTH, Mina ARHAM, Sana ARJUMAND, Zahra ASIMU, num BABAR & Matt KUSHAN, Affan BAGHPATI, Farida BATOOL, Faiza BUTT, Ayesha DURRANI, Shakila HAIDER, Amber HAMMAD, Ghulam HUSSAIN, Samina IQBAL, Ayesha JATOI, AyazHussain JOKHIO, Mahbub JOKHIO, Ali KAZIM, Aisha KHALID, Amra KHANAsif KHAN, Naiza KHAN, Saba KHAN, Nusra LATIF QURESHI, Rehana MANGI, Mudassar MANZOOR, Rahat Naveed MASUD, Imran MIR, Hira Tahir MIRZA, Ghulam MOHAMMAD, Imran MUDASSAR, Huma MULJI, Mehreen MURTAZA, HaiderAli NAQVI, Seema NUSRAT, Sana OBAID, Tazeen QAYYUM, Saba QIZILBASH, Imran QURESHI, Aroosa Naz RANA, Rashid RANA, Talha RATHORE, Ali RAZA, Muzzumil RUHEEL, Wardha SHABBIR, Adeela SULEMAN, Abdullah M. I. SYED, Risham SYED, Salman TOOR, Beenish USMAN, Yasser VAYANI, Yasir WAQAS, Adeel uz ZAFAR, Inaam ZAFAR, Mahreen ZUBERI.

- Il 17 ottobre ore18.30 dialogo sull’arte pakistana contemporanea con le curatrici della mostra Salima Hashmi e Rosa Maria Falvo (ingresso da Corso di Porta Ticinese 95
- 20 novembre ore 18:30 focus su“Le donne del Pakistan: contesto, espressioni, trasformazioni” con le esperte Elisa Giunchi - Università degli Studi di Milano e Anna Vanzan - Università degli Studi di Milano e di Pavia. (ingresso da Corso di Porta Ticinese 95)

 

The Citizens Foundation - TCF
L’organizzazione laica e non-profit TCF ha senza dubbio concretizzato un cambiamento positivo per la società pakistana attraverso l’istruzione di qualità per i più bisognosi, puntando in particolare sull’educazione femminile. Il programma curriculare di TCF è molto moderno, si basa su testi pubblicati dalla Oxford University Press, costantemente rivisti e attualizzati. L’insegnamento della lingua inglese è introdotto a partire dalla Class I (anni 5), molto in anticipo rispetto alle scuole statali. TCF ha direcente avviato il Vocational Training Program per insegnare un mestiere alle donne che vivono in condizione di estrema indigenza nei villaggi in cui sorgono le scuole di TCF: corsi di progettazione sartoriale, cucito, ricamo ed estetica, destinati sia alle ex allieve, sia alle donne delle comunità in cui TCF opera. La fondazione ha ricevuto negli anni diversi riconoscimenti internazionali, tra i quali Skoll Award for Social Entrepreneurship e il premio Schwab Foundation Social Entrepreneur of the Year conferito a TCF durante il World Economic Forum a Davos nel 2016, e il più recente, il premio Confucio conferito nel 2017 dall’UNESCO per il programma Aagahi, di alfabetizzazione delle donne adulte nelle aree rurali e negli slum urbani.


Italian Friends of The Citizens Foundation - IFTCF, attiva dal 2010, è una Onlus registrata nel 2013 con sede a Milano. Organizza iniziative culturali e di fundraising a favore dell’istruzione femminile in Pakistan e dei progetti educativi di TCF. In particolare, IFTCF realizza mostre, pubblicazioni di libri ed eventi per raccogliere fondi necessari a questo importante progetto e per favorire la conoscenza e la diffusione della cultura e dell’arte pakistana in Italia. Negli anni ha collaborato con Corriere della Sera, ISPI, We|Women for Expo e Fondazione Bracco. L’intero ricavato dalla vendita delle opere d’arte della mostra sarà devoluto alle scuole TCF per coprire i costi relativi alle uniformi scolastiche, al trasporto in autobus delle insegnanti, ai corsi di aggiornamento, agli emolumenti per le docenti e personale ausiliario, alla manutenzione delle infrastrutture scolastiche.


Salima Hashmi, artista e pittrice,è una delle più influenti e rispettate curatrici d’arte in Pakistan. Figlia del poeta nazionale pakistano FaizAhmed Faiz e della giornalista e attivista inglese Alys Faiz, Salima nasce a New Delhi nel 1942 in un contesto familiare con forte coscienza politica e grande impegno per i diritti civili. Il padre, poeta urdu e marxista, imprigionato varie volte per le sue opinioni politiche, lascia l’India dopo la spartizione del 1947 e la famiglia si installa a Lahore. Dopo aver terminato gli studi di design al National College of Arts (NCA) di Lahore, Salima continua la sua formazione in Gran Bretagnaalla Bath Academyof Arts di Corsham dove si laurea nel 1965 in Art Education e si perfeziona alla Rhode Island School of Design negli Stati Uniti.Dal 1970 Salima insegna alla facoltà d’arte del National College of Arts di Lahore e ne diventa preside dal 1995 al 1999. Durante i 30 anni dedicati all’insegnamento, Salima diventa un punto di riferimento per i suoi allievi, contribuendo a forgiare una nuova generazione di artisti. Attualmente insegna alla School of Visual Arts, nella nuova sede della Beaconhouse National University di Lahore. Salima Hashmi è curatrice di importanti mostre di arte contemporanea in Pakistan e in tutto il mondo (India, Giappone, Europa, Stati Uniti e Australia). Nel 2003 pubblica Unveiling the Visible: Lives and Works of Women Artists of Pakistan,libro che esamina la vita e le opere di 50 pittrici pakistane attive dall’indipendenza. Nel 2007 è co-autrice di Memory, Metaphor, Mutations: Contemporary Art of India and Pakistan pubblicato dalla Oxford University Press, libro che ripercorre i forti legami e l’evoluzione artistica tra i due paesi. Nel 2009 Salima organizza all’Asia Society Museum di New York la prima mostra d’arte pakistana contemporanea negli Stati Uniti: Hanging Fire: Contemporary Art From Pakistan. In parallelo Salima afferma la sua vocazione di scouting e nel 1981 fonda la galleria Rohtas a Islamabad e nel 2001 Rohtas-2 a Lahore, dove tuttora espone e sostiene artisti emergenti. Nel 2014 pubblica per la Penguin Books India The Eye Still Seeks Pakistani Contemporary Art, una visione d’insieme dei movimenti artistici pakistani, considerati fra i più rilevanti dell’Asia del Sud.Il suo impegno civile è costante: membrodella Human Rights Commission del Pakistan, nel 1999 è stata premiata dal governo pakistano con il Pride of Performance for Art Education. Nel 2011 l’Australian Council of Art and Design Schools (ACUADS) l’ha nominata membro internazionale per il suo impegno nell’educazione nel campo dell’arte e del design. Nel 2016 è stata premiata con l’Alma Award dall’Alma Culture Center di Oslo, per la promozione della tolleranza attraverso il linguaggio dell’arte. Nello stesso anno Salima ha ricevuto la laurea honoris causain arte ed educazione dalla Bath Academy of Arts, Regno Unito.


Rosa Maria Falvo, scrittrice Italo-australiana, esperta e curatrice indipendente, specializzata in arte contemporanea dell’area Asia-Pacifico, editor della casa editrice Skira.Laureata con lode in letteratura inglese presso la Monash University di Melbourne, ha studiato anche Storia dell’Arte all’Università di Perugia. Viaggia in tutto il mondo, lavora a stretto contatto con artisti, scrittori, galleristi, collezionisti, fondazioni e numerose istituzioni, curando l'ideazione, la produzione e la promozione di progetti editoriali ed espositivi. È particolarmente interessata al valore dell’arte come veicolo culturale di educazione, scambio e crescita.Partecipa regolarmente alle principali fiere di arte contemporanea, come la Chobi Mela International Photo Festival e la Dhaka Art Summit in Bangladesh. E’ spesso relatrice ospite di istituzioni prestigiose, tra cui, Soros Foundation Almaty, Fotografie Museum Amsterdam, Foreign Correspondents’ Club Tokyo, Shanghai & Beijing M LiteraryFestivals, India Art Fair Delhi, National Geographic Washington D.C., Prince Claus Fund Amsterdam, University of Oxford Centre for Islamic Studies (OCIS), University of Oxford Brasenose College, American Institute of Architects New York, The Photographers’ Gallery London, 21,39 Jeddah Arts, Nanjing International Art Festival, Milan Design Week, Art Dubai, e così via.Ha curato numerosi libri d’arte e svariate mostre sull’arte contemporanea dell'Asia Pacifico, tra le quali “Est di Niente: Contemporary Art from post-Soviet Asia” (Torino 2009), “Rashid Rana” (Chatterjee & Lal/ChemouldMumbai 2010); “Faiza Butt: Pehlwan” (Grosvenor Gallery London 2010); “Shifting Ground: Naiza Khan and Faiza Butt” (Rossi & Rossi Hong Kong 2011); “Shahidul Alam: My Journey as a Witness” (Wilmotte Gallery London 2011); “Fahd Burki” (Grey Noise Gallery Dubai 2013); “Lifeblood: Photographers in Bangladesh” (Dhaka Art Summit 2014); Luciano Benetton’s Imago Mundi Oceania Collections (Australia2015; New Zealand2016; Netherlands 2016; Fiji & Solomon Islands 2018) Rosa è membro del comitato consultivo per:PCF Awards Prince Claus Fundad Amsterdam, Paesi Bassi;Augmenta Art Funda Parigi, Francia;VASL Artists’ Associationa Karachiin Pakistan.


Art for Education: Artisti contemporanei dal Pakistan
A cura di: Salima Hashmi e Rosa Maria Falvo
Dal 17 ottobre al 25/11/2018
Inaugurazione: 16 ottobre 2018 ore 18.30 (ingresso da Corso di Porta Ticinese 95)
Con il patrocinio di: Regione Lombardia, Comune di Milano, Ambasciata Pakistana Roma,  Ambasciata d’Italia Islamabad, Consolato d’Italia a Karachi, Centro di Cultura Italia-Asia
Partners: NVK Design, Gerry’s, IGPDecaux, Arredamenti Allegrini, Zuria Dor, Vasl Artists' Association, Pollice Illuminazione, Open Care, ArtNow, Westlake Tires, Munari & Khan Advisory (Pvt) Ltd. , Joia, Elesta Travel, PIA Pakistan International Airlines, Exibart, Tenuta di Artimino, Barone Sergio, Podere Marella, Centro Copia Digitale M.S., La Serigrafica Editoria Srl
Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (eccetto festivi)La biglietteria chiude alle ore 17.30Biglietti Museo Diocesano + mostraIntero: 8 euro/ Ridotto individuale: 6 euroInformazioni: tel. 02.8942001
Info: biglietteria@museodiocesano.it -http://italianfriends-tcf.org - http://www.tcf.org. - pk@ItalianFriends - TCF@FriendsTCFItaly
Ufficio stampa Italian Friends of TCF: Maria Chiara Salvanelli - M. +39 333 4580190 - mariachiara@salvanelli.it
Ufficio stampa Museo Diocesano: CLP Relazioni Pubbliche - Anna Defrancesco - T. 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.it - www.clp1968.it
Associazione Italian Friends of TCF  The Citizens Foundation Onlus - Corso di Porta Nuova, 38 -2 0121 Milano - T.+39 02 3657 0504; Coordinatrice di Art for Education Italian Friends of TCF: Farah Munari Khan - M. +39 346 5708921 -  f.munarikhan@italianfriends;  tcf.org Presidente, Italian Friends of TCF: Gretchen Romig Crosti - M. +39 335 8134309 - g.romigcrosti@italianfriends-tcf.org

Museo Diocesano Carlo Maria Martini
piazza Sant’Eustorgio 3
Milano

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