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Tibet, 10/03/1959 – 10/03/2019, nulla è cambiato!

Mentre si parla de La Via della Seta ricordiamo che nell'estate del 1950 le truppe cinesi avevano occupato il Tibet, ma la politica cinese di assimilazione forzata incontrava sempre più resistenza nell'altipiano himalayano, regione con una sua identità culturale forte. Il 10 marzo 1959 corre il sessantesimo anniversario della rivolta anti-cinese che condusse Tenzin Gyatso al suo esilio in India.
Oggi il 14º Dalai Lama da Mcleod Ganj, a Dharamsala, continua a denunciare il forte clima di repressione in Tibet. Disposto a negoziare l'autonomia del Tibet con le autorità cinesi, si definisce "aperto a soluzioni politiche condivise".

Pechino, intanto, temendo le ripercussioni che potrebbe avere il sessantennio, ha chiuso i confini tibetani ai turisti stranieri fino al primo aprile. La regione è già chiusa ai diplomatici e ai giornalisti stranieri.

La resistenza raggiunse il suo apice a Lhasa il 10 marzo 1959. Per tutta risposta nei giorni successivi i moti di rivolta furono sedati con le armi. Nelle settimane e nei mesi successivi circa 80 000 tibetani - secondo le stime del Governo tibetano in esilio - fuggirono in India, Nepal, Sikkim e Bhutan. La notte tra il 17 e il 18 marzo il Dalai Lama e un piccolo gruppo di persone tra cui vi erano i suoi famigliari e alcuni ministri uscì segretamente dal Palazzo d’Estate per cercare rifugio nelle zone meridionali del Tibet ancora non del tutto controllate dai cinesi. Purtroppo le speranze del Dalai Lama che una sua partenza avrebbe potuto sistemare le cose si dimostrarono vane. La notte tra il 19 e il 20 marzo cominciò la battaglia di Lhasa. I cinesi bombardarono il Norbulinka, probabilmente sperando che la Presenza potesse morire sotto le bombe, e poi attaccarono la città. Vennero colpiti il Potala, il Jokhang, le abitazioni. La gente combatteva per le strade una lotta eroica ma impari. Le donne e gli uomini di Lhasa affrontavano un esercito moderno ed equipaggiato di tutto punto, armati con vecchi fucili, coltelli e bastoni. I soldati di Pechino furono implacabili e decine di migliaia di persone, in gran parte civili, morirono sotto i colpi di una repressione feroce. Il governo tibetano venne sciolto e tutte le autonomie riconosciute dal Trattato in Diciassette Punti abolite. Il Dalai Lama riuscì a stento a mettersi in salvo. Scortato da un pugno di uomini della resistenza raggiunse dapprima Lhuntse Dzong, una località vicina al confine indiano, dove in un primo tempo pensava di fermarsi in attesa di tornare a Lhasa.

Ma di fronte al precipitare della situazione e alle notizie terribili che giungevano dalla capitale decise che non aveva altra scelta se non riparare in India dove giunse il 31 marzo dopo un viaggio che in tutto era durato due settimane e durante il quale aveva percorso oltre un migliaio di chilometri. Il governo di Nuova Delhi concesse immediatamente asilo politico al Dalai Lama che dall’India chiese aiuto alla comunità internazionale per il suo martoriato Paese sul quale erano calate le tenebre di una lunga notte di orrori e tragedie che non è ancora terminata.

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet, grazie all’ospitalità ricevuta nella limitrofa India, poté dare vita a Dharamsala, nella regione dell’Himachal Pradesh, ad un governo democratico impegnandosi a fondo, senza sosta, nel disperato tentativo di salvare il salvabile, e cioè un patrimonio culturale e religioso millenario d’inestimabile valore per l’umanità. Quest’uomo che, con il suo saio giallo-amaranto e un braccio scoperto, gira instancabilmente in lungo e in largo i continenti, creando ovunque imbarazzo tra i governanti puntualmente minacciati dalla baldanzosa e sprezzante arroganza cinese. Non ha mai pronunciato una sola parola d’odio nei confronti dei persecutori suoi e della sua gente.

La sua arma, forse la più temibile e difficile da neutralizzare, è sempre stata e sta nel suo sorriso, nella caparbietà con cui persevera nella forza della non-violenza opponendo alla politica sorda e assassina perpetrata da Pechino la salda convinzione nel dialogo, in una posizione che lo ha condotto a rivendicare per il Tibet una via di mezzo costituita non dall’indipendenza ma dall’autonomia all’interno della Cina.
Ciò, anche alla luce dell’ottusità manifestata dal governo cinese, lo ha esposto, specialmente negli ultimi tempi, alle critiche di frange esasperate che, stanche di false promesse e di finti, quanto inutili, colloqui, chiedono a gran voce l’indipendenza.
Certo è che di questa Cina, incarnazione di un totalitarismo tanto tecnologicamente evoluto quanto drammaticamente rozzo per il modo con cui pretende di annientare le libertà individuali, non ci si può fidare.
La durezza con cui si è scagliata contro il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, reo di avere ricevuto il Dalai Lama, anch’egli premio Nobel per la pace, è emblematica, così come non possono essere taciuti i continui tentativi da parte del regime comunista cinese d’intromettersi persino nelle questioni religiose tibetane.
Valga, tra tutti, il caso del Panchen Lama. Riconosciuto come XI reincarnazione direttamente dal Dalai Lama nel 1995, in base ad una complessa procedura d’antichissimo retaggio, venne rapito all’età di sei anni dai cinesi, fatto sparire con tutta la famiglia e sostituito con un coetaneo, indottrinato, figlio di funzionari comunisti.
Proprio in questi giorni l’agenzia di stato cinese Xinhua ha reso noto che Gaincain Norbu, il giovane imposto da Pechino in luogo dell’effettiva reincarnazione del Panchen Lama, è stato nominato membro del Comitato Nazionale dell’Assemblea Politica del Popolo (CPPCC), il maggiore organo consultivo del paese.
Una notizia questa che si commenta da sé, come quella apparsa sul quotidiano Lhasa Evening News che comunica, con l’approssimarsi, appunto, della giornata del 10 marzo, la ripresa in Tibet da parte dei militari cinesi della campagna “Colpisci Duro”.

La dignità di un popolo può essere messa in luce anche attraverso un progetto artistico.

A Ca’ Zanardi, Venezia, dal 4/06 al 30/08/2011 viene realizzata la prima edizione di Padiglione Tibet - curatore ed ideatore Ruggero Maggi -  eventi collaterali della 54ª Biennale di Venezia.

La Biennale di Venezia ha ospitato il maggior numero di presenze nazionali mai registrate nella sua storia ormai centenaria. Una forma di riscatto culturale voluto fortemente da molti paesi e che, per Padiglione Tibet - un padiglione per un paese che non esiste - ha assunto addirittura una valenza socio-politica.
Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, guida spirituale del popolo tibetano ed emblema del più profondo amore per la Pace, ha festeggiato il Suo 76° compleanno proprio a Padiglione Tibet - mercoledì 6 luglio 2011 alle ore 18.00 - attraverso la presenza del suo rappresentante europeo, di monaci tibetani provenienti dal monastero di Padma Samye Choekhor ling – India, di alcuni personaggi legati al mondo dell'arte contemporanea ed alle Associazioni a sostegno del Tibet, che presenzieranno alla cerimonia: Ruggero Maggi, curatore di Padiglione Tibet, Tamding Choephel, presidente Tibet Culture House che ha supportato attivamente questa giornata celebrativa, Andrea Chinellato, responsabile Art&fortE LAB, il Rappresentante Europeo del Dalai LamaClaudio Tecchio, Campagna di Solidarietà con il popolo Tibetano.

Perché Padiglione Tibet a Ca' Zanardi? Venezia intrattiene da secoli i rapporti con l'oriente. Rapporti commerciali, rapporti di scambio e apertura. Sulle vie dei traffici e del commercio giungevano nuovi modelli di bellezza, di cultura, di arte. La via della seta fu percorsa da Marco Polo per raggiungere lontane terre ricche di fascino e fu un tramite eccezionale per la trasmissione di nuovi influssi artistici permettendo la fusione sincretica di elementi ellenistici, iraniani, indiani e cinesi. Venezia ha conservato l'apertura alle arti e allo scambio. Città cosmopolita, città che ha dato rifugio e accoglienza ad artisti e poeti, città di avventurosi navigatori, ben disposti alle nuove conoscenze e alle scoperte. Venezia durante la Biennale d'arte rinnova questa sua vocazione al mecenatismo e alla protezione e sostegno delle arti. La Biennale veneziana da sempre offre l'opportunità ad ogni Paese di presentare le proprie realtà artistiche più rappresentative con i Padiglioni Nazionali.
Poiché al Tibet il riconoscimento di paese sovrano è tuttora negato e questo ne impedisce la partecipazione ufficiale, il sogno realizzato a Ca' Zanardi è quello di creare il luogo magico in cui l'arte, la bellezza, la spiritualità siano messaggio di concretezza, rappresentando una dimensione concentrata che diventi il simbolo di questo paese che esiste, malgrado si cerchi di negargliene il diritto.

"Padiglione Tibet, un'idea che nella propria semplicità racchiude una forte carica emozionale, è un sogno, una chimera che non potrà, almeno per ora, trovare una collocazione ufficiale all'interno della Biennale stessa per la semplice ragione che il Tibet non può essere riconosciuto come Paese sovrano.
Tutto ciò naturalmente a livello ufficiale.
Credo che il sistema arte debba opporsi a tutto questo, usando i mezzi e le possibilità che la sua stessa struttura le offre, rompendo gli schemi ed il muro di silenzio che da troppo tempo sta rendendo vano ogni tentativo di aiuto al popolo tibetano.
Mi piace definire questo progetto come un evento parallelo alla Biennale stessa in quanto entrambe le iniziative (scusate per questo abbinamento alla Davide e Golia!) viaggiano appunto su binari paralleli, senza mai potersi incontrare, naturalmente finché il Tibet non venga riconosciuto ufficialmente come nazione.
Saranno presentate installazioni multimediali site-specific dedicate al Tibet ed una grande rassegna di opere realizzate direttamente sulla KHATA, la tipica sciarpa che in Tibet i monaci usano come forma di saluto. Padiglione Tibet un grande evento in cui sarà evidenziato il connubio tra Arte Sacra Tibetana ed Arte Contemporanea Occidentale.
Un sito in perenne costruzione sia su web che nella realtà: durante i tre mesi della rassegna si alterneranno performances di teatro e di danza contemporanea ad interventi di monaci tibetani.
Non mi illudo: so benissimo che questo mio progetto sarà solo una piccola goccia che però spero possa contribuire a far traboccare il vaso colmo di indifferenza che, per ragioni inesplicabili, si è creato intorno alla tragedia di questo meraviglioso paese dalle metafisiche vette.
Ogni padiglione nazionale è per sua stessa natura un grande contenitore d'arte...mentre Padiglione Tibet è già Arte nella sua concezione!"

Ruggero Maggiideatore e curatore

Artisti che hanno aderito:
Dario Ballantini, Piergiorgio Baroldi, Donatella Baruzzi, Luisa Bergamini, Rosaspina B. Canosburi, Nirvana Bussadori, Capiluppi Silvia, Angela Maria Capozzi , Tamding Choephel , F. Romana Corradini, Marzia Corteggiani, G. Luca Cupisti, Teo De Palma, Anna Maria Di Ciommo, Laura Di Fazio, Marcello Diotallevi, Luigi Filograno, Roberto Franzoni, Fernando Garbellotto, Ferruccio Gard, Annamaria Gelmi, Luciano G. Gerini, Isa Gorini, Franca Lanni - Renata Petti, Bruno Larini, Pino Lia - Celina Spelta, Oronzo Liuzzi, Ruggero Maggi, Fabrizio Martinelli, Gianni Ettore Andrea Marussi - Alessandra Finzi, Renato Mertens, Simona Morani, Paolo Nutarelli, Clara Paci, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Tiziana Priori, Antonella P. Giurleo, Dorjee Sangpo, Sergio Sansevrino, Roberto Scala, Gianni Sedda, Roberto Testori, topylabrys, Micaela Tornaghi, Monika Wolf.

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Capaci, lo Stato si rivela, 23/05/1992

"Falcone è morto, e io getto al vento un centinaio di pagine. Se gettando tutte le altre potessi restituirvi Falcone, lo farei adesso, dal mio balcone in Sant'Eustorgio: starei lì a guardarle volare sugli alberi, davanti alla chiesa di mattoni rossi. Ma la vita è così, dice Laura,, è solo la vita, che è così, e altro non c'è da dire."

Luca Rossi, ultime righe da: I disarmati, Arnaldo Mondadori Editore,1992

Falcone e Borsellino, foto di Tony Gentile

Ho vissuto nella stessa casa di Luca, di cui penso di essere amico, intendendo per ciò non la semplice frequentazione di quando viveva a Milano, ma la stima nella sua capacità di tradurre in scrittura il racconto. I successivi suoi successi di scrittura e di sceneggiatura lo testimoniano. Insieme abbiamo anche condiviso quei momenti di allucinata consapevolezza.
Il suo libro racconta molto bene in un'inchiesta "giornalistica", ma non solo, preparata in un anno. Ci  racconta i protagonisti e i sopravvissuti della lotta antimafia fino a quel maledetto giorno. Lo stato era assente o complice dalle storture e le verità ancora debbono emergere e dopo 25 anni non trovano risposte, come la strage di Ustica e di altre che hanno segnato e distrutto un paese che voleva camminare diritto.
Un paese di valori, di dignità, di memoria e anche di speranza che questi straordinari uomini ci hanno scolpito con la loro storia fino alla fine e oltre ad essa.
L'Italia che noi sentiamo e che vogliamo e di cui ci sentiamo orfani è testimoniata dalla loro vita.
Questo sentire, questa grande dignità umana mi ricorda molto il pensiero e la granitica forza dell'irredentismo di mio nonno, fiumano, combattente dalla prima guerra mondiale e amico di Gabriele d'Annunzio. Terre irredente, una speranza ancora una volta disillusa dallo Stato Italiano.
Oggi la TV di stato affida a un Fazio qualsiasi la commemorazione. Un personaggio che si è dimesso dall'Ordine dei Giornalisti perché ha preferito e difeso la sua capacità di essere testimonial pubblicitario, antitetico alla nostra professione. 


Il 23 maggio 1992, sull'autostrada A 29, nei pressi dello svincolo di Capaci nel territorio comunale di Isola della Femmine, a pochi chilometri da Palermo, la fine dello Stato. Nell'attentato persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Gli unici sopravvissuti furono gli agenti Paolo Capuzza, Angelo CorboGaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza.
L'uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle "Commissioni" regionali e provinciale di Cosa Nostra, con un'alta supervisione, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali venero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un'altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino) in cui vennero decisi e organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l'allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo. Falcone fu lasciato solo come prima Dalla Chiesa.
Se mai la magistratura, "falchi" permettendo vorrà fare chiarezza, come per Ustica ci ha provato Rosario Priore, quel senso profondo dello Stato non sarà perduto.


L'Italia era allora così rappresentata:

Presidente della Repubblica: Francesco Cossiga
Presidente del Senato: Giovanni Spadolini
Presidente della Camera: Oscar Luigi Scalfaro
Presidente del Consiglio: Giulio Andreotti
Vice Presidente del Consiglio e Ministro della Giustizia: Claudio Martelli
Ministro degli Interni: Vincenzo Scotti
Ministro degli Esteri: Gianni De Michelis
Ministro di Bilancio e programmazione economica: Paolo Cirino Pomicino
Ministro delle Finanze: Rino Formica
Ministro del Tesoro: Guido Carli
Ministro della Difesa: Virginio Rognoni
Ministro della Pubblica Istruzione: Riccardo Misasi
Ministro dei Lavori Pubblici: Giovanni Prandini
Ministro dell’Agricoltura: Giovanni Goria
Ministro di Trasporti e aviazione civile: Carlo Bernini
Il Ministro del Lavoro e Previdenza sociale: Franco Marini
Ministro del Commercio estero: Vito Lattanzio
Ministro della Marina mercantile: Ferdinando Facchiano
Ministro delle Partecipazioni statali: Giulio Andreotti
Ministro della Sanità: Francesco De Lorenzo
Ministro di Turismo e spettacolo: Carlo Tognoli
Ministro dei Beni culturali e ambientali: Giulio Andreotti
Ministro dell’ Ambiente: Giorgio Ruffolo
Ministro della Funzione pubblica: Luigi Scalfaro
Ministro di Università e ricerca scientifica: Antonio Ruberti
Ministro degli Affari sociali: Rosa Russo Jervolino (senza portafoglio)
Ministro delle Aree urbane: Carmelo Conte (senza portafoglio)
Ministro di Italiani all’estero e immigrazione: Margherita Boniver (senza portafoglio)
Ministro del Mezzogiorno: Calogero Mannino (senza portafoglio)
Ministro delle Politiche comunitarie: Pierluigi Romita (senza portafoglio)
Ministro della Protezione civile: Nicola Capria (senza portafoglio)
Ministro dei Rapporti con il Parlamento: Egidio Sterpa (senza portafoglio)
Ministro delle Regioni: Francesco D’Onofrio (senza portafoglio)
Governatore della Banca d’Italia: Carlo Azeglio Ciampi
Presidente della Fiat: Gianni Agnelli
Amministratore delegato della Fiat: Cesare Romiti
Segretario Politico della Democrazia Cristiana: Arnaldo Forlani
Segretario Generale del Partito Marxista-Leninista (PMLI): Giovanni Scuderi
Coordinatore Nazionale del Movimento per la Democrazia-La Rete: Leoluca Orlando
Segretario del Partito Democratico della Sinistra (PDS): Achille Occhetto
Segretario del Partito della Rifondazione Comunista (PRC): Sergio Garavini

Non va assolutamente dimenticato il ruolo fondamentale dell'allora Presidente del Consiglio: Giulio Andreotti.

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No alla cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama da parte dell’ambasciatore cinese

L’evento si farà comunque in ottobre al teatro degli Arcimboldi e non a Palazzo Marino, conferma il sindaco Beppe Sala, che però non sarà presente per non turbare le relazioni diplomatiche con la comunità cinese che molto ha pesato nel voto, sia alle primarie sia nelle successive elezioni amministrative, e che la vede fortemente coinvolta in investimenti finanziari, dall'acquisto delle…
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Editoriale

La nostra fragilità si rende manifesta quando accade ciò che non è prevedibile e ci distrugge senza risparmio alcuno. Contiamo i morti, la cancellazione totale. Solo allora il sussulto, il cordoglio e si rivelano donne e uomini che scavano con le mani, appesi ad una speranza di salvezza, àncora di vita. La nostra impotenza è…
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