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Archivi categoria : 56ª Biennale di Venezia Arte

Il tema scelto da Okwui Enwezor per la 56. Esposizione Internazionale d’Arte è:
All the World’s Futures
Okwui Enwezor ha così esposto il suo progetto:
« Le fratture che oggi ci circondano e che abbondano in ogni angolo del panorama mondiale, rievocano le macerie evanescenti di precedenti catastrofi accumulatesi ai piedi dell’angelo della storia nell’Angelus Novus. Come fare per afferrare appieno l’inquietudine del nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla e articolarla? I cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli hanno prodotto nuovi e affascinanti spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori e musicisti. Ed è riconoscendo tale condizione che la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia propone All the World’s Futures, un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l’arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose ».

"Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia

Sarà una Biennale fortemente politica che ha come cuore pulsante la rilettura quotidiana, per tutti i 7 mesi dell'Esposizione, del Capitale di Carl Marx e lo spazio dell'Arena (Padiglione Centrale), come luogo di confronto, di lavoro, d'incontro, una sorta di assemblea permanente, una sorta di sistema nervoso centrale, Parliament of Forms.
Tema l’inquietudine del nostro tempo, come renderla comprensibile, esaminarla ed eventulamente cercare di articolarla. Un meccanismo basato sulla temporaneità, cangiante, inafferrabile, oscillante tra l'anti-iconocastia e la militanza politica, si snoda come un fiume di denuncia di tutto ciò che è violenza, sopraffazione, sopruso, apartheid, fragilità, inquinamento, accumulo detritico. Ignorando totalmente che la produzione artistica possa essere estetica, nella ricerca della bellezza come territorio dell'assoluto, ma interessandosi solo all'etica, ma nel senso di denuncia politica e di conseguente attiva militanza. Politica della forma come enunciazione, in bilico tra astrazione e concretezza. La ricerca costante di un artista impavido, della fisicità. La voce come racconto, quasi tribale. La musica e la parola che sembra ricordare i canti degli schiavi nei campi di cotone. La parola vista come illuminante. Ma gli slogan illuminano solo i neon proposti. Balzano dalla carellata delle opere presentate, artisti di ogni età con opere datate o fatte per l'occasione, un flusso continuo ed interrotto di video, film (dalla durata anche di 4 ore), performance, esecuzioni musicali o teatrali, declamazioni, set. Ogni giorno diverse.
Ci sembra che l'esposizione si concentri sulla fragilità nei confronti di ciò che ci accade intorno, schiantandosi contro la concezione che vuole l'arte, di platonica memoria, di saper vedere il futuro, di incoraggiarlo, di indirizzarlo in qualche modo.
Qui siamo nella fotografia angosciosa e angosciata del presente, nella povertà materiale e spirituale, che come un rumore assordante, ci sovrasta senza speranza e che l'Angelus Novus di Klee sia scomparso negli Inferi.
Vedremo come sarà messa in opera, anche se da subito possiamo dire che una tale quantità di eventi di lunga durata, non possa essere fruita da un visitatore giornaliero - speriamo in una bigliettazione appropriata - che comunque non potrà seguirne le proposte cangianti quotidianamente. Ma in questa panta rei ci sarà anche un bandolo o solo denuncia fine a se stessa e magari un pò partigiana? Ma perchè poi un'assenza in questo fluire performativo di denuncia non c'è la testimonianza di Regina José Galindo?

Gianni Ettore Andrea Marussi

Confernza Stampa Venezia, 5 marzo 2015

Confernza Stampa Venezia, 5 marzo 2015


Intervento di Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia

La 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si aprirà il 9 maggio con un mese di anticipo rispetto alle ultime edizioni. Con essa celebriamo il 120 anno dalla prima Esposizione (1895).
La Mostra Internazionale del curatore si estenderà nel Palazzo delle Esposizioni ai Giardini (3.000 mq) e nell’Arsenale (8.000 mq) e in aggiunta le aree esterne. Virtualmente intorno alla grande Mostra Internazionale del nostro curatore ruota la grande adunata delle partecipazioni straniere (89, erano 58 nel 1997), 29 delle quali negli storici padiglioni dei Giardini, 29 negli spazi dell'Arsenale dedicati ai paesi (dove continuano nuovi lavori di restauro di edifici cinquecenteschi) e il resto in edifici veneziani, dove saranno anche allestiti 44 Eventi Collaterali, presentati da soggetti non profit e ammesse dal nostro curatore.
Siamo alla 56ma edizione, la Biennale che compie 120 anni procede e, anno dopo anno, continua a costruire anche la propria storia, che è fatta di molti ricordi, ma in particolare di un lungo susseguirsi di diversi punti di osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo.
Per limitarci alle ultime due:
- Bice Curiger ci portò il tema della percezione, dell'ILLUMInation, della luce come elemento autonomo e vivificatore, nonché quello del rapporto tra artista e viewer, focalizzandosi su un concetto artistico che enfatizza la conoscenza intutitiva e il pensiero illuminato, quali mezzi per affinare e accrescere le nostra capacità di percezione e quindi le nostre capacità di dialogo con l'arte.
- Massimiliano Gioni fu interessato a osservare il fenomeno della creazione artistica dall'interno, e rivolse l'attenzione alle forze interiori che spingono l'uomo e l'artista a creare immagini e a dar vita a rappresentazioni, necessarie per sé e per colloquiare con gli altri, e indagò sulle utopie e sulle ansie che conducono l'uomo all’imprescindibile necessità di creare. La mostra si apriva con l'immagine di un utopico Palazzo Enciclopedico e con il libro illustrato di Jung.
Oggi il mondo ci appare attraversato da gravi fratture e lacerazioni, da forti asimmetrie e da incertezze sulle prospettive. Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie viviamo una sorta di “age of anxiety”. E la Biennale torna a osservare il rapporto tra l'arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell'incalzare delle forze e dei fenomeni esterni.
Si vuol quindi indagare in che modo le tensioni del mondo esterno sollecitano le sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, i loro moti dell'animo (il loro inner song). La Biennale ha chiamato Okwui Enwezor anche per la sua particolare sensibilità a questi aspetti.
Curiger, Gioni, Enwezor, quasi una trilogia: tre capitoli di una ricerca della Biennale di Venezia sui riferimenti utili per formulare giudizi estetici sull'arte contemporanea, questione “critica” dopo la fine delle avanguardie e dell'arte “non arte”.
E Okwui non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme.
Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti.
Sono stati chiamati 136 artisti dei quali 88 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche.
Delle opere esposte, 159 sono nuovi lavori. Tutto questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai Curricula degli artisti operanti nel mondo.
Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.
Sappiamo che evocare i fenomeni anche drammatici che caratterizzano il tempo presente vuol dire far entrare la storia. Il presente vuol essere compreso attraverso i segni, i simboli, i ricordi che la storia ci consegna e dai quali traiamo qualche disperazione, ma anche illuminazioni. Significa anche richiamare i frammenti del nostro passato, anche remoto, che non possono essere dimenticati.
Certamente la Biennale offre un palcoscenico particolare per questa rappresentazione.  Quello che si espone qui ha come fondale 120 anni di storia delle arti, i cui frammenti sono in ogni angolo e di varia natura, visto che la Biennale opera nell'Arte, nell'Architettura, nella Danza, nel Teatro, nella Musica e nel Cinema; essi sono presenti nel suo Archivio Storico, nelle immagini là custodite, nei suoi cataloghi, nei suoi edifici. Anche i padiglioni dei paesi, costruiti in varie epoche e grazie a iniziative differenti, proprio per questo creano un luogo ben diverso da quello di una expo tradizionale. È il luogo delle “immagini dialettiche” per usare l'espressione di Walter Benjamin.
E a proposito di Benjamin, Okwui nel suo programma ricorda le parole con cui si espresse sull'«Angelus Novus» di Paul Klee. Ricordate? “... Ha il volto rivolto al passato; dove a noi appare una serie di eventi, vede una sola catastrofe. […]Vorrebbe fermarsi e ridestare i morti, […]ma una tempesta gli penetra nelle ali […]e lo sospinge irresistibilmente nel futuro”.

Angelus Novus di Paul Klee

Angelus Novus di Paul Klee

Non posso fare a meno di trasferire per un solo istante questa immagine a noi e vedere nell’espressione dell'angelo di Klee, quella di chi entra nella Biennale e osserva sorpreso e spaventato tutti i resti del passato depositati in questo luogo dove memoria, tempo e spazio si congiungono. Mi consola per contro il fatto che qui ogni due anni si rivela una nuova tempesta di energia che soffia “spingendo le sue ali verso il futuro”.
E sono ancora una volta lieto di non aver ascoltato le tristi considerazioni di chi nel 1998 mi diceva che la mostra con padiglioni stranieri era outmoded e che andava eliminata, magari mettendo al suo posto un cubo bianco, uno spazio asettico nel quale cancellare la storia, esercitare la nostra astratta presunzione, o dare ospitalità alla dittatura del mercato.
Proprio la nostra articolata e complessa realtà ci aiuta a evitare questi pericoli.
La grande montagna dei frammenti della nostra storia cresce ogni anno. A fronte sta la ancor maggiore montagna di quel che non fu mostrato nelle Biennali del passato.
A questo proposito sentiamo spesso citare Aby Warburg e i suoi esercizi di comprensione. Per comprendere meglio un’opera la si affianca e la si circonda di molte altre che hanno con essa un qualche legame. Mnemosyne era il nome da lui utilizzato per questo esercizio: Mnemosyne, la dea della memoria (ebbene possiamo dire che la Biennale è una delle residenze preferite di Mnemosyne).

Aby Warburg

Aby Warburg

In ogni Biennale la presenza a fianco del nostro curatore delle diverse voci dei curatori nei diversi padiglioni concorre a realizzare un valore importante, il pluralismo di voci.
Parliament of Forms”.  Nulla più di un parlamento deve prevedere pluralità di voci.
Sia nelle Biennali più intimiste, sia in quelle più drammaturgicamente coinvolgenti la storia, è importante che la Mostra sia sempre vissuta come luogo di libero dialogo.

Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia

Paolo Baratta, Presidente Biennale di Venezia

Paolo Baratta, Presidente Biennale di Venezia


Intervento di Okwui Enwezor, Curatore della 56. Esposizione Internazionale d’Arte

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia

Walter Benjamin

Walter Benjamin

Lo stato delle cose

Nel maggio del 2015, centoventi anni dopo la sua prima esposizione d’arte, l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si svolgerà ancora una volta presso i Giardini, lo spazio storico in cui si tenne la sua prima Esposizione nel 1895.
Quando venne inaugurata, i padiglioni nazionali ancora non esistevano. L’unica struttura espositiva permanente esistente era il sepolcrale edificio del Padiglione Centrale, con le sue colonne neoclassiche e la statua della vittoria alata che torreggiava in cima al suo frontone. I padiglioni nazionali sarebbero giunti dodici anni dopo con il Padiglione belga nel 1907, seguito da molti altri negli anni a venire fino a diventare oggi quasi novantacinque. Il fatto che il numero degli edifici espositivi nei Giardini, progettati in diversi stili architettonici, sia arrivato fino a trenta e che i padiglioni in eccesso, quelli cioè che non hanno trovato posto nei Giardini, si siano riversati in diverse aree della città e dell’Arsenale, sta a testimoniare l’indubbio fascino esercitato da questi alquanto anacronistici modelli espositivi dedicati alla rappresentazione nazionale. Accanto ai sempre più numerosi padiglioni nazionali nei Giardini e nell’Arsenale c’è l’esposizione internazionale non nazionale.
Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia. Fondata nel 1893, l’istituzione della Biennale di Venezia si affacciò sulla scena mondiale in un periodo storico significativo, in un momento in cui le forze della modernità industriale, del capitale, delle tecnologie emergenti, dell’urbanizzazione e dei regimi coloniali stavano ridisegnando la mappa mondiale e stavano riscrivendo le regole della sovranità. Questi cambiamenti sono stati accompagnati da diversi movimenti di massa: dai movimenti operai e quelli delle donne, dai movimenti anticoloniali a quelli per i diritti civili, ecc.
Cento anni dopo i primi colpi sparati nella Prima Guerra Mondiale nel 1914, e 75 anni dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi e nel caos, segnato da un violento tumulto, terrorizzato dalla crisi economica, da una confusione virale, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e  nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille. Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere una nuova crisi, un’incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo.
Passando in rassegna questi importanti eventi con lo sguardo di chi vive la presente inquietudine che pervade la nostra epoca, ci si sente come convocati dall’Angelus Novus, il dipinto di Paul Klee. Grazie al filosofo e critico culturale Walter Benjamin, che lo acquistò nel 1921, il dipinto ha acquisito una sorta di status di opera premonitrice trascendendo ciò che effettivamente essa rappresenta. Benjamin vide nell’opera di Klee ciò che di fatto non vi era espresso e nemmeno dipinto. Piuttosto egli interpretò l’Angelus Novus in maniera allegorica osservando la figura con un chiaro sguardo storico, mentre davanti a sé un’altra catastrofe si abbatteva sull’Europa in un momento di profonda crisi. Riconducendo il dipinto alla realtà che lo circondava, una realtà in cui il mondo così come lo conosceva veniva demolito proprio davanti ai suoi occhi, Benjamin ci obbliga a rivedere la capacità rappresentativa dell’arte. Per lui la figura ritta e animata dallo sguardo sconvolto che sta al centro della tela è “l’angelo della storia” ai cui piedi si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna. Questa sua insolita interpretazione rimane un’immagine vivida e questo non tanto per ciò che il dipinto di fatto contiene e rappresenta, quanto per il modo in cui Benjamin ci porta a riflettere come il mondo dell’arte possa stimolarci a vedere più lontano, oltre la prosaica apparenza delle cose.
Le fratture che oggi ci circondano e che abbondano in ogni angolo del panorama mondiale rievocano le macerie evanescenti di precedenti catastrofi accumulatesi ai piedi dell’angelo della storia nell’Angelus Novus.
Come fare per afferrare appieno l’inquietudine del nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla e articolarla? I cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli - dalla modernità industriale a quella post-industriale, dalla modernità tecnologica a quella digitale, dalla migrazione di massa alla mobilità di massa, i disastri ambientali e le guerre genocide, dalla modernità alla post-modernità, il caos e la promessa - hanno prodotto nuovi e affascinanti spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti, ecc.
Questa situazione non è oggi meno evidente. Ed è riconoscendo tale condizione che la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia propone All the World’s Futures, un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l'arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose.

La Mostra: il parlamento delle forme
Al posto di un unico tema onnicomprensivo che racchiuda e incapsuli diverse forme e pratiche in un campo visivo unificato, All the World’s Futures è permeato da uno strato di Filtri sovrapposti. Questi Filtri sono una costellazione di parametri che circoscrivono le molteplici idee che verranno trattate per immaginare e realizzare una diversità di pratiche. La 56. Esposizione della Biennale di Venezia del 2015 utilizzerà come Filtro la traiettoria storica che la Biennale stessa ha percorso durante i suoi 120 anni di vita, un Filtro attraverso il quale riflettere sull’attuale “stato delle cose” e sull’ “apparenza delle cose”.
All the World’s Futures trarrà ancora una volta spunto dall’attuale “stato delle cose” per sviluppare il suo progetto denso, frenetico ed esplorativo che verrà collocato in un ambito dialettico di riferimenti e discipline artistiche. La domanda principale posta dall’esposizione è la seguente: in che modo artisti, filosofi, scrittori, compositori, coreografi, cantanti e musicisti, attraverso immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni, possono raccogliere dei pubblici nell’atto di ascoltare, reagire, farsi coinvolgere e parlare, allo scopo di dare un senso agli sconvolgimenti di quest’epoca? Quali materiali simbolici o estetici, quali atti politici o sociali verranno prodotti in questo spazio dialettico di riferimenti per dare forma a un’esposizione che rifiuta di essere confinata nei limiti dei convenzionali modelli espositivi?
In All the World’s Futures lo stesso curatore insieme agli artisti, agli attivisti, al pubblico e ai partecipanti di ogni genere saranno i protagonisti centrali nell’aperta orchestrazione di questo progetto.
Attraverso ogni Filtro, sovrapposto l’uno sull’altro in una serie di recensioni, la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia approfondirà la realtà contemporanea globale come una realtà in costante riallineamento, adattamento, ricalibrazione, mobilità e dalle forme continuo mutamento. Considerato ciò la presentazione di All the World’s Futures ospiterà un Parlamento delle forme la cui orchestrazione e il cui svolgimento episodico avranno una vasta portata globale.
Al centro della Mostra c’è la nozione di esposizione come palcoscenico nella quale verranno esplorati progetti storici e antistorici. All’interno di questa struttura gli aspetti della 56. Esposizione d’Arte solleciteranno e privilegeranno nuove proposte e lavori appositamente concepiti dagli artisti, cineasti, coreografi, performer, compositori e scrittori invitati per lavorare individualmente o in collaborazione. Questi progetti, lavori e voci occuperanno, come un’orchestra, gli spazi della Biennale e pre-occuperanno il tempo e il pensiero del pubblico.


I Filtri:

- Vitalità: sulla durata epica
Nella ricerca di un linguaggio e di un metodo per la Biennale Arte 2015 abbiamo deciso che la natura dell’esposizione sarà quella di un evento fondamentalmente visivo, corporeo, uditivo e narrativo. Così facendo ci siamo chiesti in che modo un’esposizione della grandezza e della portata della Biennale possa rivolgersi al proprio format rinnovarlo attraverso il potenziale della sua capacità temporale. In questa ricerca il concetto di vitalità e di durata epica serve a due scopi complementari: suggerisce l’idea che All the World’s Futures è una manifestazione, sia temporale sia spaziale, che è incessantemente incompleta, strutturata da una logica dello svolgimento, un programma di eventi che può essere esperito nel punto d’incontro con l’incontro tra “vitalità” ed “esibizione”.
Sarà una drammatizzazione dello spazio espositivo come un evento dal vivo in continuo e incessante svolgimento. Così facendo All the World’s Futures proporrà delle opere che esistono già, ma chiederà anche dei contributi che saranno realizzati appositamente ed esclusivamente per questa Mostra.

- Il giardino del disordine
Questo Filtro, collocato nei Giardini e nel Padiglione Centrale nonché nelle Corderie, nel Giardino delle Vergini dell’Arsenale e in altri spazi selezionati a Venezia, utilizza lo spazio storico dei Giardini della Biennale come una metafora attraverso la quale esplorare l’attuale “stato delle cose”, vale a dire la pervasiva struttura di disordine che caratterizza la geopolitica, l’ambiente e l’economia a livello globale.
Il concetto originale di giardino nasce nell’antica Persia in cui era concepito come un paradiso, uno spazio chiuso fatto di tranquillità e piacere. Nel corso dei millenni il giardino si è trasformato, diventando l’allegoria della ricerca di uno spazio ordinato e puro.
In occasione della Biennale Arte 2015, l’esposizione ritornerà su questo antico concetto per esplorare i cambiamenti globali e interpretare i Giardini, con il suo incerto insieme di padiglioni, come il sito emblematico di un mondo disordinato, di conflitti nazionali e di deformazioni territoriali e geopolitiche. Gli artisti sono stati invitati ad elaborare delle proposte che avranno come punto di partenza il conetto di giardino, realizzando nuove sculture, film, performance e installazioni per All the World’s Futures.

- Il Capitale: una lettura dal vivo
Oltre al caos e al disordine propri dell’attuale “stato delle cose”, esiste una preoccupazione diffusa che è al centro della nostra epoca e modernità. Tale preoccupazione è la natura del “capitale”, sia nella sua finzione sia nella sua realtà. Il capitale è il grande dramma della nostra epoca. Oggi incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sottoforma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento. Fin dalla pubblicazione dell’imponente opera di Marx Il Capitale: Critica dell’economia politica nel 1867, la struttura e la natura del capitale ha suscitato l’interesse di filosofi e artisti, ispirando teorici della politica, economisti e sistemi ideologici in tutto il mondo. In All the World’s Futures si percepiranno l’aura, gli effetti, le ripercussioni e gli spettri del Capitale in una delle esplorazioni più ambiziose di questo concetto e di questo termine.
Una parte centrale di questo programma di letture dal vivo è “Das Kapital”, un imponente progetto bibliografico frutto di una meticolosa ricerca, concepito dal direttore artistico nel Padiglione Centrale. Questo programma, che si svolgerà ogni giorno per quasi sette mesi senza soluzione di continuità, si aprirà con una lettura dal vivo dei quattro libri di Das Kapital di Marx e gradualmente si amplierà con recitals di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Nel corso della Biennale ensemble teatrali, attori, intellettuali, studenti e persone del pubblico saranno invitati a dare un contributo al programma di letture le cui voci inonderanno e pervaderanno le sale circostanti in una grandiosa esposizione di oralità. Un’importante fonte d’ispirazione per questa inusuale performance è rappresentata dalle prime righe del libro di Louis Althusser Leggere il capitale.Das Kapital di Carl Marx, 1867

Das Kapital di Carl Marx, 1867

Ovviamente tutti noi abbiamo letto e leggiamo il Capitale. Per quasi un secolo abbiamo potuto leggerlo ogni giorno, in trasparenza, nei drammi e nei sogni della nostra storia, nelle sue dispute e conflitti, nelle sconfitte e nelle vittorie del movimento dei lavoratori che è la nostra unica speranza e il nostro destino. Sin da quando “siamo venuti al mondo”, abbiamo costantemente letto il Capitale negli scritti e nei discorsi di coloro che lo hanno letto per noi, nel bene e nel male, sia essi morti o viventi: Engles, Kautsky, Plekhanov, Lenin, Rosa Luxemburg, Trotsky, Stalin, Gramsci, i leader delle organizzazioni dei lavoratori, i loro sostenitori e oppositori, filosofi, economisti, politici. Ne abbiamo lette delle parti, i “frammenti” che una determinata ipotesi aveva “selezionato” per noi. Abbiamo persino letto più o meno tutti il Libro I, da “le merci” all’“espropriazione degli espropriatori”.
Ma è fondamentale che un giorno il Capitale venga letto alla lettera, che ne venga letto il testo in sé, completo, tutti e quattro i libri, riga dopo riga, ritornare dieci volte ai primi capitoli o agli schemi della semplice riproduzione e della riproduzione su scala allargata, prima di scendere dagli aridi altopiani del Libro II verso la terra promessa del profitto, dell’interesse e della rendita…
È così che abbiamo deciso di leggere i libri del Capitale… E li presentiamo nella loro forma immediata senza apportarvi alterazioni, in modo che vengano riprodotti tutti i rischi e i vantaggi di questa avventura; così che il lettore (e l’ascoltatore) potrà ritrovarvi l’esperienza di una “neonata” lettura; in questo modo lui, sulla scia di questa prima lettura, verrà trascinato a sua volta verso una seconda che ci porterà ancora più lontano.
Con questa prospettiva, All the World’s Futures, attraverso le sue costellazioni di Filtri scaverà a fondo nello “stato delle cose” e metterà in discussione l’“apparenza delle cose” passando da un’enunciazione gutturale della voce alle manifestazioni visive e fisiche, tra opere d’arte e pubblico.

Okwui Enwezor, Curatore della 56. Esposizione Internazionale d’Arte

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