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Archivi categoria : Mostre Istituzionali Milano

Le Nature Morte di Geo Poletti. Una collezione milanese, Palazzo Reale, Milano, dal 1 al 24/03/2019

Venerdì 1 marzo 2019 ore 16.00 CONVERSAZIONE: La natura nell’arte antica, moderna e contemporanea a cura di Associazione MuseoCity - Paolo Biscottini, Annalisa Zanni
Sala Conferenze, Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12, Milano

Relatori
Massimo Osanna, Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei e Professore di Archeologia Classica
Stefano Zuffi, Storico dell’arte
Francesco Poli, Storico dell’arte e Docente all’Accademia di Brera
Modera: Francesca Bonazzoli, Giornalista del Corriere della Sera

Nell’ambito di Museo City 2019, Palazzo Reale propone una straordinaria collezione di nature morte del Sei/ Settecento mai esposte e provenienti dalla collezione di Geo Poletti, storico dell’arte, conoisseur, noto come “il miglior conoscitore milanese della pittura italiana del Seicento”. Milano, con questa mostra, rende omaggio, non solo alla collezione, ma anche ad un grande milanese, noto a tutti i musei del mondo.
Con la mostra Le nature morte di Geo Poletti, a cura di Paolo Biscottini e Annalisa Zanni, Milano rende omaggio non solo alla collezione, ma anche ad un grande milanese, noto a tutti i musei del mondo.
Grazie alla concessione degli eredi di Geo Poletti (1926-2012), Palazzo Reale espone per la prima volta al pubblico la collezione privata di nature morte dell’artista. Si possono ammirare venticinque opere di intensa bellezza. In esposizione figurano inoltre alcuni dipinti di Geo Poletti dedicati al tema della natura. Questi soggetti gli offrivano la possibilità di riflettere su una concezione astratta della pittura e di ragionare in particolare su una rappresentazione della natura, tesa a trovare le sue ragioni oltre se stessa. In una dimensione, quindi, filosofica più che strettamente figurativa.

Milano MuseoCity 2019 ripercorre con uno specifico incontro di approfondimento e con un’indagine critica le varie tematiche del rapporto Natura e Arte.
Sin dalle origini il tema del rapporto con la natura è centrale nella ricerca artistica in quanto da sempre l’opera d’arte, facendo riferimento all’uomo, non può non considerarlo all’interno della natura, sia essa intesa come l’insieme delle specie vegetali e animali, che come l’ambito spaziale terra-cielo-mare in cui l’uomo vive. Il rapporto con la natura è quindi strettamente collegato al contesto in cui l’uomo vive e da cui trae alimento fisico e spirituale.
La natura viene considerata quindi come fonte inesauribile di ispirazione dell’arte, che indaga il significato della vita e della morte e la loro ineluttabilità: tutto ciò che è naturale sottostà, infatti, a leggi imprescindibili, di cui si occupa certamente la scienza e, in modo differente, anche l’arte stessa. Ogni epoca racconta e indaga questo rapporto in modo diverso, fino a considerare la natura in senso positivo o negativo (madre o matrigna) e a sceglierne gli aspetti più idonei alle istanze del tempo in cui si colloca l’atto creativo.
In particolare, i relatori parleranno del modo con cui l’arte ha affrontato il tema della Natura nell’età antica, nell’età  moderna e in quella contemporanea.

"Natura morta con vaso di fiori, fragoline, pesche, pere e altri frutti", Pittore caravaggesco, 1620-1630 circa, olio su tela, Collezione Geo Poletti

Le Nature Morte di Geo Poletti. Una collezione milanese 
A cura di: Associazione MuseoCity, Paolo Biscottini e Annalisa Zanni
Dal 1/03 al 24/03/2019
Ingresso: gratuito
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30 (ultimo ingresso sempre un'ora prima della chiusura)
Ufficio Stampa MuseoCity: Lara FaccoP&C - T. +39 02 36565133 - M. +39 349 2529989 - press@larafacco.com
Ufficio stampa Comune di Milano: Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it

Palazzo Reale
Appartamento dei Principi
Piazza del Duomo 12
20121 Milano

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Antonello da Messina, Palazzo Reale, Milano, dal 21/02/2019 al 2/06/2019


Dal 21 febbraio, nelle sale di Palazzo Reale, la mostra dedicata ad Antonello da Messina (1430-1479). L’esposizione, allestita fino al 2 giugno 2019 nelle sale di Palazzo Reale, è frutto della collaborazione fra Comune di Milano|Cultura e Regione Siciliana, è prodotta da Palazzo Reale e MondoMostre Skira ed è curata da Giovanni Carlo Federico Villa. Da considerarsi come uno degli eventi culturali più rilevanti, all’interno del panorama nazionale e internazionale, per l’anno 2019. Una occasione unica e speciale per entrare nel mondo di un artista eccelso e inconfondibile, considerato il più grande ritrattista del Quattrocento, autore di una traccia indelebile nella storia della pittura italiana.
Antonello da Messina è considerato il più grande ritrattista del Quattrocento e il progetto a lui dedicato si propone come un’occasione unica per poter ammirare la maggioranza delle opere dell’artista siciliano giunte fino a noi.
Di Antonello da Messina al pari di altri immensi artisti, restano purtroppo poche straordinarie opere, scampate a tragici avvenimenti naturali come alluvioni, terremoti, maremoti e all’incuria e ignoranza degli uomini; quelle rimaste sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico; molte hanno subito in più occasioni pesanti restauri che hanno alterato per sempre la stesura originaria, altre sono arrivate sino a noi miracolosamente intatte.
Questa mostra storica, la cui realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione con molte diverse istituzioni, italiane e internazionali – dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – vede riunite per la prima volta a Milano ben diciannove opere di Antonello da Messina, proponendo al pubblico il racconto affascinante di un artista innovatore dei suoi tempi, il cui carisma è giunto intatto sino a noi”.

Sono infatti esposte 19 opere del grande Maestro, su 35 che ne conta la sua autografia: a cominciare dall’”Annunciata” (1475 circa), autentica icona, sintesi dell’arte di Antonello, uno dei più alti capolavori del Quattrocento italiano; le eleganti figure di “Sant’Agostino” (1472-1473), “San Girolamo” (1472-1473) e “San Gregorio Magno”(1470-1475), forse appartenenti al “Polittico dei Dottori della Chiesa”, tutti provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo; ma anche il celeberrimo “Ritratto d’uomo” (1465-1476) dall’enigmatico sorriso, proveniente dalla Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù, oggetto di vari restauri e conosciuto nella tradizione locale come “Ignoto marinaio”.
Dalla National Gallery di Londra giunge a Milano un altro capolavoro, il “San Girolamo nello studio” (1474-1475), in cui si armonizzano ispirazioni classiche e dettagli fiamminghi; ma ricordiamo anche la “Crocifissione” (1460 circa) proveniente dal Museo nazionale Brukenthal di Sibiu in Romania; il “Ritratto di giovane” (1474) dal Philadelphia Museum of Art, la “Madonna col Bambino” (1475 circa) dalla National Gallery di Washington; il “Ritratto di giovane uomo” (1478) dal Museo statale di Berlino.
Dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze arriva l’importantissimo Trittico che comprende: la “Madonna con Bambino”, il “San Giovanni Battista” e il “San Benedetto”; dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia giunge il ritratto di giovane gentiluomo (“Ritratto d’uomo” 1468-1470, a lungo considerato il vero volto dell’artista), già pienamente antonelliano per inquadramento, sfondo, postura e soprattutto attitudine leggermente ironica del personaggio: trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 fu recuperato sette anni dopo dal nucleo di Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri; dal Collegio degli Alberoni di Piacenza il celebre “Ecce Homo” (“Cristo alla colonna”) (1473-76). E ancora il “Ritratto d’uomo” (Michele Vianello?) (1475-1476) dalla Galleria Borghese di Roma, il poetico “Cristo in pietà sorretto da tre angeli” (1474-1476 circa) dal Museo Correr di Venezia, “Ritratto d’uomo” (anche detto “Ritratto Trivulzio” - 1476) dal Museo Civico d’Arte Antica, Palazzo Madama di Torino.
Il percorso espositivo si conclude con la “Madonna con il Bambino” (1480), proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo, opera del figlio Jacobello di Antonello eseguita l’anno seguente la morte del padre. Jacobello faceva parte della bottega del padre e si fece carico di completare l’opera da lui cominciata, firmandosi, come offerta di devozione filiale, come il figlio di “pittore non umano”, quindi divino.
Una sezione della mostra riscostruisce le vicende della Pala di San Cassiano, testo fondamentale per la storia dell’arte italiana; mentre consacrata al mito di Antonello nell’Ottocento viene esposta la tela di Roberto VenturiGiovanni Bellini apprende i segreti della pittura a olio spiando Antonello” (1870) dalla Pinacoteca di Brera: la tela, conservata al Tribunale di Milano, è stata restaurata in occasione di questa esposizione.
La mostra ha inoltre una guida d’eccezione: il grande storico dell’arte Giovan Battista Cavalcaselle (1810-1897) che, attraverso i suoi appunti e disegni, conduce il visitatore alla scoperta di Antonello da Messina. Grazie alla collaborazione con la Biblioteca Marciana di Venezia, sono infatti esposti in mostra 19 disegni,  7 taccuini e 12 fogli, dei quali alcuni su doppia pagina, attraverso i quali è possibile seguire la ricostruzione del primo catalogo di Antonello.
Un focus della mostra è dedicato al rapporto dell’artista con la sua città natale e alle poche tracce rimaste della sua vita, a causa dei numerosi tragici eventi naturali, in particolare i terremoti, che ne hanno causato in gran parte la sparizione e distruzione.
Il catalogo della mostra è pubblicato da Skira e contiene, oltre alle immagini delle opere esistenti e riconosciute di Antonello da Messina, una “Sezione storico artistica” con i saggi di Giovanni Carlo Federico Villa, Renzo Villa e Gioacchino Barbera; e con cinque testi letterari di Roberto Alajmo, Nicola Gardini, Jumpa Lahiri, Giorgio Montefoschi e Elisabetta Rasy. Concludono il volume gli “Apparati” con Biografia e Bibliografia ragionata.

Note sull’allestimento realizzato da PANSTUDIO architetti associati, architetti Paolo Capponcelli, Mauro Dalloca e Cesare Mari.

Il tema espositivo sviluppato per l’allestimento della mostra è stato quello di dare il massimo risalto alle opere e soprattutto di focalizzare su ciascuna di esse l’attenzione del pubblico. Trattandosi di dipinti quasi esclusivamente di piccolo formato, per ognuno di essi sono stati progettati degli apparati espositivi dedicati che, isolati lungo le pareti delle sale di Palazzo Reale, emergono in un’ambientazione sostanzialmente molto scura, in cui la luce, focalizzata sulle opere con un attento controllo del flusso luminoso, ne favorisce la percezione in un’atmosfera di grande suggestione. Le opere vengono esposte in una nicchia posta al centro di un elemento architettonico in legno, caratterizzato da un tettuccio e da una pedana, quest’ultima con funzione di distanziale, verniciato di colore grigio chiaro: il fondale espositivo è rivestito in tessuto di colore grigio ferro scuro. L’apparato espositivo è completato da due pannelli laterali, inclinati verso il centro, per delimitare e definire il campo visivo dedicato ad ogni singola opera; questi sono rivestiti in tessuto di colore rosso cupo e sono anche il supporto per didascalia e testi approfondimento. I disegni ed i taccuini di Cavalcaselle che accompagnano i dipinti, sono esposti in vetrine a tavolo incassate in apparati espositivi analoghi a quelli dei dipinti, ma con i pannelli laterali, dedicati agli approfondimenti grafici e testuali, rivestiti in tessuto grigio medio. In alcuni casi, gli apparati espositivi sono completati, sui fianchi, da immagini retro illuminate di alcuni particolari fortemente ingranditi dei dipinti o dei disegni in essi esposti.


Allestimento illuminotecnico e scenotecnico, realizzato da Light Studio di Alberto Cottarelli, Iskra Mestrangelo e Patrizia Savino

..."La luce nell'ombra"...
...camminare nella penombra, percepire il chiaro scuro...
...non come espediente suggestivo o di tendenza dell'uso della luce ma fruire dell'oscurità imbrigliata al chiarore d'accento luminoso, come rimando più probabile della composizione "fotonica pittorica ed emozionale" dell'opera di Antonello da Messina...
...le volte dei soffitti azzurrate e a volte ambrate, già nell'ingresso alla mostra e poi lungo i corridoi che conducono alle sale espositive, preannunciano percettivamente, cieli, manti o nastri decorativi, candela o fiaccola... colori che spesso emergono contrastanti ad altre cromie dell'opera di Antonello...
...tra gli anfratti di passaggio, tra le porte o in alcune porzioni dell'allestimento, piccoli "segni luminosi" ambrati citano quella luce "quasi scenotecnica" propria di un tempo dove il chiarore della notte era motivato dalla luce della fiaccola o della candela, che spesso nell'ambiente circostante all'oggetto o alla persona, sia all'esterno che in un interno, evidenziava un "forte chiaroscuro" che in questo allestimento espositivo, torna a citare quel mistero prodotto della fiamma luminosa usata e dipinta, che tanto caratterizza la composizione in molte opere di Antonello da Messina.
A compendio nella visione d'insieme quasi "teatrale", ma solo in alcuni passaggi del percorso, sagome luminose abbozzeranno improbabili luci e ombre tenui, a citazione di finestre o bifore rinascimentali, rimando luminoso dall'esterno all'interno di una "luce architettonica" , insieme a grandi immagini retroilluminate, citazione delle opere in esposizione, sono i due elementi scenotecnici che caratterizzano il percorso della mostra.
L'intero impianto di allestimento illuminotecnico e scenotecnico fa da "cornice" alle opere di Antonello da Messina, le quali saranno illuminate singolarmente nelle loro "edicole", mediante luce sagomata circoscritta sull'opera.
A differenza di altri allestimenti dove non è necessario focalizzare la visione "in eccesso" delle opere esposte mediante la sagomatura della luce, per l'opera di Antonello da Messina, dove la perizia del gesto pittorico dell'artista vuole un'osservazione più attenta o curiosa verso il dettaglio, la luce sagomata risulta ideale per un dialogo quasi intimo con il visitatore.

Giuseppe Mestrangelo - lighting designer 


Mentre a Milano nei prossimi mesi si potrà godere della straordinaria mostra di Antonello da Messina, a Palermo sarà possibile ripercorrere le tappe fondamentali della ritrattistica italiana del XX secolo, grazie a una piccola ma preziosa mostra progettata dal Museo del Novecento di Milano in collaborazione con Palazzo Abatellis.
Il Museo del Novecento ha infatti ideato, partendo dal celeberrimo busto di Eleonora d’Aragona realizzato da Francesco Laurana, uno dei capolavori simbolo della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo, un’esposizione dal titolo “Il ritratto italiano del XX secolo dalle raccolte civiche”, che cerca di instaurare un dialogo ideale tra la famosa scultura realizzata nel Quattrocento e un prezioso nucleo di ritratti di alcuni dei più importanti maestri del Novecento, provenienti dalle raccolte civiche milanesi.
Le date della mostra “Il ritratto italiano del XX secolo dalle raccolte civiche” e il progetto scientifico completo sono in fase di definizione e verranno presentati prossimamente.

Antonello da Messina
A cura di: Giovanni Carlo Federico Villa
Dal 21/02 al 2/06/2019
Promossa e prodotta da: Comune di Milano, Palazzo Reale, MondoMostre Skira
Catalogo: Skira Editore
Orari: Lunedì 14.30 - 19.30 (dalle 9.00 alle 14.30 riservato alle scuole); Martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30 - 19.30; Giovedì e sabato 9.30 - 22.30; Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Giorni e orari di apertura straordinari: Lunedì 22 aprile 9.30 - 22.30; Mercoledì 1 maggio 9.30 - 19.30
Biglietti: (audioguida inclusa) Intero € 14,00; Ridotto € 12,00; Visitatori dai 18 ai 25 anni, over 65, portatori di handicap, gruppi (minimo 15 massimo 25 persone) e convenzioni; Ridotto speciale € 6,00 Scuole, gruppi organizzati da TCI Touring Club e FAI, giornalisti con tesserino ODG con bollino dell’anno in corso non accreditati dall’ufficio stampa e altre convenzioni; Biglietto Open € 16,00, Data aperta fino a due settimane prima della chiusura (valido a partire dal giorno successivo alla data di acquisto); Biglietto Famiglia 1 o 2 adulti € 10,00/ ragazzi dai 6 ai 17 anni € 6,00; Gratuito minori di 6 anni, guide turistiche abilitate con tesserino di riconoscimento, giornalisti accreditati dall'Ufficio Stampa e convenzioni
Infoline e prevendite: 0292897755 - singoli; 0292897793 - gruppi; mondomostreskira‐gruppi.vivaticket.it
Prenotazioni visite guidate: gruppi e scuole; info@adartem.it; www.adartem.it; gruppi.antonellodamessina@gmail.com
Prenotazione attività propedeutiche scuole e famiglie: Sezione Didattica Palazzo Reale T. 02884.48046 - ed.scuolepalazzoreale@comune.milano.it
Informazioni online e social: www.mostraantonello.it - www.palazzorealemilano.it - facebook.com/MondoMostreSkira/ - #antonellodamessina - #antonelloamilano -#mostraantonello
Uffici stampa MondoMostre Skira: Lucia Crespi - T. + 39 02 89415532 - lucia@luciacrespi.it; Federica Mariani: T. +39 366 6493235 - federicamariani@mondomostre.it - www.mondomostreskira.it
Ufficio stampa Comune di Milano: Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12
Milano

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Luciano Ventrone: Il limite del vero. Dall’astrattismo all’astrazione, Fondazione Stelline, Milano, fino al 10/03/2019

Opening: 30 gennaio 2019 h. 18.30

 

 

Dal 31 gennaio al 10 marzo 2019 la Fondazione Stelline ospita la mostra Il limite del vero. Dall’astrattismo all’astrazione, una retrospettiva a cura di Angelo Crespi dedicata a Luciano Ventrone, definito da Federico Zeri - che lo scoprì - “il Caravaggio del ventesimo secolo”.

Dagli esordi come pittore figurativo classico alle sperimentazioni geometriche, passando per l’informale e l’arte programmata, questo percorso espositivo di 30 opere, molte delle quali esposte al pubblico per la prima volta, indaga la lunga carriera di Luciano Ventrone, che comincia a dipingere giovanissimo, nei primi Anni 60, assolvendo a una sorta di precoce vocazione. Il suo è un apprendistato lungo e pieno di divagazioni, sull’onda delle varie correnti della pittura italiana e nelle temperie del secondo Dopoguerra, che gli consente infine di approdare con sempre maggior forza a uno stile personalissimo, il “realismo astratto ventroniano” in cui le basi della pittura (forma, luce, colore) sono messe al servizio di una concezione filosofica platonica tesa a svelare il mondo delle idee prime.
Dagli Anni 90 del Novecento, soprattutto le nature morte non sono più, e soltanto, la rappresentazione del reale, uno sforzo mimetico pur degno di lode, ma semmai il tentativo riuscito, grazie a un talento quotidianamente coltivato con fatica, di andare oltre la realtà - come spiega Angelo Crespi - e sperimentare “il limite del vero”, cioè quella sottile linea che ci distanzia dalla conoscenza effettiva, allontanandosi dagli oggetti reali e approssimandosi per quanto possibile all’astrazione delle “cose”.
Ventrone - che si definisce un astrattista alle prese con la realtà, un metafisico costretto a misurarsi con la caducità della natura – non è solo uno dei massimi e più conosciuti pittori di figura a livello internazionale, ma prima di tutto è uno scienziato della pittura e, fin dalle rappresentazioni negli Anni 60 delle cellule ingrandite al microscopio, opere messe poi a disposizione di testi di neurologia, ha affinato la propria antica tecnica pittorica fatta di pazienti velature a olio, confrontandola con le più avanzate tecnologie che oggi ci permettono di guardare e vedere “più” oltre il reale.
Da qui nasce lo stupore, di una pittura che non inganna l’occhio, bensì la mente, e ci costringe a un corto circuito per ridare senso a ciò che nella realtà non esiste, frutta, verdura, fiori che non sono mai così perfetti, mai così illuminati, mai così sul punto di essere veri.

Luciano Ventrone nasce a Roma nel 1942. Nel 1983 un articolo scritto da Antonello Trombadori su “L’Europeo” induce lo storico dell’arte Federico Zeri a interessarsi dell’artista suggerendogli di affrontare il tema delle nature morte. È qui che inizia la sua lunga, e ancora non completa, ricerca sui vari aspetti della natura, catturando particolari sempre più dettagliati e quasi invisibili a “occhi bombardati da milioni di immagini”, quali sono quelli degli uomini della nostra epoca. È questa ricerca di Ventrone che ha destato, nei decenni, l’attenzione - oltre che di Federico Zeri - di Sergio Zavoli, Duccio Trombadori, Marco Di Capua, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Roberto Tassi, Giorgio Soavi, Edward Lucie-Smith, Beatrice Buscaroli ed Eugenia Petrova, per citarne alcuni.


LUCIANO VENTRONE. IL LIMITE DEL VERO
Dall’astrattismo all’astrazione
A cura di
: Angelo Crespi
Dal 31 gennaio al 10/03/2019

Opening: 30 gennaio 2019 h. 18.30
Orario: martedì – domenica, h. 10.00-20.00 (chiuso il lunedì)

Ingresso libero
Informazioni
: fondazione@stelline.it - www.stelline.it

Ufficio Stampa Fondazione Stelline: Studio BonnePresse; Marianna Corte: M.+393474219001; Gaia Grassi: gaia.grassi@bonnepresse.it - M. +393395653179 - www.bonnepresse.it - www.facebook.com/bonnepresse

Fondazione Stelline
c.so Magenta 61
Milano

 

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Franca Gritti: Altri alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta, Gallerie d’Italia, Milano, fino al 17/02/2019

Il composito universo creativo della scultrice Franca Ghitti torna in mostra presso le prestigiose Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo a Milano, dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019 con una personale a lei dedicata dal titolo “Franca Ghitti: Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta”.

La mostra propone all’interno della Stanza 16 delle Gallerie milanesi un percorso a cura di Cecilia De Carli tutto dedicato all’articolato linguaggio di una delle scultrici più rinomate a livello internazionale, le cui opere arricchiscono importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, i Musei Vaticani e, appunto, le Gallerie d’Italia di Milano. Accanto alle recenti acquisizioni di Vicinia. La tavola degli antenati n.1 (1976) e di un Tondo (1980), possiamo ammirare lavori dalle serie Meridiane e Pagine chiodate, oltre alla Vicinia di Erbanno (1965) e all’imponente installazione Bosco.
Le opere esposte guidano l’osservatore in un itinerario che include creazioni della Ghitti di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila, raccolte sotto l’emblematico titolo “Altri Alfabeti”, con cui l’artista ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato a partire dall’inizio del nuovo millennio e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione.
"Con Altri Alfabetimi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali".
Questi “alfabeti perduti” - per citare uno dei cicli della scultrice - creano quindi un linguaggio universale, che prende spunto da incisioni rupestri, simboli primitivi, oggetti provenienti da un mondo artigiano fatto di legno e ferro; assi lignee, avanzi di segheria, antiche fucine, chiodi, polveri di fusione, scarti di lavorazione delle industrie metallurgiche vanno a comporre le opere di Franca Ghitti, che narrano del forte legame tra l’uomo e il suo territorio, e tra l’artista e la sua terra d’origine, la Valle Camonica, ma non solo. Vi si leggono, infatti, anche le esperienze maturate durante gli anni della formazione a Brera, poi Parigi e Salisburgo, fino all’Africa centro-orientale, dove prende forma la consapevolezza della scultura "come progetto che ricompagina materie, energie e forze vitali", come si legge nel suo Quaderno di lavoro.
Dalle leggende ai dialetti, dagli utensili ai diversi aspetti del lavoro artigianale: tutto questo confluisce nel lavoro della Ghitti e testimonia una civiltà descrivendola con parole “altre” da quelle contenute nei libri. La scultura include quindi un “archivio del territorio”, il linguaggio attraverso cui restituire la memoria di una comunità raccontata da tutti questi materiali di scarto e di recupero, che ricordano progetti di lavorazione e sono tracce di una creazione che si è rinnovata per secoli attraverso quelli che l’artista vede come gesti ripetuti.
Una comunità rappresentata nel suo quotidiano dalle Vicinie (fine anni Sessanta e anni Settanta), sagome appena sbozzate solitarie o a gruppi, sospese tra concretezza e apparizione, strette in reticolati di legno accanto a qualche piccolo oggetto o frammento di materia: un popolo che si stringe attorno ai suoi Lari e Penati e alle madie che custodiscono le poche cose preziose per i rispettivi proprietari; e da un ritmo di stratificazione di impronte, tacche, segni e coppelle di siviera nascono lavori come il Bosco (grandi installazioni realizzate sia in legno che in ferro, anni ’80-’90), che restituisce l’idea del confine tracciato con tagli sugli alberi oppure della metodica, geometrica e calcolata lavorazione del legno, come avveniva nella segheria di famiglia. Dagli sfridi del ferro prendono forma le Meridiane (anni Ottanta), le quali, posate a terra, definiscono uno spazio concentrico che rimanda alla fucina e rappresentano l’idea dello scorrere del tempo scandito dalla routine del lavoro, che segue il susseguirsi dei giorni e il variare delle stagioni. Da fogli trafitti da una lunga sequenza di chiodi si generano, invece, le Pagine chiodate (1990-2012), i Libri chiodati (2007-2012) e Valigia di cartone, corda e chiodi (2007), che non sono più solo punteggiatura, ma una ferita da cui restare segnati.
Del passato rimane quindi la traccia presente, che permane nel tempo e testimonia il processo del “fare” manuale. Il tutto in Franca Ghitti viene narrato con un linguaggio essenziale e concreto, legato a linee e forme geometriche, in cui si crea un disegno di mappe, una collezione di segni. Quelli della Ghitti sono dunque non solo “altri alfabeti”, ma anche “nuovi alfabeti”, che nel suo lavoro si ergono a documentazione, informazione, archiviazione di un territorio che l’artista ci restituisce in un linguaggio insieme archetipico e modernissimo.

FRANCA GHITTI: ALTRI ALFABETI

Con Altri Alfabetimi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto (per secoli lo è stata) usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali”.
La dichiarazione di poetica dell’artista, che fa parte di un testo pubblicato in occasione della mostra alla OK Harris Gallery di New York nel 2000, è un passaggio fondamentale di coscienza dell’artista, una rilettura trasversale del suo percorso scultoreo.
La mostra che oggi si propone è ordinata in uno spazio circoscritto, dove le opere dialogano tra di loro e con lo spettatore rimandando a un piccolo universo. Ad accompagnare Vicinia, la tavola degli antenati n.1, 1976 e Tondodegli anni Ottanta, acquisite recentemente da Gallerie d’Italia nel novero delle più importanti espressioni artistiche del ’900, stanno una corona di sculture e installazioni che qualificano la ricerca di Franca Ghitti.
Il processo artistico che governa la fenomenologia dell’esposizione è perfettamente coerente con la ricerca dell’artista che utilizza le tracce, i frammenti materiali di un antico territorio per ridare loro vita in un’operazione concettuale. La memoria del passato acquista, nell’esercizio sempre nuovo di composizione, uno spessore creativo che parla attraverso gli sfridi. Essi sono gli elementi di ferro residui della trasformazione del metallo in utensili e attrezzi agricoli, zappe, picconi, vanghe, badili, roncole, becchi d’aratro, vomeri, quel materiale che cade dall’incudine o dal piano di percussione del maglio e che Ghitti assembla nelle sue sculture e installazioni. Gli sfridi sono frutto di un disegno interno che rimanda alla cultura dell’attrezzo, all’antropologia dell’homo faber, all’eredità di una cultura contadina che ha civilizzato l’Europa, ma anche, nelle mani dell’artista, alla comunicazione poetica di un dato teorico disciplinare. Si evidenzia nelle sue opere la dimensione relativa al linguaggio dell’arte, alla trasmissione di un gesto che non solo recupera la ritualità dell’antico trascorrere del tempo nell’alternanza dell’ordine delle stagioni, ma implica la capacità di porre un segno che interroga la contemporaneità, un archetipo carico di ogni possibile ripartenza, di passare dalla frammentazione degli oggetti alla ricomposizione di un’unità.
È evidente che Ghitti parla attraverso gli oggetti per arrivare alle persone, all’esperienza di una comunità, le Vicinie, persone legate da vincoli di solidarietà reciproca e quindi a intravvedere un luogo di appartenenza di cui ha fatto parte. Nel lavoro dell’artista tuttavia, il dato esistenziale non si preoccupa di rimandare a sé, ma piuttosto di cercare un modo, di sentire la necessità di trovare un linguaggio che aiuti a pensare e a conoscere quello che vediamo. Nel suo processo artistico il dato materiale con tutto il suo peso specifico diventa parte di una cultura immateriale, l’espressione di una cultura visiva dove le mani, i gesti, i segni diventano vettori di quello che le parole non sanno dire, che la mente non capisce.
Questo allargamento ha permesso di “abitare” le sue opere, di percepirne la portanza misteriosa, di dialogare con le altre discipline, di misurarsi con i luoghi dell’elaborazione del sapere, le università, fino alle Pagine chiodatee ai Libri chiodati dell’ultimo periodo che rendono universale l’esperienza dell’esposizione al dolore.

Cecilia De Carli


Fondazione Archivio Franca Ghitti
In seguito alla scomparsa dell’artista, nel 2013 nasce la Fondazione Archivio Franca Ghitti volta alla conservazione, catalogazione e valorizzazione del lavoro della scultrice. Presidente della Fondazione è Maria Luisa Ardizzone, professore alla New York University (NY), così come il Comitato Scientifico è composto da personalità illustri del mondo dell’arte: Cecilia De Carli, professore all’Università Cattolica di Milano; Fausto Lorenzi, critico d’arte e giornalista; Marco Meneguzzo, professore dell’Accademia di Belle Arti di Brera; Margaret Morton, artista, fotografa e professore alla Cooper Union di New York; Elena Pontiggia, professore dell’Accademia di Belle Arti di Brera.
Tra le principali iniziative realizzate dalla Fondazionesi ricordano varie pubblicazioni, tra cui la monografia a cura di Elena Pontiggia (Skira, 2016), e le mostre presso: la Biblioteca Sormani di Milano, a cura di Elena Pontiggia; il Museo diocesano di Brescia; il Castello di Sirmione; il Museo di Villa Clerici a Milano; il Museo dell’energia idroelettrica di Valle Camonica; l’Università Cattolica di Milano, a cura di Cecilia De Carli; il Museo d’arte di Mendrisio, a cura di Barbara Paltrenghi Malacrida ed Elena Pontiggia. È in preparazione il catalogo generale dell’artista.

Elena Pontiggia, (monografia Skira, 2016): “Quello di Franca Ghitti è un mondo complesso, un crogiolo di esperienze occidentali e primitive, di arte e architettura, di ripetizione e differenza. La sua scultura è sempre un disegno di mappe, una collezione di segni: non cerca il volume, il modellato, la massa, ma la superficie, la tavola, la pagina.
La sua arte insegna la ricerca di alfabeti che non si trovano nei libri e di mondi che non coincidono con il nostro. Insegna che le mani sanno quello che la mente non capisce, mentre il linguaggio dei segni custodisce qualcosa che le parole non registrano”.

Franca Ghitti all'OK Harris Gallery di New York, 2008, ph. Fabio Cattabiani

Franca Ghitti (1932-2012) nasce a Erbanno in Val Camonica (Brescia) nel 1932. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, frequenta a Parigi l’Académie de la Grand Chaumière e a Salisburgo il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka.
Nel 1963 partecipa alla fondazione del Centro Camuno di Studi Preistorici e da lì nasce il suo primo interesse per la costruzione di mappe antropologiche. Negli stessi anni nascono anche le sue prime sculture in legno (Vicinie, Rituali) alla ricerca di un’immagine dello spazio che affronti la dimensione del tempo e della “storia”.
Fra il 1969 e il 1971 è in Kenya dove, per incarico del Ministero degli Esteri, realizza vetrate per la chiesa degli italiani a Nairobi. Il contatto con le culture tribali la induce a cercare codici formali che si strutturano come “altri alfabeti”.
Tornata in Italia lavora con legno e ferro ricostruendo linguaggi ormai sepolti della tradizione contadina e delle fucine. Compaiono i primi volumi che le dedica Vanni Scheiwiller e le mostre a Mantova, Torino, Milano, Zurigo, Heidelberg, Roma (Palazzo Braschi, 1988).
Immergendosi nelle connotazioni del territorio instaura, attraverso grandi installazioni, un dialogo con le tecniche modulari e le architetture contemporanee. Nascono le mostre sul Bosco (legno) a Milano, Regensburg, Monaco di Baviera, Pavia (Università degli Studi). A partire dagli anni Novanta realizza una serie di mostre negli Stati Uniti: Museo di Rochester, New York University, University of Houston Faculty of Architecture e, soprattutto, le due mostre del 2000 e 2008 alla OK Harris Gallery di Soho a New York. Di quegli anni anche grandi installazioni: Meridiane,Cancelli d’Europasul tema dei confini, gli Alberi in ferro.
Nell’ultima stagione dà il via alle suggestive Pagine chiodatee Libri chiodati.
Le opere di Franca Ghitti sono in collezioni pubbliche e private in Europa e Stati Uniti. Alcune sculture fanno parte delle Collezioni dei Musei Vaticani e della Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Muore nel 2012, riposa nella tomba di famiglia a Erbanno.

Tra le principali mostre nazionali e internazionali si ricordano quelle presso: Museo di Palazzo Braschi (Roma), Istituti Italiani di Cultura (Vienna, Budapest, Monaco), New York University (New York), Palazzo Martinengo ed ex chiesa di San Desiderio (Brescia), OK Harris Gallery (New York), Fondazione Bilbao Bizkaia Kutxa (Bilbao), Young Arts Gallery (Vienna), Fortezza da Basso (Firenze), Museo Diocesano (Milano), University of Houston (Houston), Triennale di Milano, Biennale Internazionale di Scultura (Agliè), Castello di Brescia, Museo della Permanente (Milano), École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris La Villette (Parigi), Università Bocconi (Milano), Museo d’Arte Contemporanea Manege (San Pietroburgo).
Numerosi gli interventi dell’artista in spazi pubblici e privati; tra i più significativi spiccano: le vetrate per la Chiesa degli Italiani di Nairobi in Kenya; il cancello per il Museo Agricolo del Castello di Brunnenburg (Merano); le opere in ferro per le sedi della Banca Credito Italiano; l’installazione Il segno dell’acqua sul Lago di Iseo; la grande scultura per la Rocca di San Giorgio a Orzinuovi (Brescia). Importante e non ancora esplorato è il suo lavoro con gli architetti.
Il suo percorso artistico è accompagnato da numerose pubblicazioni, per le quali si ricordano le case editrici Scheiwiller, Lucini editore, Electa, Charta ed Edizioni Mazzotta.
Hanno scritto di lei critici e giornalisti di rilievo quali: Giuseppe Appella, Giulio Carlo Argan, Carlo Bertelli, Paolo Biscottini, Rossana Bossaglia, Claudio Cerritelli, Enrico Crispolti, Cecilia De Carli, Raffaele De Grada, Marina De Stasio, Sebastiano Grasso, Flaminio Gualdoni, Fausto Lorenzi, Marco Meneguzzo, Anty Pansera, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia, Gianfranco Ravasi, Roberto Sanesi, Vanni Scheiwiller, Francesco Tedeschi.


Franca Ghitti: Altri Alfabeti
Sculture, installazioni e opere su carta
A cura di: Cecilia De Carli
Dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019

Inaugurazione: martedì 15 gennaio, ore 18
Orari: da martedì a domenica ore 9.30 - 19.30; giovedì ore 9.30 - 22.30

Ingresso: intero€ 10,00- ridotto € 7,00 - ridotto speciale € 5,00 - gratuito ogni prima domenica del mese
Informazioni: numero verde 800.167619 - info@gallerieditalia.com - www.gallerieditalia.com
Ufficio Stampa: IBC Irma Bianchi Communication - T. +39 02 8940 4694 - M. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

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